L'amichevole cinefilo di quartiere

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Madre!


Dimmi, Jean Claude.


TRAMA: Quando un celebre poeta e la sua giovane moglie accolgono in casa due ospiti inattesi, iniziano a verificarsi episodi inquietanti e il loro rapporto idilliaco si trasforma in un incubo infernale.

RECENSIONE:

Se per capire se ti sia piaciuto o meno un film devi rifletterci sopra la mattina seguente credo sia un bene a prescindere, perché significa che ciò che hai visto la sera prima ti ha lasciato qualcosa.

Madre!, oltre a fornire ulteriore prova che Darren Aronofsky dovrebbe sniffare molto meno Viakal (o molto di più), offre una rappresentazione metaforica della Genesi di indubbio impatto visivo, anche se sicuramente potrebbe risultare indigesta ad un pubblico poco partecipe.

La pellicola richiede infatti un’attenzione al simbolismo interno non indifferente, dovuta sia alla scelta di rendere piuttosto scarna la trama fattuale in sé, sia per la presenza di dialoghi asciutti e talvolta relativamente criptici.

La Creazione, il frutto proibito, il circolo uroborico di vita e morte collegate ciclicamente ed il rapporto tra un Dio produttore e un’umanità che è sia prodotto stesso che fruitrice si delinea attraverso scelte visive potenti e sicuramente azzeccate.

La casa come Terra, a delineare il parallelismo tra l’abitazione più piccola e intima di un essere umano e quella più enorme e generica, è un vero e proprio personaggio dotato di vita propria, in un rapporto simbiotico con la sua curatrice non a suo agio vista la presenza di soggetti estranei visti come intrusi invasori.

I dialoghi presentano un’alternanza di conoscenza ed ignoranza che è tipica non solo dell’umanità in sé, ma anche del nostro rapporto con il trascendente.
Il Dio di Javier Bardem si trova talvolta ad avere informazioni celate alla Terra di Jennifer Lawrence, mentre al contrario ignora totalmente le motivazioni che spingano le folle a comportamenti deviati.

La divinità scrittrice, che offre con intenti positivi un prodotto alla massa, ne subisce poi l’eccessivo fanatismo e la tracimazione delle loro debolezze che esso comporta: l’Uomo infatti non è in grado di apprezzare il Bello di per sé, perché odio, egoismo ed avidità lo corrompono impedendogli di trovare la serenità in un bene condiviso con i suoi simili.

Madre! è un’opera sicuramente ambiziosa, che in quanto tale non ha trovato nè l’approvazione generale della “poca” critica (spaccata in due), nè il supporto al botteghino del “grande” pubblico (costato 30 milioni di dollari, non è arrivato a 45).
Nonostante ciò un film che merita sicuramente la visione, se non altro per la sua prepotente ricchezza tematica e per la particolarità dell’idea alla base.

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

We’ve got us a map, (a map!)
To lead us to a hidden box,
That’s all locked up with locks! (with locks!)
And buried deep away!

We’ll dig up the box, (the box!)
We know it’s full of precious booty!
Burst open the locks!
And then we’ll say HOORAY!

TRAMA: Jack Sparrow si trova a dover affrontare una flotta di marinai fantasma guidati dal capitano Armando Salazar, fuggiti dal Triangolo del Diavolo per ucciderlo.
Jack si avvia quindi alla ricerca del leggendario tridente di Poseidone, che può diventare la sua unica speranza di salvezza.

PREMESSA: Qualche anno fa scrissi una sbrodolata infinita un articolo relativo al franchise dei Pirati dei Caraibi nel suo complesso. In questa recensione non farò quindi molti riferimenti ai suoi alti (pochi) e bassi (terribili): se volete leggervi un mio parere più specifico, trovare il post a questo link.

RECENSIONE: Nel capitolo numero cinque della saga cinematografica basata su un’attrazione di Disneyland, il nostro eroe Jack Sparrow affronta una ciurma con poteri sovrannaturali

il cui capitano è collegato a lui in qualche modo

facendosi aiutare da un ragazzo e una ragazza

e l’unico modo per salvare la pelle è trovare un artefatto/oggetto/luogo magico e potentissimo.

Cara Disney e caro Jerry Bruckheimer, non per essere irrispettoso, ma…

AVREMO MICA UN PO’ FINITO LE IDEE???

Per la regia del duo norvegese  Joachim Rønning/Espen Sandberg, La vendetta di Salazar è un pirate-movie piuttosto ordinario, che al di là dell’ovvio bailamme legato ai classici effettoni speciali e creature sovrannaturali varie imposta un colorato e rassicurante giocattolone incassa-soldi senza infamia né lode.

Il più grande merito e allo stesso tempo limite della pellicola è infatti quello di agganciarsi piuttosto pedissequamente al primo e migliore capitolo della saga (La maledizione della prima luna): se da un lato tale scelta contribuisce a dimenticarsi dell’orrore del quarto episodio (povero Ponce de León…), dall’altro il suo essere così… ehm… primalunesco svaluta di parecchio la sua indipendenza artistica oltre che una futura ed eventuale memorabilità.

Detto con altri termini, si ha complessivamente l’impressione più dell’omaggio che del seguito.

Sì, insomma, pare la versione cappa e spada de Il risveglio della Forza.

L’azione è come al solito presente e molto sopra le righe, con un uso abbastanza “disinvolto” delle leggi fisiche ed una computer grafica pregevole nei dettagli ma ogni tanto zoppicante sull’ampio spettro (gli sfondi sono talvolta un problema), ma se prese con leggerezza divertono e quello è il loro scopo.
Assistendo ad una rocambolesca assurdità dietro l’altra si può anche sorridere, apprezzando il fatto che la pellicola (come le sue precedenti, del resto), abbia l’enorme merito di non prendersi quasi mai sul serio.

Nonostante l’ilarità di base probabilmente il segmento iniziale del film avrebbe potuto essere parecchio snellito: al di là delle (eccessive) due ore e mezza di durata, la storia infatti fatica parecchio ad entrare a pieni giri, incartandosi troppo fin da subito in una presentazione dei vari personaggi farraginosa e narrativamente pesante.

Ricorrendo inoltre al mai domo espediente del flashback, particolarmente fastidioso quando l’esposizione è così quantitativamente ricca.

Anche le new entries sono un po’ sprecate: se l’Henry Turner di Brenton Thwaites è una palese copia carbone del padre Orlando Bloom, la scienziata di Kaya Scodelario avrebbe potuto ricevere maggiore introspezione, risultando invece un character piatterello e con un background piuttosto buttato lì.

Non bastano purtroppo una notevole avvenenza (sul serio, è Carina di nome e di fatto) ed un piccato sarcasmo da strong independent woman per irrorare di luce artistica un personaggio mero meccanismo di una macchina studiata per gli incassi.

Stesso discorso può essere esteso al Salazar interpretato da Javier Bardem, la cui caratterizzazione si limita a “odia i pirati, ha una nave della Madonna, ad un certo punto lo si vede addentare una mela”: un po’ troppo poco per un antagonista che sulla carta avrebbe potuto essere molto più complesso (ad esempio ampliando il suo far parte, suppongo, della marina spagnola e quindi legalmente parlando essere uno dei “buoni”).

Johnny Depp è un Passero particolarmente ubriaco ed è sempre… il solito: ironia, trasandatezza, sconcerie varie ed un solida relazione amorosa con la bottiglia.

Personaggio che si fonde con l’interprete?

Ottimo doppiaggio italiano, su cui spiccano i “soliti” Fabio Boccanera, Roberto Pedicini e Pietro Ubaldi; alcuni giochi di parole piuttosto vanno un po’ persi (ad esempio la gag di “horologist” capito come “whoreologist”) ma ho sentito adattamenti nostrani peggiori.

Il giudizio finale dipende dallo spettatore:

– Non è una gran roba, ma c’è di peggio.

– C’è di peggio, ma non è una gran roba.

Skyfall

J.B. is back.

TRAMA: Mentre James Bond risulta disperso, l’identità degli agenti segreti della NATO è stata resa nota. Nel momento di maggior bisogno d’aiuto Bond ricompare e viene incaricato di cercare il responsabile: il pericoloso criminale Raoul Silva.

RECENSIONE: 23° capitolo della saga dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà, nato nel 1952 dalla penna dello scrittore inglese Ian Fleming, il terzo con protagonista Daniel Craig dopo Casino Royale (2006) e Quantum of Solace (2008). Il film festeggia degnamente le 50 candeline del personaggio, risultando un bell’ action – spy – movie con un ritorno agli elementi cardine della saga e allo stesso tempo con un’innovazione tecnologico-sociale resasi ovviamente necessaria; in questo caso gli stereotipi non sono un male, in primis perché come già detto contribuiscono a creare l’effetto “ritorno alle origini”, e poi perché grazie a Dio mancano quelli più irritanti (tipo il classico personaggio secondario afroamericano che muore a metà film): come direbbe il buon Proust è come annusare il celebre drink di Bond, un Martini secco agitato non mescolato con bicchieri ghiacciati non assiderati, preparato da un barista indonesiano, non polinesiano, con le cannucce di plastica, ma non pieghevoli, e immergersi nei ricordi. La regia di Sam Mendes (5 Oscar, tra cui miglior regia per American Beauty (1999), Era mio padre (2002)) si destreggia sia nelle sequenze d’azione, numerose ma non stancanti come è stato in alcuni casi per la saga di Mission: Impossible (l’ultimo capitolo è da evitare come la peste) sia nei dialoghi con primi piani a go-go e battute taglienti, riuscendo a mantenere al film un contegno senza abbandonarsi a inutili sbrodolate o iperboli senza senso logico. Craig (presente anche in Millennium – Uomini che odiano le donne di Fincher, Le avventure di Tintin di Spielberg e Cowboys & Aliens di un cialtrone) non ha la classe di Sean Connery e non è un allegro puttaniere alla Roger Moore, ma in una versione moderna della saga ci sta come il cacio sui maccheroni, nonostante le perplessità iniziali di critica e pubblico dopo essere stato scelto per far ripartire la serie: zompa, spara, corre, schiva, potenzia l’arma, sale di livello e arriva al checkpoint. Il suo avversario è il biondo crinito Javier Bardem (Carne tremula (1997), Mare dentro (2004), Oscar come non protagonista per Non è un paese per vecchi (2008)), avvezzo ormai alle capigliature improbabili, che nonostante la sua prima apparenza alla Enzo Paolo Turchi incarna un personaggio con tantissime sfaccettature interiori, riuscendo però a rappresentare allo stesso tempo l’icona del cattivo alla James Bond: ricco come zio Paperone, cattivo come Montero e con alle spalle un machiavellico piano a più livelli. Naomie Harris (ex sacerdotessa Tia Dalma nei capitoli 2 e 3 della saga Pirati dei Caraibi) riscatta in parte il ruolo iper maschilista della Bond girl, il cui unico scopo da decenni è farsi chiavare dalla spia, con un personaggio femminile forte e che non ha funzione di soprammobile. Judi Dench riprende il ruolo di M, capo di Bond, brevi apparizioni di Albert Finney e Ralph Fiennes, che prima si scrollerà di dosso il personaggio di Voldemort meglio sarà. Fotografia di Roger Deakins, che ha lavorato a tutti i film dei Coen, con un ottimo uso delle varie location del film, e musiche dell’esperto Thomas Newman che fanno da buon corollario all’aspetto visivo della pellicola. Adatto ad appassionati e non.

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