L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘criminali’

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Pillole di cinema – Focus – Niente è come sembra

focusLa mano è più veloce dell’occhio, l’occhio è più veloce della mente, la mente è più veloce del… no, mi sono perso.

TRAMA: Un esperto maestro nella truffa si ritrova ad insegnare i trucchi del mestiere ad un’aspirante criminale. Il rapporto tra maestro ed allieva si complicherà diventando sempre più intimo…

Pregi:

È comunque migliore di After Earth: Ok, chiariamoci: esordire affermando che una pellicola abbia come punto di forza l’essere migliore di una porcheria invereconda magari può sembrare scontato; considerato però che il buon Smith avrebbe potuto benissimo continuare a piantare chiodi sul coperchio della bara della sua carriera dopo quella pataccata fatta per promuovere il figlio, tirare fuori dal cilindro un film decente mi sento di considerarlo un “+”.

Margot Robbie: una delle principali cause per cui The Wolf of Wall Street sia ricordato solo per gnocca e droga (nel caso specifico, la prima delle due) è qui perfetta come femme fatale bellona.
Non sarà magari dotata di un’espressività facciale particolarmente variegata (perifrasi per dire che ha tre espressioni), ma avete mai sentito il detto “avere un corpo che parla”?

Ecco.

Lei ha DAVVERO un corpo che parla.

Per un interprete (in ambito femminile, soprattutto) è importante saper usare la propria fisicità, e lei ci riesce piuttosto bene.
Personalmente sono molto curioso di vederla nel futuro Suicide Squad, film previsto per il 2016 dove interpreterà la famosa villain dei fumetti Harley Quinn (tra l’altro ancora al fianco di Will Smith, che vestirà i panni di un altro criminale, Deadshot).

Fotografia: Molto vivace e dando ampio risalto ai colori, ricorda un po’ quella di Soderbergh nella serie Ocean.
Tale scelta esalta la bellezza del lusso, creando una dimensione aurea ed immacolata in cui sprezzanti truffatori cercano di ingannare ricconi affettati ed opulenti.

Difetti:

Abbastanza prevedibile: nonostante come sottotitolo italiano abbia “Nulla è come sembra”, molti elementi di questo film sono esattamente come sembrano. O, per dirla meglio, nonostante le truffe e i raggiri generino superficialmente un piccolo intorbidamento delle acque, tirando le somme non vi sono grandi scossoni di sceneggiatura.

Il secondo terzo di film: dividendo idealmente la pellicola in tre parti, la “B” è di una lentezza e pesantezza narrative piuttosto evidenti. Tale difetto non è di poco conto, dato che essendo truffe e raggiri l’argomento principale bisognerebbe tenere lo spettatore più sulla corda.

Regia con pochi guizzi: alcune piccole scintille ci sono, ma l’impressione a visione terminata è che se Ficarra e Requa avessero osato un pochino di più il film ne avrebbe giovato e non poco, facendolo emergere maggiormente dalla massa.

Consigliato o no? Avete presente quando un calciatore nella media è titolare fisso in una squadra blasonata, e ogni tanto salta fuori il discorso del “per gli standard di adesso non è male, ma quindici anni fa avrebbe scaldato la tribuna”?
Stessa cosa applicata al cinema: Focus non è un’opera mal fatta, ma in un’epoca più rosea e meno strangolata da sequel, prequel, reboot e remake (cosa di cui ho parlato anche nell’ultimo articolo) credo non avrebbe avuto il medesimo appeal.

RoboCop

robocopVivo o morto, tu leggerai questa recensione.

TRAMA: Detroit, 2028. Dopo essere stato gravemente ferito, un agente delle forze dell’ordine viene trasformato da una multinazionale nel settore tecnologico in un super poliziotto mezzo uomo e mezzo macchina.
Remake e reboot di RoboCop – Il futuro della legge di Paul Verhoeven (1987)

RECENSIONE:
Domande che teoricamente questo film dovrebbe far nascere:
-Fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere le nostre strade?
-È eticamente giusto disumanizzare una persona, pur se per fini superiori?
-Nel futuro prossimo, quale sarà il rapporto tra la macchina in quanto mezzo e l’uomo come suo fruitore e controllore?

Domanda che effettivamente questo film fa nascere:
-Cosa ha fatto di male Verhoeven per meritarsi un altro sputtanamento di un suo film dopo Basic Instinct 2 (2006) e Total Recall – Atto di forza (2012)?

Premessa: Paul Verhoeven non è un regista che amo particolarmente, anzi probabilmente gli unici suoi due film che apprezzo sono proprio RoboCop Atto di forza (1990, famoso per avere la donna con tre seni e il mitico Schwarzy che “portava il culo su Marte”).
Per citare alcuni suoi lavori, in Basic Instinct (1992) se si toglie la splendida e torrida Sharon Stone che tirava più di un carro di buoi in discesa e un Michael Douglas sopra la media o poco più non rimane molto; Showgirls (1995) è un filmaccio in cui si vedono più seconde di seno al vento che recitazione; Starship Troopers (1997) L’uomo senza ombra (2000) penso che nonostante le buone premesse avrebbero potuto essere migliori.

Pur quindi non amando troppo questo regista olandese mi chiedo quale sia il senso di riesumare dopo decenni alcune sue creature (il poliziotto meccanizzato, l’operaio in realtà leader della ribellione e la patata di Sharon Stone) con film squallidi solo per raccattare soldi al botteghino, facendo oltretutto rimpiangere le opere originali.

Ma da dov’è che eravamo partiti…?
Ah già, RoboCop.

robocop vecchio e nuovo

Nero? Lo avete fatto… NERO?!

L’originale era caratterizzato fondamentalmente da tre cose: violenza, ironia e introspezione.

Qui ve le potete scordare.

La violenza, che nel primo episodio era volutamente esagerata, sopra le righe e caratterizzata da un numero impressionante di fiotti di sangue, qui è molto (troppo) standard, essendo paragonabile a quella di un qualsiasi film d’azione.
Le persone muoiono come potrebbero trapassare in un videogame PEGI 16 e ciò va ad inficiare il realismo e l’estrema crudezza della pellicola, che ne risulta quindi rabbonita.

Se la violenza è presente, ma in dosi e caratteristiche visive di minore impatto, gli altri due elementi sono semplicemente inesistenti.
Male, perché l’ironia assente e la caratterizzazione dei personaggi banale e didascalica tolgono quel minimo di profondità che un film di questo genere dovrebbe avere, conferendogli quindi lo spessore del domopak.

Il regista José Padilha (quello dei due Tropa de Elite, del 2007 e 2010 sulle favelas di Rio) non riesce a dare uno stile visivo chiaro al film, penalizzato anche da una non eccelsa fotografia di Lula Carvalho.
In particolare le scene d’azione sono girate in modo confuso, con un uso spropositato e quasi fastidioso dei muzzle flashes (gli effetti luminosi degli spari) uniti ad un montaggio che rende difficile la comprensione delle scene stesse allo spettatore.

Dead Man Downancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Joel Kinnaman

E gli attori? Il protagonista Joel Kinnaman non è molto espressivo, ma il suo ruolo non lo richiede quindi gliela si può far passare. Un elemento che nei film mi fa sempre molta tristezza è però un altro, ossia i grandi attori sprecati, come qui Gary Oldman, Michael Keaton e Samuel L. Jackson (o anche Commissario Gordon, Batman vecchio e Nick Fury, se siete più terra terra).
L’ex Dracula Oldman ha un personaggio a cui è dato uno spazio veramente eccessivo, Keaton non aggiunge molto ai soliti tycoon cattivoni e Jackson, visto recentemente in Django Unchainedè protagonista di intermezzi non solo inutili ai fini della trama, ma che rallentano anche il ritmo del film con la stessa grazia con cui un’automobile è rallentata da un muro di cemento.

In soldoni ci si chiede se fosse davvero necessario riportare sul grande schermo la versione grossa e cazzuta del robot Emiglio.

Secondo me no.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Blade Runner (1982), RoboCop – Il futuro della legge (1987) e Atto di forza (1990).

Che poi un poliziotto mezzo robotizzato si era già visto

Cose nostre – Malavita

cose-nostre-malavitaCazzo.

TRAMA: Giovanni Manzoni è un ex gangster mafioso che si è pentito e ha testimoniato contro i suoi capi; per questo motivo lui e la sua famiglia vivono sotto copertura grazie al programma di protezione testimoni dell’FBI. Trasferitisi in Normandia cercheranno di svolgere una vita tranquilla e normale…

RECENSIONE: Adattamento cinematografico del romanzo Malavita del francese Tonino Benacquista, il film è diretto, scritto e prodotto da Luc Besson, che quando non perde tempo a dirigere pellicole tratte dai suoi stessi libri (!) dimostra di essere un buon cineasta.

Accantonato infatti Arthur e il popolo di ‘sta ceppa, Besson porta sullo schermo un atto d’amore nei confronti delle pellicole gangsteristiche anni ’70, ’80 e ’90 con alla base italoamericani fumantini, nuclei familiari numerosi e tanti interessi illeciti da difendere. Gli omaggi sono evidenti ma il regista francese aggiunge un tocco d’estetica personale che non rende Cose nostre – Malavita solo un pallido facsimile ma un’opera divertente e frizzante, che scorre liscia come l’olio d’oliva intrattenendo lo spettatore per 110 minuti senza annoiarlo.

L’inchino di fronte a maestri come Scorsese, in particolare in una scena, è permeato dal rispetto nei confronti dei Grandi della settima arte, e per un cinefilo costituisce una vera chicca per gli occhi. L’appassionato ringrazia e si può considerare lo spezzone come la ciliegina sulla torta che continua il leitmotiv del film: prendersi sul serio ma non troppo, riconoscendo che le pellicole che hanno scolpito la storia del cinema sono sempre fonte di ispirazione indipendentemente dal tempo che passa.
Un vero peccato che la tendenza degli anni Duemila sia di buttare tutto ciò che è passato cercando una continua fonte di novità, la quale non potrebbe però sussistere senza le fondamenta date da indovinate cosa? Sì, proprio dal passato.

Vergognatevi.

La sceneggiatura riesce ad unire l’atmosfera malavitosa con quella intima del focolare, rimanendo relativamente classica ma senza risultare eccessivamente scontata. Molto presente l’ironia, con tantissime battute e qualche gag ricorrente che portano una piacevole atmosfera di convivialità ai personaggi.

Robert De Niro torna a ciò che più gli compete (basta commedie romantiche e film d’azione ignoranti!) e offre un’interpretazione crepuscolare dotata di una buona dose della già citata ironia. Perfettamente a suo agio nei panni del capofamiglia italoamericano duro ma dal cuore tenero, il neo più famoso del mondo (con Marilyn) aggiunge una pellicola che, insieme a Il lato positivonobilita l’ultima parte della sua carriera, in cui sono purtroppo presenti molti scivoloni.

La dama Michelle Pfeiffer, sempre più affascinante e magnetica, è ottima qui nel ruolo di matrona con gli attributi. La ventisettenne Dianna Agron, ex Glee, penso e temo sia stata presa più per la (notevole) bellezza che per le sue doti recitative ma non è neanche così male come ci si potrebbe aspettare. Tommy Lee Jones è nato per fare il poliziotto cazzuto ed offre un’ottima spalla ai battibecchi in stile vecchietti davanti al cantiere con il nostro Bob.

Molto buona la fotografia di Thierry Arbogast.

Nota per i distributori del Bel paese: tradurre il titolo originale del film The Family ne La Famiglia era chiedere troppo? Sarebbe rimasto comunque un rimando alla doppia dimensione famigliare/mafiosa senza che sembrasse troppo radicato in Italia. O senza che ci fosse un’assonanza con la stupida espressione “mie cose”/”sue cose” che si riferisce a…

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i film “seri” dello stesso genere. Riprendere quindi Coppola e Scorsese, che non fa mai male.

Bling Ring

bling ring“New car, caviar, four star daydream / think I’ll buy me a football team.” Money – Pink Floyd (1973)

TRAMA: Un gruppo di adolescenti di Los Angeles sfrutta i social network per sapere quando sono disabitate le case dei vip, per poi entrarvi e rubare vestiti e accessori.

RECENSIONE: Tratto da un vero fatto di cronaca (la banda di ragazzi californiani operò tra ottobre 2008 e agosto 2009), questo film è diretto, scritto e prodotto da Sofia Coppola.
Nota secondariamente per essere la figlia di Francis “Sei Oscar” Ford e principalmente per essere cugina del Marlon Brando contemporaneo Nicolas Cage, la Coppola conferma in parte il suo calo qualitativo, con un film che nonostante le grandi aspettative (dovute in particolare alla grande quantità di pubblicità) si rivela nella media.

Il problema di Bling Ring è che il suo punto di forza, ossia il tema dei ragazzi senza ideali che hanno come unica aspirazione diventare delle star o atteggiarsi a tali, si tramuta paradossalmente proprio nel suo tallone d’Achille. E questo perché la reazione dello spettatore scafato a ciò che sta vedendo è: “Ma va?!”

Le presunte velleità socio-antropologiche della pellicola, che consisterebbero nel raccontare di una generazione perduta e soggiogata dal materialismo vengono meno per il semplice fatto che questo tema è ormai costantemente presente nella nostra società. La sensazione è che i ragazzi mostrati siano un esempio eccessivo di questa tendenza, ma solamente questo e nulla più. Il film quindi non scuote le coscienze e non fa prendere atto allo spettatore (indipendentemente dall’età) di un problema, perché è la società stessa che fa sembrare normale questo modo di pensare.

Purtroppo moltissimi giovani non hanno più come obiettivo essere una cosiddetta “brava persona”, ma essere i più fighi e ammirati, o persino soddisfare l’infantile volontà del possesso (nel senso vero e proprio del termine) di oggetti o di status. O di persone.
I media di certo non aiutano il soggetto in via di sviluppo psico-emotivo a capire quali aspirazioni siano sane e quali siano sbagliate, e i risultati non sono dei più confortanti.

Il film in generale si rivela quindi un banale esercizio di stile, apprezzabile in quanto tale ma che non può andare molto al di là della sufficienza. In alcuni punti sembra più un documentario naturalistico che un lungometraggio, mostrando animali da giungla metropolitana che cacciano e formano un branco.

Oltre a Emma Watson, che si sta specializzando nel recitare in pellicole scadenti che senza di lei ad attirare la pubblicità incasserebbero molto meno (Noi siamo infinito o il prossimo Noah, spirito di DeMille aiutaci), abbiamo un cast che sarebbe nella media se questo fosse un film horror dove i protagonisti vengono progressivamente ammazzati. Tutti giovani, nessun personaggio particolarmente memorabile, stereotipi a carriole e i soliti genitori assenti e idioti.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Il giardino delle vergini suicide (1999), primo film della Coppola, Guida per riconoscere i tuoi santi (2006) e Alpha Dog (2006), sempre con adolescenti problematici.

7 psicopatici

7 psicopatici“Psycho killer qu’ est-ce que c’est / fa fa fa fa fa fa fa fa fa far better / run run run run run run run away.” Psycho Killer – Talking Heads (1977).

TRAMA: Sette personaggi, uniti da rapporti di lavoro o di amicizia, si muovono intorno alla stesura della sceneggiatura per un film di nome 7 Psicopatici e alla scomparsa di un prezioso cane.

RECENSIONE: Per la regia di Martin McDonagh (qui anche sceneggiatore e produttore), commediografo teatrale e regista sul grande schermo del bello e originale In Bruges (purtroppo passato quasi inosservato nel 2008 causa scarsa pubblicità, macroignoranza del pubblico italiano cinematografico e congiunzione astrale sfavorevole), 7 Psicopatici è un film veramente divertente e originale, con un azzeccato mix di generi e un accentuato tocco di misoginia.

La pellicola ricorda, per quanto riguarda lo stile, i film di Guy Ritchie (Lock & Stock – Pazzi scatenati, Snatch – Lo strappo più i due Sherlock Holmes che non c’entrano un tubo), caratterizzati da una grande attenzione ai personaggi, di solito molti, con intrecci e risvolti originali dati dalla sceneggiatura; questo aspetto è ulteriormente evidenziato dal taglio teatrale dato da McDonagh, che ottiene così un film in cui i personaggi sono il fulcro dell’azione e la scenografia ha la funzione di palcoscenico, rievocando i fasti in cui secoli fa il grande Scuotilancia insegnava cosa vuol dire la parola “drammaturgia”.

Il protagonista di questo pastiche è Colin Farrell (già nel già citato In Bruges), che si riprende dalla ciofeca Total Recall, nel ruolo di uno sceneggiatore catapultato dagli eventi in mezzo a personaggi fuori di testa. Assieme a lui Sam Rockwell (Confessioni di una mente pericolosa, Soffocare, Moon), la leggenda Christopher Walken (doppiato alla grande da Dario Penne) e Woody Harrelson, che come sempre porta a casa la pagnotta e riesce a far ridere con la sola sua presenza, più la partecipazione speciale del cantattore Tom Waits.

Dietro a tutto ciò c’è lo scenografo David Wasco (con Tarantino nei due Kill Bill e in Bastardi senza gloria, con Mann in Collateral) che crea il palco su cui i protagonisti recitano a briglia sciolta.

In una programmazione cinematografica con saghe soap-opera con protagoniste creature gotiche, film d’animazione con protagoniste creature gotiche e film tratti da libri di Margaret Mazzantini, altra creatura gotica (Castellitto per favore divorzia!), questo film è come un fiore nel letame.

Tag Cloud