L'amichevole cinefilo di quartiere

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Speakers’ Corner – Love, Death & Robots


Serie animata antologica per adulti, scritta e diretta dal Tim Miller di Deadpool e prodotta da David Fincher, Love, Death & Robots è una raccolta di racconti principalmente sci-fi ma che abbracciano anche altri generi tra cui l’horror, il thriller e la commedia.

Piccolo gioiello di creatività ed arte visiva, la serie è composta da diciotto episodi non collegati tra loro, che alternando come già accennato i registri comico, drammatico ed horrorifico riescono a soddisfare i gusti più disparati, centrando il bersaglio che di volta in volta si prefiggono e dimostrando un livello medio complessivo decisamente alto.
Utile per la fruizione degli episodi è inoltre la loro durata ridotta (da 6 a 17 minuti ciascuno), che rende la serie adatta sia per una maratona complessiva non stop quanto per optare invece il guardarsi qualche episodio nei ritagli di tempo.

Per meglio capire la portata dell’opera, essendo formata da segmenti molto diversi uno dall’altro, invece di buttarsi in un’analisi complessiva è molto più utile esaminare brevemente gli episodi uno ad uno.

Il vantaggio di Sonnie (Sonnie’s Edge)
Combattimenti tra umani in simbiosi telepatica con dei mostri.
Episodio di apertura, Sonnie’s Edge è anche quello che più ho apprezzato, e ragionando a posteriori sulla serie come unicum sono contento che sia stato scelto come primo, perché credo che oltre ad essere uno di quelli di qualità oggettivamente migliore sia molto emblematico del focus della serie.
Animazione in CGI di qualità eccellente, che mostra i muscoli soprattutto nella sequenza di lotta tra le creature, ciò non mette in secondo piano una trama ovviamente breve ma intensa, con una protagonista interessante ed un arco narrativo ben gestito.

Tre robot (Three Robots)
Tre robot vagano per un mondo post-apocalittico commentando l’estinzione degli umani.
Dopo il dramma dell’episodio 1 si passa ad un tono molto più leggero e sarcastico, con i tre protagonisti che, trovandosi di fronte ad infrastrutture tipicamente umane, cercano di comprenderne l’utilizzo; a ciò si accompagnano sferzanti critiche alla stupidità della nostra specie e all’innata indole di autodistruzione insita nell’homo sapiens.
Segmento basato sull’infondere nello spettatore la classica risata unita al «È vero: è proprio così», Three Robots è un carino divertissement.
Simpatico il finale.

La testimone (The Witness)
La casuale testimone di un omicidio scappa inseguita dall’assassino.
Con un mood ansiogeno generato non solo dalla trama in sé, ma anche da uno stile grafico ricco di primi piani ed animazioni rapide, The Witness è una corsa verso la salvezza, inframmezzata da sequenza sessualmente esplicite che fungono da una sorta di pausa contemplativa per un’esistenza, quella umana, in cui il pendolo oscilla tra la inconcludente fretta ed un piacere effimero.
Ottima scelta quella di dare molto risalto a livello uditivo all’ansimare dei personaggi, con la frequente aggiunta dell’appannamento della camera durante i primi piani, come se i characters avessero realmente un obiettivo puntato in faccia.

Tute meccanizzate (Suits)
Agricoltori combattono un’invasione aliena.
Per citare un amico, «”Redneck con i mecha” è una delle cose che non sapevate ancora di volere»; battute a parte, episodio che ricade nel classico “uomo vs mostro” riuscendo però a non essere banale e noioso, grazie ad uno stile di animazione che ricorda quello dei videogiochi della casa di sviluppo Telltale Games e che ben si addice a quanto viene mostrato.
Relativamente leggero nonostante l’argomento, il tono è smorzato anche dall’uso di una colorazione vivace e quasi da pennarello, che esalta piacevolmente le figure.

Il succhia-anime (Sucker of Souls)
Spedizione scientifica risveglia qualcosa che avrebbero dovuto lasciar dormire.
Tra tutti, forse questo è l’episodio che personalmente mi ha convinto di meno. Non che non sia di intrattenimento, anzi, la sua violenza esagerata è paradossalmente divertente, ma ho avuto la sensazione che c’entrasse poco con gli episodi fin lì visti, e penso che non abbia quel quid per risultare memorabile e di impatto che magari altri segmenti possiedono.
Si guarda e via.

Il dominio dello yogurt (When the Yogurt Took Over)
I batteri dello yogurt diventano senzienti e conquistano il pianeta.
Su una trama del genere mi rendo conto che poco ci sia da dire. Utilizzando uno stile cartoonesco tipico dei programmi indirizzati ai più piccoli, When the Yogurt Took Over è indubbiamente l’episodio che sfocia maggiormente nell’assurdo; anche qui comunque è riscontrabile una pesante e benvenuta critica alla stupidità umana in genere, a cui ben si sposa una narrazione documentaristica alla Adam McKay / Michael Moore.

Oltre Aquila (Beyond the Aquila Rift)
Il salto spaziale di un’astronave ha un problema ed essa finisce lontana molti anni luce rispetto al previsto.
Inquietante. Molto.
Beyond the Aquila Rift è un gioiello di costruzione narrativa, semplice nelle sue apparenti premesse ma molto più complesso nel loro sviluppo. Una trama avvincente ed interessante, che riesce a montare la tensione gradualmente in un climax finale che rende un senso all’intero episodio.
Alcune scelte sono una palese strizzata d’occhio ad un film ormai classico nel genere sci-fi, ma che non posso menzionare per non fare spoiler sulla conclusione.

Buona caccia (Good Hunting)
Nella Cina della Rivoluzione Industriale, il rapporto tra un uomo ed una kitsune.
Ideale passaggio di consegne tra il mondo magico e quello materiale, Good Hunting riesce a costruire una storia poetica e romantica, di un romanticismo però non solo meramente amoroso, ma che comprende più ad ampio respiro l’elogio per un mondo destinato inevitabilmente a scomparire.
Grazie alla tecnologia, però, la magia naturale ed animista diviene qualcosa di diverso ma altrettanto irreale e mistico, a testimonianza della ciclicità degli eventi e di una circolarità inaspettata ma narrativamente ben congegnata.

La discarica (The Dump)
Un ufficiale comunale deve sfrattare un vecchio che vive in una discarica.
Dopo un paio di episodi seriosi, Love, Death & Robots ritorna sul terreno dell’ironia, con una tipica storia di paura aneddotica raccontata con un po’ di alcool nelle vene.
Simpatico ed esagerato, The Dump ha un posizionamento strategico per stemperare la tensione e la drammaticità precedenti, con la presenza del tema “vecchio che se ne frega della modernità e vuole solo essere lasciato in pace” che suscita naturale simpatia.
Un paio di piccole chicche faranno sbellicare lo spettatore attento.

Mutaforma (Shape-Shifters)
Nella guerra in Medio Oriente, l’esercito americano si serve di soldati particolari.
Come il già visto Sucker of Souls, anche questo episodio c’entra ben poco con il tema generale della serie, ma gli è superiore grazie ad una breve storia di amicizia e di accettazione del sé che lo eleva rispetto ad una stereotipata lotta violenta contro una minaccia ignota.
Da segnalare una CGI anche qui ben fatta ma più legnosa di Beyond the Aquila Rift e di Secret War (che vedremo poi), per il resto non molto da dire senza cadere negli spoiler.

Dare una mano (Helping Hand)
Un’astronauta si ritrova alla deriva.
Episodio che riprende la tematica di Gravity di Cuarón, Helping Hand è uno degli episodi incentrati sull’ansia. Carenza di ossigeno, aiuti che non arrivano e concreta possibilità di morire nello sconfinato vuoto in cui “nessuno può sentirti urlare”, altro fattore citato, per un segmento in cui anche la capacità di sacrificio per rimanere attaccati alla vita dimostra la sua importanza.

La notte dei pesci (Fish Night)
Due venditori porta a porta rimangono in panne con la macchina nel deserto nordamericano.
Episodio maggiormente onirico della serie, Fish Night sfrutta una trama semplice ed apparentemente priva di spunti per mostrare animazioni coloratissime e ben realizzate, virando la storia su un confronto generazionale alla Cat Stevens con il maturo calmo e riflessivo che ha accanto il giovane intrepido ed avventato.
Stile visivo che ricorda vagamente il cel-shading del videogioco XIII, tratto dall’omonimo fumetto franco-belga.

Dolci tredici anni (Lucky 13)
Il rapporto di “amicizia” tra una pilota militare ed un’aeronave nota per portare sfortuna. 
Legame uomo-macchina contornato di superstizione, desiderio di rendersi utili e determinata volontà di oltrepassare i propri limiti; aggiungete il tema dell’ammasso di ferraglia che pur vecchio dimostra ancora la sua (stile Herbie, il maggiolino tutto matto) venendo di conseguenza preferito da un’umana “romantica” ai nuovi ritrovati tecnologici e si ottiene una trama classica impreziosita dalle consuete scene militari.
Più profondo di quanto potrebbe sembrare.

Zima Blue (id.)
Una giornalista deve intervistare un pittore le cui opere sono caratterizzate da una particolare tonalità di azzurro.
Ritorno alle origini in salsa artistico-fantascientifica, Zima Blue è uno degli episodi più delicati e poetici: da esso emerge infatti la circolarità tra progresso e regresso, per cui se l’obiettivo è aspirare alle vette più alte dello scibile umano, la via migliore è paradossalmente quella di alleggerirsi mentalmente e fisicamente, fino a far riemergere la propria vera essenza.
Interessante anche il tema del triplice rapporto su cui si basa l’arte: artista-opera, artista-pubblico e opera-pubblico.

Punto cieco (Blind Spot)
Una banda di ladri assalta un veicolo blindato fortemente difeso.
Azione pura: bastano due semplici parole per definire questo episodio, in cui si abbandonano quasi totalmente elementi filosofico-introspettivi, dalla grande rilevanza in altri segmenti, per imbastire invece un train heist adrenalinico e su più livelli di pericolosità.
Il fattore veramente importante non è ciò che il gruppo tenti di rubare, ma i vari ostacoli che compaiono via via lungo il tragitto.
Coloratissimo ed avvincente.

L’era glaciale (Ice Age)
Una coppia scopre che nel nuovo freezer esiste un microscopico mondo umano in evoluzione.
Episodio in live action (protagonisti Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead), anche qui il tema principale è quello del ciclo: pur se il tempo scorre convenzionalmente in una sola direzione, non è detto che con il passare di ere troppo grandi per la concezione umana esso non ritorni a presentare daccapo lo stesso corso evolutivo.
Pur non essendo disprezzabile, Ice Age è forse un pesce fuor d’acqua nella serie, un po’ per la sua assenza di animazione, un po’ per la ripetitività di un concetto già visto.
Comunque discreto.

Alternative storiche (Alternative Histories)
Sei possibili scenari storici di cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto prima di fondare il Partito Nazista.
Alternative Histories è la sagra dell’assurdo: grazie ad uno stile visivo minimale nelle forme e vivacissimo nei colori, vengono delineati universi paralleli basati sul nonsense e sull’esagerazione, in cui il futuro Führer viene ucciso nei modi più bislacchi ed improbabili, portando a conseguenze altrettanto fuori di testa.
Divertentissimo e leggerissimo, una serie di allegri WTF da gustare senza anticipazioni.

Guerra segreta (Secret War)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un plotone di soldati russi viene inviato ad eliminare una minaccia sconosciuta.
Si ritorna al realismo, alla crudezza e all’ambientazione militare per questa conclusione di serie: Secret War offre una CGI di pregevole fattura, che ben si sposa appunto con la serietà delle tematiche.
Pure qui uomo contro mostro, ma con un paio di elementi estetico-narrativi che rendono anche questo episodio interessante ed avvincente.

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Teenage Mutant Ninja Turtles: ‘Don vs. Raph’

Corto di un paio d’anni fa molto carino, realizzato da Jhonen Vasquez, ideatore di Invader Zim.

Divertente e simpatico.

Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

Coco

Messico e nuvole
La faccia triste dell’America
Il vento soffia la sua armonica
Che voglia di piangere ho.

TRAMA: Messico. Il dodicenne Miguel, aspirante musicista a dispetto del divieto impostogli dalla famiglia di praticare canzoni e strumenti, sta per fare luce su un mistero vecchio di secoli. Accidentalmente, entra nella Terra dei Morti e…

RECENSIONE: Per la regia di Lee Unkrich (Toy Story 2 e 3, Monsters & Co, Alla ricerca di Nemo), Coco racconta le vicende di un giovane messicano che se ne va in giro con una chitarra.

Ok, un altro messicano che se ne va in giro con una chitarra.

Il diciannovesimo lungometraggio della Pixar opta ancora per l’affronto di tematiche adulte, focalizzandosi sul sempre interessante topos del rapporto tra vivi e defunti, con tutto il corollario ad essa relativo.

Il conseguente rapporto tra le tre dimensioni temporali (passato, presente e futuro, à la Canto di Natale) viene rappresentato con una grazia utile ad essere reso comprensibile per i più giovani, che potrebbero trovarsi spiazzati dal dualismo vita/morte, ma allo stesso tempo risulta contenutisticamente apprezzabile anche per gli adulti.

Se posizionalmente non vi è grande differenza tra il regno dei vivi e quello dei morti dato che sfruttando la componente spiritica è come se coincidessero, a parte il visivamente spettacolare ponte di fiori, ciò che fa da padrone in Coco è infatti il tempo.

Ieri, oggi e domani si fondono in un calderone in cui vengono ad elidersi le differenze tra i tre fino a farli confluire in un unico cammino, in cui la Morte appare solo come un mero passaggio tra la dimensione reale e quella spiritica, senza però inficiare l’umanità del soggetto che la sperimenti.

A collegare vivi e morti c’è la musica, che in taluni casi diventa un vero e proprio psicopompo per i defunti, oltre a mezzo di espressione emotivo estremamente potente.

Con l’accompagnamento musicale i sentimenti diventano vividi e maggiormente intensi, con le note che sostengono come impalcature invisibili la gioia, il dolore o l’infatuazione, che possono in questo modo spandersi nell’aere riversandosi sugli astanti.

Simile per struttura a The Brave, non solo per una localizzazione geografica peculiare (qui il Messico, là la Scozia), ma anche per il tema del giovane in ebollizione che si ribella ai dettami della propria famiglia, la vicenda si dipana forse in modo un po’ troppo sbrigativo, con in particolare un segmento conclusivo eccessivamente rapido e che tarpa in parte le ali allo sviluppo introspettivo di protagonista e congiunti.

Da sottolineare inoltre che le ragioni che spingono la famiglia a detestare la musica vengono in parte banalizzate, mettendo in luce esclusivamente positiva il piccolo Miguel, il cui comportamento viene agli occhi dello spettatore giustificato a prescindere; manca perciò quell’avvicinamento più biunivoco presente, appunto, in The Brave, in cui sia la madre che la figlia comprendevano le ragioni dell’altra mitigando i propri ostinati eccessi.

Oltre all’ovvio focus sul giovane protagonista, che riesce ad essere disubbidiente ma simpatico e non fastidioso, buona resa narrativa di Mamma Imelda, probabilmente il personaggio di contorno più riuscito, e di un Ernesto de la Cruz che, canterino, seduttore ed idolatrata star del cinema, ricorda un Elvis Presley in salsa guacamole.

Colorata carta da parati gli altri caratteristi, a partire dagli infiniti membri della famiglia Rivera fino agli altri morti più o meno caratterizzati, eccezion fatta per una spassosa Frida Kahlo.

Buon doppiaggio dei protagonisti, in particolare di Emiliano Coltorti nei panni del goffo Hector, mentre stupisce Mara Maionchi, a suo agio nei panni di una vecchia rimbambita (per cortesia, niente ironia facile) e protagonista di uno dei momenti più emotivamente toccanti del film.

Coco è complessivamente quindi un buon film, che sfrutta l’atmosfera magica del Messico per confezionare un prodotto adatto a grandi e piccini.

Non il massimo dell’eccellenza in termini di trama, ma sicuramente una pellicola più che discreta.

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia

sausage-party-locandinaMangia che ti passa.

TRAMA: Una salsiccia innamorata di un panino è convinta che dopo essere stata acquistata dallo scaffale del supermercato la attenda un futuro paradisiaco. Scoprirà che la realtà è ben diversa…

RECENSIONE: Leggete il titolo.

No, davvero, leggete il titolo.

Ecco, ora provate ad immaginarvi che delirio possa scaturire da una film a cartoni animati con un nome del genere.

Ci avete pensato?

Bene.

Non ci siete nemmeno vicini.

sausage-party-salsicce

Volete averne un’idea? Pronti, via, ed il cibo canta una canzone basata su doppi sensi sessuali e razzisti.

ALLUSIONI SESSUALI!

RAZZISMO!

IL CIBO CANTA!

Seriamente, capisco una serie animata come il dissacrante South Park, in cui al di là del pesante velo di stupidità di fondo sono veicolati messaggi importanti di critica alla nostra società.
Attraverso la satira, vengono trattati infatti temi di politica e attualità statunitensi, cercando di sfatare i tabù e le demonizzazioni della società spesso usando la parodia e il black humour. Ciò porta ad acute prese in giro verso l’ottusità, la superficialità e il comune modo bigotto di affrontare determinati argomenti.

Per rendersene conto basta prendere ad esempio la canzone Blame Canada (candidata agli Oscar nel 2000), tratta dal lungometraggio della serie, Più grosso, più lungo & tutto intero.

Per cui comprendo l’utilizzo dell’animazione per questi scopi, così come viene sfruttata ad esempio da altre serie tv come I Griffin.

Ma questo film è veramente troppo.

Sausage Party è troppo stupido.

Troppo volgare.

Troppo esagerato.

Le battute basate sugli stereotipi razziali e (soprattutto) sul sesso vengono sparate a raffiche talmente veloci da quasi non dare il tempo allo spettatore per soffermarsene mentalmente, dato che passata una si viene subito investiti dalla successiva.

sausage-party-stereotipi

Il pepe può dare ad un piatto quel tocco speziato in più che lo renda magari più gustoso (tanto per rimanere in ambito gastronomico), ma se ne viene utilizzato un etto, la portata diventa immangiabile.
E questo è ciò che succede alla pellicola, che subisce la troppo marcata presenza quantitativa di allusioni sessuali, etniche e religiose.

Che alla lunga stufano.

L’idea di rappresentare le cibarie (più alcuni oggetti non edibili ma utilizzati dall’uomo in maniera “intima”) come dotate di autocoscienza può anche risultare accattivante sulla carta, in una sorta di ovvia dissacrazione del modello arcinoto Toy Story.

Il problema è che battute e conversioni di concetti sociali nel mondo alimentare diventano ben presto prevedibili e scontate, non riuscendo quindi a mantenere una spinta narrativa autonoma che possa sostenere il film una volta superato l’ovvio momento “What The Fuck?!” iniziale.

Sausage Party degenera quindi ben presto in una versione high-budget e ultra-sboccata del famigerato Foodfight. 

sausage-party-scena

Sul lato prettamente visivo, lo stile di animazione coloratissimo e pimpante si dimostra effettivamente funzionale alla storia, con una cura apprezzabile per le diverse caratterizzazioni delle varie tipologie di cibo (il budget è di 19 milioni di dollari, non poco per un progetto come questo), ma pecca nell’esagerare con la violenza nel “cucinare” e quindi “uccidere” i vari personaggi; tale elemento risulta addirittura macabro e gore, scadendo presto nel difetto principale dei film a tema horror o slasher: l’uso del cruento fine a se stesso solo per il piacere di mettere a disagio lo spettatore.

E questo è male, perché come già accennato ciò che dovrebbe fare da contorno alla storia diventa esso stesso la storia, e senza questo elemento andrebbe a perdersi tutta l’originalità del film vista la sua trama debole, sconclusionata e sopra le righe.

Il cast vocale è particolarmente ricco, essendo principalmente formato dalla numerosa crew Rogen – Cera – Franco: oltre ai tre nominati abbiamo infatti piccoli e grandi ruoli interpreti da comici come Jonah Hill, Bill Hader, Danny McBride e Craig Robinson.

Ad essi si aggiungono attori noti come Edward Norton, Salma Hayek e Kristen Wiig, le cui voci possono risultare divertenti negli Stati Uniti ma che necessariamente vanno poi perse nelle edizioni non anglofone a causa del doppiaggio.

sausage-party-cast

Concludendo, Sausage Party avrebbe potuto essere una buona idea per un cortometraggio animato (basato su idee vagamente simili mi viene in mente l’ottimo Logorama, vincitore dell’Oscar nel 2010 per la relativa categoria), ma che dilatato nei circa 85 minuti di durata, seppur relativamente brevi per un film, scade ben presto nella noia e nella ripetitività.

Aggiungendo poi che la reazione suscitata da molte sequenze del film è più una facepalm dovuta alla loro assurdità che una risata conseguente ad eventuale comicità, questa pellicola risulta purtroppo un’irriventata eccessivamente fine a se stessa per essere godibile.

Un bambino che fa il ribelle per divertirsi ed essere notato.

Kung Fu Panda 3

Kungu-Fu-Panda-3 locandinaJack Black sostituito da Fabio Volo 3.

TRAMA: Dopo essere diventato un guerriero del kung fu, il passo successivo nel destino del panda Po è diventare un maestro; contemporaneamente, il suo vero padre giunge nella Valle della Pace alla sua ricerca, e lo ricongiunge agli altri membri della sua specie.
Quando uno spirito maligno di nome Kai inizia a terrorizzare la Cina, Po deve trasformare i panda pigri e maldestri in professionisti delle arti marziali…

RECENSIONE: Per la regia di Jennifer Yuh e Alessandro Carloni, Kung Fu Panda 3 è un classico film d’animazione intriso di buoni sentimenti e comicità, ideale per un pubblico di bambini e ragazzini.

Dopo un primo episodio basato sul presente (addestramento) e un seguito incentrato sul passato (la scoperta e consapevolezza delle proprie origini), si completa la panoramica temporale con un capitolo che fa leva sul futuro.

Tale aspetto rende Kung Fu Panda 3 un’opera che acquisisce maggiore senso narrativo se considerata come atto conclusivo (?) della relativa serie, dato che inquadrato come film a se stante contiene troppi legami con gli altri due episodi per denotare autonomia artistica.
Come opera circoscritta vanno infatti a perdersi tutti i riferimenti al percorrere il proprio cammino nelle varie fasi della vita, tarpando quindi le ali al senso di ampio respiro della trama.

Il maestro come fonte di conoscenza e miglioramento per le nuove leve, (“nuove” non solo in senso anagrafico ma anche ambientale) è lo step naturalmente successivo per la maturazione dell’improbabile guerriero protagonista: l’emarginato che finalmente si è liberato dalla sua condizione di underdog acquisendo piena consapevolezza del suo ruolo e contribuendo allo sviluppo del prossimo.

Kung-Fu-Panda-3 addestramento

Kung Fu Panda 3  è un film ricco di paradossi e contrasti: il più evidente è quello tra il mondo degli ursidi bianconeri, ontologicamente oziosi e naïf, e la valle alacre e movimentata.
Importante in ottica narrativa è anche la totalità considerata come armonia e somma delle parti, queste ultime complessivamente necessarie per la formazione e l’inquadramento dell’individuo.
L’accettazione di se stessi deriva quindi non dal cambiamento inteso come negativa volontà di assomigliare ad altri, ma da valorizzazione e rafforzamento delle proprie caratteristiche interiori.

kung fu panda 3 comic

Oltre che dal protagonista, la triplicità è anche dovuta all’archetipo dell’antagonista: se nell’episodio originario il focus rimaneva nello stretto ambito delle arti marziali (con il leopardo delle nevi Tai Lung), si è poi passati alla tecnologia votata alla distruzione con il pavone Shen e ora alla spiritualità di Kai.

Lo yak di giada incarna un villain sia fisico che etereo, rappresentando tanto la potenza combattiva del guerriero quanto l’ambito più spirituale del “fantasma”, o in generale di colui che ritorna da un remoto passato per inficiare sul presente.

Incarnando più la furia di Tai Lung che l’acutezza di Shen, risulta però un villain un po’ troppo “semplice” nella sua esposizione narrativa, e che quindi si adatta al leitmotiv del film indirizzato a spettatori giovani, soddisfando difficilmente gli adulti.

kung fu panda 3 kai

Se per sviluppo caratteriale e narrativo Kai mal si presta a diventare un antagonista memorabile nella tradizione animata recente, sul lato prettamente visivo la sua linea cromatica risulta molto efficace e ben studiata.

L’alone verde che contraddistingue lui e i combattimenti che lo vedono protagonista, bilanciato dal giallo dei “buoni”, è esteticamente piacevole e contribuisce ad alimentare il senso di diversità manichea tra i personaggi.

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Pur con la solita comicità scanzonata che piacerà ai giovanissimi, sarebbe stato apprezzabile inoltre un maggiore sviluppo del tema della paternità, presente nell’opera più quantitativamente che qualitativamente, con un focus piuttosto didascalico pur considerando la positività del messaggio (la famiglia è ciò che ti dà amore, sia che si tratti di genitori naturali o adottivi).

Nonostante quindi l’evidente gancio verso la generazione anteriore ciò impedisce alla pellicola di situarsi efficacemente su più livelli di introspezione e farsi apprezzare dagli adulti, che vedono pochi riferimenti veramente importanti al complesso ruolo genitoriale.

kung-fu-panda-3 li shan

In generale Kung Fu Panda 3 è un’opera animata ideale per un pubblico di ragazzini: semplice, colorata e con un ritmo alto dovuto alla ridotta durata (85 minuti circa).
Sufficiente o poco più e superiore al secondo episodio (piuttosto anonimo) ma non al primo, difficilmente potrà intrattenere gli accompagnatori, anche se nel settore si è comunque visto ben di peggio.

Inside Out

inside out locandinaTu chiamale, se vuoi, emozioni.

TRAMA: Riley è una ragazzina di 11 anni che si trasferisce con la famiglia a San Francisco. È guidata come tutti dalle cinque emozioni principali (Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza), che vivono nella sua mente e la aiutano ad affrontare la quotidianità.

RECENSIONE: Tralasciando l’ovvio fattore intrattenimento e l’industria che economicamente li produce, i film sono fondamentalmente opere di tipo artistico, e in quanto tali la loro essenza risiede nel trasmettere emozioni allo spettatore.

Tali emozioni possono scaturire in maniera più o meno naturale o forzata, e questo in base alla qualità complessiva del film stesso e alle modalità con cui vengono presentate determinate tematiche.

Un horror che tiene incollati alla sedia con gli occhi sbarrati, una commedia che fa indolenzire gli addominali a forza di ridere e un dramma che gonfia il magone nel petto si basano tutti, pur con ovvie distinzioni di genere, sullo stesso principio di base.

E se in un film le emozioni avessero il ruolo di protagoniste?

In tal caso abbiamo Inside Out.

Uno dei migliori film d’animazione occidentali degli ultimi quindici anni.

inside out emozioni 2

Per la regia e la sceneggiatura di Pete Docter (già director di Monsters & Co. Up), il quindicesimo lungometraggio della Pixar è un’opera di una profondità narrativa rara, resa ottimamente sullo schermo da un impianto visivo di notevole fattura che sa rendere al meglio agli occhi ciò che in realtà è chiaro solo alla mente.

Uno dei grandi pregi di questo meraviglioso film è infatti quello di sapere raffigurare componenti fondamentali della personalità umana, ossia appunto le emozioni, i pensieri e la coscienza in generale, attraverso scelte artistiche tanto dirette quanto ragionate e intelligenti.

Inside Out non è il primo caso di animazione utilizzata per mostrare il nostro organismo umanizzandone le componenti; ad esempio possono essere citati il film del 2001 diretto dai fratelli Farrelly Osmosis Jones o, andando più indietro nel tempo, la famosa serie animata francese Esplorando il corpo umano (titolo originale Il était une fois… la Vie).

Osmosis_jones

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Ciò che li differenzia da Inside Out, e che al contempo aumenta il valore artistico di quest’ultimo, è che nei due esempi citati vengono ad essere antropomorfizzate delle parti costitutive oggettive e biologiche del nostro essere.

Per quanto microscopici essi siano, infatti, i globuli rossi e bianchi, i neuroni, i virus e i batteri sono elementi reali e concreti, che possono essere visti, “toccati” e misurati.

Le emozioni no.

Le emozioni sono concetti astratti.

Non è la stessa cosa.

inside out scena

Tutto ciò che riguarda la psiche umana viene qui reso attraverso un’esplosione ottica di colori e forme, denotante una piacevole e frizzante fantasia che però non si limita a crogiolarsi esclusivamente sulla resa visiva, ma dà anche vita a trasposizioni ingegnose di elementi immateriali quali “pensieri”, “ricordi” e “sogni”, risultando nel complesso bello a vedersi ed intelligente a capirsi.

Se i bambini rimarranno infatti divertiti da gag, personaggi colorati e ritmo narrativo incalzante, i più grandi potranno trovare nella pellicola ben più di uno spunto di riflessione, rendendo Inside Out in grado di unire semplicità e profondità attraverso modalità che raramente si vedono in un film.

La pellicola non si riduce infatti a raffigurare solo delle emozioni umanizzate, ma riesce anche a farle scaturire nell’animo dello spettatore, grazie ad una sceneggiatura ricca di spirito introspettivo che nello spazio di una stessa scena può passare in pochi istanti dal divertimento alla commozione, dal sollievo alla malinconia.

inside out gioia tristezza

Il tema di base è molto importante: si assiste alla piccola ma importante crescita emotiva di una ragazzina, attraverso avvenimenti per lei nuovi che la vedono protagonista, e grazie ai quali ella possa (così come ogni persona al mondo) sviluppare piano piano una propria personalità e intraprendere un percorso di maturità caratteriale.

Tale sviluppo è mostrato attraverso il ruolo che le emozioni giocano nei rapporti che Riley ha col mondo circostante, oltre che ponendo l’accento sul concetto di “memoria” e tematiche correlate, colonna portante della nostra capacità di apprendimento e crescita personale.

inside out riley

Le emozioni che la guidano sono personaggi ben resi sia esteticamente che caratterialmente, ed hanno in particolare il grande merito di risultare interessanti nonostante in apparenza possano sembrare unidimensionali, incarnando appunto solo un determinato aspetto dell’umana personalità.

In particolare è molto intrigante il rapporto tra i due antipodi Gioia e Tristezza, e come il film riesca a sviluppare narrativamente queste due emozioni mostrando il ruolo che esse assumono nell’indole di una persona.

Da questo legame nascono sia una moltitudine di spunti comici, dovuti all’ovvio espediente del contrasto tra due caratteri contrapposti, sia molti importanti elementi di riflessione introspettiva, che come già detto danno ad Inside Out una pregevolissima maturità narrativa ed artistica.

INSIDE OUT – Anger, Fear, Joy, Sadness and Disgust look out upon Riley's Islands of Personality. ©2015 Disney•Pixar. All Rights Reserved.

Probabilmente ho detto circa la metà di quanto avrei voluto, data la complessità della pellicola e la difficoltà di esprimere a parole emozioni e introspezione; riassumendo, si può dire che nonostante la classica facciata da cartoon colorato (per quanto di ottima fattura) che potrebbe ingannare un occhio superficiale, il film nasconda nel suo guscio una perla da opera impegnata e matura, che riesce a toccare le corde dell’animo facendo emergere ricordi ed emozioni.

Veramente ottimo.

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