L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – Animali notturni

animali-notturni-locandinaDon’t know where we’re goin’, just know where we’ve been

Remember when the clock strikes twelve, the losers always win

TRAMA: Una gallerista riceve dall’ex marito una bozza del suo nuovo romanzo, un thriller violento su una famiglia in vacanza.
Basato sul romanzo Tony e Susan di Austin Wright.
Vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria a Tom Ford alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2016.

PREGI:

– Fotografia: Curata da Seamus McGarvey, la fotografia di questo film è veramente eccezionale: un affresco di colori vividi e pulsanti che inglobano l’occhio dello spettatore restituendogli le varianti più cariche dello spettro luminoso, in particolare per tre toni:

Il rosso è sangue colante dallo schermo, come appena aspirato da una persona viva; dei cazzotti rubino che impattano con le pupille umane dilatandole in una realtà quasi trascendentale e sensoriale pur essendo estremamente concreta.

Il bianco è la purezza e l’asetticità. Algido ma allo stesso tempo di una vacuità comunicativa spaventosa, è la mancanza del riempimento, delle interazioni con l’ambiente circostante e della nullità emotiva.

Il nero è VERAMENTE nero, e di conseguenza ogni altro colore ne guadagna in vividezza ed esplosività ottica. Sembra banale, ma purtroppo attraverso la loro ripresa in digitale molti film tendono ad appiattire i toni scuri verso un grigio fumo che rende i colori matitosi e poco definiti.
In Animali notturni ciò non avviene: dalla stanza buia alla montatura degli occhiali, dalla notte ai vestiti, il nero è una secchiata di petrolio fumante che inghiotte ciò che incontra togliendo il respiro.

Ovviamente non siamo allo stesso livello, per senso espositivo, dell’uso di bianco, nero e rosso in un capolavoro come Sussurri e grida di Bergman, ma già il fatto che finalmente su grande schermo si vedano i colori così vivi è un enorme pregio.

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– Cast: Veramente ottimo sotto ogni punto di vista. Se alcune relazioni interpersonali possono magari risultare non particolarmente originali, la loro qualità narrativa viene sollevata da interpreti azzeccati ed in forma, anche nei piccoli ruoli.

Oltre alla meravigliosa Amy Adams (collegandosi al punto precedente, carnagione bianca, vestito nero, capelli rossi è di una bellezza abbacinante), buona prova di Jake Gyllenhaal, di un poco riconoscibile ma notevole Aaron Taylor-Johnson e soprattutto di un ruvido Michael Shannon dagli occhi intensi come fanali pece.

Facce giuste in ruoli giusti, permettono allo spettatore di non perdere l’attenzione a causa del ping pong narrativo tra la trama del film e quella del romanzo al suo interno.

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– Corpi: la figura umana diventa veicolo di espressione emotiva, con la nudità, la carne e la pelle che assumono per gli uomini una consistenza fisica quasi michelangiolesca e per le donne virano dall’estrema opulenza della Venere di Willendorf alla distaccata eleganza di figure più slanciate come la Adams o le comprimarie, Jena Malone in primis.

Non ci si limita quindi solo al viso (nonostante l’abbondanza di primi piani) ma si cerca di considerare il soggetto umano nel suo insieme.

50805_AA_6087 print_v2lmCTRST+SAT3F Academy Award nominee Amy Adams stars as Susan Morrow in writer/director Tom Ford’s romantic thriller NOCTURNAL ANIMALS, a Focus Features release. Credit: Merrick Morton/Focus Features

– Stile: Pur non possedendo nessun capo di Tom Ford (e quindi evitando con slancio l’ostacolo marchettata), devo dire che lo stile estetico del film è veramente ottimo.

Elegante ma non troppo affettato, talvolta sgargiante ed in bilico sul kitsch ma non fastidioso, riesce nell’intento di non far sembrare degli eccentrici annoiati i suoi personaggi dall’elevato tenore di vita.

Ti fa venire voglia di comprare un abito, non di far saltare con la dinamite un golf club.

DIFETTI:

– Nada al Festival di Sanremo 1969: essendo una pellicola di genere drammatico incentrata su un romanzo thriller, Animali notturni non è propriamente la fiera della leggerezza, e soprattutto nel segmento iniziale il suo ritmo compassato può risultare affossante.

Unendo il tutto ad una temperatura emotiva che spesso scende a – 20°, potrebbe risultare pesante il suo continuo mantenersi sui binari del dramma senza creare particolari svolte o scarti verso altri lidi (non necessariamente leggeri), come un’apnea di due ore.

A me personalmente non è dispiaciuta, ma riconosco che possa tenere le persone lontane dal cinema (visto venerdì sera, gli spettatori in sala erano sette).

Consigliato o no? Assolutamente sì, un buon dramma thriller che azzecca il bersaglio intrattenendo mente ed occhio.

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Lei

Amore 2.0

her-lei-poster-itaTRAMA: Futuro prossimo. Theodore, un uomo solo ed introverso, acquista un sistema operativo basato su un’intelligenza artificiale che si sviluppa e si evolve grazie alle esperienze. Con il passare del tempo tra lui e Samantha (nome che tale sistema si è dato) verrà a crearsi un legame sempre più forte.

RECENSIONE: Per la regia e la sceneggiatura (premiata agli ultimi Oscar) di Spike Jonze, Lei è una pellicola che riesce ad essere incredibilmente malinconica ed allo stesso tempo dolce, dando una spinta di vivacità ad un genere (il cosiddetto “film romantico”) che spesso si appiattisce troppo o sulla commedia insipida come l’acqua o sull’insostenibile drammone in cui le emozioni sono teleguidate.

Un film che a dispetto di quanto possa sembrare non ha come punto nevralgico il rapporto tra l’uomo e la macchina, bensì le relazioni tra esseri umani, in quanto l’intelligenza artificiale diventa via via sempre più simile ad una persona: la pellicola va infatti ad assottigliare sapientemente la linea di demarcazione tra uomo e oggetto, rendendo sempre più difficile questa distinzione manichea.

Un ottimo elemento del film è inoltre l’aver scelto come protagonista una persona (interpretata da Joaquin Phoenix) che è sola non per suoi difetti banali ed evidenti.
Può sembrare stupido detto in questo modo, ma se il personaggio principale avesse manifeste pecche estetiche o caratteriali, il pubblico si “adagerebbe” mentalmente su queste caratteristiche, indicandole come motivazioni della sua solitudine senza riflettere con più profondità ed attenzione su cosa voglia dire essere soli.

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Se Theodore avesse problemi estetici il discorso sarebbe quindi “È ovvio che è da solo: è sfregiato/mutilato/un cesso.”, mentre se il suo problema fosse un carattere negativo sarebbe considerato dallo spettatore una sorta di Ebenezer Scrooge (cioè da solo perché tratta male gli altri) e si trarrebbero le stesse conclusioni.

Invece no: qui abbiamo un uomo “nella media”, e il suo essere “nella media” pone in risalto non il suo aspetto o il suo carattere, bensì la sua solitudine (uno dei temi principali della pellicola) unita alla difficoltà nelle relazioni con l’altro sesso, dando quindi enorme profondità al film e contribuendo alla partecipazione emotiva ed intellettuale dello spettatore a ciò che sta guardando.

Nonostante questo film mi sia piaciuto molto, siccome sono un pessimo venditore di me stesso vi dico le due critiche negative più ovvie che tale opera potrebbe sollevare:

1) Lei è come Il curioso caso di Benjamin Button (di David Fincher, 2008): quello se lo guardi al contrario diventa un film come tanti altri, questo se al sistema operativo sostituisci una ragazza vera diventa un film come tanti altri.
2) Il fatto che una persona abbia un rapporto del genere con una macchina è più inquietante che romantico.

Considerazioni entrambe legittime.
Considerazioni entrambe un po’ troppo superficiali.

Essendo un’opera basata sulle emozioni, la razionalità non è un criterio utile per valutarne la qualità: è più utile osservare le reazioni dei personaggi, e concentrandosi su esse credo che Jonze in sede di scrittura abbia fatto un ottimo lavoro per realismo ed intensità emotiva.
Anche la gioia provata da Theodore è genuina, e riesce a sfondare lo schermo arrivando allo spettatore, che quindi anche per quanto riguarda le emozioni positive si sente coinvolto in ciò a cui sta assistendo, attraversando assieme al protagonista le montagne russe di un rapporto.

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Phoenix  recita veramente bene perché si mantiene sempre sotto le righe senza risultare noioso o piatto, anzi, lo spettatore cerca continuamente di scoprire sempre di più del suo personaggio.
Il suo patetismo (specialmente nella parte iniziale della pellicola) riesce a non scadere nel ridicolo e lui contribuisce a creare un’ottima rappresentazione dell’uomo comune.
Un tipo come potremmo conoscerne a decine, pensandoci un attimo.

Il sistema operativo Samantha è una personalità artificiale come non si vedeva (ovviamente con le ovvie differenze di film, genere e personaggio) dai tempi di HAL 9000 di 2001: odissea nello spazio (1968), a mio parere uno dei migliori cattivi (forse “il” miglior cattivo) della storia del cinema.
Ovviamente lei non vuole uccidere nessun astronauta, ma penso che il suo evolversi attraverso ciò che “vive” e “sente” sia rappresentato in modo straordinario, e come già accennato è veramente difficile avvertire la differenza tra il suo personaggio e una ragazza reale.

In ruoli femminili minori abbiamo Amy Adams (vista recentemente in American Hustle L’uomo d’acciaio) come amica dolcemente complicata di Theodore, Olivia Wilde (Rush) e Rooney Mara (ex Lisbeth Salander nella versione americana di Millennium).

Capitolo doppiaggio.
Si sono scatenate molte polemiche dopo la scelta di Micaela Ramazzotti come voce italiana di Samantha, doppiata in originale da Scarlett Johansson (recentemente nella positiva sorpresa Don Jon).
Premesso che io ho visto questo film solo in italiano, quindi non posso fare un confronto tra le due interpretazioni, credo che per quanto riguarda i talent in sede di doppiaggio ci siano stati esempi sia migliori (Tullio Solenghi come Scar ne Il re leone) che peggiori (Fabio Volo in Kung Fu Panda e praticamente tutto il cast di Shark Tale).
A parte qualche caduta un po’ troppo romanesca, penso quindi che sarebbe potuta andare molto peggio.

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Un film veramente bello e ben realizzato.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Il padre (forse “nonno”) di tutti i film d’amore, ossia Casablanca (1942) di Michael Curtiz, per quanto riguarda le interazioni tra uomo e macchina S1m0ne (2002) di Andrew Niccol e nell’ambito “storie d’amore particolari” il recente Moonrise Kingdom (2012) di Wes Anderson.

American Hustle – L’apparenza inganna

american-hustle-la-locandina-ufficiale-290603“Che bello, ci sono Batman, Hawkeye, Katniss e quello di Una notte da leoni.” cit. lo spettatore italiano medio.
Non so più come insultarvi.

TRAMA: America, fine anni 70. Un truffatore finanziario e la sua socia, nonché amante, si trovano loro malgrado a lavorare a fianco dei federali per incastrare una serie di politici e mafiosi.

RECENSIONE: Basato su eventi reali (l’operazione “Abscam” dell’FBI contro la corruzione amministrativa dilagante) con nomi dei personaggi modificati, questo è un film a cui è difficile dare una valutazione complessiva.
Il motivo è semplice: se ci si concentra solo sulla recitazione (veramente notevole sotto tutti i punti di vista) si ha di fronte un ottimo film, mentre il resto non ne è però all’altezza, risultando sì sopra la media ma non così eccezionale come il comparto attori.

Nella mia recensione de Lo Hobbit – La desolazione di Smaug avevo consigliato di non badare solo agli attori ma anche a tutto il rimanente fronte tecnico quando si guarda un film, cercando quindi di mantenere ben chiara la visione di insieme.
Dopo poco tempo recensisco una pellicola dove gli attori sono fondamentali, dovendosi quindi concentrare maggiormente su di essi.

Perfetto.

Per la regia di David O. Russell (Il lato positivo, con Cooper e Lawrence, The Fighter con Adams e Bale), autore anche della sceneggiatura, American Hustle è un film che definirei teatrale e quasi shakespeariano.
Mi perdonerà il grande attore e regista Kenneth Branagh (in cambio io perdono lui per Harry Potter e Thor, così siamo pari) se dico che nonostante le locations siano molteplici, il faro perennemente puntato sugli attori rende le parti in cui si divide il film paragonabili agli atti di una pièce teatrale e la scena cinematografica assimilabile quindi ad un palcoscenico vero e proprio
 

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La regia e la sceneggiatura scelgono quindi la valorizzazione del cast artistico.

La prima utilizza primi e primissimi piani, andando così vicina ai volti degli attori con la macchina da presa che se questa pellicola fosse in 3D il pubblico potrebbe toccare la barba a Christian Bale. Stringere il campo così tanto ha il pregio di risaltare le espressioni degli attori quando essi recitano bene (e questo film è il caso), ma ha il difetto di far perdere la visione complessiva sulla scena, distraendo talvolta il pubblico da cosa ci sia intorno alle figure umane.
Caratteristica anche l’importanza che viene data ai capelli. Cotonature, riporti, bigodini di diverse forme, lacche e acconciature ardite sono uno dei leitmotiv estetici della pellicola, che mostra in maniera martellante scene di cura della propria componente tricotica. La parola d’ordine? Esagerazione.

La seconda per quanto non sia mal costruita si piega molto alle esigenze dei personaggi; giustamente sceglie di caratterizzarli in modo molto sfaccettato, dipingendo le loro personalità a pennellate a volte grevi e spesse, con pregi e difetti ben evidenti anche all’occhio dello spettatore poco accorto, e dall’altro usando sottili minuzie che rendono bene i dettagli della loro complessità psicologica, basata sui grigi e non sulla separazione manichea tra bianco e nero.

Passiamo ora al cast nel dettaglio.

A questo giro siamo fortunati: full di re e donne.

Re di cuori: Christian Bale. La solita certezza, qui dà nuovo sfogo all’estro trasformista sfiorando il quintale e portando con rara dignità una capigliatura improbabile con tanto di riporto. Teorema di Bale: se si prende un ottimo attore, si aggiungono chili e si tolgono capelli il risultato non cambia. Il perno del cast per capacità recitativa, magnetismo e carisma, il pianeta attorno al quale ruotano i satelliti. Intenso e fragile nel suo barcamenarsi tra moglie e amante.

Re di fiori: Bradley Cooper. Ultimamente nel già citato bel film Il lato positivo, nel discreto Come un tuono e nel deludente Una notte da leoni 3. Se diretto da una mano sapiente è molto bravo e offre performance notevoli, si spera che la sua crescente (anzi, ormai cresciuta) fama lo porti ad avere la fiducia di registi sempre più prestigiosi. Perfetto, per presenza scenica, nel ruolo del good guy.

Re di quadri: Jeremy Renner. Lui conferma di non essere una conferma, ossia di alternare troppo di frequente buoni film a opere per usare un eufemismo “dimenticabili” (The Bourne Legacy, Hansel & Gretel). Stesso discorso di Cooper per quanto riguarda l’essere diretti da persone serie, il suo politico Jersey man caciarone che “tiene famiglia” è un personaggio bifacce e che fa da connubio tra la voglia di agire per il bene dei propri elettori ed i mezzi sporchi per rimanere a galla. Un ruolo non facile, ma interpretato in maniera efficace.

Donna di cuori: Jennifer Lawrence. La giovane rampante della nuova Hollywood, la classe ’90 in grado di interpretare adolescenti e trentenni con egual bravura. Tutti la vogliono, l’età è dalla sua e anche qui dimostra di essere una brava attrice oltre che un gran bel pezzo di fanciulla. Interpretare il personaggio più sgradevole, bipolare e volgare di una pellicola con numerosi attori bravi e con characters più carismatici non era facile, ma anche lei offre una buona prova.

Donna di fiori e mia preferita soggettivamente: Amy Adams. Bellissima e sexy, si risolleva ampiamente dalla piatta caricatura di una donna forte e indipendente nel pessimo L’uomo d’acciaio, dando viso e corpo ad una femmina che sa quando tirare fuori gli attributi, mostrare le sue fragilità ed usare il cervello. Passa in maniera disinvolta da un viso struccato e senza orpelli a una camminata con testa alta, spacchi vertiginosi su seno nudo e fascino da leonessa.
E se mi sfuggisse la parola “Oscar”?

Ottime musiche di Danny Elfman che contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera degli anni ’70 (niente a che vedere con il tunz tunz hip hop de Il Grande Gatsby, sensato come la squadra giamaicana di bob a quattro) con brani di Duke Ellington, Paul McCartney, Tom Jones, Donna Summer e Electric Light Orchestra.
Costumi che sono un trionfo del kitsch, come è giusto che sia vista l’epoca.

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Per concludere, se American Hustle avesse avuto una componente tecnica che non si fosse semplicemente genuflessa di fronte agli attori staremmo parlando forse di un capolavoro; così è un buon film ben realizzato, che però può lasciare un retrogusto amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e non è.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I precedenti film di Russell. E in generale il lato Chiaro del cinema.

L’uomo d’acciaio

È un uccello? È un aereo? No, è una recensione!

TRAMA: Scampato alla distruzione di Krypton, suo pianeta natale, un bambino cresce sulla Terra adottato da una coppia di agricoltori.
Scoperti i suoi straordinari poteri e divenuto adulto, dovrà affrontare un vecchio nemico di suo padre.

RECENSIONE: Riassumendo:
– Basato su Superman, personaggio della DC Comics (mamma anche di Batman, Flash, Wonder Woman e altri tizi improbabili con le tutine attillate) nato dalla penna di Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1932.
– Diretto da Zack Snyder (suoi il tanto divertente quanto ignorante 300, il prolisso Watchmen e il “figa e legnate” Sucker Punch).
– Sceneggiatura dello stesso Snyder con David S. Goyer, scrittore di tutti i Blade e di Batman Begins.
– Produce Christopher “Ho-resuscitato-Batman-dopo-quell’aborto-di-Batman & Robinerigetemi-una-statua” Nolan, autore anche del soggetto insieme al già citato Goyer.

Bene, usando un lessico ricercato e pregno di contenuti tecnici, questo film è una delle più colossali boiate che occhio umano possa incrociare. Una pellicola realizzata veramente male sotto molti aspetti, alcuni dei quali addirittura elementari, che affoga le pochissime cose buone in un mare di ridicolo involontario e scempiaggini tecniche.

Partiamo dalla regia. Snyder evidentemente ha perso il suo tocco dopo il trasferimento al Galatasaray, perché ciò che si salvava (almeno esteticamente) nelle sue opere prima citate qui non si trova, con scelte di ripresa senza un senso compiuto e con sequenze da far impallidire un viso pallido.
La parte iniziale ambientata su Krypton è in particolare uno dei segmenti narrativi più campati per aria che potessero mostrare, e come se non bastasse è impreziosita da riprese che paiono realizzate con una fastidiosa ed inutile telecamera a mano. Probabilmente stava per arrivare sul set un tirannosauro, perché l’effetto traballante si nota molto, e ciò è dannoso per il film, facendolo scadere nel ridicolo già dopo i primi minuti.

Dato che chi ben comincia è a metà dell’opera Hack-a-Zack continua a deliziare il pubblico con flashback sparati contro lo spettatore completamente (e sottolineo COMPLETAMENTE) a caso, anch’essi senza un senso logico e tra l’altro non cronologici.
La regola numero 1 del cinema stabilisce che tu possa mostrare tutto ciò che vuoi, a patto però che ciò che mostri abbia un minimo di senso compiuto. E ne L’uomo d’acciaio sono dolori.
Non si salvano neppure le scene di combattimento, che di solito forniscono il salvagente-paperella anche al peggior film immaginabile, perché qui sono di una lunghezza esagerata e sfiancante, essenzialmente costituite da scazzottate più o meno elaborate e con, dulcis in fundo, una ripetitività che sfiora il replay.

In questo lago di letame il peggio del peggio è lo stupro anale che viene perpetrato da questi criminali della settima arte nei confronti di uno degli avvenimenti più importanti per la formazione del giovane Superman.
Per non fare spoiler non posso dire di cosa si tratti nello specifico e in che modo viene consumato il delitto artistico, ma penso che anche impegnandosi non avrebbero potuto renderla così tanto insensata e ridicola.

La scena sembra un incrocio tra Il mago di OzThe Day After Tomorrow.

Pensate di aver capito quanto questa cosa faccia schifo? Non ci siete neanche vicini.

In un obbrobrio del genere, sugli attori non c’è da dire molto.
Henry Cavill è un Superman diverso da quello interpretato da Christopher Reeve (1978, 1980, 1983, 1987), più tormentato e riflessivo. Esteticamente è bene nella parte, ma questa ciofeca se la gioca con il raccapricciante Superman Returns del 2006, per cui il rischio che si BrandonRouthizzi è alto.
La coppia dei padri Russell Crowe – Kevin Costner è penalizzata tantissimo dalla scarsa qualità del film, che non riescono a sollevare ma anzi sono vettori di ulteriore affossamento.
Michael Shannon non è il Terence Stamp di Superman II (ma proprio no, qui sembra un incrocio tra Roberto D’Agostino e Pippo Pancaro) e alla fine della fiera il suo Zod risulta piuttosto anonimo. Probabilmente per dare un giudizio più affidabile avremmo dovuto vederli in un film almeno sufficiente.

Paragrafo Lois Lane: opinione personale, ma a me come personaggio non è mai piaciuto.
L’ho sempre vista come una che teoricamente dovrebbe essere forte, determinata e indipendente ma che in pratica è l’enorme stereotipo della donzella da salvare, perennemente in pericolo senza l’intervento risolutivo dell’alieno con la S sul torace.
Ad interpretarla c’è Amy Adams, statunitense cresciuta a baccalà e polenta, gran brava attrice e gran bella donna che paga però il fatto di non azzeccarci nulla con il personaggio.
La penalizza inoltre la scelta del film di mostrare in maniera esagerata quanto Lois sia cazzuta: tra le altre cose dialoghi sopra le righe con un colonnello, scotch buttati giù a goccia e intraprendenza che sfiora l’autodistruzione contribuiscono a fare di lei non la protagonista femminile, ma una irritante e inverosimile macchietta.

In tre parole? Un film inguardabile.

CURIOSITÀ:

Per Amy Adams questo non è il primo incontro con Superman: nel 2001 infatti comparve nel settimo episodio della prima stagione di Smallville, serie tv che racconta l’adolescenza di Clark Kent.

E in confronto a questo film pure Dawson’s Creek con i superpoteri ha il suo perché.

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