L'amichevole cinefilo di quartiere

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Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia

sausage-party-locandinaMangia che ti passa.

TRAMA: Una salsiccia innamorata di un panino è convinta che dopo essere stata acquistata dallo scaffale del supermercato la attenda un futuro paradisiaco. Scoprirà che la realtà è ben diversa…

RECENSIONE: Leggete il titolo.

No, davvero, leggete il titolo.

Ecco, ora provate ad immaginarvi che delirio possa scaturire da una film a cartoni animati con un nome del genere.

Ci avete pensato?

Bene.

Non ci siete nemmeno vicini.

sausage-party-salsicce

Volete averne un’idea? Pronti, via, ed il cibo canta una canzone basata su doppi sensi sessuali e razzisti.

ALLUSIONI SESSUALI!

RAZZISMO!

IL CIBO CANTA!

Seriamente, capisco una serie animata come il dissacrante South Park, in cui al di là del pesante velo di stupidità di fondo sono veicolati messaggi importanti di critica alla nostra società.
Attraverso la satira, vengono trattati infatti temi di politica e attualità statunitensi, cercando di sfatare i tabù e le demonizzazioni della società spesso usando la parodia e il black humour. Ciò porta ad acute prese in giro verso l’ottusità, la superficialità e il comune modo bigotto di affrontare determinati argomenti.

Per rendersene conto basta prendere ad esempio la canzone Blame Canada (candidata agli Oscar nel 2000), tratta dal lungometraggio della serie, Più grosso, più lungo & tutto intero.

Per cui comprendo l’utilizzo dell’animazione per questi scopi, così come viene sfruttata ad esempio da altre serie tv come I Griffin.

Ma questo film è veramente troppo.

Sausage Party è troppo stupido.

Troppo volgare.

Troppo esagerato.

Le battute basate sugli stereotipi razziali e (soprattutto) sul sesso vengono sparate a raffiche talmente veloci da quasi non dare il tempo allo spettatore per soffermarsene mentalmente, dato che passata una si viene subito investiti dalla successiva.

sausage-party-stereotipi

Il pepe può dare ad un piatto quel tocco speziato in più che lo renda magari più gustoso (tanto per rimanere in ambito gastronomico), ma se ne viene utilizzato un etto, la portata diventa immangiabile.
E questo è ciò che succede alla pellicola, che subisce la troppo marcata presenza quantitativa di allusioni sessuali, etniche e religiose.

Che alla lunga stufano.

L’idea di rappresentare le cibarie (più alcuni oggetti non edibili ma utilizzati dall’uomo in maniera “intima”) come dotate di autocoscienza può anche risultare accattivante sulla carta, in una sorta di ovvia dissacrazione del modello arcinoto Toy Story.

Il problema è che battute e conversioni di concetti sociali nel mondo alimentare diventano ben presto prevedibili e scontate, non riuscendo quindi a mantenere una spinta narrativa autonoma che possa sostenere il film una volta superato l’ovvio momento “What The Fuck?!” iniziale.

Sausage Party degenera quindi ben presto in una versione high-budget e ultra-sboccata del famigerato Foodfight. 

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Sul lato prettamente visivo, lo stile di animazione coloratissimo e pimpante si dimostra effettivamente funzionale alla storia, con una cura apprezzabile per le diverse caratterizzazioni delle varie tipologie di cibo (il budget è di 19 milioni di dollari, non poco per un progetto come questo), ma pecca nell’esagerare con la violenza nel “cucinare” e quindi “uccidere” i vari personaggi; tale elemento risulta addirittura macabro e gore, scadendo presto nel difetto principale dei film a tema horror o slasher: l’uso del cruento fine a se stesso solo per il piacere di mettere a disagio lo spettatore.

E questo è male, perché come già accennato ciò che dovrebbe fare da contorno alla storia diventa esso stesso la storia, e senza questo elemento andrebbe a perdersi tutta l’originalità del film vista la sua trama debole, sconclusionata e sopra le righe.

Il cast vocale è particolarmente ricco, essendo principalmente formato dalla numerosa crew Rogen – Cera – Franco: oltre ai tre nominati abbiamo infatti piccoli e grandi ruoli interpreti da comici come Jonah Hill, Bill Hader, Danny McBride e Craig Robinson.

Ad essi si aggiungono attori noti come Edward Norton, Salma Hayek e Kristen Wiig, le cui voci possono risultare divertenti negli Stati Uniti ma che necessariamente vanno poi perse nelle edizioni non anglofone a causa del doppiaggio.

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Concludendo, Sausage Party avrebbe potuto essere una buona idea per un cortometraggio animato (basato su idee vagamente simili mi viene in mente l’ottimo Logorama, vincitore dell’Oscar nel 2010 per la relativa categoria), ma che dilatato nei circa 85 minuti di durata, seppur relativamente brevi per un film, scade ben presto nella noia e nella ripetitività.

Aggiungendo poi che la reazione suscitata da molte sequenze del film è più una facepalm dovuta alla loro assurdità che una risata conseguente ad eventuale comicità, questa pellicola risulta purtroppo un’irriventata eccessivamente fine a se stessa per essere godibile.

Un bambino che fa il ribelle per divertirsi ed essere notato.

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Kung Fu Panda 3

Kungu-Fu-Panda-3 locandinaJack Black sostituito da Fabio Volo 3.

TRAMA: Dopo essere diventato un guerriero del kung fu, il passo successivo nel destino del panda Po è diventare un maestro; contemporaneamente, il suo vero padre giunge nella Valle della Pace alla sua ricerca, e lo ricongiunge agli altri membri della sua specie.
Quando uno spirito maligno di nome Kai inizia a terrorizzare la Cina, Po deve trasformare i panda pigri e maldestri in professionisti delle arti marziali…

RECENSIONE: Per la regia di Jennifer Yuh e Alessandro Carloni, Kung Fu Panda 3 è un classico film d’animazione intriso di buoni sentimenti e comicità, ideale per un pubblico di bambini e ragazzini.

Dopo un primo episodio basato sul presente (addestramento) e un seguito incentrato sul passato (la scoperta e consapevolezza delle proprie origini), si completa la panoramica temporale con un capitolo che fa leva sul futuro.

Tale aspetto rende Kung Fu Panda 3 un’opera che acquisisce maggiore senso narrativo se considerata come atto conclusivo (?) della relativa serie, dato che inquadrato come film a se stante contiene troppi legami con gli altri due episodi per denotare autonomia artistica.
Come opera circoscritta vanno infatti a perdersi tutti i riferimenti al percorrere il proprio cammino nelle varie fasi della vita, tarpando quindi le ali al senso di ampio respiro della trama.

Il maestro come fonte di conoscenza e miglioramento per le nuove leve, (“nuove” non solo in senso anagrafico ma anche ambientale) è lo step naturalmente successivo per la maturazione dell’improbabile guerriero protagonista: l’emarginato che finalmente si è liberato dalla sua condizione di underdog acquisendo piena consapevolezza del suo ruolo e contribuendo allo sviluppo del prossimo.

Kung-Fu-Panda-3 addestramento

Kung Fu Panda 3  è un film ricco di paradossi e contrasti: il più evidente è quello tra il mondo degli ursidi bianconeri, ontologicamente oziosi e naïf, e la valle alacre e movimentata.
Importante in ottica narrativa è anche la totalità considerata come armonia e somma delle parti, queste ultime complessivamente necessarie per la formazione e l’inquadramento dell’individuo.
L’accettazione di se stessi deriva quindi non dal cambiamento inteso come negativa volontà di assomigliare ad altri, ma da valorizzazione e rafforzamento delle proprie caratteristiche interiori.

kung fu panda 3 comic

Oltre che dal protagonista, la triplicità è anche dovuta all’archetipo dell’antagonista: se nell’episodio originario il focus rimaneva nello stretto ambito delle arti marziali (con il leopardo delle nevi Tai Lung), si è poi passati alla tecnologia votata alla distruzione con il pavone Shen e ora alla spiritualità di Kai.

Lo yak di giada incarna un villain sia fisico che etereo, rappresentando tanto la potenza combattiva del guerriero quanto l’ambito più spirituale del “fantasma”, o in generale di colui che ritorna da un remoto passato per inficiare sul presente.

Incarnando più la furia di Tai Lung che l’acutezza di Shen, risulta però un villain un po’ troppo “semplice” nella sua esposizione narrativa, e che quindi si adatta al leitmotiv del film indirizzato a spettatori giovani, soddisfando difficilmente gli adulti.

kung fu panda 3 kai

Se per sviluppo caratteriale e narrativo Kai mal si presta a diventare un antagonista memorabile nella tradizione animata recente, sul lato prettamente visivo la sua linea cromatica risulta molto efficace e ben studiata.

L’alone verde che contraddistingue lui e i combattimenti che lo vedono protagonista, bilanciato dal giallo dei “buoni”, è esteticamente piacevole e contribuisce ad alimentare il senso di diversità manichea tra i personaggi.

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Pur con la solita comicità scanzonata che piacerà ai giovanissimi, sarebbe stato apprezzabile inoltre un maggiore sviluppo del tema della paternità, presente nell’opera più quantitativamente che qualitativamente, con un focus piuttosto didascalico pur considerando la positività del messaggio (la famiglia è ciò che ti dà amore, sia che si tratti di genitori naturali o adottivi).

Nonostante quindi l’evidente gancio verso la generazione anteriore ciò impedisce alla pellicola di situarsi efficacemente su più livelli di introspezione e farsi apprezzare dagli adulti, che vedono pochi riferimenti veramente importanti al complesso ruolo genitoriale.

kung-fu-panda-3 li shan

In generale Kung Fu Panda 3 è un’opera animata ideale per un pubblico di ragazzini: semplice, colorata e con un ritmo alto dovuto alla ridotta durata (85 minuti circa).
Sufficiente o poco più e superiore al secondo episodio (piuttosto anonimo) ma non al primo, difficilmente potrà intrattenere gli accompagnatori, anche se nel settore si è comunque visto ben di peggio.

Inside Out

inside out locandinaTu chiamale, se vuoi, emozioni.

TRAMA: Riley è una ragazzina di 11 anni che si trasferisce con la famiglia a San Francisco. È guidata come tutti dalle cinque emozioni principali (Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza), che vivono nella sua mente e la aiutano ad affrontare la quotidianità.

RECENSIONE: Tralasciando l’ovvio fattore intrattenimento e l’industria che economicamente li produce, i film sono fondamentalmente opere di tipo artistico, e in quanto tali la loro essenza risiede nel trasmettere emozioni allo spettatore.

Tali emozioni possono scaturire in maniera più o meno naturale o forzata, e questo in base alla qualità complessiva del film stesso e alle modalità con cui vengono presentate determinate tematiche.

Un horror che tiene incollati alla sedia con gli occhi sbarrati, una commedia che fa indolenzire gli addominali a forza di ridere e un dramma che gonfia il magone nel petto si basano tutti, pur con ovvie distinzioni di genere, sullo stesso principio di base.

E se in un film le emozioni avessero il ruolo di protagoniste?

In tal caso abbiamo Inside Out.

Uno dei migliori film d’animazione occidentali degli ultimi quindici anni.

inside out emozioni 2

Per la regia e la sceneggiatura di Pete Docter (già director di Monsters & Co. Up), il quindicesimo lungometraggio della Pixar è un’opera di una profondità narrativa rara, resa ottimamente sullo schermo da un impianto visivo di notevole fattura che sa rendere al meglio agli occhi ciò che in realtà è chiaro solo alla mente.

Uno dei grandi pregi di questo meraviglioso film è infatti quello di sapere raffigurare componenti fondamentali della personalità umana, ossia appunto le emozioni, i pensieri e la coscienza in generale, attraverso scelte artistiche tanto dirette quanto ragionate e intelligenti.

Inside Out non è il primo caso di animazione utilizzata per mostrare il nostro organismo umanizzandone le componenti; ad esempio possono essere citati il film del 2001 diretto dai fratelli Farrelly Osmosis Jones o, andando più indietro nel tempo, la famosa serie animata francese Esplorando il corpo umano (titolo originale Il était une fois… la Vie).

Osmosis_jones

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Ciò che li differenzia da Inside Out, e che al contempo aumenta il valore artistico di quest’ultimo, è che nei due esempi citati vengono ad essere antropomorfizzate delle parti costitutive oggettive e biologiche del nostro essere.

Per quanto microscopici essi siano, infatti, i globuli rossi e bianchi, i neuroni, i virus e i batteri sono elementi reali e concreti, che possono essere visti, “toccati” e misurati.

Le emozioni no.

Le emozioni sono concetti astratti.

Non è la stessa cosa.

inside out scena

Tutto ciò che riguarda la psiche umana viene qui reso attraverso un’esplosione ottica di colori e forme, denotante una piacevole e frizzante fantasia che però non si limita a crogiolarsi esclusivamente sulla resa visiva, ma dà anche vita a trasposizioni ingegnose di elementi immateriali quali “pensieri”, “ricordi” e “sogni”, risultando nel complesso bello a vedersi ed intelligente a capirsi.

Se i bambini rimarranno infatti divertiti da gag, personaggi colorati e ritmo narrativo incalzante, i più grandi potranno trovare nella pellicola ben più di uno spunto di riflessione, rendendo Inside Out in grado di unire semplicità e profondità attraverso modalità che raramente si vedono in un film.

La pellicola non si riduce infatti a raffigurare solo delle emozioni umanizzate, ma riesce anche a farle scaturire nell’animo dello spettatore, grazie ad una sceneggiatura ricca di spirito introspettivo che nello spazio di una stessa scena può passare in pochi istanti dal divertimento alla commozione, dal sollievo alla malinconia.

inside out gioia tristezza

Il tema di base è molto importante: si assiste alla piccola ma importante crescita emotiva di una ragazzina, attraverso avvenimenti per lei nuovi che la vedono protagonista, e grazie ai quali ella possa (così come ogni persona al mondo) sviluppare piano piano una propria personalità e intraprendere un percorso di maturità caratteriale.

Tale sviluppo è mostrato attraverso il ruolo che le emozioni giocano nei rapporti che Riley ha col mondo circostante, oltre che ponendo l’accento sul concetto di “memoria” e tematiche correlate, colonna portante della nostra capacità di apprendimento e crescita personale.

inside out riley

Le emozioni che la guidano sono personaggi ben resi sia esteticamente che caratterialmente, ed hanno in particolare il grande merito di risultare interessanti nonostante in apparenza possano sembrare unidimensionali, incarnando appunto solo un determinato aspetto dell’umana personalità.

In particolare è molto intrigante il rapporto tra i due antipodi Gioia e Tristezza, e come il film riesca a sviluppare narrativamente queste due emozioni mostrando il ruolo che esse assumono nell’indole di una persona.

Da questo legame nascono sia una moltitudine di spunti comici, dovuti all’ovvio espediente del contrasto tra due caratteri contrapposti, sia molti importanti elementi di riflessione introspettiva, che come già detto danno ad Inside Out una pregevolissima maturità narrativa ed artistica.

INSIDE OUT – Anger, Fear, Joy, Sadness and Disgust look out upon Riley's Islands of Personality. ©2015 Disney•Pixar. All Rights Reserved.

Probabilmente ho detto circa la metà di quanto avrei voluto, data la complessità della pellicola e la difficoltà di esprimere a parole emozioni e introspezione; riassumendo, si può dire che nonostante la classica facciata da cartoon colorato (per quanto di ottima fattura) che potrebbe ingannare un occhio superficiale, il film nasconda nel suo guscio una perla da opera impegnata e matura, che riesce a toccare le corde dell’animo facendo emergere ricordi ed emozioni.

Veramente ottimo.

Dragon Ball Z: La battaglia degli dei

dragon ball locandinaÈ il mio corpo che cambia / nella forma e nel colore / è in trasformazione.

TRAMA: Tratto dall’omonima serie di manga (fumetti) e anime (cartoni animati) creata da Akira Toriyama.
Goku, Vegeta e gli altri eroi devono combattere contro il potente Bills, il dio della distruzione.

RECENSIONE: Quando si parla di un film tratto da un cartone animato, il solito problema è che se non si conosce la serie originale ci si può trovare un po’ spiazzati.
Spiegare che cosa sia Dragon Ball sarebbe una cosa veramente mooooolto lunga, quindi se non ne sapete un tubo (avendo passato gli ultimi venticinque anni su Mercurio, probabilmente) e se parole come “Saiyan”, “Namecc” e “Sfere del drago” non vi suggeriscono nulla se non dei tipi di “massaggio” orientale, potete tranquillamente abbandonare questa recensione.

Per tutti gli altri, dai che cominciamo.

Penso che giudicare questa pellicola come si farebbe normalmente con un film generico sarebbe piuttosto inutile, perché il giudizio risulterebbe ovviamente negativo.
Dragon Ball infatti è una serie con molti difetti: personaggi caratterizzati smussandoli con l’ascia, dialoghi eccessivamente sopra le righe, combattimenti lunghi e talvolta ripetitivi, tempi morti eterni, sceneggiature scarne ecc…
Credo quindi sia molto più utile valutare Dragon Ball Z: La battaglia degli dei nell’ambito delle altre pellicole tratte da questa serie tv, o considerando l’anime stesso.

In quest’ottica non è un film eccezionale, ma pensavo peggio.

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La prima metà del film pecca di lentezza (come già accennato, una caratteristica della serie) e di una generale stupidità ed infantilità, in parte superata successivamente. I toni iniziali sono parecchio bambineschi, e questo potrebbe penalizzare la visione a chi andasse a vedere la pellicola ad un’età più matura per ritrovare i personaggi che aveva apprezzato da bambino.

Le animazioni sono buone, molto dettagliate per quanto riguarda i personaggi e più semplici ed elementari per gli ambienti. Il doppiaggio italiano è quello della prima versione degli altri film, per cui non corrispondendo alle voci dell’anime andato in onda su Italia 1 potrebbe far immalinconire un po’ i fan.
Molto azzeccati comunque Riccardo Rossi come Bills e Roberto Chevalier come suo assistente Whils.

Il classico nemico che ha come unico scopo distruggere qui finalmente ha un senso, in quanto si tratta del dio della distruzione vera e propria, mentre per altri nemici canonici della serie magari sarebbe stata auspicabile un’introspezione psicologica maggiore.
Diciamo che il “Salve, mi chiamo Freezer/Cell/Majin Bu, sono qua per spaccare tutto” non suscita il massimo dell’interesse.
Qualche insegnamento morale scontato come la parola “California” in un testo dei Red Hot Chili Peppers fa da condimento al tutto.

In generale siamo di fronte ad un piccolo divertissement di 85 minuti (e in questo caso la durata relativamente breve è un pregio perché previene l’annacquamento e la dilazione ulteriore delle meccaniche, di per sé quasi inesistenti), per tornare un po’ bambini e prendersi poco sul serio.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Dragon Ball ha una produzione piuttosto ricca, per cui relativi manga, anime e (parecchi) lungometraggi.
Qualche titolo specifico? Il Super Saiyan della leggenda (1993), La minaccia del demone malvagio (1993) e Il diabolico guerriero degli inferi (1995).

I Simpson – Il film

la-locandina-di-the-simpsons-movie-47408Scrivere recensioni non fa di me uno scrittore / Scrivere recensioni non fa di me uno scrittore / Scrivere recensioni non fa dDRRRIIIINNN!!!

TRAMA: L’eccessivo inquinamento del lago di Springfield causa un disastro ecologico. Per evitare che dilaghi nel resto dell’America il governo decide di isolare la città con una gigantesca cupola.

RECENSIONE: Film del 2007 tratto da una serie televisiva d’animazione che conoscono anche gli eschimesi, con il senno di poi questa pellicola può essere considerata una sorta di spartiacque qualitativo. Infatti se con il lungometraggio si riescono a tappare le pur presenti pecche delle stagioni precedenti ad esso, successivamente vi sarà un baratro di cui tutt’ora non si vede il fondo. Prendersi una pausa sabbatica di alcuni anni dopo la sua realizzazione forse non sarebbe stata un’idea pellegrina.

Per gli amanti della famiglia gialla più famosa del mondo questo è un film che non delude le aspettative, a meno che non siate degli inguaribili nostalgici dei bei tempi andati, ma in questo caso non vi andrebbe mai bene niente a prescindere. La pellicola deve essere valutata anche (e soprattutto) considerando il già citato cambiamento della serie con il passare degli anni, e da questo punto di vista penso che sarebbe potuta andare molto peggio.

Vi sono moltissime battute, cosa che ci si aspetta da una serie che a parte alcuni episodi particolari (come la serie nella serie Treehouse of Horror, tradotta in italiano come La paura fa novanta) ha sempre avuto una connotazione umoristica. Anche nei suoi episodi di denuncia sociale, come ad esempio La famiglia Cartridge, quinto episodio della nona stagione, incentrato sull’estrema facilità del procurarsi armi negli Stati Uniti, gli argomenti vengono trattati in modo molto pungente e sarcastico.

Sono presenti tantissime citazioni di altre pellicole, come ad esempio La notte dei morti viventi di Romero o Una scomoda verità, documentario di Al Gore (tra l’altro molto citato e parodiato nella seconda serie creata da Matt Groening, Futurama), e i continui riferimenti ad altre opere contribuiscono all’arricchimento del film. Queste strizzate d’occhio inoltre attirano un pubblico più adulto, stratificando i livelli della comicità.

I personaggi non subiscono evoluzioni particolari ma si attengono ai medesimi schemi che li hanno resi celebri sul piccolo schermo, quasi a non voler rischiare od osare, essendo un lungometraggio solitamente l’apice del successo di una serie tv. Per cui gli stereotipi come lo stupido americano medio, l’ecologista saccente, il monello scapestrato ecc rimangono tali e quali, senza sconvolgimenti. L’unica modifica degna di nota è quella relativa al personaggio di Flanders, che viene raffigurato più come un modello di buon padre che come un bigotto religioso da sfottere.

Se proprio questa famiglia non la riuscite a digerire ma vi tocca sorbirvi il film sotto ricatto di figli o fratellini, guardate il lato positivo: dura solo 85 minuti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Peppa Pig, Dora l’esploratrNo, Cristo, ovviamente I Simpson

The Maker

the makerSi. Può. Fare!!!

TRAMA: La creazione della vita da parte di una strana creatura simile a un coniglio.

RECENSIONE: Cortometraggio semplicemente fantastico, l’unione di poesia, arte e artigianato con una metafora di fondo sulla vita. Il tutto viene raffigurato in meno di sei minuti, con una ottima stop motion, che contribuisce a dare spessore e consistenza a personaggio e oggetti.

Assolutamente da vedere, non c’è altro da dire.

Qui il link al video su YouTube:

http://www.youtube.com/watch?v=YDXOioU_OKM

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore

I fantastici libri volanti del signor Maurizio Menopiù. Sì, in italiano non avrebbe reso…

TRAMA: Dopo un uragano che ha spazzato via casa sua Mr. Morris si ritrova in una terra dove i libri sono senzienti.

RECENSIONE: Cortometraggio animato, vincitore dell’Oscar 2012 per la categoria. Prodotto dalla Moonbot Studios (niente Dreamworks o Pixar?) questo corto di 15 minuti costituisce una piccola e divertente ode ai libri, valorizzando l’importanza che essi hanno per la cultura e l’amore per la lettura in generale.

Considerare i libri, le pagine e le stesse lettere stampate come oggetti fisici con una massa e un volume è dal punto di vista visivo una buona idea, che riesce a creare situazioni piacevoli per l’occhio mantenendo una poesia di fondo. Il tono sostanzialmente comico, con rimandi allo slapstick e alla commedia degli albori degli anni ’20 riesce a mantenere il ritmo veloce e snello, facendo abituare allo stesso tempo lo spettatore alla dimensione leggera del corto stesso. La presenza inoltre di velati rimandi ad altri film costituisce una chicca per appassionati.

Esteticamente ottimo uso del bianco e nero e grande fisicità data ai corpi; ciò aumenta i contrasti e calca ancora di più la mano sul lato più poetico e “spirituale” del cortometraggio, che risulta così uno dei migliori degli ultimi 4-5 anni.

Qui il link YouTube http://www.youtube.com/watch?v=NxrYDaj0dbs

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