L'amichevole cinefilo di quartiere

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First Man – Il primo uomo


Now, Andy, did you hear about this one?
Tell me, are you locked in the punch?
Andy are you goofing on Elvis?
Hey, baby, are we losing touch?

TRAMA: Il 20 luglio 1969, l’astronauta statunitense Neil Armstrong è stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna.
Adattamento cinematografico della biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansene e pubblicata nel 2005.

RECENSIONE:

Diretto da Damien Chazelle, che già aveva incantato pubblico e critica con Whiplash e La La Land, First Man è un film che ha come colonna portante il superamento dei limiti.

L’uomo è infatti un essere vivente naturalmente insoddisfatto, caparbio e desideroso di esplorare l’ignoto; il mistero e l’avventura sono parti fondamentali del suo agire, essendo egli spinto da un moto di dominazione su quella realtà che lo circonda e lo affascina.

Questo movimento, questa propulsione, ha infatti guidato i passi dell’uomo fin dall’antichità.
Dopo l’esplorazione della Terra ad oriente con i Marco Polo in Catai e dopo i viaggi transoceanici verso continenti sconosciuti all’Occidente, la successiva frontiera naturale che si presenta da oltrepassare è quella che divide lo splendente zaffiro d’acqua su cui viviamo da quell’enormità ignota che è lo spazio.

Illimitato. Inesplorato.

Così affascinante, spaventoso e probante nella sua assenza di confini, lo spazio è un limite senza limiti, uno sforzo erculeo che si presenta però con fredda e vuota indifferenza.
Come l’Everest di George Mallory, l’uomo esplora lo spazio non solo per placare la sua sete di conoscenza e per ricercare il nuovo, l’utile, in senso tanto materialistico quanto conoscitivo, ma anche perché è lì.

Perché è una sfida.

Perché è un ostacolo.

Ed in tal senso è la luna il primo step, il primo passo tra il nostro pianeta e quella sirena di nulla.

Chazelle dietro la macchina da presa cerca ovviamente la spettacolarità, senza però commettere l’errore di abusarne, proponendo un’intensità che strizza l’occhio ad una epica moderna accompagnata per mano dall’intimità, con l’aiuto degli spazi chiusi che vanno a contrapporsi, appunto, alla vastità dello spazio cosmico.

Gli astronauti come piccoli uomini dentro spazi claustrofobici e pericolanti, con l’esperienza del volo spaziale in cui viene sfruttata ottimamente la soggettiva per troncare ogni superflua distanza tra schermo e pubblico.

Inscindibile dalle imprese è senza dubbio la fatica, spesso unita alla sofferenza e alla morte.

Il lutto di Armstrong è sia familiare, la morte di una figlia, che professionale, per le perdite di tanti amici e colleghi avvenute nel corso di test e percorsi di avvicinamento a un risultato finale, quello del 20 luglio 1969, cui si è giunti dopo sforzi immani e dolorosi.

L’acme è la forza di inseguire un obiettivo, in modo da superare i fallimenti con il duro lavoro, l’impegno e l’abnegazione, votando se stessi al raggiungimento di un traguardo, piccolo per un uomo ma grande per l’umanità.

Ryan Gosling ottimo Neil Armstrong, uomo apparentemente semplice che incarna la borghesia americana (moglie, figli, bella casetta) e perfetto veicolo dell’American Dream.
Determinato ma non folle, giusto ma non eroico, riesce ad unire in un connubio la preparazione del pilota e della scienza con l’impatto esteriore dell’everyday man; questo contribuisce notevolmente a catturare l’empatia del pubblico, che tifa per il successo di questo uomo dell’Ohio.

Armstrong uomo ruvido e silenzioso, che scruta l’orizzonte verticale tenendo i nervi saldi, forte della sua missione, e dei dolori che ha provato.
Riluttante, pragmatico, schivo, introverso, il vuoto spaziale è il vuoto che ha dentro la sua anima.
L’uomo viene prima dell’eroe, prima del personaggio, vengono prima il genitore e il marito che mettono in gioco la serenità di una famiglia intera pur di elaborare il proprio lutto.

Ottima anche Claire Foy, il cui personaggio non è solo una Penelope in paziente e reverente attesa del suo Ulisse spaziale, ma è una moglie granitica e comprensiva, una consorte che prende sulle sue spalle il peso della sua impresa domestica mentre il marito rischia la propria vita lontano da lei.

C’è un continuo e torrentizio parallelismo tra Neil e Janette Armstrong, con un montaggio che accompagna i due come binari paralleli distanti nello spazio ma vicini nello spirito.

First Man non è un’opera che contiene la retorica eccessiva tipica di molte pellicola a stelle e strisce (esemplificativa, in tal senso, la polemica dovuta alla scelta di non includere l’immagine iconica di Neil Armstrong che pianta la bandiera americana sulla luna), ma è un film onesto e intenso, su di un uomo che ha compiuto un piccolo passo per se stesso.

Ma un grande passo per l’umanità.

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Loro 2

Meno male che il cinema c’è.

TRAMA: Continua l’esplorazione e il racconto di Paolo Sorrentino della vicenda biografica e politica di Silvio Berlusconi.

RECENSIONE:

Se nel precedente film venivano introdotti i personaggi senza svilupparne eccessivamente il percorso, qui finalmente si arriva all’acme dell’opera ed al suo obiettivo primario, ossia l’osservazione dell’ex Cavaliere del Lavoro dal punto di vista umano: un abilissimo e prezzolato venditore piegato ma non ancora spezzato da un’anagrafe che ormai chiede il conto e da rapporti personali via via sempre più tribolati ed in bilico.

Rispetto al primo capitolo si ha quindi un ribaltamento di focus narrativo: se prima si avevano dei “loro” in funzione di un “lui”, qua l’occhio di bue del palco è sicuramente sul “lui” circondato da “loro”.
Nel cast di contorno emergono figure più socio-storicamente delineate, anche se ridotte a piccole comparsate parlate: da Ennio Doris, a Mike Bongiorno, a Fedele Confalonieri, esse contribuiscono ad esplicare il rapporto tra Berlusconi e gli altri, dando vita a figure di consiglieri più o meno disinteressati, più o meno amici, più o meno succubi.

Sicuramente preponderante nell’opera il tema del patetismo, derivante anch’esso da un confronto generazionale impari, in cui il Vecchio è ossessionato dall’inseguimento di una Gioventù totale in ogni suo aspetto: quella estetica, con i lifting ed il trapianto di capelli, quella di immagine in senso lato con il tempo passato in mezzo ai giovani ed alle giovani (non disdegnando di portarsi a letto quest’ultime, con il seduttore come ruolo di autoaffermazione di maschile vigoria) e quella comportamentale, con le celebri gaffes imbarazzanti ai meeting ufficiali dovute a scarsa maturità.

Silvio Berlusconi come Peter Pan che non vuole crescere, che prova un latente, ma nemmeno così tanto, senso di inferiorità, come un bambino che voglia avere sempre il giocattolo più bello e più nuovo rispetto ai compagnucci, un attore che accetti solo ruoli di assoluto protagonista, un Dorian Gray sempre al centro della società il cui ritratto però non sottrae la vecchiaia fisica al soggetto che vi sia raffigurato.

Il patetismo viene evidenziato anche dallo stuolo di leccaculo e Yes Men che circondano l’uomo di potere e ricchezza: vermi falsi, arrivisti, viscidi e l’immancabile zoccolame vario.

Premesso che una pellicola su Berlusconi senza una quantità smodatamente vergognosa di fica sia un po’ come una puntata de La corrida senza nessun suonatore di ascelle (sì, insomma, si sentirebbe la mancanza di qualcosa), in Loro 2 ci si immerge nel dorato mondo della villa in Sardegna e del suo stuolo di fanciulle tanto spregiudicate quanto discinte.

Provocanti all’eccesso e talmente sessualmente estremizzate da sfociare in un grottesco sarcasticamente nero e volontario (esplicativa in tal senso la sequenza di Meno male che Sivlio c’è, che pare un incrocio tra Colpo Grosso ed uno stacchetto soft porno da videoclip disco inizio anni 2000, una Destination Calabria dal vago retrogusto istituzionalizzato), le donne di questi due film posseggono il fascino della pantera ma non la di lei forza, incapaci di autosostentarsi senza svendere il proprio corpo e la propria anima; belle, profumate e brave ad arrampicarsi come i glicini, figure che sotto un’apparenza di pornografia esibita con protervia sottendono uno sporco squallore.

Interessantissimo in tal senso il rapporto con la consorte Veronica Lario (un’ancora ottima Elena Sofia Ricci) e le di lei prese di posizione nei confronti di un marito che ha ormai completato la trasformazione in ficantropo e passa sempre maggior tempo ad ululare verso un luminoso satellite lunare di passera.

I dialoghi tra i due, oltre a riprendere la lettera aperta pubblicata nel 2007 su la Repubblica della Lario nei confronti dell’ex consorte, evidenziano chiaramente le due anime del Paese pro e contro Berlusconi: se per bocca della Ricci emerge un’aspra critica politica ed umana alla rivoluzione A-culturale dell’imprenditore di Arcore, correlata da una elencazione dei suoi peccati terreni in campo personale o professionale (già enunciata in una scena precedente per mezzo di uno dei senatori che il compagno B. cerca di comprare per far cadere l’allora governo Prodi), si ha anche di rimando una puerile ma vibrante difesa del suddetto, in un “tutti sono disonesti, ma io sono il migliore” che va ad inserirsi nei già citati binari del patetismo come un “maestra, anche i miei compagni chiacchierano”.

Il Sergio Morra di Scamarcio è finalmente riuscito ad entrare nelle grazie berlusconiane, ad entrare in contatto con quel lontano “lui” che anelava, e ciò lo farà confrontare con quel regno d’avorio, carne e vulva così diverso e unitamente così viscerale.
Patetico tra i patetici, deluso tra i delusi, Morra è un Icaro che desidera volare il più vicino possibile ad un sole di potere, di soldi, di status e di passera, desiderandone sempre di più.

Toni Servillo straordinario come suo solito, protagonista di alcune scene non solo recitativamente ottime, ma che contribuiscono enormemente ed emblematicamente al tracciamento della personalità di Berlusconi per quello straordinario piazzista di aspirapolveri alle prese con la casalinga ignorante del popolo italiano.

Sguardo cupo da boss mafioso stanco dall’età e dall’eccessivo altalenarsi di vacche magre e grasse, quando viene a trovarsi nel suo habitat naturale sfoggia il più inquietante dei sorrisi da Stregatto, tentando di concupire le varie Alici che si trovano tra le sue grinfie in quella Wonderland illogica che è la vita del puttaniere.

Sicuramente un esperimento cinematografico interessante, che avrebbe meritato maggiore pubblicità nei cinema ed un approccio meno didascalico da parte di un pubblico che rischia di rimanere folgorato come Paolo sulla via di Damasco dal suo essere “pro” o “contro” il soggetto protagonista.

Consigliato senza dubbi.

Recensione di Loro 1 qui.

Fabrizio De André. Principe libero

«Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare».

Citazione del pirata britannico Samuel Bellamy (1689 – 1717) iscritta nelle note di copertina dell’album Le nuvole.

TRAMA: Gioventù e maturità del cantautore genovese Fabrizio De André (1940 – 1999). Dalle prime canzoni al successo nazionale, dal rapporto con il padre alle due compagne Enrica “Puny” Rignon e Dori Ghezzi.

RECENSIONE: Per la regia di Luca Facchini, Fabrizio de André. Principe libero è un biopic di imponente durata (oltre tre ore, che verranno spezzate in due puntate e trasmesse su Rai Uno il 13 e 14 febbraio) che incanala in una pellicola di non facile realizzazione l’enorme dimensione di uno dei cantanti italiani più noti ed amati del Novecento.

Pregio maggiore del film è sicuramente il riuscire a tratteggiare De André per la figura psicologicamente complessa che era: tanto viveur da un lato, con alcool, sigarette e donne che hanno segnato profondamente l’intera sua vita ma al contempo raffinato e delicato poeta, che proprio dalla vita nella forma più pura ha tratto l’ispirazione per le sue composizioni.

Il film mantiene proprio questo equilibrio tra i due opposti.

Fabrizio De André. Principe libero è infatti zuppo del whisky e del vino, che alimentano la fuga mentale dell’artista in una dimensione unicamente sua e lo avvicinano alla vita godereccia e viscerale che possa fornire linfa vitale per le sue canzoni; è pregno del fumo di sigarette, portate alla bocca tanto nelle occasioni di festa per celebrare i momenti lieti quanto nelle situazioni di stress come talismani orali immancabili, coperte di Linus verso tutto ciò che è esterno.

L’artista è preso per mano dalle donne, non ancelle ma compagne, che assumono ruoli diversi ma fondamentali per la crescita umana ed artistica del cantante.
La passione giovanile per la mussa, la fica, la sua frequentazione con le bagasce sperimentando l’amore nella sua declinazione più carnale ed istintiva matura poi in un’esaltazione proprio della prostituta come femmina sfortunata, e bisognosa in tal senso di affetto quanto qualsiasi persona, senza i pregiudizi legati alla professione che esercita.

La carnalità si tramuta e si evolve in amore con il passaggio dalla sua famiglia d’origine a quella di destinazione, con Puny ed il figlio Cristiano, nido e radici che però non impediscono a Faber un percorso sentimentale errabondo, che vede come ulteriore tappa la conoscenza e seguente relazione con Dori Ghezzi, il cui sodalizio inizialmente dovuto alla medesima attitudine nei confronti del successo diventa passione dirompente.

Principe libero riesce inoltre a rappresentare efficacemente sullo schermo un tema delicato ed introspettivo come l’inadeguatezza, presente in tutte le fasi della vita del cantautore (verso suo padre, verso i soldi, verso la propria stessa paternità e verso il successo, esplicato nella sua ritrosia nell’esibirsi in concerti) e che qui è tormento interiore che segue spalla a spalla il protagonista lungo tutta la pellicola.

Luca Marinelli (salito alla ribalta con il ruolo dello Zingaro ne Lo chiamavano Jeeg Robot) interpreta un De André che non è banale imitazione né ricerca della perfezione, ma è un ritratto, un’impressione, ed in questa ottica il lavoro dell’interprete è più che buono.

È vero che Marinelli non mastichi minimamente la cadenza zeneise (l’inflessione romanesca è sempre in agguato e si affaccia ad intermittenza), ma l’identicità non è lo scopo della sua interpretazione.
Non abbiamo qui Gary Oldman che si sottopone a ore di trucco per risultare estremamente simile a Winston Churchill nel recente L’ora più buia, qui l’approccio è votato alla ricerca di un’espressione e di un omaggio, ed in quanto tale si ricerca la somiglianza maggiore possibile solo circoscritta all’elemento più importante: le canzoni.

Principe libero opta per una scelta saggia: per le tracce usate da semplice colonna sonora vengono utilizzate le versioni originale di De André, mentre nelle scene di canto la voce è quella di Marinelli; qui sì che si riscontra maggiore somiglianza nel tono e nella mimica espressiva, ed è qui che la pellicola centra il proprio bersaglio.

I limiti del prodotto sono purtroppo ascrivibili ad una staticità tecnica che sfocia spesso nel didascalismo, con regia, scenografie e fotografia che per quanto non siano negative non riescono a stimolare visivamente lo spettatore, limitandosi ad un compitino a posteriori forse deludente e che conferma in parte la scarsa propensione della televisione di Stato per l’innovazione.

Con una colonna sonora comunque importante (decine di canzoni, alcune delle quali eseguite integralmente), è l’occhio che non riesce a tenere il passo dell’orecchio, genuflettendosi troppo ad esso sprecando un’ottima opportunità per realizzare un’opera più complessa e di ampio respiro.

Ottima invece la scelta del cast di contorno.

Oltre ad un’intensa Valentina Bellè nei panni di Dori Ghezzi, è sicuramente da segnalare Gianluca Gobbi, che riesce nell’arduo compito di dare corpo al recentemente scomparso Paolo Villaggio in modo straordinariamente somigliante, oltre ad essere intelligentemente usato come comic relief della pellicola, risultando piuttosto simpatico senza scadere però eccessivamente nella macchietta.

Nonostante l’amaro in bocca per un quid visivo in più che avrebbe potuto essere presente ma che non lo è stato, Fabrizio De André. Principe libero è un prodotto sicuramente consigliato sia ai fan dell’artista, che avranno modo di ascoltarne moltissime tracce ed assistere al racconto della vita di un importante esponente della scena cantautorale italiana, sia a coloro che semplicemente apprezzino la buona musica italiana e magari volessero scoprirne di più su uno dei suoi alfieri.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Pillole di cinema – The Imitation Game

The-Imitation-Game-poster_1I can read your mind / I am the maker of rules / Dealing with fools / I can cheat you blind.

TRAMA: Regno Unito, 1939. Il matematico e crittoanalista Alan Turing decide di mettere il proprio genio al servizio della Gran Bretagna. L’obiettivo è far terminare il conflitto mondiale quanto prima, collaborando alla segretissima operazione di decriptazione dei codici segreti nazisti, codificati con una macchina detta “Enigma”.

Pregi:

Qualitativamente è un ottimo film: curato in ogni suo aspetto, non presenta grossolani difetti che possano essere evidenti a primo impatto, dimostrando al contrario una cura complessiva apprezzabile nella sua realizzazione.

Benedict Cumberbatch: attore di notevole bravura, indipendentemente che vesta i panni dell’investigatore con domicilio a Baker Street, del superuomo Khan Noonien Singh o di una mastodontica viverna, si rivela a suo agio anche con i personaggi storici (interpretò anche Stephen Hawking in un film TV del 2004).

Esposizione degli archi temporali: uno dei talloni d’Achille dei biopic sta nel rischio di trasformarli in liste della spesa di avvenimenti (succede questo, poi accade questo, poi capita quest’altra cosa…): ciò può appesantire troppo il ritmo narrativo, e quindi far scemare l’attenzione dello spettatore annoiandolo.
In The Imitation Game i tre segmenti temporali (1928-30, 1939-45 e 1951) sono intrecciati tra loro dal montaggio, e ciò ravviva la fiamma dell’attenzione perché ognuno di essi è importante per la definizione del protagonista.
Il pubblico quindi si interessa al passato di Turing e a come è proseguita la sua vita dopo la guerra, cercando di comporre il suo puzzle biografico unendo mentalmente tutti i pezzi.

– La colonna sonora: ad opera di Alexandre Desplat, riesce ad accompagnare molto efficacemente ciò che viene mostrato, risultando però al tempo stesso delicata e non invadente.

Difetti:

Alcuni dialoghi: Se, come ho già detto, è intelligente l’idea di una narrazione incrociata  (combinando quindi sceneggiatura e montaggio) alcuni scambi di battute li ho trovati un po’ troppo forzati e leggermente stucchevoli.
Avrei preferito una loro maggiore vivacità, e credo che questo punto debole della pellicola sia dovuto anche ad un’eccessiva stereotipizzazione dei characters di contorno (il comandante granitico, l’agente segreto ambiguo, la donna emancipata in cerca di riscatto sociale ecc…).

Consigliato o no? Assolutamente sì. Considerato inoltre che potrebbe vincere parecchi Oscar, il consiglio è di recuperarlo entro il 22 febbraio, data della relativa premiazione.

La teoria del tutto

Teoria_del_tutto_poster_italiano“Oh, let the sun beat down upon my face, stars fill my dreams / I am a traveler of both time and space, to be where I have been.”

TRAMA: Oxford, 1963. Stephen Hawking, brillante studente di cosmologia, è colpito da una malattia terminale per la quale secondo le diagnosi dei medici gli rimangono 2 anni di vita.
Con l’aiuto della moglie Jane cercherà di andare avanti con la sua vita e con la sua ricerca sui buchi neri.

RECENSIONE: Biopic su una delle più grandi menti contemporanee, La teoria del tutto è un film di buona qualità, che mostra le vette di brillantezza e genialità che un essere umano può raggiungere pur colpito da una malattia estremamente debilitante.

Adattamento cinematografico della biografia Verso l’infinito (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, il concetto principale del film è molto semplice e allo stesso tempo importante.

La mente prevale sul corpo.

Le nostre carni sono un mero contenitore di ciò che ci qualifica come persone, ossia il nostro intelletto, da cui dipendono le opere che noi compiamo.
È ovvio che tramite muscoli, ossa e tendini un essere umano possa compiere imprese straordinarie (come testimoniano ad esempio i record del mondo nell’atletica leggera, o gli esploratori che scalano le vette più impervie o sopravvivono ai luoghi più estremi del nostro globo), ma anche in tali esempi prettamente fisici ciò non sarebbe possibile senza una sede di comando mentale determinata e sviluppata.

teoria del tutto hawking

E non bisogna considerare solo e necessariamente le eccellenze in determinati campi, anzi: ogni singola azione che compiamo ed ogni traccia che lasciamo su questo mondo, indipendentemente dalla sua grandiosità o meno, deriva dalla nostra mente e dalla nostra capacità di usarla.

Ogni atto compiuto da ogni persona.

Che ci si trovi di fronte uno tra i più grandi scienziati al mondo, un artista, un lavoratore in un qualsiasi campo o uno che scrive un blog di cinema, la mente umana è ciò che crea il nostro stesso cammino, dando vita ad opere di per sé eccezionali anche nella loro semplicità e nel loro essere apparentemente comuni.

Nella mente umana c’è un potenziale enorme.
Basta solo usufruirne.

La teoria del tutto supporta questo tema preferendo focalizzarsi su Hawking come persona più che come scienziato, aumentando quindi l’empatia del pubblico nei suoi confronti.
L’aspetto scientifico nell’opera è ovviamente importante, ma in tal modo essa diventa più accessibile per gli spettatori, che assistono alla vita di qualcuno che è uomo prima che studioso.
Si segue un percorso umano nell’arco dei decenni, e attraverso le avversità che colpiscono il protagonista; esse però non riescono ad abbatterlo, rendendolo anzi più determinato nel raggiungere i propri obiettivi scientifici e personali.

teoria del tutto coppia

La regia di James Marsh cerca di essere concreta durante la narrazione, lasciandosi andare solo a rari guizzi estetici. Tale aspetto aumenta l’oggettività del film, anche se può essere vista come una mancanza di originalità e un eccessivo stile british della stessa.
Dovendo però raccontare la vita di una personalità tanto importante, questa scelta si rivela probabilmente più azzeccata rispetto ad un eccessivo uso di orpelli visivi che a lungo andare sarebbero potuti divenire stucchevoli.

Ottimo Eddie Redmayne nei panni di Hawking.
Grande somiglianza fisica e notevole intensità emotiva, riesce ad attraversare i vari stadi della malattia e le reazioni che la accompagnano.
Tristezza, frustrazione, rabbia, determinazione e tutte le relative sfaccettature vengono mostrate nel film con sensibilità e dignità, non rendendo Hawking una sorta di macchietta, mantenendo bensì rigore espositivo.

teoria del tutto redmayne hawking

Buona interpretazione anche da parte di Felicity Jones, nel ruolo della moglie del protagonista.
Estremamente determinata e allo stesso tempo amorevole, il suo ruolo non è limitato a mera spalla, come purtroppo spesso succede, ma offre un personaggio interessante e maturo, che riscatta molti (troppi) ruoli femminili da tappezzeria tanto presenti nel cinema degli ultimi anni.

teoria felicity jones

Piccoli ruoli per Charlie Cox, David Thewlis (il Remus Lupin nella saga di Harry Potter) e Harry Lloyd (Viserys Targaryen ne Il trono di spade).

Cinque Nominations agli Oscar 2015: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Migliore sceneggiatura non originale e Miglior colonna sonora.

Un film di buona fattura, ordinato ed elegante.

Rush

rushAltro che lattina…

TRAMA: Durante gli anni settanta esplode la grande rivalità sportiva tra i piloti più forti del momento, James Hunt e Niki Lauda. Il primo è un ragazzo estroverso ed affascinante, sempre a caccia di divertimento e belle donne; l’altro è invece introverso e riservato, dedito in maniera scrupolosa alla sua professione. La loro rivalità raggiunge il culmine in Formula 1, nella stagione 1976…

RECENSIONE: Regia di Ron Howard (vincitore dell’Oscar 2002 per A beautiful mind, con Russell Crowe matematico svalvolato), director di ottimi film come Cocoon – L’energia dell’universo, Apollo 13 e Cinderella Man purtroppo incappato recentemente in ben due Dan Brown. Dimenticandoci le improbabili pellicole con Tom Hanks in versione “Indiana Jones sotto formaldeide” qui abbiamo un ottimo film, ben girato e che riesce a far respirare allo spettatore il clima della Formula 1 degli anni ’70.

Ottime in particolare le riprese delle corse, molto ben realizzate e spettacolari; unendo il fattore adrenalinico delle gare all’occhio sui due protagonisti si ha un’opera completa e di notevole impatto emotivo.

La pellicola mostra due piloti estremamente diversi in tutto, persino nel loro approccio alla vita. Hunt è una sorta di Übermensch che si gode tutti gli eccessi che la sua fama può offrirgli; alcol, donne e stravizi sono all’ordine del giorno, e questo fa di lui una candela destinata a bruciare intensamente ma durare poco. Lauda al contrario ha un’abnegazione al lavoro tale da mettere la sua carriera di pilota sopra tutto il resto, facendo di lui un androide in grado di capire e analizzare le auto e le corse senza preoccuparsi del lato umano ed emozionale. Il contrasto tra i due è reso in modo emozionante proprio in quanto persone e piloti agli antipodi, e nonostante questo entrambi bravi nel loro lavoro e ammirati dal pubblico.

Sceneggiatura di Peter Morgan, che ritrova Howard dopo Frost/Nixon – Il duello (2008) e che a parte il deboluccio Hereafter (2010) di Eastwood non ha sbagliato un colpo. Anche qui dosa bene l’elemento personale con quello sportivo, mostrando con sagacia sia le vicende umane dei due protagonisti, senza scadere nel patetismo o nella retorica, sia l’emozionante duello sportivo del 1976, riuscendo a far immedesimare lo spettatore nelle vicende in maniera efficace.

Protagonisti Chris Hemsworth (“Ma quello è Thor!” Sì, e voi siete dei deficienti) che interpreta un Hunt “The Shunt” spaccone all’apparenza ma con una grande passione per il suo sport. Potrebbe essere la pellicola della definitiva maturazione per l’attore australiano, iniziandolo a ruoli più introspettivi di un dio sparafulmini. Il tedesco Daniel Brühl (era il ragazzo protagonista di Good Bye, Lenin! e il giovane soldato nazista eroico, con tanto di film dedicato, in Bastardi senza gloria) dà volto ad un Lauda molto più composto e sotto le righe, mantenendo nascosta la tempra del personaggio dietro sguardi ed espressioni marmoree. Piccola parte per Pierfrancesco Favino nei panni dello svizzero Clay Regazzoni. Ruolo femminile principale per la longilinea gattona Olivia Wilde, femme fatale ma con carattere, il che non guasta.

Fotografia di Anthony Dod Mantle che contribuisce molto a ricreare l’atmosfera degli anni ’70, grazie anche ad una meticolosa ricerca dei costumi e delle auto del tempo. Ottime musiche di Hans Zimmer.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Le 24 ore di Le Mans (1971), Adrenalina blu – La leggenda di Michel Vaillant (2003), Senna (2010). Oppure il documentario Hunt vs Lauda: F1’s Greatest Racing Rivals (2013); qui il link YouTube http://www.youtube.com/watch?v=EDGV7U3vqU4

Best

bestMaradona good.
Pelé better.
George Best.

TRAMA: Ascesa e caduta di George Best, stella del calcio mondiale a cavallo degli anni ’60 e ’70.
A fenomenali giocate sul campo abbinava seri problemi di dipendenza dall’alcool e una personalità autodistruttiva.

RECENSIONE: Diretto e sceneggiato da Mary McGuckian, questo film è un buon biopic su un campione del pallone bruciatosi presto a causa dei suoi demoni personali, e inserito nella triste cerchia che ha annoverato nel corso dei decenni grandi calciatori come Garrincha, Gascoigne, Socrates e Maradona.

La pellicola segue la sua parabola umana e calcistica, unendo questi due aspetti e mostrandone l’avanzamento in parallelo.

Per quanto riguarda l’ambito prettamente sportivo del Pallone d’Oro del 1968, Best mostra alcune tappe fondamentali della sua carriera calcistica, come la finale della Coppa dei Campioni 1967-68 vinta da protagonista contro il Benfica di Eusebio, le giocate di classe da giovanissimo e il record di 6 goal segnati in un’unica partita (nella stagione 1969-70 contro il Northampton).
Oltre ad una panoramica sul Best calciatore viene evidenziato il lato personale ed umano del George uomo, evidenziando ad esempio il sempre più difficile rapporto coi compagni di squadra, i seri problemi causati dall’abuso di alcool e l’incapacità da parte di Best di trovare una dimensione di tranquillità interiore, lasciandosi andare molto spesso al gioco d’azzardo e a donnine allegre.

Buona interpretazione da parte del (all’epoca) trentanovenne John Lynch, che della pellicola ha curato anche la sceneggiatura.
Relativamente credibile sia nel periodo iniziale di vacche grasse sia una volta abbandonati gli scarpini chiodati, l’attore rende Best una creatura forte ma allo stesso tempo fragile a causa del già citato contrasto tra una dimensione sportiva semidivina e un lato umano in tempesta.
Viene resa bene inoltre la già citata doppiezza che caratterizzava il legame con il calcio del personaggio, che quasi è trasformato in due persone diverse in base all’indossare o meno la maglia dei Red Devils.

Buono anche il cast di contorno, forse non molto famoso da questa parte della Manica ma con attori ben inseriti nelle rispettive parti e funzionali al film; si notano in ruoli minori il celebre Stephen Fry e Roger Daltrey, leader degli Who.

Paragrafo per gli appassionati di calcio.
Ian Hart, ex professor Raptor in Harry Potter e la pietra filosofale, qui è nei panni del roccioso mediano Nobby Stiles; Ian Bannen interpreta sir Matt Busby, grande allenatore che ha tentato inutilmente di domare e consigliare la bizzosa ala destra quasi come fosse un suo secondo padre; Linus Roache, che ha dato volto a Thomas Wayne in Batman Begins è Denis Law, Pallone d’Oro nel 1964; Jerome Flynn è sir Bobby Charlton ex capitano di quello United e Pallone d’Oro nel 1966.

Best è uscito in Italia nel 2002 direttamente in VHS

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