L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Predator


Mio Dio, sei un film schifoso.

TRAMA: Messico. Un tiratore scelto si imbatte in un pericoloso alieno, riuscendo a sottrargli il casco e una protezione per le braccia.
Dopo aver spedito gli oggetti a casa sua, il casco viene indossato dal figlio autistico, attivando un segnale che richiama altri alieni sulla Terra.

RECENSIONE:

Predator: film horror fantascientifico del 1987, diretto da John McTiernan, narra le vicende di un alieno giunto sulla Terra per andare a caccia di esseri umani.
Realizzato con un budget di 15 milioni di dollari fu un successo commerciale, incassando 59 milioni di dollari negli Stati Uniti e quasi 100 milioni complessivamente.

La pellicola è diventata celebre anche per la presenza di lui.

Il Mozart dei bicipiti.

Lo Schrödinger delle scazzottate.

Il Wittgenstein dei fucili d’assalto.

ARNOLD SCHWARZENEGGER.

Arnold non balla, riesce a malapena a camminare.

Culturista prestato al cinema, con una fisicità gargantuesca ed una recitazione indecente, Schwarzy contribuisce pesantemente a fornire alla pellicola l’acqua della vita, incarnando un personaggio tanto granitico e sopra le righe da diventare iconico quanto il suo antagonista proveniente da un altro mondo.

Ciò permette la creazione di un bilanciamento tra il mostro cacciatore, per sua natura particolare, interessante e carismatico, e l’uomo che deve combatterlo, in uno scontro tra esseri terrificanti (per l’aspetto il primo, per capacità attoriali il secondo) che cattura in maniera assai efficace l’attenzione del pubblico.

In questo sequel/reboot manca Arnold.

E la sua mancanza si sente terribilmente.

Va infatti a mancare il granatiere che riesca ad imporsi fisicamente e quasi animalescamente verso lo spettatore, ossia quel personaggio esagerato e caricaturale nella sua essenza che imbracci i vessilli da leader narrativo della situazione.

Qui non c’è: Boyd Holbrook (simile in modo inquietante a Tom Felton) si sbatte anche un pochino, ma il paragone è impari ed assolutamente ingeneroso nei confronti dell’attore statunitense, che non riesce a raccogliere il testimone del Mister Universo ex governatore della California.

“Sarcasmo pungente, poco rispetto per te stesso: tu devi essere un cinefilo.”

Mancando la pietra angolare della storia, non si ha perciò un fattore che possa distogliere la mente dall’estrema povertà del film, sia narrativa, che registica che tecnica, che risulta a conti fatti zeppo di cose viste e riviste decisamente meglio in altri lidi, che vanno troppo presto ad annoiare o sfociare in un ridicolo invlontario.

The Predator si può riassumere in:

Colpirne uno per educarne cento.

I giovani non hanno rispetto per niente.

Una volta si poteva uscire lasciando la porta di casa aperta.

La musica heavy metal è rumore e basta.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Si stava meglio quando si stava peggio.

Donna al volante pericolo costante.

Sono sempre i migliori ad andarsene per primi.

Prima o poi l’amore arriva.

Lo sai? Dovevo guardarmi un bel film, questo weekend. Invece nooo… tu hai dovuto portarmi qui per trascinare questa recensione su internet, con le tue treccine che ormai mi escono dai coglioni. Sei dovuto venire quaggiù a fare il super-reboot, mr. Grosso e Cattivo… E CHE DIAVOLO È QUESTA CGI!?! POTEVO STARE SUL DIVANO ADESSO!!! Ma non sono arrabbiato… Non fa niente… Non fa niente…

Oggi vanno tutti di fretta.

Le materie umanistiche non servono più a niente.

La matematica non ti serve per andare a comprare il pane alla mattina.

Mancano i valori.

Una volta c’era più solidarietà.

Il tempo è la miglior medicina.

Il nuoto è uno sport completo.

Chi le capisce, le donne, è bravo.

Venezia è bella ma non ci abiterei.

Gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi.

Suvvia, Boyd, più garbato.

I soldi non sono tutto nella vita.

La donna è preda, l’uomo cacciatore.

Il nero sfina.

Il libro è meglio del film.

Non mi piace il calcio, ma seguo la Nazionale.

Le persone sovrappeso sono simpatiche.

Con questo tempo non sai come vestirti.

C’è la crisi, ma i ristoranti sono sempre pieni.

Il bagno è in fondo a destra.

Non è il caldo, è l’umidità

Quest’anno è proprio volato

È intelligente, ma non si applica.

Per il cast, oltre al già menzionato Holbrook che di questa recensione negativa suo padre verrà a sapere, abbiamo un discreto numero di peones sacrificabili.

Da un dimenticabilissimo Alfie Allen (Theon in Spade, draghi e tette) a un imbolsito come pochi Thomas Jane (povero Punisher), ruoli piccoli e caricaturali che cercano di dare un tocco di colore alla pellicola, non rendendosi conto però di quando il pubblico dovrebbe ridere per un personaggio invece di un personaggio.

Faccio rispettosamente notare inoltre, con tutti i limiti della mia profonda ignoranza, che quello presente nel film sia il gruppo di sciroccati e virili marines più Politicamente Corretto della storia, visto che pur essendo multietnico e composto da una masnada di biscazzieri fuori di testa, i loro scambi verbali non si spingono oltre le classiche battute sulle madri.

“Siamo un gruppo di armi umane, addestrate per uccidere e pure traumatizzate, però parliamo come il gruppo di catechismo della parrocchia Don Bosco di Agrate Brianza”.

Menzione speciale per Yvonne Strahovski, in un ruolo utile come una biro nel deserto (mio figlio è in pericolo mortale? Il mio ex marito dice “ci penso io”? Bon, sono a posto), ed Olivia Munn, che è una scienziata così di punta da essere richiesta come consulente dall’esercito.

Probabilmente nello stesso universo parallelo in cui Denise Richards è un fisico nucleare.

Qualcuno spieghi a Hollywood che ESSERE un fisico nucleare e AVERE un fisico nucleare non sono la stessa cosa.

Piccola chiusura con le tre importanti regole da seguire tassativamente nel caso vogliate realizzare un cazzuto film fanta-horror:

1) Non metteteci dentro i bambini;

2) Non metteteci dentro i bambini;

3) NON. METTETECI. DENTRO. I. BAMBINI.

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Jumanji – Benvenuti nella giungla

Nella giungla dovrai stare finché un film decente non compare.

TRAMA: Quattro studenti del liceo, mettendo mano alle vecchie cose accatastate nel magazzino della loro scuola, trovano una vecchia console per videogiochi e iniziano una partita a Jumanji, un gioco di ruolo ambientato nella giungla. I quattro finiscono per ritrovarsi realmente nel bel mezzo del gioco con il corpo e la fisionomia dei personaggi scelti come avatar all’inizio della partita.

RECENSIONE: Buonasera e benvenuti ad Achille: La gioia del ritrovamento.

Nella puntata di oggi ci immergeremo insieme in una terra lontana e ricca di misteri, in cui possiamo riscontrare ecosistemi tra i più vari tra quelli presenti sul nostro pianeta: il Cinema.

Esso è una regione estremamente vasta, che nonostante oltre un secolo di intense esplorazioni serba ancora molti segreti nei suoi anfratti più remoti; proprio per questo è caratterizzata da un’enorme ricchezza di specie animali, che oggi osserveremo insieme.

Ci troviamo subito in un ambiente urbano dell’emisfero boreale, in cui possiamo ancora cogliere numerosi resti archeologici delle antiche popolazioni che in tempi ormai remoti abitavano questi luoghi.

Tali gruppi umani erano detti gli Stereotipi, popoli di origine indoafricano-eurasiatico-antartica di cui purtroppo poche testimonianze attendibili sono arrivate ai giorni nostri: a causa di tale penuria, gli storici hanno dato convenzionalmente a queste genti caratterizzazioni tipiche e basilari, sicuramente ben lontane dall’estrema complessità della loro società.

Solitamente, le più comuni raffigurazioni storiche mostrano infatti uomini e donne di questa civiltà divisi radicalmente tra individui alfa e beta: negli uomini i primi erano quelli di maggiore stazza fisica e, al contempo, minore quoziente intellettivo, mentre le per le donne la distinzione era legata principalmente alla loro promiscuità sessuale, molto più accentuata nelle alfa.

Spostandoci nell’ambiente tropicale possiamo assistere ad un fenomeno piuttosto frequente: l’aggregazione in una sorta di branco da parte di animali appartenenti a specie diverse, che decidono di unire le forze per un obiettivo comune (denominato in natura “cachet”) formando una bizzarria eterogenea dall’alchimia pressoché inesistente.

Notiamo subito che, come solitamente accade, tali vertebrati prediligono habitat a bassa percentuale di accuratezza visiva, trovandosi spesso a proprio agio più in zone la cui artificiosità sia maggiormente evidente piuttosto che stanziandosi in porzioni di ambiente maggiormente ricche e curate.

Il primo animale di cui possiamo chiaramente riconoscere la figura è il pachyrockus samoani, più comunemente noto come “Rock”.

Tale enorme plantigrado fa della stazza fisica e della possente muscolatura, prevalentemente degli arti superiori e del petto, la sua più efficace arma di attacco e difesa; le sue relazioni sociali con le altre creature paiono invece sfruttare, in un modo ancora oggetto di studi da parte dei naturalisti, la sua scarsa capacità di trasmettere stati emotivi all’esterno.

Secondo alcuni studiosi, inoltre, pare che questa colossale creatura possa essere imparentata con un altro animale di notevoli dimensioni, l’Arnoldus schwarzerensis austriaci, ormai quasi estinto ma che pare essere stato riportato con successo in natura dopo un periodo di cattività in una riserva naturale della California.

Al suo fianco notiamo due creature galliformi di minori dimensioni, apparentemente assai simili: il macrogaster melanojacki e il kevinhartus vulgaris minimus.

Entrambi sono animali piuttosto bizzarri: il primo è stato per anni ritenuto erroneamente un discendente dello scomparso johnbelushi esilarantis, mentre sulla specie del secondo vi sono opinioni discordanti, dato che la sua eccelsa capacità di mimetizzazione lo rende facilmente confondibile anche ad un occhio esperto con altri animali della famiglia vulgaris come il petrachristi, il tuckerchristi o il chappellansis, tutti discendenti del macrostoma eddiemurphensis.

Chiude il gruppo un’esemplare di karengilla rubraceps, un mustelide appartenente alla famiglia delle bellaefregnae.

Tali animali sono stati osservati dall’uomo per millenni, pare infatti che già gli antichi babilonesi li avessero studiati a lungo: proprio da loro deriva la leggenda, giunta sino a noi, che un singolo crine di queste creature abbia una potenza di traino estremamente elevata.

Caratteristica tipica riscontrabile in queste lande è che le bellaefregnae vengano utilizzate nel gruppo solo come distrazione visiva per eventuali predatori, limitando perciò drasticamente le loro abilità, in realtà pari a quelle degli animali di sesso maschile.

Questo eterogeneo gruppo di animali, una volta riunitosi, si divide i compiti in una ormai consolidata e prevedibile gerarchia sociale, caratterizzata da un maschio dominante, due individui di contorno con una funzione definita in natura “spalla comica” e l’unica femmina del branco avente il ruolo già menzionato.

Solitamente le varie attività di comunicazione sono ridotte, prevedibili ed elementari, preferendo il branco dedicarsi alla caccia, agli spostamenti e agli scontri con animali molto comuni, i cosiddetti “minions” o “pigliasberle”, di specie e famiglia indefinite.

L’ostacolo principale del gruppo è un animale antagonista, che qui possiamo notare essere un esemplare di cannavalus comunus italiae.

L’antagonista, o “villain” è una creatura bipede avente un fabbisogno giornaliero di circa dieci tra espressioni facciali cattive, minacce inutili e comparsate casuali, e che comunica mediante urla sconnesse berciate senza convinzione.
Solitamente esso non ha un’identità definita, potendo svariare tra una vasta gamma di animali che assumono le medesime caratteristiche dettate dal ruolo imposto loro dall’ecosistema.

Per motivi che gli etologi non sono ancora riusciti a comprendere appieno, solitamente il branco non affronta subito l’antagonista, perdendo molto tempo in relazioni sociali inutili condite dalla formazione di coppie totalmente randomiche, comunicazioni fastidiose e spalle comiche che tentano in ogni modo di attirare l’attenzione su di loro attraverso comportamenti irrazionali e scarsamente intelligenti.

Anche lo scontro vero e proprio è basato su una serie di attività rumorose basate sull’esagerazione, tendendo gli animali ad estremizzare il più possibile le loro caratteristiche peculiari.
Concluso loro scontro è facile notare, inoltre, un cambiamento comportamentale repentino di questi vertebrati, indicato da alcuni studiosi come “maturazione interiore raffazzonata”, e che porta gli animali ad essere immotivatamente soddisfatti di loro stessi.

Per concludere, in questa esplorazione abbiamo potuto notare in prima persona numerosi elementi già approfonditamente studiati dai naturalisti, avendo osservato tanto gli stravaganti comportamenti degli animali quanto le in fin dei conti ordinarie interazioni tra di essi.

Il nostro viaggio per oggi è giunto al termine, vi ringraziamo per averci seguito qui questa sera, e appuntamento alla prossima puntata.

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