L'amichevole cinefilo di quartiere

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Power Rangers (2017)

Potere del cristallo del… ah, no, sbagliato serie.

TRAMA: Cinque ragazzi che vivono nell’immaginaria cittadina di Angel Grove vengono scelti dal Destino per diventare i nuovi Power Rangers, invincibili guerrieri mascherati pronti a difendere la Terra dalle forze del Male guidate dalla strega intergalattica Rita Repulsa, in cerca di vendetta per essere stata sconfitta dalla precedente squadra di combattenti.

RECENSIONE: “Power Rangers”, chi erano costoro?

I Power Rangers, personaggi nati nell’omonima serie televisiva del 1993, sono dei tizi che combattono il male vestiti con costumi sgargianti e caratterizzati dall’utilizzo di mosse dalla dubbia serietà estetica.

Ok, questa gag era scontata ma ero in dovere morale di farla, ora basta facezie.

Per quanto io sia consapevole che i produttori di Hollywood venderebbero la propria madre per un buon incasso al botteghino, sinceramente non credevo che volessero raschiare il barile TANTO IN FONDO da recuperare una serie televisiva che, pur famosissima e di enorme successo commerciale (gadget e altro), era piuttosto trash persino per gli esagerati Nineties, decennio in cui misura e sobrietà non erano particolarmente di casa.

E invece eccoci qui, nell’Anno Domini 2017 ad assistere ad una “nuova” versione di questi “fantastici” eroi.

E com’è?

Direi una deboluccia ed inutile porcatina.

Uno dei peggiori difetti di questa pellicola e che, non mi stancherò mai dirlo, costituisce veramente il MALE dei film action, è di avere un’introspezione psicologica sui personaggi veramente DA QUATTRO SOLDI, aggravata ulteriormente dal fatto che, fin dalle prime sequenze che li vedono protagonisti, possiamo notare come i nostri pisquani denotino lo stesso carisma dei manichini dei Grandi Magazzini.

Tali connotazioni da Adolescente problematico 1.0 hanno come unica funzione quella di accentuare il solito solitume dell’ascesa “zero to hero” di questa manica di coglioni, la cui caratterizzazione dovrebbe avvicinarli al pubblico per aiutarlo ad identificarsi in essi.

E quindi, attraverso un segmento iniziale dalla durata ETERNA (un terzo abbondante delle quasi due ore totali) e dalla velocità di crociera pari alla moviola della Domenica Sportiva, via ad uno stereotipo dietro l’altro: dalla star dello sport in declino alla cheerleader reietta, dal nerd semi-autistico, alla lesbica (??) sarcastica all’asiatico tosto, il tutto interpretato da “attori” espressivi come un elenco telefonico.

Ripensandoci, non è difficile essere empatici nei loro confronti.

Se avete la varietà emotiva di una trota salmonata.

O se siete morti dentro.

E un po’ anche fuori.

Le sequenze action non sono imbarazzanti come nella serie tv, (cazzo, almeno le infinite capriole all’indietro e le pose plastiche con tanto di esplosione alle spalle ce le siamo risparmiate) ma risultano comunque scialbe nel loro aderire perfettamente a delle semplici legnate su legnate su legnate inferte a dei mostri che si avviano fieri verso l’inevitabile morte come manichini da crash test, ed indistinguibili uno con l’altro nella loro minionità.

La conseguenza di ciò è duplice:

In primis la parte più noiosa del superhero movie, ossia la scoperta dei poteri da parte del/la ragazzo/a di turno, è entusiasmante come la vernice che si asciuga, non essendoci varietà oltre ai già stravisti “faccio salti lunghissimi”, “rompo le cose senza volerlo perché non mi rendo conto della mia improvvisa forza” et similia.

In secundis quando FINALMENTE cominciano le battaglie sono due palle comunque, perché è tutto calcio, pugno, salto, pugno, calcio, salto con la partecipazione delle ondate e ondate di figli abortiti di Mordiroccia come allegra carne da macello.

A parte qualche piccolissima punta stilistica, la regia è inoltre notevolmente piatta, non riuscendo perciò a rendersi ancora di salvezza almeno visiva in caso di opere con scarsa sceneggiatura (tipo questa, ma ad essere buoni) o con idee di base senza forte appeal.

Fun fact: ascoltato in lingua italiana, mi ha fatto sorridere constatare che i nostri doppiatori sono molto più famosi dei semisconosciuti attori a cui prestano la voce: abbiamo infatti tra gli altri Davide Perino (Elijah Wood, Jesse Eisenberg), Letizia Ciampa (Emma Watson, Emilia Clarke) e Flavio Aquilone (Tom Felton, Zac Efron).

Ah, e Bill Hader è sostituito per uno stranamente sopportabile Alpha 5 da Nanni Baldini.

Pur con un restyling grafico anche piuttosto piacevole e “moderno”, la Rita Repulsa di Elizabeth Banks è un villain assai poco sviluppato, che ha solamente tre funzioni: piatta incarnazione del Male con background narrativo easy easy, nutrimento per il trasformismo della Banks e sfizioso materiale masturbatorio per quattordicenni.

Bryan Cranston come Zordon è un dimenticabilissimo tamerlano che per scelte di trama piuttosto banalotte e/o squallide non riesce ad imprimere la sensazione di potente e saggia guida che connoterebbe il personaggio.

Evidentemente per metterci il faccione lo hanno pagato bene.

Per quanto ovviamente non si potesse pretendere la luna, Power Rangers è un film pessimo e disutile, la cui uscita odierna in un panorama cinematografico dominato dai supereroi fumettistici non ha alcun senso logico, rendendo inevitabile un impietoso confronto.

Adatto esclusivamente ai fan della serie, e poi e poi.

Go go fuori dalle balle.

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Argo

Quando un film ti salva la vita.

TRAMA: Tratto da una storia vera.
Nel corso della rivoluzione islamica di Teheran, il 4 novembre 1979, alcuni militanti fanno irruzione nella sede dell’ambasciata americana prendendo in ostaggio 52 persone; riescono a sfuggire alla cattura solo 6 funzionari, che si rifugiano presso la residenza dell’ambasciatore del Canada.
Per riportarli negli Stati Uniti viene fatto passare il gruppo per membri di una troupe cinematografica canadese, in Iran in cerca di paesaggi da utilizzare come set per un fittizio film di fantascienza intitolato Argo.

RECENSIONE: Film diretto e interpretato, nel ruolo principale dell’agente CIA Tony Mendez, da Ben Affleck, risorto come l’araba fenice dopo una parabola discendente (per non dire verticale) cominciata successivamente alla buona sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle.

Tale crollo in picchiata lo ha portato a interpretare delle porcherie imperdonabili come:

-l’americanata invereconda Armageddon – Giudizio finale, che si gioca con Independence Day l’ambito premio di “Film più imbecille degli ultimi trent’anni”;
-Pearl Harbor, inguardabile mattonata di tre ore con cui Affleck ha vinto un meritatissimo Razzie Award (premio Oscar al contrario);
-la mirabolante accoppiata del 2003 Daredevil – Paycheck, che gli ha fruttato una delle tre nomination totali ai già citati Razzies, aggiungendo anche una nomination a peggior attore degli anni 2000.

Dopo questa abominevole sequela di fischi e fiaschi, improvvisamente il caro Ben ha capito che forse era meglio smettere di rubare lo stipendio e si è riciclato come regista/attore serio, realizzando nel ruolo di director Gone baby gone e The Town, entrambi buoni film.
Questo suo cambiamento, improvviso come Claudia Koll che scopre la fede dopo aver scoperto altro, continua quindi con Argo, che probabilmente vedranno in tre gatti ma che mostra buone cose: due ore di tensione ben tenute, uno stile registico che fonde documentario e pellicola contribuendo al realismo del film (unito a una grande accuratezza visiva per quanto riguarda le scenografie e i costumi di fine anni ‘70) e un gruppo di facce ben scelte, sia tra i personaggi principali sia per quanto riguarda quelli secondari.
Tra i caratteristi di contorno spiccano infatti John Goodman (grandissimo Walter nel fantastico Il grande Lebowski e presente in un ruolo minore pure in The Artist) e il premio Oscar 2007 Alan Arkin (per Little Miss Sunshine) in vesti di spalle comiche, oltre al buon Bryan Cranston, che dove lo metti sta.

Buona fotografia di Rodrigo Prieto (nomination per Brokeback Mountain) sia per quanto riguarda gli ambienti USA, con abbondanza di interni, sia per l’ambito iraniano, con una ben realizzata alternanza tra esterni e spazi chiusi.

Se passasse inosservato sarebbe un peccato.

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