L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Aquaman’

Di Shazam! e di un breve speziato riassunto del DCEU

Link alle recensioni nei titoli (se presenti in blu).

L’uomo d’acciaio (2013)

«So’ figo, so’ bello, so’ fotomodello»

Ammazza, che stronzata.

Una scadente robaccia che nonostante un Henry Cavill perfetto come Superman (mentre in versione Clark Kent proprio no, con la sua montagna di muscoli imbarazzante per un patatone campagnolo) ed un Michael Shannon che boh, almeno ci prova, inanella una serie di scempiaggini a raffica che lo portano a risultare una baracconata atroce.

Tra la morte di Jonathan Kent che pare uscita da Il mago di Oz, il piano di Zod che fa più acqua del Titanic e il ruolo insopportabilmente stereotipato di Lois, due ore e venti per stomaci forti.

Ciliegine sulla torta la telecamera impugnata da un epilettico, il montatore uso a esagerare con i Negroni sbagliati e la sezione iniziale ambientata su Krypton, la cui CGI definirei a livello di Pokémon Argento.

Voto al film: 4

Voto a Russell Crowe che si “uploada nel mainframe della nave”: 8 per essere riuscito a pronunciare una battuta del genere rimanendo serio.

Batman v Superman: Dawn of Justice (2016)

«Non ti permettere mai più, mai più… ok? MAI PIÙ! MAI PIÙ! NON NOMINA’ MIA MADRE!!! MAII!!! MAI!!! TI STACCO LA FACCIA, IO!»

Altro giro, altra boiatona allucinante che serve solo ad introdurre la Lega della Giustizia.

Da cani.

E poi basta.

Due ore e mezza ricolme di sottotrame sbrodolate ed ingarbugliate senza ritegno, ognuna delle quali risulta stupida o addirittura inutile se presa fine a se stessa, a cui va aggiunta la famigerata regia fracassona di Zack Snyder stracolma dei soliti simboli fallici utili per sminchiare lo sminchiabile.

Avviso per tutti gli alieni semi-invulnerabili: mia madre si chiama Daniela.

Paradossale che quel beefcake di Ben Affleck non sia poi nemmeno così pessimo, mentre Gal Gadot riceve uno spazio narrativo pensato da gente che si nutre di Viakal.

Sì, l’episodio successivo ribalterà i ruoli.

Voto al film: 3

Voto a Lex Luthor interpretato da Jesse Eisenberg:
9 secondo Stevie Wonder.


Suicide Squad 
(2016)

«Ma quindi le fiere del fumetto sono piene di troiette vestite come te?»

Uno dei film più pompati, stupidi e inutili negli ultimi dieci anni di cinema.

E ci sto andando leggero.

Scene d’azione noiosissime, personaggi piatti come un tavolo da biliardo, troppo ironico per essere un film serio, troppo visivamente scuro per considerarsi una pellicola scanzonata.

Ah, è inutile svenarsi per una colonna sonora piena di hit in stile CD masterizzato “CoMpIlAsCiOn CaNzOnI GaNzE” se il 90% di loro viene piazzata a sottofondo di scene con cui non c’entrano una mazza.

Chi consideri icona femminile da ammirare un personaggio vittima di infiniti abusi psicofisici come Harley Quinn andrebbe preso a calci nel sedere.

Will Smith ormai non ci prova più.

Voto al film: 3

Voto alle terga di Margot Robbie in shorts:
10

Wonder Woman (2017)

“Ed è solo quando mi ritrovai sul fondo melmoso della trincea, con i proiettili che mi fischiavano a pochi centimetri dalla testa, che capii che solo la donna con la spada ed il lazo mi poteva salvare…”

Ha dei difetti, ma in confronto alle porcate viste finora sembra La donna che visse due volte.

Azzeccato connubio di azione e trama, pellicola che nonostante diversi personaggi parecchio sopra le righe riesce a non sfociare in una invereconda cazzatona come i suoi colleghi di universo.

Gal Gadot si riscatta dallo striminzito ruolo di vagina parlante a cui era stata ridotta in BvS, e ciò è cosa buona e giusta.

Danny Hustoun e David Thewlis rimandati a settembre.

A differenza del punching ball del Joker, Diana Prince è davvero un personaggio femminile forte e da prendere come esempio.

Bèstie.

Voto al film: 6,5

Voto al finale che pare
Dragon Ball Z: oltre 9000


Justice League
 (2017)

Il green screen dello sfondo è imbarazzante.

Pellicola che racchiude tutti gli elementi del genere supereroistico, sia positivi (pochi) che negativi (una slavina).

Quindi sì, bisogna sorbirsi le solite scene action piene di minions indistinguibili da massacrare, i soliti salvataggi per il rotto della cuffia, le solite battutine tra i vari eroi, il solito solitume.

Ben Affleck bolso ed imbarazzante come un cinquantenne bronchitico a calcetto.

Il modo in cui viene reintrodotto il personaggio di Superman mi ha provocato un facepalm così poderoso da causarmi una lesione del lobo frontale.

Che due balle la menata delle scatole.

Justice League, ovvero gli Avengers ma meno omosessuali.

Voto al film se si è amanti del genere: 6

Voto al film se non si è amanti del genere:
3 di stima.


Voto alla CGI per nascondere i baffi di Henry Cavill:
1


Aquaman
 (2018)

Ho visto un porno in cui i protagonisti erano conciati uguale. Però recitavano meglio.

Almeno il 70% delle inquadrature di questo film sembrano copertine di Men’s Health: mega manzo raffigurato di tre quarti, canotta alzata a mostrare l’addominale scultoreo sormontato dal titolo DIMAGRISCI ANCHE TU 25 CHILI CON LA DIETA DELLA SPARTAN RACE o puttanate succedanee.

Khal Drogo che elargisce cazzottoni come Bud Spencer, quasi mi aspettavo stendesse un cristiano grazie ad una flessione del pettorale.

Per un pubblico dai gusti semplici.

Molto.

Molto semplici.

Se siete in possesso di un utero funzionante e vi siete sciroppate questa cagata siderale al posto di Wonder Woman solo perché qua c’è il maschione, meritate di vivere ne Il racconto dell’ancella.

Nicole Kidman sciolta e frizzante come un termosifone di ghisa, Amber Heard ad una recita delle elementari interpreterebbe “pastorella num. 2”.

Regia di James Wan francamente inspiegabile.

Voto al film: 4

Voto ad una rappresentazione dell’Italia che imbarazzerebbe Arlecchino:
2


Shazam! 
(2019)

«Sì, insomma, ero lì bello tranquillo con i miei amici nel 1988 quando salta fuori uno degli Skarsgård truccato come un clown…»

Pensavo sinceramente peggio.

Non sto scherzando.

Il miglior pregio di questo film è che la sua stupidità (notevole) sia giustificata dall’unione contemporanea di due importanti temi comici: nuovo eroe scopre i suoi poteri + ragazzino si ritrova nel corpo di un adulto.

Partendo quindi da un presupposto di puro disimpegno, Shazam! non è affatto disprezzabile: azione colorata, dialoghi idioti ma consoni al tema generale, un cattivo bidimensionale ma interpretato da un buon attore e un Zachary Levi sugli scudi.

Peccato la sciatteria vergognosa nella raffigurazione dei Peccati Capitali, che eslcudendo “Gola = quello grasso” e “Avarizia = l’unico con quattro braccia” rende i mostri praticamente indistinguibili.

Simpatici i ragazzini (Jack Dylan Grazer sugli scudi), con il complicato stato delle case-famiglia rappresentato in maniera piuttosto dolce e calda.

Azzeccato doppiaggio italiano, tanto love la canzone che accompagna i titoli di coda.

Voto al film: 6

Voto all’applicazione che riconosce le canzoni:
8

Aquaman

Il supereroe che vi farà bagnare.

TRAMA: Dopo gli eventi raccontati in Justice League Aquaman deve fare ritorno ad Atantide per assumere il suo ruolo di sovrano. Ma il Protettore degli Oceani viene chiamato a una nuova sfida, dovendo difendere il suo trono e la Terra dall’attacco congiunto del suo fratellastro principe Orm e di Black Manta.

RECENSIONE:

Concorso di Mister Canotta Bagnata intorno al quale è stato inspiegabilmente costruito un film, Aquaman è una delle pellicole più raffazzonate e baraccone dell’ultimo biennio: sfociando più che sovente nel trash (in)volontario fallisce nel tentativo di offrire uno spettacolo che non sia solo visivamente apprezzabile, ma anche narrativamente consistente.

Nello specifico il film presenta infatti una sceneggiatura troppo pigra e debole, che si limita ad inanellare ogni cliché possibile ed immaginabile tra quelli appartenenti al filone narrativo dei film supereroistici, uniti al classico viaggio dell’eroe.

Vorrei far notare che questo qui indossa dei pantaloni di pelle attillati in fondo al mare.

Possiamo notare, perciò, il protagonista recalcitrante al ritorno in un mondo che odia pur essendo in parte suo, il parente ambizioso e malvagio, lotte intestine di potere con la presenza sullo sfondo di una guerra imminente… tutti elementi cardine della tipologia narrativa di riferimento, con in aggiunta l’aggravante di una banale semplicità espositiva che si tenta però di ammantare di un fastidioso alone di complessa solennità, deleteria per un fumettone muscolare e scanzonato come questo.

Aquaman è infatti un film coattissimo.

«Aquamenne è er fijo da’a reggina de Atlantide e ‘sti pezzenti non je vojono da’ er trono! A’NFAMI-I!»

Equivalente cinematografico del cugino Carmine che in piedi sul Tagadà canta L’Amour Toujours con canottiera bianca, pantaloni Adidas stile Freddie Mercury a Wembley ’86 e petto peloso ornato da crocifisso con Cristo di due chili, la pellicola vede le vicende di un simpatico bietolone che divide equamente il proprio tempo tra il menare cazzotti, elargire battute di dubbio gusto e farsi insultare un po’ da chiunque altro.

Incrocio tra lo Steve Reeves icona dei sandaloni e Bud Spencer, questo colosso con gli shatush piglia a cartoni tutto ciò che gli capita a tiro, mandando tanti saluti a temi di vaga introspezione psicologica quali “anche se sono cattivi, non dobbiamo accopparli”, “svisceriamo il rapporto tra i supereroi e i normali esseri umani” e “perché Kevin Costner ha deciso di crepare nell’uragano?”

Input psicologici emergono da elementi scontati quanto la colomba pasquale il sei luglio: il solito flashback scorreggione sul nostro prode che da infante viene emarginato dai bulletti, solita incapacità di adattamento al mondo in cui ci si trova a causa sia delle proprie abilità quanto per il proprio lignaggio, solita contrapposizione tra chi lo odia, chi lo teme e chi ammira come una celebrità.

«Aspetta un attimo, sarò mica finito in una vergognosa cazzatona…?»

Personaggio che piacerebbe molto a zio Spartaco che gestisce una macelleria al Testaccio ascoltando gli stornelli mentre legge la formazione da’a Maggica, l’Aquaman di Jason Momoa è un tizio veramente enorme.

Ponendo la sua fisicità da Übermensch al servizio di un character ahinoi banalotto, escludendo l’ovvio fascino da bisteccone esercitato su un pubblico femminile con discreta fame, questo Arthur Curry è un semplice pupazzone dall’introspezione abbozzata, che vaga per il mondo con il sorriso ebete di colui che si è appena fumato il calumet della pace con Toro Seduto mentre in fondo al mar con il granchio Sebastian ci sta il suo fratello, sosia sfigato di Eminem a dare battaglia a destra e manca.

Jason Momoa alle prese con la tipica reazione delle fan in sua presenza.

Non basta a sollevare le sorti di Aquaman una discreta capacità registica per quanto riguarda le scene sottomarine che, abbondando di mostri vari, strizzano anche l’occhio alla fantascienza di svariati decenni or sono.
Apprezzabile e ben reso il gioco portante tra le differenze di fisica subacquea e superficiale, ma tale elemento, pur in un cinecomic, dovrebbe essere un contorno visivamente piacevole, e non l’asse portante di un film che, perdonate il facile gioco di parole, fa acqua un po’ da tutte le parti.

Amber Heard solita ultrafigona bidimensionale che con i suoi capelli rossi e l’essere quasi sempre zuppa d’acqua offre un sottotesto porno che presumo di non dover spiegare: poco sorprendentemente il suo personaggio funge da mero (o Mera) satellite amoroso del protagonista, potendo essere sostituito con un cartonato a forma di vagina senza alterare il risultato narrativo.

Ok.

Willem Dafoe come mentore potrebbe anche essere una scelta azzeccata, se non fosse che pure il suo ruolo possieda la profondità narrativa di una pozzanghera. Dolph Lundgren senza spiezzare in due nessuno con annesso imbarazzante crine rubicondo pare a suo agio in un cinecomic più o meno quanto il formaggio sugli spaghetti allo scoglio.

E i cattivi?

Beh, entrambi minestre più che riscaldate: uno è un Black Manta di rara piattezza che funge da mero veicolo per la vendetta unita ad una rivalsa generazionale buttata abbastanza a casaccio.

Ho detto Black MANTA, non MAMBA…

L’altro è l’Ocean Master di Patrick Wilson, aficionado di Wan con cui è alla quinta collaborazione e che, oltre a possedere uno dei nomi più ridicoli nella storia del fumetto americano, imbastisce con Momoa il rapporto che sussisterebbe tra Edmund e Edward del Re Lear se il Bardo avesse scritto tale opera sotto effetto di pesanti oppiacei.

Ogni tanto si parlano, poi si menano, poi si parlano mentre si menano…

Un film che è una burinata unica.

Consigliato però se siete in possesso di una vagina funzionante.

Justice League

Io sono la Giustizia.

Davanti a me sono tutti uguali.

Io sono la Giustizia.

Nei giorni dispari e in quelli pari.

TRAMA: Dopo la morte di Superman, Bruce Wayne decide di formare una squadra di supereroi metaumani per difendere la Terra da una terribile minaccia imminente. Così, chiama a sé Flash, Wonder Woman, Aquaman e Cyborg.

RECENSIONE:

Io ho un problema con la Justice League.

Sarà forse la mia naturale ritrosia per i film sui supereroi?

Sarà magari il fatto che verrà considerata la copia degli Avengers marveliani, nonostante su carta sia nata nel 1960 mentre i corrispettivi di Stan Lee comparvero solo tre anni dopo?

Mmmh, no.

Il mio problema è The Pro.

Per chi non la conoscesse, The Pro è una storia a fumetti scritta nel 2002 da Garth Ennis (creatore anche di Preacher); la trama verte su una prostituta di strada che riceve dei superpoteri, venendo poi reclutata nella celeberrima Lega dell’Onore e trovandosi ad affrontare dei villain sopra le righe.

Il tono del fumetto è di presa in giro dissacrante nei confronti dei tipici crismi dei supereroi americani classici: Superman/The Saint è un bonaccione ingenuo, Lanterna Verde John Stewart/The Lime è lo stereotipo del nero sacrificabile, Batman e Robin/The Knight e The Squire hanno una velata relazione in stile “antichi greci” e così via.

Il tutto ironizzando anche su come una persona comune con comuni difetti (una ragazza madre egoista, annoiata, cinica, sboccata…) possa comportarsi se investita di enormi responsabilità non volute.

Avendo letto questa storia (che vi consiglio, se amate le trame sopra le righe), quando si parla di Justice League non penso all’onore, al coraggio e alla sete di giustizia che i suoi componenti permeano.

Penso ad una zoccola che pratica del sesso orale a Superman.

Chiudendo questa colorita parentesi, Justice League è né più né meno un gigantesco fumettone trasposto da carta a schermo.

Come Spectre di Sam Mendes era un po’ la summa di ogni elemento tipico della cinematografia su James Bond, questa pellicola racchiude in sé ogni fattore relativo al genere supereroistico di appartenenza: la conseguenza è che lo spettatore potrà apprezzarlo moltissimo quanto detestarlo con la medesima forza, in base al suo soggettivo apprezzamento non verso l’opera specifica, ma verso il settore artistico generico.

Come giudicarla, quindi?

Beh, sono partito da The Pro, quindi continuiamo su questa via.

Ossia con i PRO.

Justice League riesce a fornire un buon intrattenimento senza risultare troppo di grana grossa; punto focale per un blockbuster, l’azione è chiassosa ma ben gestita, non apparendo ridondante per gli standard e coreograficamente efficace nella sua esecuzione pratica.
Lo spirito di gruppo si mantiene evidente visivamente nel modo in cui i protagonisti affrontano l’antagonista, in modo da trasmettere bene allo spettatore l’idea di coesione alla base del film.
Di ottima fattura in particolare le scene ambientate a Themyscira, patria delle Amazzoni e teatro di una sequenza dal notevole impatto adrenalinico.

Ben Affleck e Gal Gadot si confermano adatti nei rispettivi ruoli, dando corpo ad un Bruce Wayne maturo ed attento e ad una Diana Prince generosa e fiera; alle new entries viene fornito un background narrativo che, pur scarno, non li rende dei cartonato bidimensionali, ma contribuisce a disseminare elementi che possano essere riconosciuti dai fan e che chiariscano il personaggio anche ai neofiti.

Particolare menzione anche per la sequenza dei titoli di testa, la cui impostazione ricorda quella di Watchmen, sempre con Zack Snyder regista, e con l’ottimo connubio audiovisivo grazie a Everybody Knows di Leonard Cohen interpretata dalla svedese Sigrid.
Non la solita esagerazione di simboli fallici e qualche inquadratura inutile di troppo alle terga di Gal Gadot, ma direi che si possa soprassedere.

Apprezzabili anche i piccoli riferimenti a personaggi non presenti nel film, che contribuiscono ad alimentare l’idea di universo narrativo donando ampio respiro a trama ed ambientazione.

Ora le NOTE DOLENTI.

Prima di tutto la trama è la solita menata già vista e stravista: oh mio Dio, stanno arrivando gli alieni da un altro mondo, c’è un cattivone uber-super che è dalla notte dei tempi vuole distruggere tutto, uniamo le forze per sconfiggerlo.

Tipo Space Jam, ma senza rubare il talento a Charles Barkley.

Devi affrontare un gruppo di supereroi? Obbligatorio l’elmo cornuto.

Il compito narrativo di alcuni personaggi nell’economia della storia è inoltre piuttosto basilare, e mi riferisco in particolare a Flash ed Aquaman.

Se il primo è un comic relief troppo estremizzato (pur non arrivando comunque ai livelli prescolari della Marvel, anche se non ci manca molto), il secondo ha subito un restyling avente come unico target quello di non farlo più essere l’eroe della comunità LGBT, ma rendendolo virile e figaccione.

Mi rendo conto che Jason Momoa sarebbe carismatico anche se recitasse Riccioli d’oro e i tre orsi nella parte della protagonista, ma su look e caratterizzazione psicologica è stata veramente calcata la mano, facendolo risultare stereotipato nel senso opposto.

Cioè è paradossalmente troppo figo per non stonare.

Ariel me la ricordavo diversa.

Sul lato tecnico, pur non esagerando nella slow motion tipicamente snyderiana, si assiste ad una CGI di un pataccame unico; come il pendolo di Schopenhauer oscilla tra dolore e noia, il green screen di Justice League oscilla tra il mediocre ed il raccapricciante, con fondali verosimili quanto cartoline pastello e sequenze acquatiche ahimè malfatte e banalmente sfruttate.

Si registra anche qui il momento-puttanata tipico delle precedenti opere DC, la sequenza cioè in cui al momento della scrittura agli sceneggiatori si chiude una vena del cervello.

Se ne L’uomo d’acciaio era Jonathan Kent trasportato nel meraviglioso mondo di Oz, in Batman v Superman era il Martha-time, in Wonder Woman il combattimento finale e in Suicide Squad l’intero film, qui abbiamo una idiozia che non posso spoilerare, ma che, pur essendo necessaria per il plot ha una modalità di svolgimento che mi ha fatto accapponare i capelli.

Senza rovinarvi la sorpresa (tutti dobbiamo soffrire), mi limito a dire che è un passaggio fondamentale per la trama e nella pellicola viene esposto in riferimento ad un celebre romanzo di Stephen King.

Chi lo ha già visto ha capito.

Tirando le somme, quale può essere il giudizio complessivo?

Beh, personalmente credo che pregi e difetti si elidano a vicenda, risultando in una giusta sufficienza finale per questo quinto episodio dell’universo DC.

Non eccezionale ma nemmeno così disprezzabile, considerando anche l’Orrore da Kurtz nella giungla di tre degli altri quattro film.

Fit iustitia.

Cloud dei tag