L'amichevole cinefilo di quartiere

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Zona d’ombra

zona d'ombra locandinaThere’s someone in my head, but it’s not me.

TRAMA: La storia del dottor Bennet Omalu, neuropatologo nigeriano che scoprì la CTE (encefalopatia cronica traumatica, malattia degenerativa che colpisce il cervello dopo i ripetuti colpi subiti alla testa) e della sua battaglia contro la NFL (National Football League), accusandola di dare poca importanza alla salute dei giocatori.
Basato sull’articolo Game Brain del 2009, scritto da Jeanne Marie Laskas per la rivista GQ.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Peter Landesman, Zona d’ombra (eccessivamente metaforica trasposizione del più crudo titolo originale Concussion) è un film cucinato, servito e digerito apposta per gli Oscar, a cui però non è approdato a causa di una qualità sufficiente ma non eccelsa in nessuno dei suoi elementi.

La pellicola infatti emerge subito come una storia piuttosto classica che va a ricalcare due materie tipiche al cinema a stelle e strisce: il sogno americano e le contraddizioni degli Stati Uniti.

Per il primo abbiamo un protagonista straniero in terra straniera (Omalu è nigeriano, e può lavorare sul terreno statunitense grazie ad un permesso di soggiorno) che riesce ad emergere grazie a bravura ed impegno.
Le numerose lauree e la sua mente brillante lo rendono il protagonista ideale di opere come questa, dato che il pubblico può riversare tutta la sua simpatia nei confronti di un tizio che si trova, quasi da solo, a combattere contro una potenza economica come la Lega Nazionale del Football.

zona d'ombra football

Le seconde sono diretta conseguenza del primo punto.

Gli Stati Uniti di Zona d’ombra sono una grande terra d’opportunità, e permettono a chiunque abbia delle buone capacità di raggiungere un livello soddisfacente nel proprio campo di interesse professionale; nonostante ciò si premurano anche di ostacolare in tutti i modi gli Icari che per avvicinarsi al sole vadano ad ostacolare interessi ben più grandi.

Il metaforico dito accusatore della pellicola viene dunque ad essere puntato contro il denaro ed il capitalismo yankee, che la NFL incarna in quanto leviatano in grado di muovere annualmente enormi capitali, sia economici (diritti televisivi, sponsor, costruzione e mantenimento delle strutture di gioco) che umani (bambini e famiglie che puntano sull’attività sportiva del football come veicolo di riscatto sociale).

zona d'ombra

Il problema della pellicola è che sceglie un approccio eccessivamente verboso e “parlato” piuttosto che visivo ed emozionale, nonostante i suddetti temi ben si presterebbero a quest’ultima declinazione.

Ogni sequenza viene spiegata per filo e per segno, senza offrire allo spettatore il pathos che sarebbe richiesto da una storia così classica e americana. Anche i brevi segmenti in cui si sceglie di dare spazio alle immagini (come le azioni del football viste alla televisione, lo stato di salute degli ex giocatori o alcuni passaggi medici dalla comprensione relativamente immediata) vengono corredati da specifiche spiegazioni, che se da un lato assicurano il recepimento degli input narrativi da parte anche dello spettatore più superficiale, dall’altro affossano l’opera nella mediocrità, senza consentirle guizzi di leggerezza espositiva che avrebbero sinceramente giovato ad un film di due ore secche.

zona d'ombra medici

Smith non recita male, ma la sua performance è letteralmente piagata da un accento nigeriano così marcato da risultare addirittura macchiettistico.

Ciò è una zavorra non di poco conto, essendo Concussion un biopic dalle tinte fortemente drammatiche e dai già menzionati risvolti sociali: sarebbe stato auspicabile in questo caso piegare il realismo narrativo e fornire il dottor Omalu cinematografico di un’inflessione più sfumata in virtù della salvaguardia seriosa del film.

Il resto del cast è troppo dipendente dal protagonista per essere giudicato appieno; si nota un minimo sviluppo in più per quanto riguarda la moglie, ma anch’essa non riesce ad imporsi come una spalla dotata di funzione propria.

Non un brutto film, ma non molto oltre il 6 politico.

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World War Z

“Cuz this is thriller / Thriller night / And no one’s gonna save you / from the beast about to strike. ”  Thriller  – Michael Jackson (1984)

TRAMA: Un ex funzionario dell’ONU cerca di capire la causa di una epidemia che trasforma le persone in zombie e che si sta propagando in tutto il mondo.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo World War Z. La guerra mondiale degli zombi di Max Brooks del 2006. Senza tanti giri di parole il film è una delle più ridicole pagliacciate arrivate sullo schermo in questo 2013, uno zombie-movie pieno di irrazionalità e comicità involontaria che riesce a far passare allo spettatore due ore di grasse risate.

La regia è di Marc Forster (bello il suo Neverland – Un sogno per la vita sullo scrittore James Matthew Barrie e con Johnny Depp senza l’ennesimo make up), qui molto “operaio” e al servizio del protagonista Brad Pitt. Rispettati tutti i canoni e gli stereotipi della regia action, probabilmente lo spirito del director è stato “prima si inizia, prima si finisce”.

La sceneggiatura di Damon Lindelof e Drew Goddard è una deflagrante cazzata, caratterizzata da buchi grossi come crateri lunari, scelte irrazionali dei personaggi e caratteristi ridicoli e inutili. In generale vi è nella pellicola un senso del ridicolo che si palesa più volte, in alcuni casi anche quando ci dovrebbero essere momenti di tensione.

Brad Pitt protagonista indiscusso e quasi sempre presente sullo schermo (simile in questo aspetto a Io sono leggenda con Will Smith, altro film con simil-morti viventi), e qui anche nelle vesti di produttore. Forse l’unica nota positiva del film ma anche la dimostrazione che un attore da solo, seppur bravo, famoso e carismatico, non possa sollevare più di tanto il livello di un film tanto pessimo. Il fatto che abbia speso soldi su questo progetto dimostra quanto ci tenga, ma il risultato è quello che è. Nei panni di sua moglie Mireille Enos, che si sta specializzando nel ruolo di lagnosa ed inutile Eva essendo stata anche a fianco di Josh Brolin in Gangster SquadRuoli minori per James Badge Dale, ex braccio destro di Guy Pearce-Killian in Iron Man 3 e per Pierfrancesco Favino.

Riassumendo: come film di zombie è scadente, come film d’azione è senza infamia e senza lode. Come film comico è ottimo!

Piccola considerazione personale. L’argomento “zombie” nell’ultimo periodo tira, non c’è niente da fare: film, serie televisive, videogiochi, fumetti (The Walking Dead è PRIMA una serie a fumetti), libri ecc… Questo è normale, ogni pugno di anni viene scovata dal mercato una vacca da mungere e si martella il pubblico solo con quel tipo di prodotto (ad esempio negli ultimi anni abbiamo avuto il filone “vampiri”). Quello che mi chiedo io (se vogliamo, ingenuamente) è: quando si verrà a creare un equilibrio tra distributori e pubblico per cui l’offerta possa essere varia e qualitativamente accettabile senza una saturazione di un particolare tema?

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