L'amichevole cinefilo di quartiere

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Grand Budapest Hotel

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Agli Eagles piace questo elemento.

TRAMA: In un Hotel di lusso nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka di inizio ‘900 si intrecciano varie storie, tra cui il furto di un dipinto rinascimentale di inestimabile valore e un enorme patrimonio di famiglia lasciato in eredità.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Wes Anderson, questo film è una notevole opera corale che riesce ad unire la delicatezza e i canoni tipici di questo regista ad una divertente frizzantezza di fondo.

Anche Grand Budapest Hotel presenta infatti gli elementi noti delle opere di Anderson (la già citata coralità, i personaggi secondari simpatici e ben caratterizzati, il gusto per la costruzione delle scene in cui emergono i dettagli), mostrando tante situazioni genuinamente divertenti da cui traspare una grande leggerezza.

Presente nella pellicola anche l’importante tema della crescita, con un viaggio di formazione dinamico nei luoghi e nei contenuti: il rapporto maestro/apprendista (no, Guerre Stellari non c’entra) che diventa sostituzione di una figura paterna non presente, facendo nascere rispetto e amore tra due persone agli antipodi caratterialmente ma entrambe coinvolte in una vicenda più grande di loro.

Rilevante (e molto divertente) anche l’uso del lessico.
In generale il registro linguistico è medio-alto, tipicamente di inizio ‘900, ed è molto comico sentire personaggi di estrazione sociale bassa parlare in maniera forbita. Comico è anche l’abbassamento repentino di tale linguaggio, che diventa improvvisamente volgare con la stessa seraficità di espressione da parte degli attori.

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La sceneggiatura è paragonabile quasi ad un’operetta, con un’allegria di fondo alimentata anche dall’originalità dei personaggi e dalla trama rocambolesca, in cui si intrecciano molte sottovicende simpatiche che creano uno sfaccettato microcosmo.

Sul lato tecnico spicca in particolar modo la fotografia di Robert Yeoman, aficionado di Anderson e che in Grand Budapest Hotel delizia l’occhio dello spettatore con splendidi e “plasticosi” colori pastello, che non strabordano nel kitsch e mantengono una raffinata misura estetica, rendendo l’hotel un’enorme casa di bambole a grandezza naturale.
Ogni scena del film, anche la più breve, denota inoltre un’ottima costruzione spaziale, con scenografie molto ben organizzate a livello architettonico, vivaci ma allo stesso tempo rigorose nella loro strutturalità.

The Grand Budapest Hotel

Le musiche di Alexandre Desplat sono sempre pertinenti a ciò che si vede nelle scene, accompagnando dolcemente l’orecchio dello spettatore e riempiendo pienamente la sua cognizione sensoriale. Un altro loro merito è quello di rimanere anch’esse, come la fotografia, discrete e non troppo invasive rispetto all’apporto estetico.

Anche i costumi dell’italiana Milena Canonero (vincitrice di 3 Oscar per la categoria) dimostrano una grande attenzione e cura nella confezione, senza ovviamente disdegnare il prodotto.

Piccolo inciso personale: è questo ciò che intendo per quanto riguarda il rapporto che sussiste tra forma e contenuto in una pellicola: gli elementi scenici materiali devono esaltare il film senza essere la sua unica ragione di esistere, in modo che la sua visione da parte del pubblico possa essere un piacere per gli occhi ma anche per la mente.

Passando al cast, non so neanche da dove cominciare, ci sono più grandi attori in questo film che ragazze da Intimissimi il sabato pomeriggio.
Il pregio più grande dell’opera è quello di non essere una tribù con troppi capi e pochi indiani, ma di essere organizzata in modo che ogni personaggio secondario stia al suo posto facendo da chicca per gli occhi, senza che gli attori si rubino spazio a vicenda.

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Ralph Fiennes (post Voldemort, Deo gratia) come concierge è il mattatore del film, ed è uno dei personaggi più divertenti senza però scadere nella macchietta. Accanto a lui il bravo esordiente Tony Revolori, che mantiene per gran parte del film un’espressione a metà strada tra il tonto e il tranquillo che ben si adatta al suo ruolo.

Tra gli altri spiccano Saoirse Ronan, bene nella parte di una ragazza gentile e dolce, uno sboccatissimo (e spassoso) Adrien Brody come “villain”, Willem Dafoe granitico quanto basta, Jeff Goldblum ed Edward Norton in ruoli a loro congeniali.

Veramente molto carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: La filmografia del buon Wes, in particolare I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012).

Altrimenti per il tema alberghiero cose leggermente diverse…

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Detachment – Il distacco

detachment“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.” Dante Alighieri, Inferno Canto III.

TRAMA: Una scuola superiore americana con ragazzi problematici vista dagli occhi di Henry Barthes, un supplente che si troverà a lavorarvi per un mese.

RECENSIONE: Diretto da Tony Kaye (regista di American History X) questo film del 2011 è un deprimente spaccato su una parte del sistema educativo americano e non, nascosto dal sottile strato delle high school fighette con giocatori di football che indossano la felpa della propria squadra e cheerleaders belle, spocchiose e zoccole.

Tra disillusioni, indifferenza e arroganza disgraziati insegnanti si barcamenano cercando di svolgere il loro mestiere nel modo più proficuo e dignitoso possibile e al contempo risolvere i loro problemi personali, o quantomeno conviverci.
Il risultato è un luogo di lavoro insopportabile e fonte continua di amarezza, senza soddisfazioni.

La regia enfatizza molto quest’ultimo aspetto concentrandosi sui volti dei personaggi, con tocchi simili tecnicamente a Sergio Leone, inquadrando e squadrando ogni volto per carpirne ogni minima espressione o ruga.
Dall’altra parte della barricata vi sono alunni che si potrebbe definire “problematici” usando un eufemismo e che si chiudono in loro stessi, si danno alla prostituzione o si comportano come gangsta in stile Grand Theft Auto: ciò comporta una distanza tra corpo docenti e alunni ampia come quella tra Groenlandia e Nuova Zelanda, impedendo ai primi di insegnare e ai secondi di imparare (o esercitarsi nella nobile arte di fingere di farlo).
La sceneggiatura di Carl Lund ci accompagna in una lenta e progressiva deriva, facendo abituare lo spettatore a ciò a cui sta assistendo lentamente e senza strappi.

Adrien Brody (che somiglia in maniera impressionante a Giorgio Gaber) interpreta un personaggio che subisce più disgrazie di Cristo dopo i Getsemani; molto bravo, ritorna quasi ai fasti de Il pianista ed è un buon fulcro per il film stesso.
La giovane Sami Gayle acerba ma buona anche considerando il difficile personaggio della baby prostituta, verso cui lo spettatore prova un misto di sensazioni non ben definibili. In piccole parti James Caan, ex Sonny Corleone de Il padrino, Lucy Liu e Marcia Gay Harden, membri del disagiato corpo insegnante.

Un bel film indipendente, che dovrebbe forse essere fatto vedere agli studenti nelle scuole.

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