L'amichevole cinefilo di quartiere

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Guardiani della Galassia Vol. 2

«A Riccà, ma mo’ ancora qua stàmo? Ma nun era ‘n’idea demmerda?»

«A Francé, ma che stai a dì?? Cor primo se sémo fatti più de 770 mijoni, mica du’ piotte. T’o ho detto che la ggente è ‘sti film che va a vede, mica li pipponi intellettuali. ‘Nnamo su, che mo’ cor secondo fàmo er botto.»

TRAMA: La squadra di eroici disadattati spaziali guidata da Peter Quill viaggia attraverso la galassia, nel tentativo di scoprire le vere origini di Peter.

RECENSIONE: Due anni dopo il primo capitolo sul gruppo di supereroi Marvel che nessuno aveva mai sentito/apprezzato/cagato di striscio prima dell’uscita del suddetto film ma che improvvisamente tutti adorano perché la mente umana segue vie insondabili, tornano al cinema i Guardiani della Galassia.

Cosa possiamo dire…?

Niente.

No, dai, non facciamo i faceti: con la conferma del cast tecnico ed artistico precedente, Guardiani della Galassia Vol.2 si poggia abbastanza pedissequamente sulle basi del primo episodio tentando di ampliarne l’universo narrativo, aggiungendo quindi nuovi personaggi, nemici, alleati e puntando a maggiore peso introspettivo.

E qual è il risultato?

Sorprendentemente decente.

Nonostante la prima pellicola, e qui mi scuso per il linguaggio probabilmente troppo tecnico per i non cinefili, mi abbia fatto venire la diarrea a coriandoli, ho trovato questo seguito superiore; migliora infatti sia in termini narrativi (qui una parvenza di trama, pur abbozzata, c’è, là le cose succedevano a caso) che per quanto concerne lo sviluppo dei personaggi, i quali essendo già noti allo spettatore non necessitano di lunghe sequenze di presentazione smembra-gonadi.

Una delle ragioni principali del miglioramento qualitativo di questo sequel sta inoltre in uno dei suoi elementi di maggiore spicco, ossia la comicità: se nel Vol. 1 era caratterizzata da una stupidità infantile e francamente fastidiosa alle sinapsi, qui si vira maggiormente verso il più oggettivo nonsense (quasi alla Rat-Man, mi verrebbe da dire) che può quindi incorrere nel favore di più gusti.

Sì, insomma, per apprezzarlo non siete obbligati ad avere 13 anni come età fisica o mentale.

Si nota inoltre da un punto di vista tecnico maggiore cura negli effetti speciali e, soprattutto, nella fotografia, che a differenza del Vol. 1 talvolta dimostratasi poco approfondita, qui sfrutta maggiormente tonalità vivaci di paesaggi ed epidermidi.
Nonostante talvolta i corpi fisici degli attori non si incastrino granché bene con la CGI a causa di fondali un po’ fintacchioni, il lato visivo risulta complessivamente più che dignitoso ed adatto alla bonaria baracconata di grana grossa che è questa pellicola.

Quindi ricapitolando abbiamo: colori sgargianti, sconclusionati personaggi fuori di testa ed esplosioni.

Cosa manca all’elenco di elementi semplici, immediati e gigioni per attirare il pubblico?

Semplice.

Questo aborto qua.

Il genere supereroistico è rivolto ad un pubblico prevalentemente (coff coff quasi esclusivamente coff coff) maschile, e per attirare il gentil sesso l’unica arma dei produttori sono i pettorali/addominali/dorsali ed altri muscoli che finiscono con “ali” di attori che si sono spaccati il culo in palestra per mesi?

Bene, da ora non più: abbiamo l’inserimento del “personaggio carino e cuccioloso”.

Se non fosse che qui è un terrificante bambino/albero con la faccia di Voldemort senza narici, due occhi che ricordano il pozzo di Samara in The Ring e le stesse appendici della baby mano di Deadpool.

Ehm…

Io sono Groot………..?

Nonostante non sia come detto un film disprezzabile, non è nemmeno esente da difetti.

Una pellicola può essere divertente e scanzonata quanto volete, ma due ore e un quarto sono eccessive, sia considerando il plot non propriamente complesso (in fin dei conti molti personaggi sono solo diversivi per la trama) sia perché la comicità richiederebbe tempi più fulminei ed immediati.

Per quanto dimostrino maggiore maturità (minore obiettivamente era difficile) e per quanto possano offrire un diversivo dall’eccessiva somaraggine del contesto, i rapporti morali conflittuali tra i vari personaggi se analizzati con un minimo di attenzione si dimostrano piuttosto classici e didascalici; il risultato è rimanere quindi a metà via tra una profondità che avrebbe portato il film ad un livello qualitativo superiore ed un Psicologia 1.01 un po’ scorreggione e di grana grossa.

E ad una drammaticità generale così basilare che al confronto Babe, maialino coraggioso pare Salvate il soldato Ryan.

Ah, e non essendone fan a prescindere immaginate la mia gioia nello scoprire che qui le scene dopo i titoli di coda sono ben cinque.

Il cast artistico è come già accennato lo stesso del primo film con qualche aggiunta, alcune azzeccate ed altre meno.

Se da un lato ho infatti trovato carinissimo il personaggio di Mantis, buffa aliena empatica interpretata dalla canadese Pom Klementieff che funge sovente da espediente comico, penso sia stata parecchio sprecata la brava Elizabeth Debicki nel vestire i dorati panni della leader degli alieni Klimt provenienti dal pianeta Springfield.

Ah, questa è la seconda recensione nelle ultime tre in cui mi chiedo “Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?”.

No sul serio, Snake, torni a fare roba impegnata, Cristo!

Guardiani della Galassia Vol.2 è nel suo genere un buon film, ideale per passare una serata leggera leggera facendosi quattro risate.

Come l’ultimo film recensito, Kong: Skull Island non siamo di fronte a qualcosa di memorabile, ma già essere migliore di parecchie opere del proprio stesso genere è un elemento che personalmente apprezzo.

E che quindi mi basta.

P. S. La colonna sonora è una chicca dietro l’altra.

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Black Mass – L’ultimo gangster

black mass locandina itaYou better watch how you’re talking, and where you’re walking
Or you and your homies might be lined in chalk.

TRAMA: James “Whitey” Bulger è uno dei più violenti criminali di Boston, e fratello di un noto politico. A metà degli anni settanta, dopo una serie di efferati omicidi, diventa informatore dell’FBI con l’obiettivo di fermare l’ascesa di una famiglia mafiosa rivale.
Adattamento cinematografico del libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob scritto nel 2001 da Dick Lehr e Gerard O’Neill.

RECENSIONE: Avete presente i compiti per casa “creativi” che a volte venivano dati a scuola?

Tipo, che so… scegli un modello di produzione scritta (ad esempio l’articolo di giornale) e produci un breve testo in quello stile?

E per quanto tu avessi potuto scrivere bene era ovvio che non avresti mai potuto raggiungere le vette qualitative dei veri autori di quel genere?

Ecco, Black Mass è più o meno così.

Mica fatto male, intendiamoci, però per due ore sembra di avere davanti un incrocio tra GoodfellasThe Departed.

E quindi piuttosto mi guardo Goodfellas The Departed.

Black-Mass scena

Il peccato originale del film è infatti quello di contenere troppi riferimenti stilistici o tematici ad altre opere, e quindi, pur con un cast eccellente, la pellicola non riesce ad avere la scintilla di memorabilità che la porrebbe in una posizione di spicco nel panorama cinematografico attuale.

Narrativamente parlando, Black Mass paga anche una struttura espositiva eccessivamente “a blocchi”, che nonostante il (o proprio a causa del) gran numero di personaggi secondari risulta troppo frammentaria e non rende la sensazione di ampio respiro che una storia sviluppata nell’arco di più anni meriterebbe.

Molte sottotrame sono infatti separate dalle altre come i vagoni di un treno, e di conseguenza i characters entrano in scena, eseguono il loro ruolo e scompaiono spesso nell’arco di relativamente pochi minuti.

Ciao, Tizio.
[5/10 minuti]
Addio, Tizio.

Ciao, Caio.
[5/10 minuti]
Addio, Caio.

Le ellissi temporali sono inoltre troppo repentine nel loro sviluppo per poter rappresentare accuratamente la scalata del gangster protagonista, facendo perdere qualcosa in termini di sviluppo del personaggio.

black mass depp edgerton

La “black mass” del film è una necrosi fatta di reati e imbevuta di malvagità, che mira solo ad espandersi e rafforzarsi il più possibile fino a spezzare le reni alla città da cui assume nutrimento.
In questo caso l’ambientazione è Boston, che a parte una fugace apparizione della Festa di San Patrizio, patrono dei leprecani e dei tifosi dello Shamrock, rimane piuttosto anonima.

Nel film sono inoltre presenti alcuni piccoli riferimenti alla difficile storia passata e (relativamente alla pellicola) presente dell’Irlanda, visto che il suo cielo non è sempre Dio che suona la fisarmonica, ma in generale tutta l’opera presenta un sacrificio del “dove” per far emergere il “chi”.

Lo stempiato Johnny Depp, coi denti anneriti, l’occhio azzurro ghiaccio e la furia di chi lotta ogni giorno della sua vita in un mondo difficile offre una prova convincente e non tropo gigiona.
Abbastanza credibile come spietato gangster, anche se conoscendo la sua carriera è difficile non notare nel film espressioni magari già viste in un Jack Sparrow (fuorilegge di tutt’altra risma), nel vampiro di Dark Shadows o nel canterino Sweeney Todd.

black mass depp

Bravi ma alla fine della fiera sprecati gli altri. Da Cumberbatch (The Imitation Game) politico altolocato e fratello del protagonista, al poliziotto Edgerton (Exodus – Dei e re) fino alla compagna Dakota Johnson (Cinquanta sfumature di grigio), il resto del cast costituisce una vasta gamma di grigi, più o meno vicini o in avvicinamento alla massa nera.

black mass scena bacon

Dando un giudizio sommario, Black Mass è senza infamia né lode.
Un classico film tratto da una storia vera, che può avere alcuni spunti di riflessione interessanti (il rapporto di amicizia infantile che diventa molto più saldo da adulti, il legame tra polizia ed informatori, alcuni personaggi borderline) ma che non riesce ad emergere dai canoni del genere.

E qui un piccolo extra:

American Sniper

american sniperOne shot, one kill.

TRAMA: Il Navy SEAL Chris Kyle, inviato più volte in missione in Iraq, diviene una leggenda tra i tiratori scelti delle Forze Armate statunitensi.

RECENSIONE: Per la regia di Clint Eastwood, American Sniper è un’opera cruda e molto asciutta, in cui vengono mostrate le esperienze di un uomo inserito in un contesto estremamente difficile e permeato di morte.

Tratto dall’autobiografia di Kyle (American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History), nella pellicola non è presente il lirismo talvolta stucchevole di molte opere dedicate all’unico svago dei potenti a cui i sudditi prendono parte, ma si preferisce mostrare la realtà per quella che è, senza quindi dilungarsi in orpelli inutili o sviolinate melense.

American Sniper è un film profondamente virile e profondamente americano, non solo perché i suoi protagonisti sono uomini statunitensi, ma anche (e soprattutto) perché virili e americani sono i valori che li muovono: la difesa della propria patria da un nemico lontano, gli Stati Uniti come “nazione più bella del mondo”, gli altri soldati che diventano fratelli acquisiti con cui coprirsi le spalle a vicenda e la famiglia come cosa più importante da proteggere ad ogni costo.

american sniper soldati

Il tiratore scelto è un elemento ambivalente, poiché nonostante faccia ovviamente parte dell’esercito è anche individuo a sé stante: non solo fisicamente (sta prevalentemente da solo, o al massimo supportato da uno spotter), ma anche per il suo potere decisionale (egli deve sovente scegliere autonomamente sul da farsi) e psicologicamente (l’orrore di abbattere bersagli su bersagli da grosse distanze, che possono anche non stare sparando direttamente contro di lui o essere civili usati per scopi di guerriglia).

american sniper scena

Lo sniper ha inoltre sulle spalle la responsabilità della vita dei commilitoni, dovendo proteggerli e supportarli; in tale aspetto vi sono alcune similitudini tra questo film e The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, vincitore dell’Oscar come Miglior film nel 2010 e incentrato sulla figura dell’artificiere.
In entrambe le pellicole, infatti, il protagonista è un individuo la cui attività si può definire borderline, essendo caratterizzata dal già citato elemento di supporto.

American Sniper Movie

Il regista dagli occhi di ghiaccio lascia che siano le immagini a parlare per lui, non ha bisogno di abbandonarsi ai ghirigori della macchina da presa; tolti pochi movimenti di camera (solitamente ad enfatizzare elementi psicologici) o un montaggio che evidenzi alcune simmetrie tra le due fazioni del conflitto, lo stile si mantiene il più concreto e oggettivo possibile.

In questo modo il film ha il sapore della sabbia, del metallo e del sangue, e non ci si abbandona a voli pindarici sulla giustizia o meno dei conflitti bellici.

american sniper cecchino

Tale elemento è in parte esaltato dalla fotografia di Tom Stern, verdastra nei campi stretti e negli interni militari, cupissima nelle scene notturne e giallo-sabbia di giorno, aumentando realismo ed intensità emotiva delle scene mostrate.
Ciò è fondamentale in quanto il soldato è un individuo che data la partecipazione a situazioni molto drammatiche può suscitare una grande gamma di emozioni nello spettatore, che vengono in tal modo accentuate.

Bradley Cooper è un protagonista piuttosto granitico, sia fisicamente (per interpretare questo ruolo è diventato enorme) sia psicologicamente.
Kyle svolge il proprio dovere mosso da nobili ideali, e facendo questo tende a chiudersi ermeticamente nei confronti dei suoi cari in modo da non far trasparire paura, tensione e inquietudine, nonostante ne abbia da vendere.
Questo tipo di personaggio si riallaccia alla già più volte citata concretezza a livello narrativo, che spinge lo spettatore a “scavare” in ciò che vede e a non adagiarsi troppo su da dialoghi ridondanti o eccessivamente didascalici.

sniper cooper kyle

In un film dal machismo imperante, l’unico ruolo femminile degno di nota è quello della moglie del protagonista, interpretata da Sienna Miller, che però, pur non essendo bidimensionale, non riesce a ritagliarsi granché spazio, incarnando un po’ troppo gli stereotipi da moglie del soldato.

American-Sniper sienna miller

A parte i due protagonisti, poco spazio viene dato ad altri personaggi, dato che comunque ci si trova di fronte ad una biografia e in quanto tale il focus deve essere il protagonista.
In generale un film di buona fattura, che può a volte peccare nel non essere molto amalgamato nelle sue varie sequenze (prediligendo quindi un racconto più di tipo episodico) e in una concretezza che può sfociare nello sbrigativo.

Guardiani della Galassia

guardiani-della-galassia«A Riccà, nei firm de prima avèmo messo l’omo de féro, er reduce de guéra, er dio vichingo e er bestione verde che se ‘ncazza; mo’ che ce ‘nventàmo?»

«A Francè, ma che te frega? Mettice ‘n procione che spara e n’arbero parlante, tanto ‘a ggente sicuro che lo va a vede…»

TRAMA: Dopo aver rubato una misteriosa sfera al terribile Ronan, il pilota terrestre Peter Quill si allea con una banda di reietti sopra le righe per salvare la galassia dal temibile nemico.

RECENSIONE: Ci sono film che sanno mascherare bene i propri difetti.

Ne hanno (e tu che li stai guardando lo sai bene) ma la loro ricerca è difficoltosa, dato il loro celare rughe e crepe sotto innumerevoli strati di spesso fondotinta o sgargiante carta da parati.

Facendo un paragone venatorio, individuare le pecche di certe opere è come andare a caccia di quaglie nel sottobosco, con una fitta nebbia e armato di una cerbottana difettosa.

Avete capito cosa intendo?

Bene, qui è esattamente il contrario.

Trovare difetti in Guardiani della Galassia è facile come abbattere un capodoglio spiaggiato in una giornata agostana di sole a picco e armati di bazooka.

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E il problema non è il partire prevenuti, ma che a parte rari casi (dirò fino all’afonia che X-Men: Giorni di un futuro passato, pur coi suoi tanti difetti, è un film supereroistico come Cristo comanda) le pellicole sui personaggi della Marvel Comics sono la solita menata a base di effetti speciali roboanti, ironia infantile e sceneggiatura desaparecida.

Detto in termini metaforici cari a Fedro, è il lupo che intorbidisce l’acqua perché sta a monte, non l’agnello che la beve a valle.

E mi dispiace dover ripetere sempre le stesse cose, sembrando un disco rotto, un segnale orario inceppato o “un predicatore del cavolo che mi parla dell’inferno e del paradiso” (cit.), ma la situazione è questa: incassano tantissimo perché come capacità di attirare i ragazzi sono la versione maschile dei saldi da Sephora, ma ad un occhio critico non possono che risultare meno di mediocri.

Potete teoricamente andare a rileggervi il mio commento su The Avengers, che a suo tempo mi fece ricevere una camionata di insulti irripetibili (e che fu inoltre una delle prime cose che scrissi, perché io la captatio benevolentiae non so neanche dove stia di casa) e cambiarne i nomi.

Cosa abbiamo qui di diverso?

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A PARTE due tizi usciti da una fantasia allucinogena dei Led Zeppelin?

Poco o niente.

La regia dell’ex Troma-boy James Gunn non si discosta dai binari dettati dall’astronave madre Marvel: facciamo vedere esplosioni, botte, inseguimenti, facciamo vedere esplosioni, botte, inseguimenti eccetera eccetera.
Lo sviluppo sempre più accurato della computer grafica ne permette un uso molto più massiccio rispetto ad altre opere anche solo di pochi anni fa, per cui essa diventa spesso una stampella per il director che abbia poche idee e un grosso budget a disposizione.
Le scene di combattimento nello spazio sono un’overdose di luci e colori, tanto di impatto esteticamente quanto rendano difficile l’individuazione di mezzi, ostacoli ed elementi materiali vari.

In pratica spesso non si capisce un tubo di chi stia sparando a cosa.

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Il motion capture, inoltre, consente anche di avventurarsi in primi piani che tempo fa sarebbero sembrati piuttosto azzardati, e che ora invece inquadrano volti molto più realistici e particolareggiati.
Utile se uno dei passatempi preferiti dello spettatore sia contare le vibrisse dei propri animali domestici, altrimenti tale scelta risulta sovente un po’ troppo fine a se stessa.

Sulla sceneggiatura preferirei non dire nulla perché è maleducazione parlare degli assenti.

No, dai, diciamo che è la solita accozzaglia di stereotipi: gli inseguimenti, il tradimento, il cattivo che si rivela buono, i reietti dal cuore d’oro e dalle abilità particolari che tutti insieme combattono un’enorme minaccia ecc…
Le relazioni tra i vari personaggi sono (e ti pareva) raffazzonate e poco sviluppate, tanto da apparire casuali, e ovviamente il tutto è condito dalla solita Cristo di ironia Marvel: esagerazione nei toni, infantilità nei contenuti, personaggi carismatici in maniera troppo marcata, elementi troppo macchiettistici e chi più ne ha più ne metta.

Qui nello specifico il loop anagrafico di Groot e l’incapacità di Drax nel capire il linguaggio figurato sono veramente troppo… troppo…

Troppo.

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Cast?

Coralità alla Quella sporca dozzina, soliti attori in rampa di lancio (Bradley Cooper come procione doppiato da Christian Iansante ruba la scena), soliti volti notissimi in ruoli secondari (qui Glenn Close, John C. Reilly, Djimon Hounson e Benicio del Toro, già visto in Thor: The Dark World) che Dio sa quanto li abbiano pagati.

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Il solito.

Non vi piace la Marvel? Evitatelo come i monatti.

Vi piace la Marvel? Mi dispiace per voi.

Su, scherzo: se apprezzate il genere andatelo a vedere.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Chi indovina vince un orsacchiotto.

American Hustle – L’apparenza inganna

american-hustle-la-locandina-ufficiale-290603“Che bello, ci sono Batman, Hawkeye, Katniss e quello di Una notte da leoni.” cit. lo spettatore italiano medio.
Non so più come insultarvi.

TRAMA: America, fine anni 70. Un truffatore finanziario e la sua socia, nonché amante, si trovano loro malgrado a lavorare a fianco dei federali per incastrare una serie di politici e mafiosi.

RECENSIONE: Basato su eventi reali (l’operazione “Abscam” dell’FBI contro la corruzione amministrativa dilagante) con nomi dei personaggi modificati, questo è un film a cui è difficile dare una valutazione complessiva.
Il motivo è semplice: se ci si concentra solo sulla recitazione (veramente notevole sotto tutti i punti di vista) si ha di fronte un ottimo film, mentre il resto non ne è però all’altezza, risultando sì sopra la media ma non così eccezionale come il comparto attori.

Nella mia recensione de Lo Hobbit – La desolazione di Smaug avevo consigliato di non badare solo agli attori ma anche a tutto il rimanente fronte tecnico quando si guarda un film, cercando quindi di mantenere ben chiara la visione di insieme.
Dopo poco tempo recensisco una pellicola dove gli attori sono fondamentali, dovendosi quindi concentrare maggiormente su di essi.

Perfetto.

Per la regia di David O. Russell (Il lato positivo, con Cooper e Lawrence, The Fighter con Adams e Bale), autore anche della sceneggiatura, American Hustle è un film che definirei teatrale e quasi shakespeariano.
Mi perdonerà il grande attore e regista Kenneth Branagh (in cambio io perdono lui per Harry Potter e Thor, così siamo pari) se dico che nonostante le locations siano molteplici, il faro perennemente puntato sugli attori rende le parti in cui si divide il film paragonabili agli atti di una pièce teatrale e la scena cinematografica assimilabile quindi ad un palcoscenico vero e proprio
 

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La regia e la sceneggiatura scelgono quindi la valorizzazione del cast artistico.

La prima utilizza primi e primissimi piani, andando così vicina ai volti degli attori con la macchina da presa che se questa pellicola fosse in 3D il pubblico potrebbe toccare la barba a Christian Bale. Stringere il campo così tanto ha il pregio di risaltare le espressioni degli attori quando essi recitano bene (e questo film è il caso), ma ha il difetto di far perdere la visione complessiva sulla scena, distraendo talvolta il pubblico da cosa ci sia intorno alle figure umane.
Caratteristica anche l’importanza che viene data ai capelli. Cotonature, riporti, bigodini di diverse forme, lacche e acconciature ardite sono uno dei leitmotiv estetici della pellicola, che mostra in maniera martellante scene di cura della propria componente tricotica. La parola d’ordine? Esagerazione.

La seconda per quanto non sia mal costruita si piega molto alle esigenze dei personaggi; giustamente sceglie di caratterizzarli in modo molto sfaccettato, dipingendo le loro personalità a pennellate a volte grevi e spesse, con pregi e difetti ben evidenti anche all’occhio dello spettatore poco accorto, e dall’altro usando sottili minuzie che rendono bene i dettagli della loro complessità psicologica, basata sui grigi e non sulla separazione manichea tra bianco e nero.

Passiamo ora al cast nel dettaglio.

A questo giro siamo fortunati: full di re e donne.

Re di cuori: Christian Bale. La solita certezza, qui dà nuovo sfogo all’estro trasformista sfiorando il quintale e portando con rara dignità una capigliatura improbabile con tanto di riporto. Teorema di Bale: se si prende un ottimo attore, si aggiungono chili e si tolgono capelli il risultato non cambia. Il perno del cast per capacità recitativa, magnetismo e carisma, il pianeta attorno al quale ruotano i satelliti. Intenso e fragile nel suo barcamenarsi tra moglie e amante.

Re di fiori: Bradley Cooper. Ultimamente nel già citato bel film Il lato positivo, nel discreto Come un tuono e nel deludente Una notte da leoni 3. Se diretto da una mano sapiente è molto bravo e offre performance notevoli, si spera che la sua crescente (anzi, ormai cresciuta) fama lo porti ad avere la fiducia di registi sempre più prestigiosi. Perfetto, per presenza scenica, nel ruolo del good guy.

Re di quadri: Jeremy Renner. Lui conferma di non essere una conferma, ossia di alternare troppo di frequente buoni film a opere per usare un eufemismo “dimenticabili” (The Bourne Legacy, Hansel & Gretel). Stesso discorso di Cooper per quanto riguarda l’essere diretti da persone serie, il suo politico Jersey man caciarone che “tiene famiglia” è un personaggio bifacce e che fa da connubio tra la voglia di agire per il bene dei propri elettori ed i mezzi sporchi per rimanere a galla. Un ruolo non facile, ma interpretato in maniera efficace.

Donna di cuori: Jennifer Lawrence. La giovane rampante della nuova Hollywood, la classe ’90 in grado di interpretare adolescenti e trentenni con egual bravura. Tutti la vogliono, l’età è dalla sua e anche qui dimostra di essere una brava attrice oltre che un gran bel pezzo di fanciulla. Interpretare il personaggio più sgradevole, bipolare e volgare di una pellicola con numerosi attori bravi e con characters più carismatici non era facile, ma anche lei offre una buona prova.

Donna di fiori e mia preferita soggettivamente: Amy Adams. Bellissima e sexy, si risolleva ampiamente dalla piatta caricatura di una donna forte e indipendente nel pessimo L’uomo d’acciaio, dando viso e corpo ad una femmina che sa quando tirare fuori gli attributi, mostrare le sue fragilità ed usare il cervello. Passa in maniera disinvolta da un viso struccato e senza orpelli a una camminata con testa alta, spacchi vertiginosi su seno nudo e fascino da leonessa.
E se mi sfuggisse la parola “Oscar”?

Ottime musiche di Danny Elfman che contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera degli anni ’70 (niente a che vedere con il tunz tunz hip hop de Il Grande Gatsby, sensato come la squadra giamaicana di bob a quattro) con brani di Duke Ellington, Paul McCartney, Tom Jones, Donna Summer e Electric Light Orchestra.
Costumi che sono un trionfo del kitsch, come è giusto che sia vista l’epoca.

american hustle cast

Per concludere, se American Hustle avesse avuto una componente tecnica che non si fosse semplicemente genuflessa di fronte agli attori staremmo parlando forse di un capolavoro; così è un buon film ben realizzato, che però può lasciare un retrogusto amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e non è.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I precedenti film di Russell. E in generale il lato Chiaro del cinema.

Una notte da leoni 3

Più che “Una notte da leoni” un film per c….oni.

TRAMA: Con la morte del padre, Alan attraversa un periodo di crisi e gli altri decideranno di portarlo in un ospedale psichiatrico. Durante il viaggio però incontreranno un pericoloso criminale…

RECENSIONE: Terzo episodio della saga dopo i capitoli del 2009 e del 2011, che hanno incassato complessivamente nel mondo più di 500 milioni di dollari. Immutati cast tecnico e attori, viene leggermente modificata la formula, con una pellicola che non segue più lo schema “addio al celibato-sbornia-riparare i danni cercando di capire cosa è successo” ma si evolve diventando improntata più all’azione. Purtroppo.

Regia ancora di Todd Phillips, eletto “l’uomo più divertente di Hollywood” da Empire (andiamo bene…), che cura anche la sceneggiatura insieme a Craig Mazin, scrittore di opere che rimarranno nella storia della settima arte a imperitura memoria come Superhero, Scary Movie 3 e 4.
Proprio la sceneggiatura costituisce uno dei (tanti) punti deboli del film, risultando piena di buchi narrativi, incoerente e con troppe grosse forzature, che anche in un contesto di farsa come questo pesano parecchio.

Pensandoci bene, in confronto a questo obbrobrio combinare una dozzina di casini in poche ore di notte diventa quasi realistico.

Bradley Cooper (recentemente in Come un tuono) riprende, probabilmente più per gratitudine che per altro, il brand che lo ha lanciato e che lo ha portato alla Nomination all’Oscar per Il lato positivo.
Il suo ruolo di belloccio del gruppo qui è ancora più inutile e macchietta rispetto ai film precedenti, e considerando che carriera ha fatto oltre a Hangover viene malinconia a guardarlo.
Ed Helms e Zach Galifianakis (lontanissimi i tempi del telefilm Tru Calling), tornano ai personaggi che meglio sanno interpretare, cioè il perfettino e l’idiota, fossilizzandosi anche loro nella “Sindrome di Robert Downey Jr.”, malattia contagiosa e quasi letale che costringe gli attori che ne sono affetti a ripetersi all’infinito sempre negli stessi ruoli.
Le due new entries sono John Goodman e Melissa McCarthy, una sorta di sboccata Galifianakis in gonnella, entrambi utili come una salumeria di fronte a una moschea.

Oltre alla sceneggiatura scritta con l’ano e agli attori ripetitivi, questo film ha un’altra enorme pecca: si assiste ancora di più al mutamento di impostazione dei personaggi all’interno della storia rispetto ai canoni classici.

Mentre di solito c’è un comico che fa da spalla al personaggio serio e posato (ad esempio quello che facevano in modi diversi gli istrioni Jerry Lewis e Walter Matthau rispettivamente con Dean Martin e Jack Lemmon), qui abbiamo un Galifianakis a ruota libera, coadiuvato dal Chow di Ken Jeong che ha molto (troppo) spazio, e sorretto dai più calmi Helms e Cooper.

Il risultato è però quello di far sembrare il film troppo incentrato su Alan a dispetto della coralità che avrebbe dovuto esserci dato il gran numero di personaggi, un po’ come accade nella serie Pirati dei Caraibi dal secondo capitolo in poi, totalmente focalizzati su Depp-Sparrow, che ne La maledizione della prima luna era la spalla di Orlando Bloom.

Forse il titolo più adatto per il film sarebbe allora stato Zach Galifianakis e tutti gli altri, in particolare Chow che si vede spesso, fanno un sacco di casino 3.

Ma dubito che sulla locandina ci sarebbe stato tutto.

Se a tutto ciò si aggiunge che le gag sono sempre le stesse delle prime due pellicole, che Alan qui è molto più irritante e spaccapalle che simpatico e che i primi dieci minuti di film sono divertenti solo per persone con turbe psichiche, abbiamo una pellicola che non solo è un brutto film, ma è anche una brutta commedia.

Ah, quasi dimenticavo, viene anche stuprata la canzone Hurt di Johnny Cash.

Lasciate abbondantemente perdere.

Come un tuono

Cioè assordante e improvviso?

TRAMA: Un motociclista stuntman compie piccole rapine per mantenere la sua famiglia. Il suo destino si incrocerà con quello di un ambizioso poliziotto, cambiando entrambe le loro vite.

RECENSIONE: Dal regista Derek Cianfrance, che ha diretto anche l’inosservato Blue Valentine (2010) sempre con Ryan Gosling protagonista, Come un tuono (2012) è un film godibile che deve gran parte del suo successo alla presenza di due tra gli attori più lanciati del momento, cosa di cui il botteghino ringrazia sentitamente.

Non che il resto sia irrilevante, ma l’attenzione del grande pubblico rimane catalizzata su Ryan Gosling, all’ottavo film in tre anni, e Bradley Cooper, che nell’ultimo triennio ne ha girati addirittura nove, due attori insomma che ultimamente si sono visti poco.
Il primo, lanciato prima dal Mickey Mouse Club e poi dalla serie Young Hercules (che racconta l’adolescenza dell’eroe interpretato dal roccioso e poco espressivo Kevin Sorbo), si conferma come uno dei nuovi sex symbols in quel di Hollywood e questo evidentemente giova alla visibilità dei suoi film, anche se spezzando una lancia in suo favore le pellicole da lui girate sono in generale di buona qualità (Gangster squad è senza infamia né lode, ma lo ha fatto dopo di questo).
Il secondo è riuscito a staccarsi dal caciarone e irresponsabile Phil di Una notte da leoni e relativi seguiti recitando in alcuni film più maturi (non che ci voglia molto) e arrivando anche alla Nomination agli Oscar per Il lato positivo. 

Tornando al tecnico, in Come un tuono c’è una regia molto particolare, con tante riprese che seguono direttamente i personaggi rimanendo dietro di loro e mostrando quindi allo spettatore un’enorme quantità di schiene e nuche; può essere fastidioso all’inizio, ma seguendo il film ci si fa l’abitudine. 

Vi è inoltre un grande movimento (fisico) della macchina da presa, che viene scossa secondo quel raffinato espediente tecnico che nei manuali di cinema prende il nome di “alla cazzo di cane”, ma anche questo è un particolare su cui si passa sopra, visto che viene usato funzionalmente alla scena da filmare e non a muzzo.

Oltre ai bravi protagonisti, che incarnano due facce della stessa moneta (sarebbe contento Harvey Dent) nel film si registra la presenza delle loro rispettive ladies, la fredda e determinata Rose Byrne ed Eva Mendes, nella pellicola molto sciupata e stanca, distaccandosi dal suo solito aspetto da bellona che sarebbe stato ridicolo in un film “sporco” come questo.

Buone infine le musiche, curate dal cantante dei Faith No More Mike Patton.

Non un must-see movie ma se capitate al cinema vale i soldi del biglietto.

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