L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Banks’

L’angelo del male – Brightburn


Non è un uccello.

Non è un aereo.

TRAMA: Brandon è un bambino vivace, intelligente, curioso, che si trova a suo agio più con gli adulti che con i coetanei.
La sua particolarità? È stato adottato da una coppia di contadini dopo essere piovuto dal cielo dentro un’astronave…

RECENSIONE:

Diretto da David Yarovesky e prodotto da quel James Gunn con cui Yarovesky ha collaborato per i vari Guardiani della Galassia, Brightburn è una piccola chicca che riesce a ritagliarsi un suo spazio di nota sgomitando in un genere ultrasaturo come quello supereroistico.

L’originalità del film deriva ovviamente da un finalmente benvenuto cambio di rotta riguardo la stantia figura del superuomo: egli infatti non è più un essere il cui unico obiettivo è portare salvezza all’umanità, tanto altruista e generoso da sfociare nel messianico, ma diventa una terribile minaccia che l’uomo comune semplicemente non ha mezzi per affrontare.

Encomiabile per la resa qualitativa di Brightburn il buon dosaggio tra le sezioni più familiari ed introspettive, in cui soprattutto attraverso i primi piani sul problematico Brandon (un efficace Jackson A. Dunn) si va a comprendere la discesa nelle tenebre di un ragazzino, e la pura violenza esplicita e corporea.

Quest’ultima non si crogiola nel gore, optando invece per scegliere pochi momenti mirati in cui spargere il sangue.
Anche questa è una direzione narrativa che centra il bersaglio, dato che in tal modo l’opera non deraglia in un facilone ammazza-tutti di grana grossa, mantenendo invece un focus addirittura quasi di dramma famigliare con un contorno di superpoteri.

Ovvia ed esplicitata direttamente nella storia è la metafora della pubertà: il passaggio cardine del risveglio sessuale, della masturbazione e delle pulsioni nei confronti di ciò che si anela carnalmente scorre in parallelo con la scoperta di sé da parte di un ragazzino, il cui sé è però contenitore di capacità uniche.

Se l’acquisto di riviste pornografiche, la consultazione di siti hard o le giovanili veglie oltre le ore 23.00 a guardare canali televisivi locali sono fasi sostanzialmente normali ed innocue, rendersi conto di quali devastanti conseguenze possa avere un proprio pugno o accorgersi di poter volare diventano esperienze che solo con una profonda maturità mentale possono essere sfruttate ed incanalate nella direzione del bene.

Oltre al già citato Dunn, la cui espressione facciale normalmente imperscrutabile aggiunge un’enorme dose di inquietudine nello spettatore, buona prova per Elizabeth Banks, che dopo anni di ragazzacce si cimenta in un ruolo materno più consono alla sua età (portata comunque magnificamente).

Apprezzabile anche la durata contenuta (meno di un’ora e mezza), che fa sì che la pellicola non si perda in sbrodoli narrativi inutili, ma mantenga una traiettoria climatica efficace.

Nota di profondo demerito per i distributori italiani, che hanno scelto di appioppare un sottotitolo banale e stupido ad un film il cui originale “Luminosa bruciatura” ha una potenza esplicativa imparagonabile.

Consigliato.

Annunci

Pupazzi senza gloria

Le luci sono pronte
è tempo di iniziar.
È tempo per filmacci
vi faranno vomitar.

TRAMA: Los Angeles. In un presente alternativo a quello che conosciamo, esseri umani e pupazzi convivono tranquillamente.
Due detective devono indagare sulla misteriosa catena di omicidi che, negli ultimi tempi, ha coinvolto i membri della “Happytime Gang”, protagonista di un famoso show televisivo per bambini.

RECENSIONE:

Capitano dei momenti, nella vita di un uomo, in cui ci si trova faccia a faccia con qualcosa che ci spinge a fermarci per riflettere sui propri limiti.

Sulle proprie mancanze.

Sulle proprie debolezze.

Io di fronte a questo film ci ho provato, attraverso una profonda meditazione introspettiva.

Vi giuro, ho tentato di capire.

Mi sono impegnato.

Mi sono sforzato di comprendere.

Mi sono quasi… costretto.

Mentalmente.

Ma anche fisicamente.

Ma non ci sono riuscito.

Ho tentato.

Ed ho fallito.

Io non ho idea di come possano piacervi queste puttanate.

Dalla mia esperienza cinematografica, costituita da più di 1700 film visionati, non mi pento di definire Pupazzi senza gloria una delle troiate più ignobili a cui abbia mai avuto la disgrazia di assistere in quasi trent’anni.

Pellicola senza il più remoto barlume di idea e con una dolorosa assenza di qualsivoglia brio narrativo, visivo, realizzativo, accusativo o vocativo, siamo indubbiamente al cospetto di una ignominiosa vaccata col fischio.

Un film che vede come sue colonne artistiche pupazzi di stoffa che scopano, eiaculano, dicono oscenità e propongono sesso orale al prossimo.

Ok il contrasto tra il fantoccio come simbolo dell’infanzia e la volgarità adulta.

Ok l’assurdo generato dalla diametralità tra contesto e contenuto.

Ok i personaggi colorati e sopra le righe.

Ma questo film è un cesso, è che sia stato girato, pensato e prodotto da Brian Henson, figlio del Jim creatore dei Muppet è uno schifo.

Meno male che sei morto da trent’anni.

Pupazzi volgari che convivono con gli esseri umani è un’idea che avrebbe potuto risultare simpatica solo per un caustico ed immediato corto, ed infatti tale geniale pensata perde inesorabilmente la sua carica narrativa una volta che il pubblico viene immerso nel contesto dell’opera, un qualcosa di terrificante, gradevole quanto un lecca lecca al gusto di sperma e che, oltretutto, annoia terribilmente.

Questo film dura novantun minuti.

Che sono ottantuno di troppo.

Un fantoccio vuoto e senza vita. E un pupazzo blu.

Pure il titolo italiano, scelto da una persona che andrebbe impiccata in pubblica piazza quale nemica del popolo, contribuisce all’estrema finezza di mood dell’opera, rimandando a capolavori avanguardisti dell’ars comica quali 3cientoLo spaventapassere ed altre pellicole parodistiche così frizzanti da farmi vergognare che siano state portate sulla sfera del visibile da esseri viventi appartenenti alla mia specie.

Pietra angolare del nostro capolavoro è l’abruzzese Marcello Macchia (in arte “Maccio Capatonda”), che, se può far sghignazzare nei suoi sketch comici nonsense, come voce di un pupazzo detective privato in stile sbirro duro e cinico anni ’20 alla Robert Mitchum non ci azzecca una mazza.

«Sputtanarsi!»

Capisco che ormai in ambito comico-famigliare il cinema sempre più spesso ricorra ai cosiddetti “talent” (termine ossimorico, in quanto sovente dei cani atroci), ma ormai parecchie scelte risultano abbastanza toppate: questa è una di esse, con un connubio vocalità-immagine inesistente.

Tipo far doppiare un ragazzino a Bruno Pizzul.

Continuiamo così, facciamoci del male.

Protagonista una Melissa McCarthy sempre più svogliata e la cui filmografia anno dopo anno rafforza la sua candidatura come degna sostituta del waterboarding a Guantanamo; peccato per la nostra Francesca Guadagno, con cui forma un’accoppiata voce-volto eccellente, ma il suo partecipare ad una quantità abnorme di film dalla qualità esecrabile contribuisce ad inflazionare il personaggio.

Non fare quella faccia, almeno a te pagano.

E a provocarmi un esaurimento nervoso inesorabile.

Personalmente mi dispiace per Elizabeth Banks, che più volte si è dimostrata discreta attrice in ruoli brillanti, oltre ad essere un tòcco di figa assurdo una regista in erba, qui veramente buttata allo sbaraglio in un ruolo di tre scene (TRE) incisivo quanto scorreggiare in un tornado.

Mi sono appena innamorato.

Nonostante farà sicuramente piacere agli araldi del “tanto per passare un’oretta e mezza leggera”, tronfi battenti lo stendardo del “ma sì, si guarda”, a cui bisognerebbe voltairianamente rispondere ma “si guarda” un cazzo, questa pellicola ha come difetto principale la sua appartenenza al regno dell’esistente.

Pupazzi senza gloria, un film che è come una canzone dei Thegiornalisti.

Fa schifo e non ha senso.

Power Rangers (2017)

Potere del cristallo del… ah, no, sbagliato serie.

TRAMA: Cinque ragazzi che vivono nell’immaginaria cittadina di Angel Grove vengono scelti dal Destino per diventare i nuovi Power Rangers, invincibili guerrieri mascherati pronti a difendere la Terra dalle forze del Male guidate dalla strega intergalattica Rita Repulsa, in cerca di vendetta per essere stata sconfitta dalla precedente squadra di combattenti.

RECENSIONE: “Power Rangers”, chi erano costoro?

I Power Rangers, personaggi nati nell’omonima serie televisiva del 1993, sono dei tizi che combattono il male vestiti con costumi sgargianti e caratterizzati dall’utilizzo di mosse dalla dubbia serietà estetica.

Ok, questa gag era scontata ma ero in dovere morale di farla, ora basta facezie.

Per quanto io sia consapevole che i produttori di Hollywood venderebbero la propria madre per un buon incasso al botteghino, sinceramente non credevo che volessero raschiare il barile TANTO IN FONDO da recuperare una serie televisiva che, pur famosissima e di enorme successo commerciale (gadget e altro), era piuttosto trash persino per gli esagerati Nineties, decennio in cui misura e sobrietà non erano particolarmente di casa.

E invece eccoci qui, nell’Anno Domini 2017 ad assistere ad una “nuova” versione di questi “fantastici” eroi.

E com’è?

Direi una deboluccia ed inutile porcatina.

Uno dei peggiori difetti di questa pellicola e che, non mi stancherò mai dirlo, costituisce veramente il MALE dei film action, è di avere un’introspezione psicologica sui personaggi veramente DA QUATTRO SOLDI, aggravata ulteriormente dal fatto che, fin dalle prime sequenze che li vedono protagonisti, possiamo notare come i nostri pisquani denotino lo stesso carisma dei manichini dei Grandi Magazzini.

Tali connotazioni da Adolescente problematico 1.0 hanno come unica funzione quella di accentuare il solito solitume dell’ascesa “zero to hero” di questa manica di coglioni, la cui caratterizzazione dovrebbe avvicinarli al pubblico per aiutarlo ad identificarsi in essi.

E quindi, attraverso un segmento iniziale dalla durata ETERNA (un terzo abbondante delle quasi due ore totali) e dalla velocità di crociera pari alla moviola della Domenica Sportiva, via ad uno stereotipo dietro l’altro: dalla star dello sport in declino alla cheerleader reietta, dal nerd semi-autistico, alla lesbica (??) sarcastica all’asiatico tosto, il tutto interpretato da “attori” espressivi come un elenco telefonico.

Ripensandoci, non è difficile essere empatici nei loro confronti.

Se avete la varietà emotiva di una trota salmonata.

O se siete morti dentro.

E un po’ anche fuori.

Le sequenze action non sono imbarazzanti come nella serie tv, (cazzo, almeno le infinite capriole all’indietro e le pose plastiche con tanto di esplosione alle spalle ce le siamo risparmiate) ma risultano comunque scialbe nel loro aderire perfettamente a delle semplici legnate su legnate su legnate inferte a dei mostri che si avviano fieri verso l’inevitabile morte come manichini da crash test, ed indistinguibili uno con l’altro nella loro minionità.

La conseguenza di ciò è duplice:

In primis la parte più noiosa del superhero movie, ossia la scoperta dei poteri da parte del/la ragazzo/a di turno, è entusiasmante come la vernice che si asciuga, non essendoci varietà oltre ai già stravisti “faccio salti lunghissimi”, “rompo le cose senza volerlo perché non mi rendo conto della mia improvvisa forza” et similia.

In secundis quando FINALMENTE cominciano le battaglie sono due palle comunque, perché è tutto calcio, pugno, salto, pugno, calcio, salto con la partecipazione delle ondate e ondate di figli abortiti di Mordiroccia come allegra carne da macello.

A parte qualche piccolissima punta stilistica, la regia è inoltre notevolmente piatta, non riuscendo perciò a rendersi ancora di salvezza almeno visiva in caso di opere con scarsa sceneggiatura (tipo questa, ma ad essere buoni) o con idee di base senza forte appeal.

Fun fact: ascoltato in lingua italiana, mi ha fatto sorridere constatare che i nostri doppiatori sono molto più famosi dei semisconosciuti attori a cui prestano la voce: abbiamo infatti tra gli altri Davide Perino (Elijah Wood, Jesse Eisenberg), Letizia Ciampa (Emma Watson, Emilia Clarke) e Flavio Aquilone (Tom Felton, Zac Efron).

Ah, e Bill Hader è sostituito per uno stranamente sopportabile Alpha 5 da Nanni Baldini.

Pur con un restyling grafico anche piuttosto piacevole e “moderno”, la Rita Repulsa di Elizabeth Banks è un villain assai poco sviluppato, che ha solamente tre funzioni: piatta incarnazione del Male con background narrativo easy easy, nutrimento per il trasformismo della Banks e sfizioso materiale masturbatorio per quattordicenni.

Bryan Cranston come Zordon è un dimenticabilissimo tamerlano che per scelte di trama piuttosto banalotte e/o squallide non riesce ad imprimere la sensazione di potente e saggia guida che connoterebbe il personaggio.

Evidentemente per metterci il faccione lo hanno pagato bene.

Per quanto ovviamente non si potesse pretendere la luna, Power Rangers è un film pessimo e disutile, la cui uscita odierna in un panorama cinematografico dominato dai supereroi fumettistici non ha alcun senso logico, rendendo inevitabile un impietoso confronto.

Adatto esclusivamente ai fan della serie, e poi e poi.

Go go fuori dalle balle.

Comic Movie

comic movie“Comic”?

TRAMA: Film a episodi. Un gruppo di famosi attori hollywoodiani si cimenta con un film dalla struttura a incastro il cui tema principale è l’eccesso di comicità e la presenza di situazioni assurde.

RECENSIONE: Quando ho saputo della sua uscita ho pensato: “Perché il titolo originale Movie 43 è stato tradotto in Comic Movie, che richiama le scadenti parodie americane su vari generi della cinematografia? Sicuramente è stata colpa dei soliti distributori italiani idioti che stravolgono i titoli delle opere al solo fine di richiamare il pubblico. Considerato il grande e notissimo cast questo film sarà sicuramente meglio rispetto a quelle pellicole.”

Sono un coglione.

Comic Movie è una delle peggiori porcherie che io abbia mai avuto la sfortuna di vedere. Un concentrato di volgarità, assurdità di dubbio gusto e centinaia di riferimenti a funzioni corporali che costituiscono una struttura a segmenti pieni di gag scatologiche francamente imbarazzanti.

L’intento della pellicola quale sarebbe, di grazia? Mostrare allo spettatore quanto in basso si può spingere l’élite hollywoodiana quando i suoi membri hanno voglia di far prendere una vacanza al cervello?

L’unico episodio che può risultare accettabile (pur con cadute di stile notevoli) è quello che fa da collante al tutto, ossia il disperato Dennis Quaid che cerca di far realizzare il suo demenziale e improponibile film al produttore Greg Kinnear. A intervallare questa cornice si hanno spezzoni orrendi, dove la presunta satira socio-culturale è piegata “more ovis” ad esigenze dettate da una comicità di bassissimo livello, che a lungo andare risulta persino fastidiosa.

Per cui abbiamo la ripetitività degli appuntamenti al buio, che stanno alla base di tre sketch (semplicemente deprimente quello dei supereroi), problemi di coppia farlocchi, episodi sulla tecnologia e sul ruolo che ha sulla vita di tutti i giorni eccetera. Ovviamente tutti virati verso una squallida farsa.

Un peccato, perché realizzare un film con un forte contenuto ironico su questi temi, con a disposizione un cast sulla carta eccezionale, avrebbe potuto essere una bomba. A patto ovviamente che l’ironia fosse sottile.

Sul sito Rotten Tomatoes ha un punteggio del 4% con un voto medio di 2,3 / 10.

Inguardabile.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i film che finiscono per Movie: Scary, Epic, Hot, Disaster e varie parodie per ritardati. Buttatevi sul duo Friedberg-Seltzer, praticamente.

Cloud dei tag