L'amichevole cinefilo di quartiere

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Twilight

twilightAridatece Bela Lugosi.

TRAMA: Tratto dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer.
La tormentata storia d’amore tra l’adolescente umana Bella Swan e il vampiro Edward Cullen nella grigia cittadina di Forks, nello Stato di Washington.

RECENSIONE: Facile dire che questo film è una schifezza, ormai criticarlo negativamente è “mainstream”.

Credo però sia più utile e costruttivo spiegare perché una determinata opera sia di scarsa qualità, senza limitarsi a giudizi assoluti e anche un po’ infantili, che possono passare per sentenze da partito preso.
In certi casi è quindi necessaria una catarsi, immergendosi nel più oscuro putridume uscendone poi rigenerati.
O cose così.

Questa pellicola, uscita nel 2008 e diretta da Catherine Hardwick, è l’esatto esempio di cosa voglia dire offrire al grande pubblico (e in particolare alle nuove generazioni) un prodotto preconfezionato, prestrutturato e predigerito per appiattirne ancora di più le capacità mentali e per tarpare le ali alla naturale spinta che porta al ragionare con la propria testa.

Dal punto di vista tecnico siamo di fronte ad un’opera meno che mediocre.
La regia è da ABC del cinema, il montaggio è confusionario per quanto riguarda i ritmi ed è ulteriormente penalizzato da effetti speciali ampiamente rivedibili e da molt(issim)e scene francamente inutili.
A ciò si aggiunge una fotografia dai fastidiosissimi e perenni toni azzurro-verdi, che ha come unico risultato quello di spappolarti le cornee dopo un quarto d’ora.
Come tutte le pellicole basate sugli attori o sui personaggi da loro interpretati lo sforzo in fase tecnica è quindi operaio ed elementare, già sapendo in partenza che nessuno spettatore avrebbe prestato attenzione a queste cose.

Come fa questa ad essere una fotografia da interni? Ma neanche in un ospedale!

Come fa questa ad essere una fotografia da interni? Ma neanche in un ospedale!

Ma il problema non è quello.
Beh Dio, anche.

La pecca principale è che si offre ad un pubblico femminile giovane, formato per lo più da preadolescenti in fase di formazione psico-emotiva, un modello di ragazza completamente sbagliato.

Bella Swan narrativamente parlando NON FUNZIONA.

Una teenager che non fa assolutamente nulla se non farsi trascinare dagli eventi, dimostrandosi dipendente in modo perenne dai suoi due spasimanti senza mostrare la benché minima partecipazione o trasporto in ciò che le sta succedendo intorno.
Un personaggio blando, non avendo una caratterizzazione che la porti ad avere una personalità definita e che passa il tempo a vegetare non dando una scossa né alla propria vita né alle proprie relazioni.

Il romanticismo del film in sé non esiste perché un personaggio del genere costituisce un semplice corpo vuoto in cui la spettatrice possa immedesimarsi.
Capisco perfettamente che essere contesa da due bei maschioni sia un sogno sentimentale femminile piuttosto piacevole (vale anche coi sessi al contrario, state tranquille), ma se questa cosa poteva funzionare nei libri, il cinema è un altro tipo di mezzo espressivo.
Nel libro il lettore attraverso le parole che gli scorrono davanti agli occhi contestualizza ciò che viene descritto utilizzando la propria immaginazione: anche se un personaggio o un luogo ha una sua specifica descrizione sulle pagine, probabilmente ognuno lo immagina in modo diverso, perché fa parte della fantasia unire l’oggettivo (ad esempio se nel libro viene affermato che i capelli di Tizio sono castani, sono di quel colore e non biondi) al soggettivo (sì, ma castani di quale tonalità? E la lunghezza? E il taglio?).
Il libro si basa sull’immaginazione, il film sulla rappresentazione.

Non dare profondità introspettiva al personaggio principale (pur se la cosa è voluta) penalizza quindi il film, perché la pellicola viene a svolgersi non sullo schermo, ma dentro la testa di chi lo guarda.
E per chi non immagina fantasie sessuali su vampiri luccicanti il film è noioso non quanto compilare una dichiarazione dei redditi, ma quanto assistere ad un pensionato ottantenne che si fa aiutare dal padre centocinquenne a compilare una stramaledetta dichiarazione dei redditi.

A ciò si aggiunge un’interpretazione da parte di Kristen Stewart che è positiva per la pellicola più o meno come fare il bucato in una betoniera.
Basta guardare i suoi occhi: un vuoto incommensurabile, senza un minimo barlume di vita al loro interno.

Cinque film così...

Cinque film così. Espressioni? Quali espressioni?

E il problema è che non è una monoespressività divertente, come quella che ha Nicolas Cage in alcuni film. Qui non si possono neanche fare troppe battute, nemmeno quando lei emette suoni strani tipo sospiri, mugugni, brontolii o borborigmi vari.
Si prende atto del fatto che non cambi mai espressione e non chiuda mai completamente la bocca. Stop.

Lei farà della strada.
Spero col catrame in un cantiere.

Scegliere tra lei e Pattinson riguardo a chi sia migliore in questo film è come scegliere a quale piede spararsi.
Lui mi è piaciuto in Cosmopolis (diretto però dal signor Cronenberg), ma qui passa un’ora e mezza a fare espressioni che dovrebbero essere da figaccione inarrivabile, ma che se le faceste ad una ragazza nella vita reale probabilmente vi porterebbero ad avere un’ordinanza restrittiva nei suoi confronti.

E gli altri?
Quali “altri”? Il film è Bella&Edwardcentrico (nonostante poi si sviluppi un triangolo amoroso piuttosto improbabile), quindi tutti gli altri personaggi, che siano alleati o nemici, hanno uno spazio marginale che impedisce in alcuni casi persino una loro elementare caratterizzazione. 

Un film che dal punto di vista mentale ha gli stessi effetti che ha dal punto di vista fisico un’epidemia di colera.

Però obiettivamente avrebbe potuto essere peggiore.
Avrebbero potuto metterci anche Cage.

P.S. Perché la recensione non risultasse lunga il doppio ho volutamente evitato ogni accenno allo sputtanamento del vampiro in quanto creatura del folklore, dato che qui a tale personaggio sono stati aggiunti elementi che, detto fuori dai denti, non stanno né in cielo né in terra.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutto: se vi è piaciuta ‘sta roba amerete qualsiasi film con un ragazzo e una ragazza come protagonisti.

Oltre al danno ovviamente la beffa: questa saga ha fatto un successo al botteghino stratosferico, incassando circa 384 milioni di dollari per quanto riguarda il primo episodio e circa 3 miliardi e 340 milioni di dollari come serie totale di film.

La mia reazione quando l’ho saputo:

Lo sguardo di Satana – Carrie

lo sguardo di satana carrie“L’atrocità della vendetta non è proporzionale all’atrocità dell’offesa, ma all’atrocità di chi si vendica.” (Nicolás Gómez Dávila, scrittore colombiano).

TRAMA: Maine. Carrie è una ragazza semplice che vive con la madre, fanatica religiosa. Con l’arrivo della pubertà si accorgerà di avere strani poteri…
Tratto dall’omonimo romanzo del 1974 di Stephen King. 

RECENSIONE: Per la regia di Kimberly “Boys Don’t Cry” Pierce, Lo sguardo di Satana – Carrie è un film piuttosto inutile, apparentemente fatto senza molta voglia nel suo non aggiungere nulla di nuovo a ciò che King su carta e De Palma su schermo (1976) ci hanno portato.

Dopo questa premessa pregna di entusiasmo, vediamo di commentare un po’ l’opera.

Più che un horror nel senso classico del termine, siamo di fronte ad un thriller psicologico con protagonista una ragazzina, vessata sia nel suo ambiente familiare, che normalmente dovrebbe costituire il proprio guscio di sicurezza, sia all’esterno di esso, con il normale punching ball scolastico che le persone considerate “in” attuano nei confronti di quelle “out”.
È ambientato in un liceo dei giorni nostri, quindi via alla sagra degli stereotipi: nella prima metà del film, lenta come la coda alle Poste, abbiamo presidi ottusi, atleti figaccioni, troiette vanesie, ragazzacci belli e dannati; tutte le caste indiane che forgiano la mentalità di ragazzi e ragazze dando loro una testa da vincenti o da losers complessati.

Ma c’è un colpo di scena fondamentale ai fini della narrazione: qui l’amica buona è bionda e la perfida stronza è mora!

Di solito al cinema è il contrario!

Beh, che vi aspettavate? Una brava attrice che si sputtana nella pubblicità dell’acqua tonica?

Un film rosso, Kieślowski permettendo: il sangue come mezzo di corruzione (le mestruazioni iniziali della protagonista nell’ottica bigotta di sua madre, il sangue di maiale nella parte finale) si unisce al fuoco e alla rabbia che simboleggiano un’esplosione, caratteriale oltre che ormonale, con una forte personalità in fermento che sfonda gli argini in cui è costretta per riversarsi con decisione e consapevolezza di sé.

Un ulteriore elemento che risalta nel film è la bellezza estetica vista come un traguardo da raggiungere.
Il ballo di fine anno è rappresentato come un’importante fiera da esposizione di bestiame e costituisce il veicolo su cui si poggia la volontà di Carrie di normalizzarsi, con l’uguaglianza che diventa d’altro canto appiattimento e banalizzazione di se stessi.

Protagonista Chloë Grace Moretz (Kick-Ass 2) paradossalmente troppo bella per il personaggio, che sarebbe dovuto essere molto più sciatto e comune. Brava però a rappresentare in modo piuttosto efficace l’iniziale soggezione di fronte alle altre ragazze, considerate migliori e modello da imitare, e la Erinni mortifera che diventa dopo essersi scatenata.

CARRIE

lo sguardo di satana carrie2

Brava anche Julianne Moore (Don Jon) come madre odiosa e bigotta fino all’esasperazione: dato che la Prima Legge di King recita “La religione è il Male”, questo personaggio schiaccia il piede sull’acceleratore dell’esagerazione e dell’insopportabilità.
Fatto per essere detestato, ci riesce piuttosto bene.
Deboli le figure dei compagni di scuola e gli altri (pochi) personaggi secondari, i cui caratteri come già accennato sono stereotipati e smussati con l’ascia.

Un divertissement o poco più.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Oltre al primo film tratto da tale libro, una bella letta alle opere cartacee del Re (e film correlati) non farebbe male.
Qualche titolo oltre a questo? Shining (1977 libro, 1980 film di Kubrick con Jack Nicholson), La zona morta (1979 libro, 1983 film di Cronenberg con Christopher Walken) e L’incendiaria (1980 libro, 1984 film intitolato in Italia Fenomeni paranormali incontrollabili di Lester con Drew Barrymore).

L’onda

la-locandina-italiana-de-l-onda-103119“Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare”. Cicerone (Filippiche XII. 5)

TRAMA: Per dimostrare ai suoi studenti la facilità di instaurazione di una dittatura, un professore di una scuola superiore tedesca decide di unire i ragazzi sotto un movimento cameratesco chiamato “Onda”. Gli effetti saranno ben presto fuori controllo.

RECENSIONE: Questa pellicola del 2008 diretta da Dennis Gansel è un esempio lampante di ciò che debba essere fatto vedere agli studenti delle scuole superiori. Si hanno supplenze, ore buche, professori assenti o il Cristianesimo è troppo noioso? Bene, sfruttatele con due ore in aula magna o sala audiovisivi guardando L’onda.
Tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Todd Strasser (a sua volta basato sull’esperimento condotto dal professor Ron Jones in California nel 1967), questo film rappresenta in maniera efficace e non retorica la degenerazione dell’idea di “gruppo” in una pseudo-setta totalitaria, che arriva ben presto ad escludere e tiranneggiare coloro che non si adeguano ai suoi dettami.

Il presupposto fondamentale è che all’uomo piaccia essere comandato a bacchetta senza saperlo, ma facendolo sentire parte di un gruppo in cui tutti sono (sarebbero) uguali e non vi sono (sarebbero) distinzioni interne, ma solo una grande spaccatura tra i membri del gruppo e gli “Altri”, che in questo caso non vivono sull’Isola con Jack, Sawyer e Locke ma sono persone che fino al giorno prima si consideravano amici.

Una nuova dittatura nel nostro mondo, che noi tanto amiamo definire “civilizzato”, sarebbe quindi possibile perché tale forma di governo risponde agli istinti basilari della natura umana, così radicati nel nostro essere da risultare ineliminabili.

Il film mostra efficacemente tutto ciò, scegliendo attori con facce comuni per gli studenti, che risultano quindi personaggi i cui stereotipi (la perfettina, l’atleta, lo straniero, l’emarginato ecc…) sono un aspetto positivo, in quanto a differenza di ciò che accade in altri contesti non limitano la portata del messaggio ma contribuiscono all’immedesimazione in loro da parte del (si spera coetaneo) pubblico.

Il professor Wenger, interpretato da Jürgen Vogel, è un leader che viene per un certo verso corrotto anch’esso da ciò che ha scatenato, in quanto il totalitarismo del gruppo si riflette non solo sui suoi appartenenti ma anche sul comandante, il cui rischio è sempre quello di perdere contatto con la realtà delle cose e inebriarsi quindi di un potere malevolo che egli stesso ha creato.

Il regista Gansel indugia a ragione sui giovani protagonisti, facendo entrare lo spettatore nel loro mondo e contribuendo alla già menzionata immedesimazione; in questi casi si ha quasi l’impressione che ciò che si sta vedendo sia un documentario sociologico e non un’opera di finzione cinematografica, in quanto è preponderante l’aspetto psicologico della vicenda.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista I ragazzi del Reich (2004). Per quanto riguarda esperimenti sociali The Experiment – Cercasi cavie umane (2001).

Bling Ring

bling ring“New car, caviar, four star daydream / think I’ll buy me a football team.” Money – Pink Floyd (1973)

TRAMA: Un gruppo di adolescenti di Los Angeles sfrutta i social network per sapere quando sono disabitate le case dei vip, per poi entrarvi e rubare vestiti e accessori.

RECENSIONE: Tratto da un vero fatto di cronaca (la banda di ragazzi californiani operò tra ottobre 2008 e agosto 2009), questo film è diretto, scritto e prodotto da Sofia Coppola.
Nota secondariamente per essere la figlia di Francis “Sei Oscar” Ford e principalmente per essere cugina del Marlon Brando contemporaneo Nicolas Cage, la Coppola conferma in parte il suo calo qualitativo, con un film che nonostante le grandi aspettative (dovute in particolare alla grande quantità di pubblicità) si rivela nella media.

Il problema di Bling Ring è che il suo punto di forza, ossia il tema dei ragazzi senza ideali che hanno come unica aspirazione diventare delle star o atteggiarsi a tali, si tramuta paradossalmente proprio nel suo tallone d’Achille. E questo perché la reazione dello spettatore scafato a ciò che sta vedendo è: “Ma va?!”

Le presunte velleità socio-antropologiche della pellicola, che consisterebbero nel raccontare di una generazione perduta e soggiogata dal materialismo vengono meno per il semplice fatto che questo tema è ormai costantemente presente nella nostra società. La sensazione è che i ragazzi mostrati siano un esempio eccessivo di questa tendenza, ma solamente questo e nulla più. Il film quindi non scuote le coscienze e non fa prendere atto allo spettatore (indipendentemente dall’età) di un problema, perché è la società stessa che fa sembrare normale questo modo di pensare.

Purtroppo moltissimi giovani non hanno più come obiettivo essere una cosiddetta “brava persona”, ma essere i più fighi e ammirati, o persino soddisfare l’infantile volontà del possesso (nel senso vero e proprio del termine) di oggetti o di status. O di persone.
I media di certo non aiutano il soggetto in via di sviluppo psico-emotivo a capire quali aspirazioni siano sane e quali siano sbagliate, e i risultati non sono dei più confortanti.

Il film in generale si rivela quindi un banale esercizio di stile, apprezzabile in quanto tale ma che non può andare molto al di là della sufficienza. In alcuni punti sembra più un documentario naturalistico che un lungometraggio, mostrando animali da giungla metropolitana che cacciano e formano un branco.

Oltre a Emma Watson, che si sta specializzando nel recitare in pellicole scadenti che senza di lei ad attirare la pubblicità incasserebbero molto meno (Noi siamo infinito o il prossimo Noah, spirito di DeMille aiutaci), abbiamo un cast che sarebbe nella media se questo fosse un film horror dove i protagonisti vengono progressivamente ammazzati. Tutti giovani, nessun personaggio particolarmente memorabile, stereotipi a carriole e i soliti genitori assenti e idioti.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Il giardino delle vergini suicide (1999), primo film della Coppola, Guida per riconoscere i tuoi santi (2006) e Alpha Dog (2006), sempre con adolescenti problematici.

Jimmy Grimble

jimmy_grimble_robert_carlyle_john_hay_005_jpg_mrejAllo sceicco Mansour piace questo elemento.

TRAMA: Un ragazzino inglese tifoso del Manchester City non riesce a giocare bene a calcio a causa della sua insicurezza. Le cose cambieranno dopo l’incontro con un’anziana misteriosa, che gli regalerà un paio di scarpini speciali…

RECENSIONE: Dopo la mia recensione di Best, biografia della grande ala dello United, per par condicio ecco un film del 2000 caro all’altra parrocchia di Manchester. Questa pellicola è utilissima a tutti coloro che si sono appassionati alla squadra di Blue Moon dopo i petrolmiliardi spesi dagli emiri, visto che possono affermare che il loro tifo derivi da questa opera, cosa falsa come una moneta da tre euro.

Il film è sostanzialmente un classico racconto di formazione a tema sportivo, con tutti i crismi e gli stereotipi del settore. Il ragazzino protagonista è ovviamente un disadattato con una famiglia problematica, ovviamente ha pochi amici e ovviamente i bulli lo maltrattano con la routine con cui un impiegato timbra il cartellino al lavoro. Una pellicola che puzza di Disney lontana un chilometro, ma che per noi portatori del cromosoma XY sarà sempre carina, perché tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo giocato in campetti che sono considerabili tali più per proforma che per effettive caratteristiche tecniche e abbiamo sognato di giocare campionati o finali varie a livello professionistico. Il tutto per l’amore nei confronti del calcio.

O nei confronti di stipendi faraonici e belle donne.

Vabbè, torniamo al film.

La regia di John Hay è molto focalizzata sull’aspetto sportivo della pellicola, riuscendo però in riprese quasi realistiche; per intenderci, non siamo ai livelli di Air Bud o altri film rincoglionenti con cani, gatti, criceti e leoni di mare che praticano sport più o meno improbabili. La sceneggiatura per quanto concerne sorprese ed imprevedibilità è paragonabile a un video che ha come protagonisti un’insoddisfatta casalinga ed un vigoroso idraulico, ma essendo un film indirizzato ai ragazzini non me la sento di essere troppo severo.

Il giovane Lewis McKenzie, poi desaparecido, incarna bene i sogni, le speranze e le disillusioni di un tredicenne che vive per il pallone, mentre tra gli altri attori spiccano Robert Carlyle, ex star di Full Monty  e Ray Winstone.

Tirando le somme Jimmy Grimble è un film tutto sommato carino, ideale per un sabato o domenica pomeriggio di relax davanti alla tv.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: tutti i film con protagonista il pallone a scacchi. Ad esempio, il già citato Best (2000), l’epicheggiante Fuga per la vittoria (1981), e Sognando Beckham (2002)

Kick-Ass 2

kick-ass-2-la-locandina-italiana-280023“The Avengers” chi?

TRAMA: Dopo le vicende del primo capitolo, Dave Lizewski si unisce a un gruppo di vigilanti capeggiati dal colonnello Stelle e Strisce, mentre Mindy scopre l’adolescenza. Dovranno affrontare un acerrimo nemico, anch’egli con una squadra al seguito.

RECENSIONE: Seguito di Kick-Ass del 2010, adattamento cinematografico del fumetto omonimo, un bel film originale e molto divertente. Qui abbiamo un secondo capitolo che si attesta sui livelli qualitativi del precedente, mantenendone intatti gli elementi caratteristici come la violenza esagerata e la grande ironia, che sfocia talvolta nel patetico. Un film sopra le righe, che però come il predecessore costituisce una ventata d’aria fresca nella stagnante e paludosa cinematografia moderna, dove le buone idee scarseggiano e le cazzate abbondano.

La regia passa da Matthew Vaughn (che rimane nelle vesti di produttore) a Jeff Wadlow, che ne cura anche la sceneggiatura. Quest’ultima è caratterizzata da una narrazione su due binari paralleli nella prima metà del film, riunendo poi questi due blocchi narrativi per arrivare all’epilogo. I personaggi sono molto caratterizzati e archetipici, e questo contribuisce favorevolmente alla loro identificazione da parte dello spettatore, che assiste ad una Rivincita dei nerds con qualche ettolitro di sangue in più. La macchina da presa alterna primi piani (molto frequenti) a riprese più frenetiche nelle scene di combattimento, sempre mantenendo l’elemento “non professionale” di tale lotte, dato che vedono come protagonisti tizi in costume armati di mazze o coltelli.

Essendo un seguito, la maggior parte del cast è ovviamente costituita da reduci del film precedente. Come attore chioccia si passa dal Nicolas Cage del primo episodio (il suo Big Daddy era un bel personaggio e il prode Gabbia lo rendeva bene nel suo granitico eroismo, cosa più incredibile di Iggy Pop in camicia) a Jim “Voglio tornare negli anni 90, quando ero figo” Carrey. Il Colonnello è una buona guida, intrisa degli stereotipi dell’americano medio patriottico e timorato di Dio, e nonostante Carrey all’improvviso si sia dissociato dal film (a causa secondo lui della troppa violenza e dopo i fatti di Newtown) il suo piccolo contributo è pur sempre gradevole.

Ritorna il trio Aaron Taylor-Johnson, Chloe Grace Moretz e Christopher Mintz-Plasse (ma UN nome e UN cognome non usa più?), che riprendono le loro maschere, in tutti i sensi. Tutti e tre in forma e bene nelle parti, spero si mantengano su questi livelli per contribuire ad un ricambio generazionale in quel di Hollywood. Sorprendente in particolare la Moretz, che a soli 16 anni sta dimostrando capacità recitative ottime.

Uno dei temi portanti del film è la possibilità per le cosiddette “persone comuni” di diventare parte di qualcosa e di dare il loro contributo per la società, inventandosi strampalati alter-ego. Lanciare ragnatele, avere artigli che escono dalle nocche o volare sarebbero poteri fantastici, ma non sono indispensabili per sentirsi degli eroi. Questa condizione deriva dall’impegno che si mette in ciò che si fa e dagli ideali per cui si combattono le piccole lotte quotidiane, e Kick-Ass prende questo importante concetto virandolo sulla comicità e sull’intrattenimento.

Colonna sonora caciarona come è giusto che sia in un film del genere, qui basata però più su motivetti (ad esempio Korobeiniki When the Saints go Marchin’ in) piuttosto che su canzoni vere e proprie. Nel primo capitolo erano infatti presenti Mika, The Prodigy, Per qualche dollaro in più di MorriconeBad Reputation.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: ovviamente Kick-Ass ma anche altre pellicole con protagonisti supereroi improvvisati, come Super (2010) o Mystery Men (1999).

Noi siamo infinito

Dawson’s Creek Donnie Darko = ?

TRAMA: 1991. Il passaggio di Charlie dalle scuole medie al liceo e il suo incontro con due ragazzi dell’ultimo anno che gli faranno da mentori. Insieme a loro e al suo talento letterario avrà nuove esperienze.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo Ragazzo da parete di Stephen Chbosky del 1998, questo film scritto e diretto dallo stesso Chbosky è un film mediocre con scelte registico/stilistiche così forzate da far spavento e che rendono la storia una lenta e inesorabile brodaglia.

Il binomio scrittore-regista è un’arma a doppio taglio perché il rischio che si corre (e in cui si cade in questa pellicola) è di un’eccessivo amore per il proprio lavoro, e che vi sia l’immedesimazione nel film più dello scrittore-regista piuttosto che dello spettatore stesso: difficile che quest’ultimo si identifichi in un personaggio di cui all’inizio non conosce nulla.

Un’altra conseguenza del binomio è che il film può risultare un mondo a se stante, dando per scontato che tutti gli spettatori abbiano letto il libro; può anche andare bene per un film sulla Bibbia, molto meno per un romanzo di formazione, come se a Salinger avessero fatto dirigere Il giovane Holden (grazie a Dio cosa mai successa). Altro difetto del film è di essere eccessivamente diretto, buttando in faccia al pubblico personaggi (esplicativa l’entrata in scena della Watson), situazioni e problemi personali, peccando di sensibilità.

Logan Lerman interpreta il suo Charlie perennemente sotto le righe e con la grinta dell’ultimo panda rimasto al mondo; non una grande espressività che però non è un problema se sei un protagonista passivo e puccioso. Ezra Miller dà corpo a uno dei più grandi stereotipi della storia del cinema, cioè il gay sarcastico (Rupert Everett, esci da questo corpo!), che lo rende una macchietta sopportabile solo nei suoi primi dieci-quindici minuti, dopo i quali perde mordente. Emma Watson è purtroppo e per fortuna l’intero motore del film: purtroppo perché il suo personaggio è talmente caratterizzato (a differenza, come già detto, di quello di Miller) da risultare una Stele di Rosetta incomprensibile, o una sorta di poligono di cinquecento lati inavvicinabile e irritante; per fortuna perché senza di lei i produttori del film (tra cui John Malkovich) avrebbero incassato un quarto.

Rimane la solita domanda: perché far interpretare personaggi adolescenti ad attori visibilmente più grandi?

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