L'amichevole cinefilo di quartiere

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Ocean’s 8

Pacifico. Indiano. Atlantico. E poi?

TRAMA: Debbie Ocean, sorella di Danny, organizza un gruppo composto da 8 donne per compiere una rapina complicatissima, praticamente impossibile, durante un’importante serata di gala a New York.

RECENSIONE:

Gary Ross non è Steven Soderbergh.

Non possiede, infatti, il suo piacevole tocco in fase di regia e fotografia, che riesce a porsi al servizio del set esaltandone le caratteristiche visive.

Sandra Bullock non è George Clooney.

Non possiede, infatti, quel fascino da irresistibile bisteccone statunitense, con il rassicurante profilo mascellare di Clark Kent di chi è persona che trasmette possibilità di sicuro affidamento.

Quindi la domanda che spontanea sorge di fronte a questo Ocean’s 8 è una sola.

Ma perché?

Perché bisogna rivedersi uno stilema narrativo che, anche tralasciando l’heist movie nella sua totalità e varietà, ci si è cuccati già per ben tre volte, in un arco di trama bello che completo e da cui si riprende in modo alquanto pedissequo lo schema del capitolo iniziale?

Semplice.

Perché non ci sono idee.

Ocean’s Eleven con le donne non è un’idea nuova.

Ocean’s Eleven con le donne è un’idea vecchia diciassette anni rifatta pari pari, con unica variante un cast formato da persone aventi gli organi genitali interni invece che esterni.

Ed è una constatazione piuttosto mesta, perchè Ocean’s 8 non è un brutto film, non è mal realizzato.

È solo banale.

La regia di Ross sa comunque il fatto suo, e pur con alcune scelte abbastanza rivedibili a causa della loro eccessiva pomposità espositiva, riesce a portare a casa la pagnotta senza scadere nell’esteticamente becero.

Peggiore è la sceneggiatura.

Nonostante in fin dei conti sia abbastanza passabile, essa infatti pecca di alcune ingenuità e forzature troppo estremizzate rispetto all’ovvia percentuale relativa a questo genere.
Tempistiche pratiche, risoluzioni di problemi ed organizzazione del materiale umano, per quanto derivanti da una preparazione certosina dei cinque anni passati dalla protagonista in prigione, sono fattori qui troppo elasticizzabili e facilmente messi in pratica a dispetto di quanto avrebbero inciso in una cornice più “realistica”.

Si riscontra in particolare un principio logico più che fallace.

Ora, io sono un uomo eterosessuale, quindi la mia considerazione sarà sicuramente influenzata dal fatto che mi piacciano le donne.

Ma in una serata di gala caratterizzata da uno sfarzo enorme, con invitati ricchissimi ed illustri, tirati a lucido, con un’ostentazione sfrenata di bellissimi abiti, gioielli e paillettes…

… come si fa a giustificare una banda di sole donne con (testuali parole pronunciate dalla leader del gruppo) “un uomo dà nell’occhio, una donna passa inosservata”?!

È come dire che una sfilata di Victoria’s Secret non se la caghi nessuno, mentre un gruppo di Agenti Smith risalta in mezzo ad altri uomini in abito.

E il comico è che il film stesso si smentisce, mostrando le ladre con i loro abiti da gala che, ovviamente, sono appariscenti come un bengala acceso al cinema.

Film, perché mi cadi su queste cose?

Giudizio sul cast?

Brave attrici lasciate a briglia abbastanza lunga, interpretano personaggi piuttosto bidimensionali e statici.

Avrei preferito maggiori distinzioni tra la Debbie Ocean della Bullock ed il suo braccio destro, la Lou di Cate Blanchett (ma anche Danny e il Rusty di Brad Pitt non è che poi fossero così differenti, a parte che il secondo mangiava sempre); Helena Bonham Carter interpreta il solito personaggio pittoresco e un po’ svampito, mentre avrei preferito focus maggiore sulla madre di famiglia Sarah Paulson che concilia criminalità e prole; la Hathaway come modella ocona forse la migliore, il resto del gineceo è piuttosto dimenticabile.

Anzi, no.

Vi ricordate il Lex Luthor di Jesse Eisenberg in quel… ehm… capolavoro americano di Batman v Superman?

Attore che non c’entra una mazza con il personaggio, portando ad un’interpretazione così pessima che non si capisce dove sia volutamente grottesca e quando invece, molto più semplicemente, non ci avessero capito niente in fase di scrittura e direzione nemmeno loro?

Ecco, pensate a quello scempio.

Poi moltiplicatelo dieci volte.

E avrete RIHANNA NEI PANNI DI UN’HACKER.

Vi giuro, assistere alla monoespressiva popstar barbadiana nelle vesti di una Lisbeth Salander in salsa Whoopi Goldberg è un qualcosa che fa sanguinare gli occhi, tale è l’assurdità del connubio interprete-personaggio unita agli sforzi erculei con cui stiano provando a creare una parallela carriera cinematografica ad una persona che, detto senza alcuna antipatia, è brava a vendere milioni di copie dei suoi album e dovrebbe limitarsi a fare quello.

Non vi è bastato Battleship?!

Ah, già, c’è pure James Corden in un personaggio appiccicato alla trama con la saliva, con un atto narrativo focalizzato su di lui che pare scivolare lentamente fuori dall’orbita gravitazionale della pellicola, tanto è piazzato come riempitivo, e pure poco ispirato.

Ocean’s 8.

Un film banale.

Un film scontato.

Un film già visto.

Un film che bah.

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Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

lo hobbit smaug“Suvvia, Magò, hai detto “niente draghi”.”
“Ho forse detto “niente draghi viola”?”

TRAMA: Dopo essere miracolosamente scampati a un’imboscata degli orchi, Gandalf, Bilbo e la compagnia di nani si rimettono in viaggio alla volta della Montagna Solitaria, un tempo sede della capitale del regno di Erebor e ora dimora del terribile drago Smaug.

RECENSIONE: Seguito de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, con lo stesso cast tecnico e artistico. La storia ormai è nota: far sì che i nani tornino nella propria terra natia abbandonata a causa di un drago, e per farci una trilogia di film da quasi tre ore ciascuno la si prende allo stesso modo in cui Amleto si approccia alla vendetta, ossia alla lontana.
Molto alla lontana.
Troppo alla lontana.

Il problema nel giudicare questa pellicola è che oggettivamente è realizzata molto bene, confermando l’elevata qualità della serie. Ciò non era scontato, perché visti gli enormi incassi delle quattro pellicole tolkeniane precedenti avrebbero anche potuto girare un film mediocre o peggio, confidando nel fatto che moltissimi sarebbero andati comunque a vederlo.
Quello che hanno fatto con Harry Potter Twilightpraticamente.

Non si può sorvolare però sul fatto che la divisone in più parti dello scarno romanzo Lo Hobbit sia stata frutto di una precisa e remunerativa scelta commerciale, la quale incontra difficoltà proprio nella brevità del romanzo da cui la pellicola è tratta. Per riuscire a farne una serie di film così lunghi si è annacquato il brodo talmente tanto da non sentire quasi più il profumo della carne e degli aromi usati per insaporirlo. Per tutta la pellicola si ha un continuo aprire parentesi, nella quasi totalità non chiuse, e ciò alla lunga infastidisce.

Si pecca inoltre nell’esagerato numero di personaggi secondari, che se ne Il Signore degli Anelli poteva essere un valore aggiunto, essendo un romanzo dai toni epici e dall’ampio respiro, qui zavorra eccessivamente il ritmo narrativo, con bruschi tagli da una scena all’altra e la perenne sensazione che questo film sia solo un riempitivo per arrivare alla terza pellicola.              

La desolazione di Smaug non è affatto un brutto film, quindi. Peccato sia utile come un pettine senza denti.

Dopo questa doverosa introduzione, che dire?

Se nella trilogia de Il Signore degli Anelli lo scopo della truppa era quello di distruggere un monile, la connotazione negativa della ricchezza è anche qui presente: il rettile sputafuoco infatti è sempre stato allegoricamente la rappresentazione dell’avarizia e della bramosia di ricchezze, caratteristica incarnata anche dai nani.
E dai produttori di questo film.

Dal precedente capitolo rimangono i personaggi principali. Bilbo è sempre interpretato da Martin Freeman, bene nella parte e con un personaggio estremamente più interessante rispetto al nipote Frodo, irritante nel suo continuo sfiorare la morte. Ottimi anche Ian McKellen come serafico Gandalf e Richard Armitage nei panni di Thorin. Il terzetto si conferma convincente quanto lo era nell’episodio precedente, e la loro personalità acquisisce nuove sfaccettature. Thumb up.

Per quanto riguarda le new entries abbiamo Bard, interpretato da Luke Evans, ex villain in Fast & Furious 6Lee Pace nei panni dell’etereo re elfico Thranduil e la coppia formata dal redivivo Legolas di Orlando Bloom e dalla Tauriel dell’ex “perduta” Evangeline Lilly, il cui personaggio è stato creato ex novo per rimpolpare il cast femminile della pellicola, dato che nei romanzi di Tolkien le donne sono frequenti quanto i barbieri aperti di lunedì.
Per ora è proprio quest’ultimo personaggio a risultare totalmente campato per aria, ma per dare un giudizio definitivo è necessario attendere l’ultima parte della storia.
Che arriverà tra un anno, mannaggia all’avidità.

Il drago Smaug è interpretato attraverso la tecnica del motion capture da Benedict Cumberbatch, che dopo aver sbancato la televisione con il suo Sherlock Holmes sta progressivamente conquistando anche il grande schermo (era l’antagonista in Into Darkness – Star Trek). Doppiato dallo stesso Cumberbatch nella versione originale, in italiano la creatura ha la voce di Luca Ward, scelta azzeccata e l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere uno dei migliori doppiatori nella storia di questa professione.

Cumberbatch e la motion capture

Cumberbatch e la motion capture

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Recitare in posizione prona per meglio interpretare un personaggio quadrupede.

Il drago è forse l’unica ragion d’essere del film, essendo stato realizzato veramente molto bene sia dal punto di vista estetico sia per quanto riguarda l’uso che ne viene fatto. Alcune scene sono da mozzare il fiato per quanto sia maestoso fisicamente questo rettile, e l’attesa di vederlo in azione è stata quindi ripagata.

Sul lato tecnico niente di ulteriore da dire. Le musiche di Howard Shore sono eccezionali (peccato però non ci sia più il tema principale de Un viaggio inaspettatoossia Misty Mountains), così come la fotografia di Andrew Lesnie; è un vero peccato che il grande pubblico badi così poco a questi elementi, che uniti ai costumi e alle scenografie (ottimi entrambi) formano il background artistico che porta ad avere prodotti dalla elevata qualità visiva.
Traduzione: pensate anche agli attori, non solo ad essi.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: personalmente Il Signore degli Anelli è l’unica opera che mi piaccia all’interno del genere “fantasy medievale”, per cui dico molto banalmente le precedenti pellicole di Jackson tratte da opere di Tolkien.

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