L'amichevole cinefilo di quartiere

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Exodus – Dei e re

exodus-locandina“Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele […]”
Esodo 3, 7-8

TRAMA: Mosè, ebreo cresciuto alla corte del Faraone come suo figlio, scopre le sue origini: decide quindi di abbandonare la reggia, riunirsi con la sua famiglia e il suo popolo e guidarlo fuori dall’Egitto.

RECENSIONE: Tratto dal Libro biblico dell’Esodo e diretto da Ridley Scott, Exodus – Dei e re è una baracconata di grana grossa, con cui il regista inglese cerca di ritrovare i fasti perduti de Il gladiatore plagiandolo in salsa nordafricana e preoccupandosi quasi esclusivamente dell’aspetto visivo piuttosto che della solidità artistica.

exodus bale

AVVISO: Questa recensione conterrà uno spoiler (anticipazione) sul modo in cui viene rappresentato Dio.
L’Altissimo è un personaggio del film e non posso non parlarne, ma non essendo mostrato nel trailer non voglio anticipare la cosa a chi voglia tenersene all’oscuro.
Perciò la recensione andrà avanti (e finirà) tralasciando completamente questo elemento, per poi parlarne dopo la conclusione, come fosse una specie di “extra”.

Bene.

Dopo Noah, in cui un più che pingue Russell Crowe tentava di salvare l’umanità dalla furia di Dio, dalla violenza degli uomini e dalla pretenziosità di Aronofsky, abbiamo qui Christian Bale che cerca di portare alla Terra promessa il popolo eletto e al filmone promesso il regista derelitto.

Fallendo ampiamente nella seconda impresa.

Come già accennato, questa pellicola pecca nel voler riprendere troppi elementi da Il gladiatore, inserendoli in un contesto con cui non c’entrano nulla e rendendo quindi la vicenda stucchevole.

Le ambientazioni e gli effetti speciali non sono malvagi, pur con un uso esagerato della computer grafica, ma Exodus manca totalmente delle fondamenta narrative, a causa di una sceneggiatura con molti buchi e che si focalizza troppo su elementi obiettivamente secondari tralasciando aspetti molto più importanti.

exodus città

Io non sono un amante dell’animazione, per usare un eufemismo.

Un GROSSO eufemismo.

Provo quindi molta fatica nel dirlo, ma devo dare a Cesare ciò che è di Cesare: Il principe d’Egitto della DreamWorks è un film migliore di questo.

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Non solo Exodus viene rullato 10-0 da I dieci comandamenti di DeMille, ma anche la versione cartoon dimostra una resa della storia decisamente migliore di questa costosa patacca.

L’unico pregio di questo film sono le Piaghe, che oltre ad essere realizzate ottimamente dal punto di vista visivo (ma come ho già detto, il problema della pellicola non è quello) sono state pensate come eventi consecutivi, e non ognuno fine a se stesso: ciò ne aumenta l’aspetto materiale pratico e non le fa sembrare delle mere magie distruttive.

La prima Piaga in particolare, ossia l’acqua del Nilo che diventa sangue, pur non essendo stata interpretata in maniera molto ortodossa (e anche qui, notevole eufemismo) l’ho trovata resa efficacemente e con originalità.

Con l’ovvia presenza di un gusto per l’esagerazione tipicamente hollywoodiano.

exodus sangue

Grosso problema della pellicola è inoltre il poco senso di molti personaggi secondari, avendo quindi l’impressione che siano meri riempitivi per arrivare alle due ore e mezza di durata tipiche dei kolossal.
La cattiva resa dei characters colpisce purtroppo anche i due principali.

Il Ramses di Joel Edgerton in particolare non ha né la freddezza e il distacco calcolatore di quello interpretato da Yul Brynner né la grande sfaccettatura di emozioni di quello animato, e ciò lo rende un personaggio decisamente piatto, nonché un villain ottuso e banale.
Un antagonista ebbro di potere come ve ne sono tantissimi, che non vede al di là del proprio naso e che porterà alla rovina il suo regno a causa del suo ostinato rigore.

Ah, e il fatto che sembri un incrocio tra il Divino Otelma e René Dif degli Aqua non lo aiuta…

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Mosè è un personaggio più sviluppato, anche per l’ovvia maggiore quantità di scene che lo vedono partecipe, ma non possiede elementi che non siano già stati visti in tanti altri film.
Pensa al bene superiore del suo popolo, è un condottiero, chiede ai suoi uomini di fidarsi di lui anche nelle avversità, si interroga se i metodi da lui (e da Dio) usati siano giusti… molti aspetti presenti in altri condottieri o leader carismatici nel cinema, e che quindi non riescono a suscitare appieno l’interesse del pubblico.
Christian Bale cerca di portare a casa la pagnotta, ma in un’opera del genere è dura…

Casting scelto con la stessa pianificazione delle frasi che saltano fuori a Cards Against Humanity.

John Turturro (composto e delicato in Gigolò per caso) come faraone Seti non ci azzecca un tubo, e il suo personaggio ricalca quasi completamente il Marco Aurelio di Richard Harris.
Sigourney Weaver è spaesata nell’antico Egitto come può esserlo chi è abituata a uccidere alieni che escono dalle fottute pareti, e aralda del concetto prima esposto sui personaggi secondari che fanno tappezzeria.

exodus cast

Capitolo doppiaggio.

1) Apprezzo Simone D’Andrea, e lo ritengo un ottimo doppiatore sia per attori di film in live action (Colin Farrell, Cillian Murphy), sia nei cartoni animati (doppiò il personaggio che preferivo in Dragon Ball quando ero un marmocchio), peccato che con Ramses non c’entri assolutamente nulla.
Come l’attore che lo interpreta, del resto.

2) Si potrebbe fissare definitivamente un accoppiamento voce-volto per Christian Bale?
È un peccato che uno dei migliori attori della sua generazione abbia in italiano una voce sempre diversa; tra coloro che gli hanno prestato favella quello che trovo più azzeccato è Massimo Rossi.

In conclusione un piatto giocattolone da 150 minuti.

EXTRA:

Per chi non volesse sapere nulla di come è stato reso Dio, la lettura può finire qui, mentre chi abbia già visto il film o abbia perso la voglia di andarlo a vedere può proseguire.

Pronti?

Bene, ora parliamo di Dio.

Ronnie James Dio

No, non QUEL Dio!

In Exodus è stata fatta una scelta piuttosto coraggiosa per la rappresentazione dell’Onnipotente.

Dio appare e parla a Mosè in forma di bambino.

Mostrare la divinità in forma umana penso sia in generale una buona scelta, perché permette di creare un ponte o un punto di contatto più solido tra il profeta/messaggero umano e il dio, facendo sì che l’essere sovrannaturale scenda a livello dell’uomo per parlare con lui e mostrarsi in vesti che egli possa comprendere senza esserne terrorizzato.

È quindi rassicurante.

C’è solo un piccolo dettaglio, che in questo film la rende una PESSIMA scelta.

Sentire un bambino di dieci anni parlare continuamente di morte, distruzione e piaghe non è rassicurante, fa venire la pelle d’oca alta un metro!

In Exodus Dio non mostra mai pietà e compassione, ma è sempre molto duro e deciso nella sua volontà di punire gli egiziani per forzare la mano al faraone.
Impone a Ramses di liberare il suo popolo, tenuto in schiavitù; al suo rifiuto, l’Onnipotente reagisce con la stessa pacatezza di Carrie dopo aver ricevuto la secchiata di sangue suino in testa, scatenando così le Piaghe.
E mostrare un Dio del genere come un bambino fa un effetto Villaggio dei dannati terrificante.

E la rende un’idea imbecille.

American Hustle – L’apparenza inganna

american-hustle-la-locandina-ufficiale-290603“Che bello, ci sono Batman, Hawkeye, Katniss e quello di Una notte da leoni.” cit. lo spettatore italiano medio.
Non so più come insultarvi.

TRAMA: America, fine anni 70. Un truffatore finanziario e la sua socia, nonché amante, si trovano loro malgrado a lavorare a fianco dei federali per incastrare una serie di politici e mafiosi.

RECENSIONE: Basato su eventi reali (l’operazione “Abscam” dell’FBI contro la corruzione amministrativa dilagante) con nomi dei personaggi modificati, questo è un film a cui è difficile dare una valutazione complessiva.
Il motivo è semplice: se ci si concentra solo sulla recitazione (veramente notevole sotto tutti i punti di vista) si ha di fronte un ottimo film, mentre il resto non ne è però all’altezza, risultando sì sopra la media ma non così eccezionale come il comparto attori.

Nella mia recensione de Lo Hobbit – La desolazione di Smaug avevo consigliato di non badare solo agli attori ma anche a tutto il rimanente fronte tecnico quando si guarda un film, cercando quindi di mantenere ben chiara la visione di insieme.
Dopo poco tempo recensisco una pellicola dove gli attori sono fondamentali, dovendosi quindi concentrare maggiormente su di essi.

Perfetto.

Per la regia di David O. Russell (Il lato positivo, con Cooper e Lawrence, The Fighter con Adams e Bale), autore anche della sceneggiatura, American Hustle è un film che definirei teatrale e quasi shakespeariano.
Mi perdonerà il grande attore e regista Kenneth Branagh (in cambio io perdono lui per Harry Potter e Thor, così siamo pari) se dico che nonostante le locations siano molteplici, il faro perennemente puntato sugli attori rende le parti in cui si divide il film paragonabili agli atti di una pièce teatrale e la scena cinematografica assimilabile quindi ad un palcoscenico vero e proprio
 

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La regia e la sceneggiatura scelgono quindi la valorizzazione del cast artistico.

La prima utilizza primi e primissimi piani, andando così vicina ai volti degli attori con la macchina da presa che se questa pellicola fosse in 3D il pubblico potrebbe toccare la barba a Christian Bale. Stringere il campo così tanto ha il pregio di risaltare le espressioni degli attori quando essi recitano bene (e questo film è il caso), ma ha il difetto di far perdere la visione complessiva sulla scena, distraendo talvolta il pubblico da cosa ci sia intorno alle figure umane.
Caratteristica anche l’importanza che viene data ai capelli. Cotonature, riporti, bigodini di diverse forme, lacche e acconciature ardite sono uno dei leitmotiv estetici della pellicola, che mostra in maniera martellante scene di cura della propria componente tricotica. La parola d’ordine? Esagerazione.

La seconda per quanto non sia mal costruita si piega molto alle esigenze dei personaggi; giustamente sceglie di caratterizzarli in modo molto sfaccettato, dipingendo le loro personalità a pennellate a volte grevi e spesse, con pregi e difetti ben evidenti anche all’occhio dello spettatore poco accorto, e dall’altro usando sottili minuzie che rendono bene i dettagli della loro complessità psicologica, basata sui grigi e non sulla separazione manichea tra bianco e nero.

Passiamo ora al cast nel dettaglio.

A questo giro siamo fortunati: full di re e donne.

Re di cuori: Christian Bale. La solita certezza, qui dà nuovo sfogo all’estro trasformista sfiorando il quintale e portando con rara dignità una capigliatura improbabile con tanto di riporto. Teorema di Bale: se si prende un ottimo attore, si aggiungono chili e si tolgono capelli il risultato non cambia. Il perno del cast per capacità recitativa, magnetismo e carisma, il pianeta attorno al quale ruotano i satelliti. Intenso e fragile nel suo barcamenarsi tra moglie e amante.

Re di fiori: Bradley Cooper. Ultimamente nel già citato bel film Il lato positivo, nel discreto Come un tuono e nel deludente Una notte da leoni 3. Se diretto da una mano sapiente è molto bravo e offre performance notevoli, si spera che la sua crescente (anzi, ormai cresciuta) fama lo porti ad avere la fiducia di registi sempre più prestigiosi. Perfetto, per presenza scenica, nel ruolo del good guy.

Re di quadri: Jeremy Renner. Lui conferma di non essere una conferma, ossia di alternare troppo di frequente buoni film a opere per usare un eufemismo “dimenticabili” (The Bourne Legacy, Hansel & Gretel). Stesso discorso di Cooper per quanto riguarda l’essere diretti da persone serie, il suo politico Jersey man caciarone che “tiene famiglia” è un personaggio bifacce e che fa da connubio tra la voglia di agire per il bene dei propri elettori ed i mezzi sporchi per rimanere a galla. Un ruolo non facile, ma interpretato in maniera efficace.

Donna di cuori: Jennifer Lawrence. La giovane rampante della nuova Hollywood, la classe ’90 in grado di interpretare adolescenti e trentenni con egual bravura. Tutti la vogliono, l’età è dalla sua e anche qui dimostra di essere una brava attrice oltre che un gran bel pezzo di fanciulla. Interpretare il personaggio più sgradevole, bipolare e volgare di una pellicola con numerosi attori bravi e con characters più carismatici non era facile, ma anche lei offre una buona prova.

Donna di fiori e mia preferita soggettivamente: Amy Adams. Bellissima e sexy, si risolleva ampiamente dalla piatta caricatura di una donna forte e indipendente nel pessimo L’uomo d’acciaio, dando viso e corpo ad una femmina che sa quando tirare fuori gli attributi, mostrare le sue fragilità ed usare il cervello. Passa in maniera disinvolta da un viso struccato e senza orpelli a una camminata con testa alta, spacchi vertiginosi su seno nudo e fascino da leonessa.
E se mi sfuggisse la parola “Oscar”?

Ottime musiche di Danny Elfman che contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera degli anni ’70 (niente a che vedere con il tunz tunz hip hop de Il Grande Gatsby, sensato come la squadra giamaicana di bob a quattro) con brani di Duke Ellington, Paul McCartney, Tom Jones, Donna Summer e Electric Light Orchestra.
Costumi che sono un trionfo del kitsch, come è giusto che sia vista l’epoca.

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Per concludere, se American Hustle avesse avuto una componente tecnica che non si fosse semplicemente genuflessa di fronte agli attori staremmo parlando forse di un capolavoro; così è un buon film ben realizzato, che però può lasciare un retrogusto amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e non è.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I precedenti film di Russell. E in generale il lato Chiaro del cinema.

Il cavaliere oscuro

O muori da eroe o vivi tanto a lungo da scrivere recensioni.

TRAMA: Grazie a Batman e Harvey Dent, nuovo procuratore distrettuale di Gotham City, il crimine organizzato è in grossa difficoltà.
La situazione cambierà radicalmente con l’arrivo di Joker, uno psicopatico senza regole che getterà la città nell’anarchia…

RECENSIONE: Cosa dire del film che ha probabilmente raggiunto una delle più grandi vette del cinema supereroistico e che costituisce un ottimo prodotto anche come lungometraggio in senso ampio?

Beh, che è una vera bomba.

Diretto, come il primo capitolo (Batman Begins, 2005) da Christopher Nolan, Il cavaliere oscuro è probabilmente uno dei migliori punti di contatto tra due mondi che si pensavano incompatibili: da un lato il cinema d’azione tutta cagnara e grosso budget, dall’altro la pellicola qualitativamente di alto livello e realizzata come Dio comanda.
Unire successo di pubblico e di critica è un’impresa ardua come fare sette pranzi di nozze consecutivi (più per l’ignoranza del primo che per l’ottusità della seconda), ma grazie a quest’opera l’uomo pipistrello ha scolpito ancor di più il suo nome nell’immaginario collettivo del grande pubblico, diventando una gigantesca macchina da soldi e mantenendo allo stesso tempo l’amor proprio.

Invece di vendere il fondoschiena a prezzo di saldo al mercato rionale come alcuni importanti franchise hanno ahimè fatto (vero, Guerre Stellari?) qui si pensa sì ai verdi pezzi di carta con le effigi dei presidenti, ma senza tralasciare una lavorazione dignitosa alle spalle, che possa dare allo spettatore un prodotto dalla qualità importante.
Tutto infatti è ben curato: l’atmosfera della cupa Gotham City, con i suoi vicoli sporchi e malfamati tipici delle periferie delle grandi metropoli; i gadget spettacolari con cui l’eroe sgomina il crimine, che sono al contempo realistici (molti di essi infatti esistono anche nel mondo reale, seppur come prototipi); più in generale, il vasto universo del supereroe della DC Comics è stato portato su schermo in maniera ottima, mantenendo lo stile di Nolan per quanto riguarda l’uso delle inquadrature, dei colori freddi e delle scenografie.

Ottimo il cast, con ancora protagonista un Christian Bale sempre più massiccio e imponente: egli riesce con lo sguardo a trasmettere la propria emotività, formata principalmente da rabbia, senso di distacco e consapevolezza di dover proteggere i propri cari pur avendo debolezze.
Veramente notevole anche il cast di contorno, in gran parte ripreso dal primo film; seppur in maniera diversa rende una buona interpretazione anche Maggie Gyllenhaal, che sostituisce Katie Holmes come intraprendente fiamma del protagonista.
Per quanto riguarda i nuovi ruoli aggiunti, straordinario Heath Ledger, che prende spunto dai Joker precedenti (dal Cesar Romero nella serie con Adam West di metà anni ’60, fino al Jack Nicholson del film diretto da Tim Burton nel 1989) amalgamando il tutto e aggiungendo la propria visione del personaggio.
Degno di nota anche Aaron Eckhart nei panni di Harvey Dent, personaggio la cui evoluzione psicologica è stata resa magistralmente e che ha finalmente avuto il giusto spazio dopo quella specie di cialtrone saltellante di Batman Forever del 1995, interpretato da un Tommy Lee Jones evidentemente indietro con le bollette.

Da questi ultimi elementi si può capire perché Il cavaliere oscuro sia il capitolo dell’omonima saga preferito da molti: se si prende un supereroe come Batman, che ha circa una quarantina di nemici, e si inseriscono nella stessa pellicola i due più carismatici vuol dire che ti piace vincere facile.

A voler trovare difetti, una (piccola, dai) pecca del film è che nell’ultima parte la sceneggiatura si incaglia un po’ su se stessa, essendo presenti forse troppe sottotrame ed elementi che appesantiscono un po’ il plot, e ciò è un peccato. Sarebbe forse servita una conclusione più diretta, ma essendo il film basato sul concetto di caos chiudiamo un occhio e prendiamolo come un elemento voluto.

In conclusione un’opera veramente notevole.

Batman Begins

Let the games begin.

TRAMA: Il miliardario orfano Bruce Wayne decide di combattere la criminalità dilagante nella sua città. Dopo aver viaggiato per il mondo ed essere stato addestrato dalla potente Setta delle Ombre ritorna a Gotham City e crea un alter ego: Batman.

RECENSIONE: Per la regia dell’inglese Christopher Nolan e con un cast molto albionico (poi ci arriviamo), Batman Begins è un bel film che ha avuto un grande merito: inondare di nuova popolarità l’uomo pipistrello.

Questo personaggio, infatti, dopo i crimini contro l’umanità perpetrati da Joel Schumacher che rispondono al nome di Batman forever (1995) e Batman & Robin (1997) era in fase di stallo (per non dire moribondo), e ciò stonava con l’enorme successo che stava riscuotendo parallelamente la Marvel con nuovi film supereroistici.
Nolan lo ha resuscitato dalle ceneri con una pellicola molto gradevole, che oggi è abbastanza sottovalutata perché agli spettatori medi piace tanto farsi le seghe su quanto il Joker di Heath Ledger sia bello, bravo, figo e ben realizzato.
Ovviamente il popolo ha ragione, ma è un peccato non considerare l’origine della trilogia perché tralasciandola andrebbe perso qualcosa, un po’ come se Guerre Stellari fosse iniziato su Hoth (per favore ditemi che l’avete capita).

Tornando al film con protagonista il personaggio nato nel 1939 da Bob Kane, in questo film la regia è su ottimi livelli e utilizza molto accuratamente le inquadrature e i vari campi, che contribuiscono a rendere l’idea di movimento del personaggio: essendo un combattente sostanzialmente di tipo ninja questo fattore è molto importante, perché consente allo spettatore di capire la dinamicità dell’uomo pipistrello e apprezzare maggiormente le scene d’azione.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Nolan e da David Goyer, è strutturata su molti livelli: ciò crea diverse sottotrame parallele che risultano però ben amalgamate, non avendo quindi mai l’impressione di scene e dinamiche messe lì tanto per fare numero e casino; i personaggi sono tutti ben esplorati e sia i fan del fumetto sia i neofiti ne possono apprezzarne le sfaccettature, anche se alcuni di loro rimangono per poco tempo effettivo sullo schermo.

Per quanto riguarda gli attori ottima la scelta di affidare la parte di Wayne/Batman al gallese Christian Bale, che riesce ad impersonare i vari passaggi della maturazione del suo personaggio dando l’impressione di essere lo stesso ma al contempo diverso; abituato alle trasformazioni fisiche non gli sarà stato difficile accumulare una notevole quantità di muscoli, utili per pestare a sangue i cattivi.
Gary Oldman nei panni del commissario Gordon è praticamente perfetto, con l’attore inglese che per una volta non interpreta un pazzo omicida ma anche nel Lato Chiaro della Forza se la cava egregiamente; gli irlandesi Cillian Murphy (con uno Spaventapasseri ottimamente realizzato sia come aspetto sia come effetti speciali per quanto riguarda le allucinazioni) e Liam Neeson danno anch’essi un grande contributo al film con le loro interpretazioni.
In ruoli minori attori da 24 carati come Morgan Freeman (qui Lucius Fox, corrispettivo del Q di James Bond), Michael Caine personificazione eccezionale di Alfred, Tom Wilkinson nei panni sporchi di pummarola del boss italoamericano Carmine Falcone, Ken Samurai Watanabe e Rutger Hauer-“Io ne ho visti supereroi che voi umani non potreste immaginarvi”.
E Katie Holmes, ex Joey Potter di Dawson’s Creek come fiamma del protagonista non è neanche male.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno

Che la fine cominci.

TRAMA: A otto anni da quando Batman è diventato fuorilegge per essersi preso la responsabilità della morte di Harvey Dent, grazie a una speciale legge la criminalità a Gotham è stata sgominata.
L’improvviso arrivo della ladra Selina Kyle e di Bane, un terrorista mascherato, portano Bruce Wayne a uscire dall’esilio.

RECENSIONE: Dopo Batman Begins (2005) e Il cavaliere oscuro (2008) si conclude con questo capitolo la saga del supereroe con il super conto in banca, ed è una grande conclusione.

Per la regia di Christopher Nolan (oltre ai precedenti due capitoli della saga regista anche dello straordinario Memento, che personalmente considero il suo capolavoro e di Inception) questo film riesce ad avere una durata quasi da opera lirica (pregate che i posti del cinema siano comodi) ma ad essere allo stesso tempo avvincente ed entusiasmante, oltre che semplice da seguire, nonostante come sempre la sceneggiatura del fratello di Christopher, Jonathan Nolan, sia molto articolata (anche senza i salti nel tempo tanto cari alla coppia) e ricca di personaggi, eventi e situazioni che si intersecano.

Questo fattore è evidenziato anche dal montaggio, molto ben curato sia nelle sequenze puramente d’azione (cosa abbastanza normale per un film su supereroi, dato che anche le porcate puntano a quello non avendo altro) sia per quanto riguarda i dialoghi, qui veramente molto intensi e profondi e che rivelano l’umanità dei personaggi; ciò dimostra un lavoro molto accurato nei confronti di tutti gli elementi della sceneggiatura, Deo Gratias.

Per quanto riguarda gli attori, Bruce Wayne è interpretato ancora da Christian Bale (già in The Prestige, sempre di Nolan, in cui era assieme a Michael Caine, qui nei panni di Alfred), che mette in pratica la sua grande duttilità fisica per prendere e perdere chili, rappresentando le varie fasi del suo personaggio, qui particolarmente in evoluzione.
Uno dei grandi lati positivi della saga, infatti, è che a differenza di molti film dello stesso genere anche l’alter-ego normale del personaggio è sviluppato in modo approfondito: ciò non significa far vedere Bruce Wayne al supermercato, bensì creare un approfondimento interiore e psicologico che non sia da “La Psicologia insegnata agli idioti”.
Bane, il personaggio mascherato (no, non quello vestito da pipistrello, l’altro) è Tom Hardy (nel già citato Inception e La talpa con Gary Oldman, qui Gordon); veramente grosso e incombente (fatto accentuato dalle numerose riprese dal basso) riesce a mantenere furia e vigore trasmettendoli solo con lo sguardo, cioè la parte più debole del corpo.
Selina, la ladra mascherata (no, non quello con la maschera antigas sulla bocca, l’altra) è Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada, Rachel sta per sposarsi), su cui come Catwoman, personaggio storicamente ambiguo, scaltro e provoca – erezioni, non avrei scommesso una banconota da sei euro, vedendola ancora in versione Susanna tutta panna (Pretty Princess, film di una melensaggine irritante), e che invece riesce a rendere molto bene la donna gatto come movenze, dialoghi e atteggiamenti.

Scenografie eccezionali sia per quanto riguarda gli spazi aperti sia per le riprese della città, molto esplorata, forse più che nei precedenti due film, uso del sonoro intelligente e molto adatto alle situazioni.

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