L'amichevole cinefilo di quartiere

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Justice League

Io sono la Giustizia.

Davanti a me sono tutti uguali.

Io sono la Giustizia.

Nei giorni dispari e in quelli pari.

TRAMA: Dopo la morte di Superman, Bruce Wayne decide di formare una squadra di supereroi metaumani per difendere la Terra da una terribile minaccia imminente. Così, chiama a sé Flash, Wonder Woman, Aquaman e Cyborg.

RECENSIONE:

Io ho un problema con la Justice League.

Sarà forse la mia naturale ritrosia per i film sui supereroi?

Sarà magari il fatto che verrà considerata la copia degli Avengers marveliani, nonostante su carta sia nata nel 1960 mentre i corrispettivi di Stan Lee comparvero solo tre anni dopo?

Mmmh, no.

Il mio problema è The Pro.

Per chi non la conoscesse, The Pro è una storia a fumetti scritta nel 2002 da Garth Ennis (creatore anche di Preacher); la trama verte su una prostituta di strada che riceve dei superpoteri, venendo poi reclutata nella celeberrima Lega dell’Onore e trovandosi ad affrontare dei villain sopra le righe.

Il tono del fumetto è di presa in giro dissacrante nei confronti dei tipici crismi dei supereroi americani classici: Superman/The Saint è un bonaccione ingenuo, Lanterna Verde John Stewart/The Lime è lo stereotipo del nero sacrificabile, Batman e Robin/The Knight e The Squire hanno una velata relazione in stile “antichi greci” e così via.

Il tutto ironizzando anche su come una persona comune con comuni difetti (una ragazza madre egoista, annoiata, cinica, sboccata…) possa comportarsi se investita di enormi responsabilità non volute.

Avendo letto questa storia (che vi consiglio, se amate le trame sopra le righe), quando si parla di Justice League non penso all’onore, al coraggio e alla sete di giustizia che i suoi componenti permeano.

Penso ad una zoccola che pratica del sesso orale a Superman.

Chiudendo questa colorita parentesi, Justice League è né più né meno un gigantesco fumettone trasposto da carta a schermo.

Come Spectre di Sam Mendes era un po’ la summa di ogni elemento tipico della cinematografia su James Bond, questa pellicola racchiude in sé ogni fattore relativo al genere supereroistico di appartenenza: la conseguenza è che lo spettatore potrà apprezzarlo moltissimo quanto detestarlo con la medesima forza, in base al suo soggettivo apprezzamento non verso l’opera specifica, ma verso il settore artistico generico.

Come giudicarla, quindi?

Beh, sono partito da The Pro, quindi continuiamo su questa via.

Ossia con i PRO.

Justice League riesce a fornire un buon intrattenimento senza risultare troppo di grana grossa; punto focale per un blockbuster, l’azione è chiassosa ma ben gestita, non apparendo ridondante per gli standard e coreograficamente efficace nella sua esecuzione pratica.
Lo spirito di gruppo si mantiene evidente visivamente nel modo in cui i protagonisti affrontano l’antagonista, in modo da trasmettere bene allo spettatore l’idea di coesione alla base del film.
Di ottima fattura in particolare le scene ambientate a Themyscira, patria delle Amazzoni e teatro di una sequenza dal notevole impatto adrenalinico.

Ben Affleck e Gal Gadot si confermano adatti nei rispettivi ruoli, dando corpo ad un Bruce Wayne maturo ed attento e ad una Diana Prince generosa e fiera; alle new entries viene fornito un background narrativo che, pur scarno, non li rende dei cartonato bidimensionali, ma contribuisce a disseminare elementi che possano essere riconosciuti dai fan e che chiariscano il personaggio anche ai neofiti.

Particolare menzione anche per la sequenza dei titoli di testa, la cui impostazione ricorda quella di Watchmen, sempre con Zack Snyder regista, e con l’ottimo connubio audiovisivo grazie a Everybody Knows di Leonard Cohen interpretata dalla svedese Sigrid.
Non la solita esagerazione di simboli fallici e qualche inquadratura inutile di troppo alle terga di Gal Gadot, ma direi che si possa soprassedere.

Apprezzabili anche i piccoli riferimenti a personaggi non presenti nel film, che contribuiscono ad alimentare l’idea di universo narrativo donando ampio respiro a trama ed ambientazione.

Ora le NOTE DOLENTI.

Prima di tutto la trama è la solita menata già vista e stravista: oh mio Dio, stanno arrivando gli alieni da un altro mondo, c’è un cattivone uber-super che è dalla notte dei tempi vuole distruggere tutto, uniamo le forze per sconfiggerlo.

Tipo Space Jam, ma senza rubare il talento a Charles Barkley.

Devi affrontare un gruppo di supereroi? Obbligatorio l’elmo cornuto.

Il compito narrativo di alcuni personaggi nell’economia della storia è inoltre piuttosto basilare, e mi riferisco in particolare a Flash ed Aquaman.

Se il primo è un comic relief troppo estremizzato (pur non arrivando comunque ai livelli prescolari della Marvel, anche se non ci manca molto), il secondo ha subito un restyling avente come unico target quello di non farlo più essere l’eroe della comunità LGBT, ma rendendolo virile e figaccione.

Mi rendo conto che Jason Momoa sarebbe carismatico anche se recitasse Riccioli d’oro e i tre orsi nella parte della protagonista, ma su look e caratterizzazione psicologica è stata veramente calcata la mano, facendolo risultare stereotipato nel senso opposto.

Cioè è paradossalmente troppo figo per non stonare.

Ariel me la ricordavo diversa.

Sul lato tecnico, pur non esagerando nella slow motion tipicamente snyderiana, si assiste ad una CGI di un pataccame unico; come il pendolo di Schopenhauer oscilla tra dolore e noia, il green screen di Justice League oscilla tra il mediocre ed il raccapricciante, con fondali verosimili quanto cartoline pastello e sequenze acquatiche ahimè malfatte e banalmente sfruttate.

Si registra anche qui il momento-puttanata tipico delle precedenti opere DC, la sequenza cioè in cui al momento della scrittura agli sceneggiatori si chiude una vena del cervello.

Se ne L’uomo d’acciaio era Jonathan Kent trasportato nel meraviglioso mondo di Oz, in Batman v Superman era il Martha-time, in Wonder Woman il combattimento finale e in Suicide Squad l’intero film, qui abbiamo una idiozia che non posso spoilerare, ma che, pur essendo necessaria per il plot ha una modalità di svolgimento che mi ha fatto accapponare i capelli.

Senza rovinarvi la sorpresa (tutti dobbiamo soffrire), mi limito a dire che è un passaggio fondamentale per la trama e nella pellicola viene esposto in riferimento ad un celebre romanzo di Stephen King.

Chi lo ha già visto ha capito.

Tirando le somme, quale può essere il giudizio complessivo?

Beh, personalmente credo che pregi e difetti si elidano a vicenda, risultando in una giusta sufficienza finale per questo quinto episodio dell’universo DC.

Non eccezionale ma nemmeno così disprezzabile, considerando anche l’Orrore da Kurtz nella giungla di tre degli altri quattro film.

Fit iustitia.

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RoboCop

robocopVivo o morto, tu leggerai questa recensione.

TRAMA: Detroit, 2028. Dopo essere stato gravemente ferito, un agente delle forze dell’ordine viene trasformato da una multinazionale nel settore tecnologico in un super poliziotto mezzo uomo e mezzo macchina.
Remake e reboot di RoboCop – Il futuro della legge di Paul Verhoeven (1987)

RECENSIONE:
Domande che teoricamente questo film dovrebbe far nascere:
-Fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere le nostre strade?
-È eticamente giusto disumanizzare una persona, pur se per fini superiori?
-Nel futuro prossimo, quale sarà il rapporto tra la macchina in quanto mezzo e l’uomo come suo fruitore e controllore?

Domanda che effettivamente questo film fa nascere:
-Cosa ha fatto di male Verhoeven per meritarsi un altro sputtanamento di un suo film dopo Basic Instinct 2 (2006) e Total Recall – Atto di forza (2012)?

Premessa: Paul Verhoeven non è un regista che amo particolarmente, anzi probabilmente gli unici suoi due film che apprezzo sono proprio RoboCop Atto di forza (1990, famoso per avere la donna con tre seni e il mitico Schwarzy che “portava il culo su Marte”).
Per citare alcuni suoi lavori, in Basic Instinct (1992) se si toglie la splendida e torrida Sharon Stone che tirava più di un carro di buoi in discesa e un Michael Douglas sopra la media o poco più non rimane molto; Showgirls (1995) è un filmaccio in cui si vedono più seconde di seno al vento che recitazione; Starship Troopers (1997) L’uomo senza ombra (2000) penso che nonostante le buone premesse avrebbero potuto essere migliori.

Pur quindi non amando troppo questo regista olandese mi chiedo quale sia il senso di riesumare dopo decenni alcune sue creature (il poliziotto meccanizzato, l’operaio in realtà leader della ribellione e la patata di Sharon Stone) con film squallidi solo per raccattare soldi al botteghino, facendo oltretutto rimpiangere le opere originali.

Ma da dov’è che eravamo partiti…?
Ah già, RoboCop.

robocop vecchio e nuovo

Nero? Lo avete fatto… NERO?!

L’originale era caratterizzato fondamentalmente da tre cose: violenza, ironia e introspezione.

Qui ve le potete scordare.

La violenza, che nel primo episodio era volutamente esagerata, sopra le righe e caratterizzata da un numero impressionante di fiotti di sangue, qui è molto (troppo) standard, essendo paragonabile a quella di un qualsiasi film d’azione.
Le persone muoiono come potrebbero trapassare in un videogame PEGI 16 e ciò va ad inficiare il realismo e l’estrema crudezza della pellicola, che ne risulta quindi rabbonita.

Se la violenza è presente, ma in dosi e caratteristiche visive di minore impatto, gli altri due elementi sono semplicemente inesistenti.
Male, perché l’ironia assente e la caratterizzazione dei personaggi banale e didascalica tolgono quel minimo di profondità che un film di questo genere dovrebbe avere, conferendogli quindi lo spessore del domopak.

Il regista José Padilha (quello dei due Tropa de Elite, del 2007 e 2010 sulle favelas di Rio) non riesce a dare uno stile visivo chiaro al film, penalizzato anche da una non eccelsa fotografia di Lula Carvalho.
In particolare le scene d’azione sono girate in modo confuso, con un uso spropositato e quasi fastidioso dei muzzle flashes (gli effetti luminosi degli spari) uniti ad un montaggio che rende difficile la comprensione delle scene stesse allo spettatore.

Dead Man Downancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Joel Kinnaman

E gli attori? Il protagonista Joel Kinnaman non è molto espressivo, ma il suo ruolo non lo richiede quindi gliela si può far passare. Un elemento che nei film mi fa sempre molta tristezza è però un altro, ossia i grandi attori sprecati, come qui Gary Oldman, Michael Keaton e Samuel L. Jackson (o anche Commissario Gordon, Batman vecchio e Nick Fury, se siete più terra terra).
L’ex Dracula Oldman ha un personaggio a cui è dato uno spazio veramente eccessivo, Keaton non aggiunge molto ai soliti tycoon cattivoni e Jackson, visto recentemente in Django Unchainedè protagonista di intermezzi non solo inutili ai fini della trama, ma che rallentano anche il ritmo del film con la stessa grazia con cui un’automobile è rallentata da un muro di cemento.

In soldoni ci si chiede se fosse davvero necessario riportare sul grande schermo la versione grossa e cazzuta del robot Emiglio.

Secondo me no.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Blade Runner (1982), RoboCop – Il futuro della legge (1987) e Atto di forza (1990).

Che poi un poliziotto mezzo robotizzato si era già visto

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