L'amichevole cinefilo di quartiere

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Il grande match

il grande matchAi miei tempi qui era tutta campagna.

TRAMA: Due vecchi pugili, rivali da decenni, decidono di sfidarsi un’ultima volta sul ring in un epico scontro. Con l’età ormai avanzata rimettersi in forma non sarà semplice.

RECENSIONE: Una delle domande che tormenta la vita di molte persone di sesso maschile è: “Cos’è che agli occhi delle donne ci rende dei VERI uomini e ci permette di conquistarle?”
Mostrare una virile determinazione in quello che facciamo? Ispirare sicurezza? Avere carisma?
No, FARE A MAZZATE.

Molti sceneggiatori cinematografici ormai si affidano in fase di scrittura alla legge socio-culturale denominata “Teorema di Spencer e Hill” (dal cognome dei due teorizzatori), che afferma che per fare colpo sulle donne devi essere fisicamente in grado di malmenare il prossimo, dimostrando in questo modo la tua superiorità fisico-biologica sugli altri.

Ora, io voglio essere chiaro.
Non sto dicendo (e non penso) che i qui presenti Stallone e in maniera molto minore De Niro (o anche altri attori del genere action) siano stupidi a curare il loro fisico anche arrivati ad un’età venerabile, questa è una loro scelta.
Anzi, in un certo senso gli fa onore, beati loro che arrivati a settant’anni riescono ancora a fare il proverbiale “culo a strisce” a un sacco di trentenni.

Ciò che ritengo francamente imbecille è che si realizzino ancora pellicole dove tali attori interpretano dei personaggi basati sul fisico.
Non pretendo (e molto probabilmente non mi piacerebbe nemmeno) che Sly, Schwarzy o altri iniziassero a fare sofisticate commedie romantiche, però neanche opere squallide come questa dove si ride palesemente e pesantemente DI loro, e non CON loro.

Per la regia di Peter Segal, Il grande match diventa quindi più che una “operazione nostalgia” una “operazione tristezza a palate”, con vecchie glorie del cinema che si trascinano stancamente; due baldanzosi vecchietti che nonostante la loro età anagrafica consigli di segarli a metà per contarne gli anelli concentrici si comportano da giovanotti.
Tipo Piero Pelù praticamente.

Per cui tutti sul ring, incuranti di acciacchi e malanni come il nervo sciatico in fiamme, l’osteoporosi galoppante, la prostata grossa come una pallina da ping pong, il gomito del tennista, le ginocchia della lavandaia e il polso del solitario (no, a questo non penso abbiano problemi visto il fisico e il conto in banca).

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Come erano…

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… e come sono. Stessa roba, no?

Nel dettaglio Stallone (1946) si mette in gioco all’interno di un genere, la commedia, che si confà molto di più al collega Schwarzenegger, recentemente assieme a lui in Escape Plan – Fuga dall’infernoSly si muove piuttosto imbarazzato e imbarazzante, penalizzato anche da un lifting che rende il suo viso una maschera indecifrabile.
De Niro (1943), recentemente in American Hustle Cose nostre – Malavita è molto più sciolto e gigione, ma il suo problema è il confronto, che viene immediato nella mente degli spettatori, tra le sue pellicole migliori e questo filmetto senza arte né parte.

Comprimari simpatici come ormai è scontato secondo gli standard delle commedie americane.
Alan Arkin è l’acqua della vita del film e il suo personaggio è come sarebbero dovuti essere i due protagonisti: un vecchio acido, sarcastico e pragmatico che costituisce continua fonte di risate; la femme fatale, anch’essa aged, Kim Basinger (chiedo scusa a tutti i suoi amanti ma non faccio parte della generazione 9 settimane e ½) ha un personaggio con lo spessore psicologico del domopak, il Jon Bernthal di The Walking Dead fa presenza e poco più e Kevin Hart è il Chris Tucker del discount.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i film con protagonisti stagionati, magari che fanno cose inadatte alla loro età: I mercenari e relativo seguito (2010-2012) vanno benissimo. O meglio ancora gli “originali” Rocky (1976) e Toro Scatenato (1980).

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Argo

Quando un film ti salva la vita.

TRAMA: Tratto da una storia vera.
Nel corso della rivoluzione islamica di Teheran, il 4 novembre 1979, alcuni militanti fanno irruzione nella sede dell’ambasciata americana prendendo in ostaggio 52 persone; riescono a sfuggire alla cattura solo 6 funzionari, che si rifugiano presso la residenza dell’ambasciatore del Canada.
Per riportarli negli Stati Uniti viene fatto passare il gruppo per membri di una troupe cinematografica canadese, in Iran in cerca di paesaggi da utilizzare come set per un fittizio film di fantascienza intitolato Argo.

RECENSIONE: Film diretto e interpretato, nel ruolo principale dell’agente CIA Tony Mendez, da Ben Affleck, risorto come l’araba fenice dopo una parabola discendente (per non dire verticale) cominciata successivamente alla buona sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle.

Tale crollo in picchiata lo ha portato a interpretare delle porcherie imperdonabili come:

-l’americanata invereconda Armageddon – Giudizio finale, che si gioca con Independence Day l’ambito premio di “Film più imbecille degli ultimi trent’anni”;
-Pearl Harbor, inguardabile mattonata di tre ore con cui Affleck ha vinto un meritatissimo Razzie Award (premio Oscar al contrario);
-la mirabolante accoppiata del 2003 Daredevil – Paycheck, che gli ha fruttato una delle tre nomination totali ai già citati Razzies, aggiungendo anche una nomination a peggior attore degli anni 2000.

Dopo questa abominevole sequela di fischi e fiaschi, improvvisamente il caro Ben ha capito che forse era meglio smettere di rubare lo stipendio e si è riciclato come regista/attore serio, realizzando nel ruolo di director Gone baby gone e The Town, entrambi buoni film.
Questo suo cambiamento, improvviso come Claudia Koll che scopre la fede dopo aver scoperto altro, continua quindi con Argo, che probabilmente vedranno in tre gatti ma che mostra buone cose: due ore di tensione ben tenute, uno stile registico che fonde documentario e pellicola contribuendo al realismo del film (unito a una grande accuratezza visiva per quanto riguarda le scenografie e i costumi di fine anni ‘70) e un gruppo di facce ben scelte, sia tra i personaggi principali sia per quanto riguarda quelli secondari.
Tra i caratteristi di contorno spiccano infatti John Goodman (grandissimo Walter nel fantastico Il grande Lebowski e presente in un ruolo minore pure in The Artist) e il premio Oscar 2007 Alan Arkin (per Little Miss Sunshine) in vesti di spalle comiche, oltre al buon Bryan Cranston, che dove lo metti sta.

Buona fotografia di Rodrigo Prieto (nomination per Brokeback Mountain) sia per quanto riguarda gli ambienti USA, con abbondanza di interni, sia per l’ambito iraniano, con una ben realizzata alternanza tra esterni e spazi chiusi.

Se passasse inosservato sarebbe un peccato.

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