L'amichevole cinefilo di quartiere

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La mummia (2017)

Aridatece Boris Karloff.

TRAMA: Un gruppo di archeologi e militari inviato nel deserto nordafricano profana una tomba millenaria, risvegliando la creatura sepolta al suo interno, la Principessa Ahmanet. Il suo nome è collegato alla dea Caos: destinata a guidare l’Egitto, la giovane reggente venne accecata da poteri oscuri. Tornata in vita, Ahmanet intende servirsi di uno dei membri della spedizione per riacquistare i suoi poteri.

TRAMA – QUELLA VERA:

– Per il cosiddetto “Dark Universe”, un’idea che non meritiamo né di cui abbiamo bisogno che riunirà tutti i mostri classici attraverso questo ed altri film, è stato creato un logo che riprende in maniera pedissequa quello della Universal, casa di produzione di tali pellicole.
Com’è che si dice in arabo “fantasia portami via”?

– Il logo successivo è quello della Perfect World, ossia uno in cui questo film non esiste.

– La morte è una nuova vita, la morte è un passaggio, i neri hanno il ritmo nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei.

– “Inghilterra – 1127”, minuto 1 ed abbiamo già un’accoppiata continente-periodo storico alla cazzo di cane, ottimo!

– “Inghilterra – Oggi”: vedi sopra.

– Gli scavi per la costruzione di una nuova metropolitana a Londra vengono interrotti a causa della scoperta di una tomba.
Indiana Jones 5 – La vendetta della Metro C.

– Niente conferisce gravità drammatica ad una scena quanto Russell Crowe con il fisico del Mago Oronzo che blatera una fila di puttanate sul rapporto tra passato e presente.

– Interminabile spiegone di Luca Ward sulla principessa egiziana.
OVVIAMENTE bellissima, OVVIAMENTE scaltra, OVVIAMENTE spietata, lo prende OVVIAMENTE in quel posto a causa della successione agnatica:
Sei figlio di un sovrano? Meglio avere un pene.

– Cliché del patto con un demone/mostro/entità maligna che rende a sua volta dei mostri.

– Cliché del demone/mostro/entità maligna che ha bisogno di un mortale come veicolo per portare morte e distruzione sul mondo.

– Sofia Boutella in versione cosplay di Frodo post-Shelob.

– Hai un demone di cui ti vuoi liberare? Ficcalo nelle profondità della terra.
Tipo le scorie nucleari.

– “Iraq”. Già più vicino, ma ancora continente sbagliato.

– Tom Cruise vestito come un Jawa prima taglia la borraccia d’acqua al suo amico, poi lo ficca in uno scontro a fuoco tra i vicoli del villaggio di vattelapesca. Lo avvisa inoltre di una granata DOPO averla lanciata, si incazza con lui per aver chiesto un attacco aereo di copertura e lo illude di star pensando ad un piano per poi uscirsene con “sto pensando che forse moriamo”.
IL NOSTRO EROE, SIGNORE E SIGNORI.

– Furto, sciacallaggio, ricettazione… porca puttana, persino Jack Sparrow ha più dignità di ‘sto tizio!

– Aridatece Brendan Fraser.

– Non sono un raffinato egittologo, ma che tale popolo considerasse il mercurio un deterrente contro gli spiriti maligni tanto da farcirci le tombe mi sa, così ad orecchio, di poderosa cazzatona.
Attendo umilmente eventuali smentite.

– Due lampade di merda e la tomba egizia è illuminata come San Siro la sera del derby.

– Cliché del “subire la cosa X è un destino peggiore della morte”.

– Tom Cruise arrapato da una tizia vecchia cinquemila anni. Se esiste una categoria pornografica al riguardo, preferisco non saperlo.

– Tantissimi uccelli sono attratti dalla mummia. Capisco che Sofia Boutella sia una bella ragazza, ma così mi pare esagerato.

– L’amico di Cruise dopo essere stato morso da un ragno presenta febbre, deliri e colorito terreo.
Tipo me durante la visione del film.

– Credevo che la scena in cui l’aereo di ‘sti quattro cialtroni viene abbattuto dallo stormo di corvi sembrasse girata male e montata peggio a causa della restrizione del trailer.
Invece no, è proprio fatta coi piedi.

– Altro spiegone sulla trama, a ‘sto punto mi compravo l’audiolibro.

– “Penso che abbiamo fatto adirare gli dei”. Realizzando questo film poco ma sicuro.

– Cruise ha visioni del suo amico morto tipo la versione discount di Un lupo mannaro americano a Londra. 
Non male, soprattutto considerando che quella era una pellicola con venature comico-grottesche mentre questa dovrebbe essere drammatica.

– “Tu sei maledetto”. Vedi cosa succede ad abbracciare Scientology?

– Uno dei difetti principali di questa ignobile pila di letame fumante è di essere piena di momenti pseudo-comici troppo imbecilli per essere divertenti e troppo mal fatti per sembrare intenzionali.
Quando a metà della sua durata il film non ha ancora deciso il proprio tono è abbastanza preoccupante.

– Aridatece Arnold Vosloo.

– Cliché della fanciulla pesante 50 chili vestita invernale che resiste tranquillamente ad una lunghissima serie di urti in grado di sbriciolare le ossa a un’alce.

– Cliché dell’antagonista che raggiunge i protagonisti distanti chilometri semplicemente camminando.

– Questo film ha la stessa fisica dei Looney Tunes.

– Spiegone di Russell Crowe che BASTA, PER CARITÀ DI DIO.

– Adoro come gli sceneggiatori di questa fiera dell’idiozia chiamino un personaggio “DOTTOR HENRY JEKYLL” e si comportino come se gli spettatori non conoscessero UNO DEI PERSONAGGI PIÙ FAMOSI NELLA STORIA DELLA LETTERATURA.

– Benvenuti nel Prodigium, un luogo dal nome latino perché siamo dei poveri ignoranti convinti che un appellativo nella lingua morta per eccellenza renda intelligente ciò che non lo sarebbe nemmeno in un remoto universo alternativo.

– “Il nostro lavoro è distruggere il Male”. È appena uscito Transformers 5, se vi interessa.

– Al prossimo ennesimo flashback della stessa solita scena vomito.

– Dopo il lottatore di wrestling di Van Helsing, l’incrocio tra Quasimodo ed André The Giant de La leggenda degli uomini straordinari, John Malkovich in Mary Reilly e il disgraziato scienziato di Mary Shelley’s Frankenhole, sono curioso di vedere come avranno reso qui il temibile Edward Hyde.

Il temibile Edward Hyde è Russell Crowe con pupille e pelle di colore diverso.

Ottimo.

– Qualcuno informi Hollywood che i vetri rotti sono molto taglienti, non hanno la consistenza vaporosa dello zucchero a velo.

– Cliché di Tom Cruise che corre.

– Signore e signori, hanno osato farlo: DEUS EX MACHINA DEL MORTO.
Siete senza vergogna.

– Proteggersi chiudendo una porta funziona con gli alieni di Signs, non con un’entità malefica millenaria.
Essere più furbi di Shyamalan non vi rende comunque un film migliore.

– Cliché della capacità di respirazione sott’acqua sovrumana.

– Cruise che ammazza la gente baciandola tipo Poison Ivy.

– Cruise che resuscita la gente urlando “Svegliaaaaa1!1!1!” tipo i complottisti su internet.

– Ennesimo sproloquio para-filosofico sul bene, sul male e sulla sete di soldi a Hollywood.

Che filmaccio imbarazzante.

Noah

noah-locandina“Allora Dio disse a Noè: “E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. […]””
Genesi 6, 13.

TRAMA: Noè ha delle visioni di un diluvio apocalittico, e prende misure per proteggere la sua famiglia e le varie specie animali dal flagello che sta per arrivare.

RECENSIONE: Mettiamo le cose in chiaro.

Esistono casi in cui nonostante si guardi un film avendo aspettative scarse, la sua inaspettata qualità fa ricredere lo spettatore pessimista.

Non è questo il caso.

Noah è una boiatona immane.

Questo film, scritto e diretto da Darren Aronofsky, è infatti un’accozzaglia di scempiaggini: due ore e passa di ridicolo involontario quasi perenne in cui la serietà dei temi e degli attori mette ancora più in risalto le falle della trama, fin troppo arricchita rispetto a quella originale biblica con invenzioni assurde e troppo sopra le righe.

Non sarò infatti un esperto del Libro dei Libri, ma la storia di Noè la so (come il 99% delle persone, del resto) e un sacco di cose che si vedono nel film sinceramente non me le ricordavo.
E “non me le ricordavo” non per un mio principio di Alzheimer incombente, ma perché tali inserimenti sono degli aborti campati per aria con cui Aronofsky allunga il brodo fino ai già accennati 135 minuti.

Se nella prima parte si pigia l’acceleratore sul fantasy, con mostri (???) e magie (pardon “miracoli”) buttati lì a casaccio, nella seconda si esasperano gli psicodrammi familiari, utilizzando il bignami della psicologia come fosse la Bibbia (appunto), a cui attenersi pari pari senza aggiungere un minimo necessario di profondità.
Agli spazi aperti della speranza e della voglia di costruire materialmente (un’arca) e moralmente (un futuro per la propria specie) seguono quindi quelli chiusi dell’imbarcazione, in cui a farla da padrona è un’introspezione eccessivamente drammaticizzata.
Questa successione, essendo fatta malamente, diventa quindi troppo didascalica e facilona.

Un’ulteriore pecca della pellicola è la scelta da parte di Aronofsky di ricorrere in fase di regia ad un uso fin troppo massiccio della computer grafica. Potrebbe essere apprezzabile non voler utilizzare animali veri per non sottoporli allo stress del set, ma non vedere reali manco du’ capre ha come risultato quello di aumentare l’artificiosità di un’opera che come le precedenti di questo regista rischia di ridursi ad uno sterile esercizio di stile.

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La fotografia di Matthew Libatique (fedelissimo di Aronofsky) non è neanche tanto male in sé, ma ha il difetto di essere contagiata dalla già citata piattezza della pellicola: i passaggi dai grigi del segmento iniziale ai colori vivaci della prima metà, ai blu del Diluvio e ai bui dell’interno dell’Arca costituiscono un susseguirsi troppo meccanico per dimostrare personalità e stile.

Noè, la cui storia è la terza raccontata nella Genesi (dal capitolo 6,9 al 9,19 per l’esattezza) dopo quelle della Creazione e di Caino e Abele, diventa nella versione sotto acidi di Aronofsky una specie di capitano Achab pre-Melville, per cui il gravoso e importante compito diventa una cieca ossessione.
Niente capodogli per Russell Crowe, ma un’esaltazione abbastanza immotivata e rasente la pazzia, con il fardello della sopravvivenza ad una catastrofe che diventa più una causa di preoccupante spostamento mentale che un peso che porti empatia dal pubblico.

E non far provare empatia per il personaggio principale è un difetto leggerissimamente grave.

noah-scena

Il supporting cast è poca roba.

O meglio, ci sono i premi Oscar Jennifer Connelly e Anthony Hopkins (cosa che mette una tristezza infinita), ma i loro ruoli sono troppo poco sviluppati per essere degni di nota.
L’unico appunto che si può fare  e che nella Bibbia i personaggi femminili non hanno granché spazio e sono quasi tutte donnacce a parte Debora e poche altre, per cui anche espandendo il ruolo della Connelly non si poteva pretendere molto di più.

Un altro elemento secondo me degno di menzione è la decisione di far “parlare” Dio attraverso immagini oniriche e non con le parole.

Evitati quindi i dialoghi tra la divinità e gli uomini, che nella Bibbia si possono sintetizzare in:

“Tizio, sono il Signore Dio tuo, devi fare questa cosa.”
“Perché?”
“Tu fidati.”

God-thumbs-up

Per concludere, brevi appunti per i produttori americani:

-Dopo decenni volete tornare al film biblico, genere che tanto successo ha avuto in passato?
È un’idea stupida: innanzitutto perché nel corso dei decenni i gusti del pubblico cambiano, e poi perché il concetto di kolossal come era concepito negli anni ’50 non è paragonabile alle grandi produzioni moderne, in cui i computer e gli effetti speciali hanno in gran parte sostituito quel lavoro “artigianale” e “materiale” che sbalordiva gli spettatori.

-Non si cerca di seguire la storia pari pari ma si fanno modifiche sostanziali perché il testo originale è troppo esile e sintetico?
È un’idea stupida: con la religione ogni minima modifica scatena polemiche. Esse da un lato attirano pubblico in sala, ma dall’altro te ne fanno perdere nei Paesi in cui i religiosi sono, diciamo, “poco aperti alle innovazioni” e non permettono la distribuzione del film nelle sale (nello specifico di Noah ciao ciao agli introiti da Pakistan, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Indonesia).

-Si usano attori occidentali famosi cercando il botto di incassi sul mercato americano?
È un’idea stupida: i gusti del popolo yankee si basano sulla spettacolarizzazione esasperata e a casaccio (coff coff Il gladiatore coff coff), e rendere spettacolare un testo religioso consiste giocoforza nello snaturarlo, portando sugli schermi delle cazzate.

Tipo questa.

P.S. Piuttosto incomprensibile la scelta italiana di mantenere il titolo del film in inglese quando all’interno della pellicola il personaggio viene chiamato “Noè”.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I dieci comandamenti (versione del 1923 muta, versione del 1956) entrambi di Cecil B. DeMille e La Bibbia (1966) di John Huston.

L’uomo d’acciaio

È un uccello? È un aereo? No, è una recensione!

TRAMA: Scampato alla distruzione di Krypton, suo pianeta natale, un bambino cresce sulla Terra adottato da una coppia di agricoltori.
Scoperti i suoi straordinari poteri e divenuto adulto, dovrà affrontare un vecchio nemico di suo padre.

RECENSIONE: Riassumendo:
– Basato su Superman, personaggio della DC Comics (mamma anche di Batman, Flash, Wonder Woman e altri tizi improbabili con le tutine attillate) nato dalla penna di Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1932.
– Diretto da Zack Snyder (suoi il tanto divertente quanto ignorante 300, il prolisso Watchmen e il “figa e legnate” Sucker Punch).
– Sceneggiatura dello stesso Snyder con David S. Goyer, scrittore di tutti i Blade e di Batman Begins.
– Produce Christopher “Ho-resuscitato-Batman-dopo-quell’aborto-di-Batman & Robinerigetemi-una-statua” Nolan, autore anche del soggetto insieme al già citato Goyer.

Bene, usando un lessico ricercato e pregno di contenuti tecnici, questo film è una delle più colossali boiate che occhio umano possa incrociare. Una pellicola realizzata veramente male sotto molti aspetti, alcuni dei quali addirittura elementari, che affoga le pochissime cose buone in un mare di ridicolo involontario e scempiaggini tecniche.

Partiamo dalla regia. Snyder evidentemente ha perso il suo tocco dopo il trasferimento al Galatasaray, perché ciò che si salvava (almeno esteticamente) nelle sue opere prima citate qui non si trova, con scelte di ripresa senza un senso compiuto e con sequenze da far impallidire un viso pallido.
La parte iniziale ambientata su Krypton è in particolare uno dei segmenti narrativi più campati per aria che potessero mostrare, e come se non bastasse è impreziosita da riprese che paiono realizzate con una fastidiosa ed inutile telecamera a mano. Probabilmente stava per arrivare sul set un tirannosauro, perché l’effetto traballante si nota molto, e ciò è dannoso per il film, facendolo scadere nel ridicolo già dopo i primi minuti.

Dato che chi ben comincia è a metà dell’opera Hack-a-Zack continua a deliziare il pubblico con flashback sparati contro lo spettatore completamente (e sottolineo COMPLETAMENTE) a caso, anch’essi senza un senso logico e tra l’altro non cronologici.
La regola numero 1 del cinema stabilisce che tu possa mostrare tutto ciò che vuoi, a patto però che ciò che mostri abbia un minimo di senso compiuto. E ne L’uomo d’acciaio sono dolori.
Non si salvano neppure le scene di combattimento, che di solito forniscono il salvagente-paperella anche al peggior film immaginabile, perché qui sono di una lunghezza esagerata e sfiancante, essenzialmente costituite da scazzottate più o meno elaborate e con, dulcis in fundo, una ripetitività che sfiora il replay.

In questo lago di letame il peggio del peggio è lo stupro anale che viene perpetrato da questi criminali della settima arte nei confronti di uno degli avvenimenti più importanti per la formazione del giovane Superman.
Per non fare spoiler non posso dire di cosa si tratti nello specifico e in che modo viene consumato il delitto artistico, ma penso che anche impegnandosi non avrebbero potuto renderla così tanto insensata e ridicola.

La scena sembra un incrocio tra Il mago di OzThe Day After Tomorrow.

Pensate di aver capito quanto questa cosa faccia schifo? Non ci siete neanche vicini.

In un obbrobrio del genere, sugli attori non c’è da dire molto.
Henry Cavill è un Superman diverso da quello interpretato da Christopher Reeve (1978, 1980, 1983, 1987), più tormentato e riflessivo. Esteticamente è bene nella parte, ma questa ciofeca se la gioca con il raccapricciante Superman Returns del 2006, per cui il rischio che si BrandonRouthizzi è alto.
La coppia dei padri Russell Crowe – Kevin Costner è penalizzata tantissimo dalla scarsa qualità del film, che non riescono a sollevare ma anzi sono vettori di ulteriore affossamento.
Michael Shannon non è il Terence Stamp di Superman II (ma proprio no, qui sembra un incrocio tra Roberto D’Agostino e Pippo Pancaro) e alla fine della fiera il suo Zod risulta piuttosto anonimo. Probabilmente per dare un giudizio più affidabile avremmo dovuto vederli in un film almeno sufficiente.

Paragrafo Lois Lane: opinione personale, ma a me come personaggio non è mai piaciuto.
L’ho sempre vista come una che teoricamente dovrebbe essere forte, determinata e indipendente ma che in pratica è l’enorme stereotipo della donzella da salvare, perennemente in pericolo senza l’intervento risolutivo dell’alieno con la S sul torace.
Ad interpretarla c’è Amy Adams, statunitense cresciuta a baccalà e polenta, gran brava attrice e gran bella donna che paga però il fatto di non azzeccarci nulla con il personaggio.
La penalizza inoltre la scelta del film di mostrare in maniera esagerata quanto Lois sia cazzuta: tra le altre cose dialoghi sopra le righe con un colonnello, scotch buttati giù a goccia e intraprendenza che sfiora l’autodistruzione contribuiscono a fare di lei non la protagonista femminile, ma una irritante e inverosimile macchietta.

In tre parole? Un film inguardabile.

CURIOSITÀ:

Per Amy Adams questo non è il primo incontro con Superman: nel 2001 infatti comparve nel settimo episodio della prima stagione di Smallville, serie tv che racconta l’adolescenza di Clark Kent.

E in confronto a questo film pure Dawson’s Creek con i superpoteri ha il suo perché.

L’uomo con i pugni di ferro

Ha i pugni nelle mani.

TRAMA: Nella Cina feudale un fabbro americano produce armi per il suo piccolo villaggio; gli eventi però lo costringeranno a difendersi da un incombente pericolo. Ad aiutarlo ci saranno un maestro di kung-fu e uno straniero inglese abile con il coltello.

RECENSIONE: Sponsorizzato da quel mattacchione di Quentin Tarantino, esploso con Le iene e reduce dal successo di pubblico e critica di Django Unchained (416 milioni di dollari di incasso nel mondo, due Oscar vinti), questo film è un arabesco visivo colorato e ignorante, piacevole per gli occhi e all’insegna del disimpegno più totale.

Tra belle fanciulle asiatiche discinte, hip hop stile yowozzapmen? e wuxiapian (cappa e spada in salsa di soia) lo spettatore passa un’ora e mezza leggera e veloce, godendosi combattimenti ben realizzati, un senso della fisica che farebbe rivoltare Newton nella tomba e una sceneggiatura basilare al massimo che serve solo a presentare i vari personaggi e i loro scontri.

Alla regia debutta RZA, che non è una nuova tassa bensì il nome d’arte del rapper Robert Diggs, che aveva fornito a Tarantino diverse canzoni per la soundtrack dei due Kill Bill e dello stesso Django.

In questo film RZA è anche protagonista e sceneggiatore con Eli Roth, quest’ultimo altro compagnone di Tarantino e regista dei due Hostel, pellicole di fattura modestissima la prima e inguardabile la seconda basate sulla pornografia della violenza, che hanno purtroppo contribuito a degradare il rinomato genere horror in filmetti da un’ora e mezza senza arte né parte basati su carneficine tutte uguali.

Come già detto lo script ricalca vari topos come l’amore, la vendetta e l’avidità, tutti trattati in modo diretto e senza tanti fronzoli; dato che L’uomo con i pugni di ferro non è decisamente un film che si va a vedere per la sceneggiatura, questo aspetto è marginale.

A ciò si aggiunge la scelta di indicare la maggior parte dei personaggi con nomi di animali o con professioni: ad esempio i clan sono Lions, Wolves, Tigers eccetera, e il protagonista si chiama Blacksmith, con rimando alle pellicole classiche western dove i personaggi venivano identificati con ciò che facevano, come ad esempio l’Armonica del grandissimo C’era una volta il West

Per quanto riguarda gli attori c’è da dire che il rapper factotum è coadiuvato comunque da un discreto cast, per la gran parte asiatico, in cui spiccano per popolarità due volti notissimi. Il primo è il pingue Russell Crowe, ex Javert ne Les Misérables e prossimo Jor-El ne L’uomo d’acciaio, che si avvia a grandi balzi verso l’obesità e interpreta un personaggio assolutamente sopra le righe e molto carismatico, fornendo spesso spunti comici alla pellicola. La seconda è Lucy Liu, vista in Detachment- Il distaccoche riprende un ruolo simile a quello che aveva in Kill Bill e che porta a casa dignitosamente la pagnotta. 

Buon senso estetico per il sangue e le lotte, spiccano in positivo i curati costumi di Thomas Chong, che aumentano l’estetica del film.

Il protagonista è doppiato da Pino Insegno e Luca Ward come al solito dà la sua calda voce da radio notturna a Russel Crowe; nel film compare in un piccolo ruolo anche il wrestler Batista, riconoscibile perché è l’unico del cast ad avere delle braccia grosse come due mucche.

Girato interamente a Shangai con un budget di 20 milioni di dollari.

Les Misérables

Gran bel film, parbleu!

TRAMA: Jean Valjean è un uomo onesto ridotto in miseria. Costretto a rubare per sfamare la sorella viene imprigionato, ma evade e cerca vendetta.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, a sua volta adattato per un musical di Broadway, il film è diretto da Tom Hooper, che fece jackpot agli Oscar del 2011 vincendone quattro (film, regia, Colin Firth come attore protagonista e sceneggiatura originale).
A questa pellicola otto nomination con il ritorno di un musical nella categoria “miglior film” a dieci anni di distanza da Chicago, eletto immeritatamente vincitore al posto di Gangs of New York di Scorsese o Il pianista di Polanski da un’Academy al momento della votazione probabilmente con lo stesso tasso alcolico di una riunione di alpini.

Per quanto riguarda la realizzazione, essendo il film facente parte di un genere piuttosto dispendioso la Working Title Films, casa di produzione, si è parata il posteriore stanziando un budget di 61 milioni di dollari: fortunatamente le palanche non sono finite tutte nei cachet degli attori, come succede in filmacci tipo Twilight, dove i personaggi corrono con gli stessi effetti speciali della prima serie di Smallville (datata 2001) e i lupi mannari sono disegnati con Paint, ma si è dato il giusto peso alle scenografie.
Esse infatti sono sempre molto ricche, sia come presenza di oggetti materiali sia come intensità emotiva, cosa che deve sempre essere presente in un film dove si comunica attraverso le canzoni; questo dà un alone di magnificenza che contribuisce a rendere il tutto molto elegante e allo stesso tempo complesso.

Le canzoni in generale sono toccanti e fanno sì che lo spettatore si immedesimi ai personaggi, portando lo spirito teatrale nella sala cinematografica e rendendolo un film di uomini, non un semplice spettacolo di marionette; per quanto riguarda le ugole se la cavano bene in particolare sia Hugh Jackman, nei panni di un tosto e dolente Jean Valjean, sia Anne Hathaway come sciupata Fantine, probabilmente il personaggio più disgraziato e allo stesso tempo empatico del film.
Un po’ di fatica in più per Russell Crowe, che rende l’ossessione per Valjean talvolta troppo marcata, dando in certi punti l’impressione di avere a che fare con una versione seriosa e francese di Zenigata, l’arcinemico di Lupin III. Sguaiati e pittoreschi, per usare un eufemismo, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, che indubbiamente si saranno divertiti interpretando i coniugi Thénardier e che tornano assieme in un musical dopo Sweeney Todd.

Un gran bel film sia come realizzazione che come interpretazione; per i non amanti del musical potrebbe essere irritante vedere Wolverine e Massimo Decimo Meridio in versione canterina, ma sempre meglio di come si è ridotto Zorro (“Èco Rossita le mie ffète bìsscotàte”).

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