L'amichevole cinefilo di quartiere

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Transformers 4 – L’era dell’estinzione

transformers4_locandinaDi questi film, spero.

[Quella cosa sconclusionata che secondo Michael Bay e i suoi compagni di merende dovrebbe essere la] TRAMA: Un meccanico scopre per caso il transformer Optimus Prime, che si sta nascondendo dagli umani che lo vogliono distruggere.
Nel frattempo un gruppo di scienziati, studiando questi esseri, si spinge troppo oltre…

RECENSIONE: Premettendo che l’essere arrivati fino al capitolo quattro di questo franchise è un’onta per la parte senziente del genere umano, Transformers 4 – L’era dell’estinzione è un’inguardabile baracconata flagellata da stupidità, dialoghi improbabili e stereotipi tanto esagerati quanto fastidiosi.

Tipo Una mamma per amica al maschile.

Un film con l’aggravante di non fingere nemmeno di essere una buona opera spegni-cervello, ma che fissa fieramente negli occhi lo spettatore con il tipico sguardo di ghiaccio eastwoodiano accusando sua madre di tenere abitudini sessuali assai vittoriane.

Dal punto di vista più tecnico e specifico, i difetti della pellicola sono talmente evidenti che la recensione potrebbe anche non essere scritta.

Tornate qua, era per dire!!

La regia ha infatti tutti i Bayismi che ormai critica e pubblico ben conoscono (vedere anche l’ultimo articolo da me scritto su questo regista), e una pellicola di buona fattura con tali premesse è quindi come il confine tra Italia e Germania.

Sì, l’ultima battuta non è immediata, vi do quei 2-3 secondi per capirla.

Facezie a parte, niente di nuovo sul fronte cinematografico: esplosioni tanto colossali quanto casuali, slow motion ancor più utilizzata di 300 e relativo seguito (che senza l’uso di tale tecnica durerebbero 35 minuti), tanto sole e tanta ignoranza.

Ma tanta.

MA TANTA.

Sì, buonanotte.

Sì, buonanotte.

Il pedale dell’acceleratore viene spinto sempre al massimo nelle scene d’azione, e questo mette ancora più in risalto la debolezza strutturale del film, che risulta quindi essere un castello di carte con dei pesi di piombo attaccati ai vari piani: tutto ciò che può esplodere, sfasciarsi, crollare e sbriciolarsi lo fa, dimostrando il probabile odio di Bay nei confronti degli ingegneri edili.

Provate a contare quante volte si vedono i protagonisti in mezzo allo schermo, con alle loro spalle un’esplosione in slowmo e un (fastidiosissimo alla lunga) raggio di sole che gli filtra da dietro andando a piantarsi nella vostra pupilla.

Dovrete ricorrere alle dita dei piedi dopo meno di un’ora.

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E siccome le disgrazie vanno sempre in coppia (come un’altra cosa), vai con la sceneggiatura.

Non nascondiamoci dietro a un dito: Ehren Kruger, sceneggiatore di tutti i film sui robot giganti dal secondo round in poi, ha probabilmente prodotto questo script tra una partita a Ruzzle e l’altra.

Questa è infatti l’unica spiegazione logica, oltre all’abuso contemporaneo di eroina, Jack Daniels e Slurm, per cui la mente di un essere umano presumibilmente capace d’agire potrebbe partorire una massa di insulsaggini, battutacce, reazioni umane casuali e scene tirate per i capelli della durata complessiva di due ore e quaranta: centosessantaminuti stupidi, frustranti ed inutili.

Come spiegare la regola del fuorigioco a una donna.

Provate a pensare a un cliché dei film d’azione.
Una cosa che si vede sempre, che viene detta sempre e che è diventato quasi un must di questa tipologia di film.
Uno a caso.
In Transformers 4 c’è.

Uguale identico a come lo si è visto altre decine di volte.

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Mark Wahlberg sostituisce Shia LaBeouf come protagonista di questo circo equestre; chiedersi chi tra i due sia il migliore è come scegliere cosa potrebbe abbattere meglio un carro armato tra un sasso e un ramo; entrambi nei panni di personaggi improbabili, entrambi spinti da una motivazione a n zeri.

Denaro, che gli fai tu agli attori…

Nicola Peltz (classe 1995, a ‘sto giro Bay si è dato al genere “Barely legal”) è la gnocca monoespressiva di turno.
Considerato che nei film di tale regista le donne sono solo ed esclusivamente lamentose principesse da salvare o incorreggibili troioni d’assalto, non si può chiederle di sollevare granché la qualità complessiva del film; mi sentirei quindi di considerarla più una vittima che una complice.

Poi mi viene in mente che ha recitato anche in quell’informe ammasso di bolo de L’ultimo dominatore dell’aria e la sua presenza diventa allora intollerabile.

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E se in una pellicola recitano male persino Kelsey Grammer e Stanley Tucci (circondati tra l’altro da un supporting cast di scappati di casa con personaggi francamente inutili), significa che i buoi sono usciti dal recinto ormai da un pezzo.

Per concludere, una considerazione di carattere generale.

Il grosso problema di opere come questa (oltre ovviamente ad essere delle inguardabili troiate) è che si fanno troppo spesso scudo con la classica paraculata “è un film di disimpegno, non lo potete criticare negativamente”.
Tale ragionamento, oltre ad essere francamente irritante, è concettualmente sbagliato.

Esso porta infatti a ritenere erroneamente i film leggeri o di svago pessimi a prescindere, dimenticandosi che nella storia del cinema sono state realizzate delle ottime pellicole di disimpegno, diventate giustamente cult e conosciute in tutto il mondo (come The Blues BrothersL’aereo più pazzo del mondo Frankenstein Junior tanto per dirne tre, ma ce ne sarebbero altre).

blues brothers

Quindi sono gli stessi creatori (e talvolta gli amanti) di pessimi film a denigrare il cosiddetto “film leggero”, e ciò porta purtroppo ad un appiattimento qualitativo verso il basso dell’intrattenimento cinematografico e dell’Arte stessa, destinata temo a peggiorare sempre più col passare degli anni.

E a portare sugli schermi sempre più prodotti come Transformers 4, un film con lo stesso valore artistico di un concerto di scorregge con le ascelle.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: La trilogia precedente del relativo franchise, Pacific Rim e usare una pistola al posto del phon.

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Pain & Gain – Muscoli e denaro

Pain & GainMai visti tanti steroidi in un film solo.

TRAMA: Miami, 1995. Due bodybuilder e un criminale decidono di rapire un uomo d’affari per dare una svolta alla loro vita e acciuffare il sogno americano.

RECENSIONE: Dopo una serie imbarazzante di fetecchie a base di esplosioni e costi pantagruelici, il buon Michael Bay, di cui ho parlato con tanto amore quiporta sugli schermi un film il cui budget è di soli 22 milioni di dollari. Improvviso come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, il regista californiano dirige una storia dove nessun palazzo crolla su se stesso, non ci sono robot che si prendono continuamente a legnate e non c’è Nicolas Cage che si spaccia per un moooolto credibile esperto chimico.

E, meraviglia delle meraviglie, non è neanche male.

A parte ovviamente i soliti virtuosismi abbastanza inutili della macchina da presa: rallentamenti, soggettive, riprese con telecamera a mano… tecniche interessanti ma buttate nel film un po’ a casaccio e senza un vero scopo, risultando in alcuni casi un po’ sbrodolate.

La sceneggiatura di Stephen McFeely e Chistopher Marcus mostra l’ambizione e la voglia di successo personale dei bodybuilder, categoria molto amata dalle ragazze, un po’ come i bagnini, i deejay e quelli che scrivono recensioni di film. I Premi Nobel per la Panca si muovono in una Miami ricca dei suoi tipici stereotipi (sole, mare, belle ragazze discinte) ma con un lato più nascosto e grigio, basato sullo sconforto di quelli che non sono riusciti a soddisfare desideri e ambizioni. Ciò contribuisce a rendere la storia meno patinata e più cruda, aiutando lo spettatore a identificare i personaggi come persone e non come figure idealizzate.

I tre protagonisti, che vivono la palestra in modo esaltato ed eccessivo, dimostrano di non avere idea della dimensione reale delle cose, facendosi trascinare dai loro istinti e agendo senza un briciolo di razionalità, preoccupati solo di pomparsi e di essere “vincenti”. Proprio questa malata ricerca dell’affermazione personale è la chiave di volta del film, e può essere vista anche come critica sociale (in un film di Michael Bay? Però!) a un mondo basato sul consumismo e sulla spasmodica volontà di elevarsi al di sopra degli altri.

I soldi diventano così l’unico particolare che distingue i winners dai losers, trasformandosi in un’ossessione che fa dimenticare alle persone di avere comunque un bel lavoro e di essere più fortunati di molti altri. La perfezione fisica sostituisce quella morale, ribaltando la scala dei valori tra l’essere e l’apparire.

Muscoloso –> Vincente –> Soldi.

Il Trio Lescano di protagonisti è composto da Mark Wahlberg, che si risolleva dai mediocri Contraband e Tedben incarnando un ambizioso idiota maniaco del fitness. L’onnipresente (sia nel senso che ultimamente compare in un sacco di film sia nel senso che è molto grosso) Dwayne Johnson rappresenta il lato più comico della pellicola a causa dei suoi comportamenti sopra le righe e Anthony Mackie completa bene il gruppo. Tony Shalhoub, il miliardario, è l’ex protagonista della serie tv Detective Monk. Il bravo Ed Harris tira gli ultimi colpi prima della pensione (che ti frega, Ed? Pensa all’assegno) incarnando il personaggio più positivo della pellicola, ruolo che di solito non gli appartiene ma che qui rende al meglio . Piccola parte per Ken Jeong, il Chow della serie Una notte da leoni e apparizione di Peter Stormare, reduce dall’incomprensibile Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe.

Il film è ispirato a una storia vera raccontata in una serie di articoli del Miami New Times nel 1999.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i due Bad Boys (1995, 2003) con molta ironia e azione, oppure per via di alcune tematiche il drammatico Alpha Dog (2006).

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