L'amichevole cinefilo di quartiere

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Silenzio in sala – Racconto horror di Zelcor e audioraccontando

[In questo weekend forzatamente senza cinema, un post diverso dal solito: un racconto de paura a tema Settima Arte pubblicato recentemente su YouTube e che ho trovato estremamente evocativo.
In conclusione al post trovate i link del suddetto video, dell’autore e del narratore, che vi stra-consiglio di visitare entrambi per altri ottimi loro lavori.
Si ringrazia infinitamente il gentilissimo Zelcor per l’autorizzazione alla condivisione del suo racconto].

Il giovane bigliettaio con la costellazione di brufoli scarlatti che spiccava sul viso color formaggio cercò di non fare emergere le proprie emozioni, mentre quello strano individuo si avvicinava lentamente al bancone, la punta metallica del bastone in mogano che colpiva il pavimento ad ogni passo.
Quel rumore trovava eco nell’atrio semivuoto del cinema: il mercoledì era raro che vi fosse la calca, e peraltro la programmazione non offriva nessun titolo particolarmente richiesto.

Quell’uomo col bastone lo raggiunse.

Di tutti i tipi strani che il giovane bigliettaio brufoloso avesse mai visto, quello meritava il nastro azzurro.
Era alto, massiccio, dai tratti virili ma eleganti che ricordavano De Niro in Angel Heart, sottolineati da una barba folta e grigio piombo che in linee precise ricalcava gli angoli della mascella, incorniciando la bocca decisa. Un grosso naso separava due occhi profondi e resi estremamente seri dall’intenso color ardesia delle iridi.
Indossava un tabarro nero di tessuto prezioso, foderato di porpora, dal bavero di pelliccia argentata stretto sotto la gola da alamari metallici e mascheroni. Da sotto le tese del suo cappello, i capelli lunghi e raccolti in una spessa treccia gli scivolavano al lato del collo fino al petto, come un nero serpente finemente sfumato di grigio.

Nel complesso, pareva un nobiluomo d’altri tempi: un duca, o persino un principe, che portava quell’inusuale abbigliamento con una disinvoltura tale da non apparire per nulla ridicolo. Anzi, il giovanotto si sentì subito in soggezione, e riservò all’uomo addirittura un accenno di inchino.

Quando egli chiese un biglietto per il film d’essai Il diavolo triste lo fece con voce baritonale, il tono di qualcuno abituato a dare ordini, con un rigore inguainato dal velluto della cortesia. Le labbra gli si mossero su una dentatura perfetta, bianca come il marmo.

Il giovanotto si affrettò a stampare il biglietto, sentendo su di sé lo sguardo di quell’individuo misterioso e scoprendosi innervosito. Con reverenza gli porse il biglietto, specificando che il film sarebbe stato proiettato nella sala Kubrick al secondo piano.

Il braccio dell’uomo uscì da sotto i lembi del mantello, prendendo il biglietto con dita avvolte dal lucido cuoio nero del guanto. Pagò e ringraziò il bigliettaio, girando quindi su se stesso e facendo ruotare il tabarro, dirigendosi a passo tranquillo verso le scale, l’ombra che scivolava sui poster e sul banco dei popcorn.

Il bigliettaio tiranneggiato dall’acne si scoprì teso e rilassò i muscoli. Attorno a lui aleggiava ancora il profumo di quel tipo bizzarro, un intenso aroma legnoso e muschiato con una vaga punta di erbe officinali.

Oltrepassando gli spessi tendaggi neri che coprivano l’entrata, l’uomo con il tabarro si trovò in una sala piccola di settanta, forse ottanta posti. Le poltroncine disposte in file di fronte allo schermo erano di comodo tessuto verde smeraldo e, proprio come l’uomo desiderava, erano tutte vuote.

Un moto di piacere gli risalì fino alle labbra, che si piegarono in un sorriso appena percettibile.

Si concesse qualche minuto a contemplare l’armonia di tutto quello spazio a sua disposizione: la purezza dello schermo bianco, la luce soffusa delle plafoniere lungo la parete, la temperatura mantenuta a circa ventidue gradi e, soprattutto, quel vellutato silenzio che massaggiava le sue orecchie.

Era così che amava i cinema: vuoti, silenziosi… vibranti delle loro promesse di intrattenimento profondo, distante dalle indecenti pellicole commerciali. Quelle disgustevoli orge di esplosioni, di personaggi stereotipati, di risate volgari e dialoghi lontani da ogni minimo senso del bello.

Per fortuna, seppur decisamente in via di estinzione, esistevano ancora registi come Claude Balkèn, pionieri del cinema esoterico che veicolavano sapientemente temi d’élite ed emozioni adatte solo a un pubblico più recettivo e sensibile.

L’uomo col tabarro amava le pellicole di Balkèn, il loro impatto scenico, la loro matrice occulta e quel sapiente ribaltamento delle parti: colonna portante di questi lungometraggi erano infatti le evocazioni, ma proposte dal punto di vista delle entità evocate, e delle loro sensazioni nell’essere brutalmente strappate al mondo astrale per trovarsi nel limitante piano fisico umano. Obbligate da dei vincoli sacri a soggiacere alle egoistiche, puerili e basse richieste dei loro evocatori, descrivendo le agoniche epopee dell’umanità materialista, che scomodava gli abissi per appagare i più miserabili e insulsi desideri.

Per l’uomo col tabarro era stato motivo di stupore apprendere che un’opera di Balkèn fosse arrivata nelle sale cinematografiche, considerando che usualmente venivano proiettate in cineclub molto esclusivi, persino privati.

Raggiunse la fila centrale, si tolse l’elegante tabarro e dopo averlo accuratamente ripiegato lo poggiò sul sedile accanto a sé. Sfilò i guanti e li pose sul tabarro assieme al cappello; le sue grosse mani eburnee lisciarono il bell’abito color antracite che indossava, sistemandosi l’ascot viola impreziosito da una spilla d’argento a forma di triscele.

Intanto, le luci si erano spente, e lo schermo si era animato delle sue solite pubblicità che anticipavano l’inizio del film. Le tollerò di buon grado, storcendo appena le labbra alla vista di quella carrellata di trailer che proponevano orrori commerciali dei quali la massa andava tanto ghiotta. Il film era sul punto di cominciare, e l’uomo aveva estratto dal taschino un paio di magnifici pince-nez dalle sottili lenti esagonali di smeraldo per goderselo nel totale relax inforcandoseli sulla radice del naso, quando una serie di schiamazzi filtrò attraverso i tendaggi dell’entrata.

Si volse in tempo per vedere le tende scostarsi violentemente al passaggio di un gruppo di rumorosi adolescenti, le cui voci stonate dagli ormoni riecheggiavano fastidiosamente nella piccola sala coprendo i primi minuti del film.

Osservandoli mentre si sedevano tre file di fronte a lui i lineamenti dell’uomo si pietrificarono in un’espressione di stupore e fastidio: non poteva credere che quel manipolo di disgraziati avesse scelto proprio quel film, forse attirati dal fatto che fosse un horror, non immaginando che si trattasse di una pellicola d’autore al di là della portata delle loro menti rachitiche.
Ignari di essere oggetto di queste considerazioni, i quattro amici seguitavano a schiamazzare tra di loro, insultandosi scherzosamente a vicenda, lanciandosi reciprocamente manciate di popcorn e ridendo a voce alta.

Le mani dell’uomo seduto dietro di loro si serrarono in pugni stretti, carichi di irritazione. Non amava le persone come regola generale, ma in particolare odiava gli adolescenti maleducati, quei maiali senza cervello capaci solo di lasciarsi dietro una scia di spazzature.

Intanto, le scene del film si susseguivano sullo schermo, sul quale venivano proiettate di quando in quando le ombre agitate dei ragazzi, che continuavano ad alzarsi in piedi, a scambiarsi di posto, a commentare ogni fotogramma con volgarità pernacchie e insulti.

Non avevano la minima idea del significato di quello che vedevano, e pertanto lo denigravano.
Tipico atteggiamento degli ignoranti.

I minuti passavano, il gruppetto si faceva sempre più scalmanato: erano tutti sui sedici o diciassette anni, ma si comportavano come bambini, scambiandosi ceffoni dietro il collo e correndo tra le poltroncine.
Forse non si erano resi conto della presenza dell’uomo qualche fila più indietro, oppure molto più probabilmente non gliene importava niente.

Un fremito rabbioso vibrò lungo le membra solide dell’uomo, il cui sguardo avrebbe fatto indietreggiare anche un leone. Il cinema era uno di quei pochi piaceri della vita, a patto che il film fosse di prima qualità, e non poteva tollerare che quella delizia gli venisse guastata da un manipolo di imbecilli con più brufoli che neuroni.

Si dette un’occhiata intorno: tutte le file dietro e attorno a lui erano vuote.

Infilò una mano sotto il lembo della giacca, estraendo dalla tasca interna un astuccio di lucido marocchino, simile a un portafoglio, ma quando lo aprì rivelò una serie di lustri, sottili cilindri metallici, più o meno della lunghezza e della dimensione di un sigaro. Sulla superficie recavano in rilievo intarsi e simboli che parevano arabi, egiziani, runici e cinesi.

Valutò con cura, prima di sceglierne uno, sfilandolo dalla fascetta di velluto e svitandone la sommità.
Inclinò il cilindro, facendo uscire un sottile rotolo di papiro che spiegò delicatamente, rivelando una fittissima trama di scrittura ieratica e di simboli circoscritti in cartigli eleganti.

Dietro le lenti, gli occhi grigi dell’uomo si spostarono sui disturbatori e le labbra si incurvarono in un sorriso.
Tornò ad abbassare lo sguardo sul papiro, e iniziò a leggerne le parole: queste gli uscirono dalla bocca come sussurri lievi, sinistramente melodici, che parevano spargersi nell’aria e intrecciassi con gli altri suoni.

Sullo schermo erano in corso drammatiche scene in cui un ambizioso quanto inesperto occultista stava per evocare un’entità dal settimo cerchio del macrocosmo, malgrado gli fosse stato sconsigliato.

I ragazzi, ormai del tutto disinteressati al film, erano tutti concentrati sullo schermo di un iPhone, intenti a ridere per qualche video idiota, pertanto nessuno si accorse del lungo tentacolo traslucido e gocciolante bava schiumosa che sbucò dal telo.

La sinuosa grinfia si contorse e scese verso il basso lacerando l’aria con un sibilo, spargendo dense gocce di materie gelatinose. L’aculeo corneo che aveva in sommità perforò il ventre di uno dei ragazzi, incuneandosi sotto la cassa toracica e riemergendo all’altezza della clavicola, sollevando quel corpo come un pesce attaccato all’amo.

La pioggia scarlatta irrorò i suoi amici due o tre metri più in basso, i quali furono a tal punti sopraffatti dallo stupore, dall’orrore, da non riuscire a muoversi, restando lì col naso per aria e gli occhi dilatati. Sopra di loro il tentacolo ebbe una contrazione violenta, scagliando il corpo qualche fila più in là.

L’immobilità dei ragazzi si spezzò: come uccelli spaventati schizzarono ovunque, belando di terrore mentre altri tentacoli costellati di grappoli di occhi pulsanti simili a perle nere germogliavano dallo schermo colpendo con letale sicurezza.
Uno impalò la schiena di un tipo che scavalcava le file sbucandogli dal petto, un secondo si avvolse al volto di un altro ragazzo stritolandogli il cranio con un orrido suono di zucca marcia che si sfracella. La pressione fece schizzare i bulbi oculari, che compirono una parabola sorvolando l’uomo con il tabarro, il quale osservava la scena con serafico divertimento.

L’ultimo, salvatosi miracolosamente, stava caracollando sopra la scalinata che portava all’uscita. Aveva quasi raggiunto le tende, quando due lunghi tentacoli attraversarono la sala avvinghiandosi attorno alle sue caviglie e trascinandolo indietro; in un disperato di sottrarsi si aggrappò ai tendaggi, ma questi si strapparono con un forte schiocco.
Urlando, il giovane fu sollevato per aria a testa in giù, la sua ombra frenetica proiettata sullo schermo che si mescolava alle immagini del film. Le grinfie lo trasportarono fino all’ampio telone, ritraendosi nella propria realtà bidimensionale.

Il corpo della preda sulle prime aderì allo schermo, ma anziché squarciarlo, vi finì dentro come attraversando la superficie di uno stagno. Un attimo dopo comparve nel film stesso, nel bel mezzo della scena madre dove un orrore abissale si innalzava in tutta la sua immonda gloria dal pentacolo, le centinaia di bocche che balenavano zanne smaniose e le membrane irte di spine gocciolanti veleno acido.

Rilassandosi sulla poltrona, l’uomo col tabarro si godette la scena, beandosi delle grida folli del giovane che, insieme alla magnifica colonna sonora, dirompevano dagli altoparlanti.

Amava i film che sapevano infrangere la quarta parete.



Non fece caso alle occhiate perplesse, o ai bisbigli ironici che la gente gli rivolse mentre scendeva le scale, il lungo mantello che si apriva a ruota dietro di lui. Accompagnato dal ticchettio del bastone, l’uomo col tabarro attraversò l’atrio del cinema, respirando l’odore caldo e piacevole dei popcorn.
Prima di attraversare la porta, indirizzò al bigliettaio dal viso butterato un cenno di saluto, al quale il ragazzo rispose con uno scatto nervoso del capo.

Uscì nella notte intessuta di stelle, raggiungendo una Tucker Torpedo la cui carrozzeria pareva intagliata in un unico blocco di vetro vulcanico. Si accomodò sul confortevole sedile di pelle, il motore nell’accendersi emise le fusa di una tigre.

L’auto scivolò nel parcheggio e si inserì nella strada.

Quando un addetto delle pulizie entrò nella sala Kubrick e si accorse dei quattro cadaveri e del sangue che si andava raggrumando sopra sedili e pareti, la Tucker era ormai molto, molto lontana…

 

LINK AGLI AUTORI:

Zelcor – Storie Horror e del Mistero: https://www.youtube.com/channel/UCY677uwhvbuakd32OeW0MHw

audioraccontando: https://www.youtube.com/channel/UCs2YIyeoUnVpCImDMEd7u2g 

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