L'amichevole cinefilo di quartiere

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Il primo re

“Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione.
Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino: il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente: gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.
Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra.
È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura».
In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore”.

Tito Livio, Ab Urbe condita, I, 6-7.

TRAMA: Due fratelli in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi.
Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.

RECENSIONE:

Film crudo, selvaggio e tribale, Il primo re di Matteo Rovere è una pellicola caratterizzata da un potente connubio tra mondi contrapposti: l’opera è infatti una riuscita amalgama di immanente e trascendente, presente e futuro, costruzione e distruzione.

La presenza di più contrapposizioni manichee va perciò a creare un’interessantissima ragnatela di tematiche intelligenti e ben dipanate attraverso un paio di ore di grande cinema: lo spettatore si trova catapultato in una realtà italica rurale e protolatina (eccellente lavoro linguistico in tal senso) in cui i due pastori Romolo e Remo diventano pedine di un destino che loro stessi contribuiscono shakespearianamente a lastricare.

Ogni elemento è curato nei minimi dettagli.

Il primo fattore che balza subito all’occhio, anzi, all’orecchio, è la lingua, che come già accennato si basa con i sottotitoli in italiano su una versione pre-arcaica del latino, che è stata parzialmente ricreata grazie all’aiuto di semiologi dell’Università della Sapienza, con l’ausilio di ibridazioni per espressioni mancanti con altri ceppi idiomici di simile connotazione storico-geografica.
Apparentemente semplice finezza artistico-espositiva, il parlato è invece fondamentale per l’immersività dello spettatore all’interno dell’opera, poiché l’uso della lingua attuale in un contesto tanto primigeno come quello del centro Italia secoli prima di Cristo avrebbe costituito imperdonabile stonatura, che avrebbe vanificato gli sforzi compiuti sul versante ambientale e scenico, creando un’opera incompleta e zoppa.

Grandissima cura è riscontrabile infatti anche sulle scenografie.
Girato nelle zone naturalistiche di Lazio e Umbria, Il primo re catapulta il pubblico nell’ambientazione scenica senza inutili preamboli: ci si ritrova in un mondo spietato, in cui l’unica legge è il ferro e gli invisibili dei vegliano muti e inamovibili sulle gesta degli uomini.
Piccola curiosità: il cervo che appare per pochi secondi in una scena di circa metà opera proviene direttamente dalla Romania, perché appartenente ad una sottospecie presente in Italia nell’VIII secolo a. C.

Estremamente importante ai fini dello svolgimento della vicenda è proprio il rapporto tra umano e divino.

Le figure mistiche e trascendenti tipiche di un periodo storico ben ancorato alla natura diventano guide lontane al percorso materiale del guerriero, del pastore, del sacerdote.
Il fuoco sacro, da temere e venerare, ora barriera ora arma, incarna appieno la potenza vivida e incontrollabile del dio, e la sacerdotessa è perfetto tramite tra i due mondi: come donna esula dai ruoli prefissati di coltivatore o difensore della tribù, diventando punto di riferimento per l’ambizioso e crudele Remo, traviato dal potere conquistatosi per proteggere il fratello ammalato.

Alessandro Borghi eccezionale come secondo gemello, che passa da guerriero suo malgrado a crudele despota assetato di quel potere che metterebbe lui ed il fratello al riparo dalle tante difficoltà patite nelle loro vite.
Barbuto, irsuto, furioso e talvolta più bestia che uomo, incarna vividamente la concretezza di chi si sporca le mani; esemplificativo in tal senso il suo rapporto con gli dei, da lui ascoltati e tollerati solo quando favorevoli, ed apertamente sfidati quando successivamente gli volgono le spalle, in un delirio di proto-umanesimo in cui è l’uomo che rivendica un ruolo da chiave di volta del mondo.

Più mite ed assennato Romolo, che comprende le necessità diplomatiche tra le genti tanto quanto l’importanza della spiritualità come guida nel proprio cammino, utilizzabile inoltre come strumento per mantenere fondamentali pace ed equilibrio interni, così da focalizzare energie e combattività sui nemici esterni.

Il rapporto tra i due è rappresentato efficacemente grazie anche ad un ribaltamento dei ruoli di dominanza/sottomissione che li vede protagonisti: se inizialmente è Romolo quello ferito e malato e Remo colui che ha come unico obiettivo la sopravvivenza propria e del congiunto, fatalmente tale relazione verrà capovolta dallo scorrere degli eventi, con i due fratelli pedine di un gioco incomprensibile ma essi stessi importante quanto involontario ruolo nella propria sorte.

Pellicola eccellente, fulgido esempio della bravura italiana in campo cinematografico, che negli ultimi anni sembra aver ritrovato gli smarriti fasti autoriali di tempi passati.

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Amici come prima


Con Cinepanettone si indicano alcuni film comico-demenziali di produzione italiana destinati a uscire nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio.
Il neologismo, comparso stabilmente nei media in lingua italiana sul finire del 1997, fu originariamente coniato in senso dispregiativo dai critici cinematografici per indicare quei film natalizi – da cui il riferimento a uno dei dolci italiani tradizionali per questa festività, il panettone – di grande diffusione pubblica e ritenuti al tempo a vocazione principalmente commerciale; in special modo le commedie della coppia Boldi-De Sica, che si caratterizzano per una certa tendenza a ripetersi nella trama e nelle situazioni, per il tipo di comicità a buon mercato, per una greve volgarità nonché, ciononostante, per i grandi incassi nelle sale italiane.
Ben presto, tuttavia, il neologismo è diventato di uso comune e ha perso in parte la sua connotazione negativa, al punto che gli stessi attori e autori hanno preso a indicare le loro opere con questo nome.

TRAMA:
Quando parte delle quote societarie di un hotel milanese di lusso vengono cedute a un gruppo cinese, lo storico direttore dell’albergo viene licenziato in tronco dalla figlia del proprietario della struttura.

Rimasto senza un lavoro e senza risparmi, travestendosi da donna riesce a farsi assumere sotto mentite spoglie proprio come badante del suo ex datore di lavoro.

RECENSIONE:


Vi ripeto, signori, che la vostra inchiesta è inutile.


Trattenetemi qui per sempre, se volete; rinchiudetemi o giustiziatemi, se proprio vi occorre una vittima per propiziare l’illusione che chiamate giustizia, ma non posso dichiarare più di quanto abbia già fatto.

Ho raccontato in perfetta sincerità tutto quello che ricordo: non ho cambiato né nascosto niente, e se c’è qualcosa che rimane nel vago è perché la mia mente è obnubilata: l’esperienza che ho avuto è orribile e l’orrore è ancora avvolto nel mistero.

Vi ripeto che non so che cosa sia successo a Serenate, anche se credo – spero – che egli si trovi ormai nella pace dell’oblio, ammesso che una simile condizione esista.


È vero che per quasi trent’anni sono stato il suo più caro amico e ho condiviso con lui, almeno in parte, le terribili ricerche nel campo del cinema; non negherò, sebbene la mia memoria sia incerta e lacunosa, che il vostro testimone possa averci visti insieme su un’auto, alle nove e mezza di quella terribile notte, diretti alla multisala.

Ma di quello a cui abbiamo assistito poi, e del motivo per cui, la mattina dopo, mi hanno trovato solo sul bordo della strada, devo insistere che non so niente a parte quello che ho già ripetuto tante volte.

Dite che nessun film, nel presente o nel passato, corrisponde alla pellicola da me descritta; vi rispondo che so soltanto quello che ho visto.


Sarà stato un incubo, un’apparizione: spero che si riduca tutto a questo, ma è esattamente ciò che ricordo da quando ci immergemmo nel buio della sala.
Sono stati momenti terribili, e non so assolutamente perché Serenate non sia tornato… Lui o la sua ombra, o quel film orrendo che non posso descrivere…

Come ho già detto, gli eccentrici interessi di Serenate mi erano noti e in parte familiari. Possedeva una vasta raccolta di libri rari su argomenti cinematografici. Quanto alla natura dei suoi studi… devo dire ancora una volta che non li capivo fino in fondo? Ora mi sembra una grazia, perché si trattava di cose terribili in cui mi addentravo più per una sorta di riluttante fascinazione che per trasporto naturale. Ricordo il gelo che provai, la notte prima della disgrazia, nel vedere la sua espressione quando mi espose la teoria del perché nel cinema certi filoni non si corrompono, ma rimangono floridi e redditizi nelle sale anche per decenni.


Adesso non mi sorprende più, perché penso che abbia conosciuto orrori che non riesco nemmeno a immaginare.


Adesso temo per lui.


Ancora una volta ripeto che non ho un’idea precisa di quale fosse il nostro scopo quella notte. Certo aveva a che fare col blog che Serenate gestiva, l’antico sito web in caratteri indecifrabili che aveva iniziato a redigere ormai sei anni prima, ma giuro che non so che cosa si aspettasse di scoprire.

Il luogo era un cinema così pieno di pubblico occasionale che metteva i brividi. Su tutto regnava un odore indefinibile che le mie assurde fantasie associavano alla putrefazione della materia cerebrale. Dappertutto si vedevano i segni dell’abbandono e della decrepitezza, e avevo l’impressione che Serenate ed io fossimo i primi esseri senzienti a invadere un regno di idiozia che durava da decenni.


Il mio primo atto nella terribile sala, a quanto ricordo, fu di fermarmi con Serenate davanti a una barista semidimenticata. Non ci fu bisogno di parlare, perché il luogo e il compito che ci aspettava sembravano noti, e senza aspettare prendemmo i popcorn e cominciammo a chiacchierare.

Dopo averne mangiati l’intera scatola, che consisteva in un’immenso bicchiere di cartone, facemmo qualche attimo di silenzio per esaminare le pareti zeppe di poster nel loro complesso, e penso che Serenate facesse alcune riflessioni mentali.

Poi tornò al blog sul cellulare e, usando le dita come piccoli martelletti, cercò di preparare la base della recensione che prendeva forma sullo schermo, cercando una metafora portante che facesse da colonna vertebrale all’articolo. Non ci riuscì e mi pregò di aiutarlo. Finalmente le nostre forze unite trovarono un’idea, di cui discutemmo e che mettemmo da parte.


Intanto i piccoli schermi del locale rivelarono i trailer, da cui si spanse un’imbecillità così disgustosa che distogliemmo lo sguardo inorriditi. Dopo un momento, tuttavia, lo guardammo di nuovo e scoprimmo che la loro deficienza era meno insopportabile.

A questo punto ricordo il nostro scambio verbale: Serenate mi apostrofò a lungo, con la sua voce per niente turbata dal film spaventoso che ci attendeva. «Mi dispiace doverti chiedere di restare fuori dalla sala» disse «ma sarebbe un crimine permettere a qualcuno che ha nervi fragili come i tuoi entrare qui. Né le tue esperienze, né quello che ti ho raccontato possono darti un’idea di quello che dovrò vedere. È un lavoro da masochisti, e dubito che possa esser fatto da uno che non abbia nervi d’acciaio senza perdere la ragione o addirittura la vita; non voglio offenderti, lo sa il cielo se non mi farebbe piacere averti accanto, ma in un certo senso la responsabilità è mia e non posso portare un fascio di nervi come te a quella che sarebbe la morte o la pazzia. Ti dico che non immagini di che si tratta! Prometto di tenerti informato di ogni mossa attraverso il telefono: come vedi ho abbastanza campo da poter arrivare al centro della terra e tornare indietro!»


Ricordo ancora quelle parole pronunciate con freddezza e ricordo le mie proteste. Ero disperatamente ansioso di accompagnare il mio amico nelle profondità dell’idiozia audiovisiva, ma lui fu inflessibile. Una volta minacciò di abbandonare la serata se avessi insistito: minaccia che si rivelò efficace perché lui aveva le chiavi dell’automobile.


Ricordo molto bene tutto questo, anche se non so più cosa fosse ciò a cui puntavamo.


Dopo essersi assicurato che, mio malgrado, non lo avrei seguito, Serenate prese il suo biglietto e preparò il cellulare. A un suo cenno presi il telefono e sedetti su una vecchia sedia scolorita, vicino al ragazzo che strappava i biglietti.
Poi mi strinse la mano, si mise il cellulare in tasca e scomparve nell’indescrivibile nugolo di persone in fila per lo strappo del foglietto stampato. Per un attimo continuai a vedere il profilo della sua testa; ma la figura scomparve all’improvviso e il contatto visivo finì presto: probabilmente aveva voltato un angolo.

Ero solo, ma collegato con le profondità dell’abisso attraverso la connessione internet il cui simbolo si stagliava sul mio schermo telefonico sotto le luci della sala d’attesa, giallastre. Nel silenzio la mia mente concepiva le più macabre fantasie, e i grotteschi cartonati sembravano assumere una loro orribile personalità, una vita senziente.


Ombre amorfe si annidavano nei recessi più scuri dell’antisala dalle piastrelle e s’aggregavano, in una specie di processione rituale, dietro i banconi del bar; ombre che, fra l’altro, non potevano essere proiettate da fari così intensi. Ogni tanto consultavo l’orologio alla luce dei neon e accostavo l’orecchio, più ansioso che mai, al telefono, ma per più di un quarto d’ora non sentii niente. Poi sentii una debole vibrazione e chiamai il mio amico con voce tesa.


Per apprensivo che fossi, non ero preparato alle parole che uscirono dal ricevitore né al tono di Serenate, il più allarmato e incoerente che gli avessi mai sentito. L’uomo che poco prima mi aveva lasciato con tanta impassibilità, ora mi parlava in un balbettio a fior di labbra che faceva più effetto di un urlo: «Dio, se potessi vedere quello che sto vedendo io!». Non riuscii a rispondere: senza parole, non mi restava che aspettare. Poi tornarono le sillabe spezzate: «È terribile… mostruoso… incredibile!».


Stavolta la voce non mi tradì e feci una serie di domande concitate. Ma soprattutto continuavo a ripetere: «Serenate, che cos’è? Che cos’è?». La voce del mio amico era rauca dalla paura e ora, credetti, incrinata di disperazione: «Non posso dirtelo! È troppo al di là di quello che possiamo concepire… Non oso dirtelo, nessuno può saperlo e continuare a vivere! Gran Dio, non avrei mai immaginato QUESTO!».

Di nuovo silenzio, a parte il mio torrente di domande incoerenti e paurose. Poi la voce di Serenate, nell’abisso della più nera costernazione: «Per l’amor di Dio, alzati e scappa finché sei in tempo! Presto, lascia perdere tutto e corri via da qui… è la tua unica possibilità! Fai come ti dico e non chiedermi di spiegarti!».


Avevo sentito, eppure non riuscii a far altro che ripetere le mie domande concitate. Ero circondato dalle locandine, dai tavolini e dalle sedie; al di là di quella sala d’attesa covava un pericolo che andava oltre il potere dell’immaginazione umana. Ma il mio amico correva rischi maggiori dei miei, e nonostante la paura provai il rimorso che potesse giudicarmi capace d’abbandonarlo in quelle circostanze. Altri disturbi, poi un grido pietoso di Serenate: «Squagliatela! Per l’amor di Dio, metti giù quella lastra e squagliatela!».


C’era qualcosa, nello slang infantile di quell’uomo evidentemente fuori di sé, che stimolò le mie facoltà. Presi una decisione e gridai: «Serenate, coraggio! Vengo anch’io!». Ma a questa proposta il suo tono degenerò nella disperazione: «Non farlo, non puoi capire! È troppo tardi ed è colpa mia. Alzati e scappa… non c’è nient’altro che tu o chiunque altro possa fare!».

Il tono cambiò di nuovo, acquistando stavolta toni più moderati; sembrava rassegnato, al di là di ogni speranza, ma ancora capace di preoccuparsi per me. «Fai presto, finché sei in tempo!» Cercai di non dargli retta, di vincere la paralisi che mi stringeva e mantenere la promessa di aiutarlo. Ma il suo prossimo bisbiglio mi trovò ancora imprigionato dalle catene dell’orrore. «Fai presto! È tutto inutile… devi andare… Meglio uno che due… il blog…» Una pausa, altri disturbi e poi la voce debolissima di Serenate: «Ormai è quasi finita… non rendere le cose più difficili… alza quel maledetto culo e salvati la vita… Stai perdendo tempo… Addio, non ci rivedremo più».


Qui i sussurri di Serenate si trasformarono in un lamento, poi il lamento diventò un urlo carico del terrore di tutti i tempi… «Maledizione a quelle cose infernali… legioni… Mio Dio! Squagliatela, squagliatela, squagliatela!»


Poi fu il silenzio.

Non so per quanti secoli rimasi impietrito dov’ero, borbottando o gridando al telefono. Più volte, in quel periodo interminabile, sussurrai, implorai, urlai: «Serenate! Serenate, rispondimi, sei là?».

Poi venne l’orrore supremo, la cosa inconcepibile e quasi irriferibile.


Ho detto che dopo l’ultimo urlo di Serenate sembrarono passare secoli e che solo le mie grida rompevano l’orribile silenzio. Ma dopo un poco il ricevitore trasmise un’altra vibrazione e io tesi le orecchie per ascoltare. Gridai ancora: «Serenate, sei là?» e in risposta sentii la frase che mi ha oscurato il cervello.

Signori, non cercherò di spiegare cosa fosse, a chi appartenesse quella voce, né cercherò di descriverla bene, perché le prime parole mi fecero perdere conoscenza e crearono un vuoto mentale che si dissolse un poco solo quando mi ripresi in ospedale.


Dirò che era profonda, rauca, tremolante, remota, ultraterrena, inumana, scorporata? A che servirebbe? Fu la fine della mia esperienza, come è la fine di questa storia.


La sentii e persi contatto con il mondo, la sentii mentre stavo pietrificato in quel cinema conosciuto, fra i cartonati cadenti e i poster rovinati, i bicchieri di Pepsi marciti e la puzza di popcorn.


La sentii con chiarezza, dal profondo della maledetta sala aperta, mentre guardavo ombre amorfe e necrofaghe danzare sotto un’orribile falce di luna. E questo è ciò che disse:




«MA CHE È ‘STA CAFONATA?!»

Loro 2

Meno male che il cinema c’è.

TRAMA: Continua l’esplorazione e il racconto di Paolo Sorrentino della vicenda biografica e politica di Silvio Berlusconi.

RECENSIONE:

Se nel precedente film venivano introdotti i personaggi senza svilupparne eccessivamente il percorso, qui finalmente si arriva all’acme dell’opera ed al suo obiettivo primario, ossia l’osservazione dell’ex Cavaliere del Lavoro dal punto di vista umano: un abilissimo e prezzolato venditore piegato ma non ancora spezzato da un’anagrafe che ormai chiede il conto e da rapporti personali via via sempre più tribolati ed in bilico.

Rispetto al primo capitolo si ha quindi un ribaltamento di focus narrativo: se prima si avevano dei “loro” in funzione di un “lui”, qua l’occhio di bue del palco è sicuramente sul “lui” circondato da “loro”.
Nel cast di contorno emergono figure più socio-storicamente delineate, anche se ridotte a piccole comparsate parlate: da Ennio Doris, a Mike Bongiorno, a Fedele Confalonieri, esse contribuiscono ad esplicare il rapporto tra Berlusconi e gli altri, dando vita a figure di consiglieri più o meno disinteressati, più o meno amici, più o meno succubi.

Sicuramente preponderante nell’opera il tema del patetismo, derivante anch’esso da un confronto generazionale impari, in cui il Vecchio è ossessionato dall’inseguimento di una Gioventù totale in ogni suo aspetto: quella estetica, con i lifting ed il trapianto di capelli, quella di immagine in senso lato con il tempo passato in mezzo ai giovani ed alle giovani (non disdegnando di portarsi a letto quest’ultime, con il seduttore come ruolo di autoaffermazione di maschile vigoria) e quella comportamentale, con le celebri gaffes imbarazzanti ai meeting ufficiali dovute a scarsa maturità.

Silvio Berlusconi come Peter Pan che non vuole crescere, che prova un latente, ma nemmeno così tanto, senso di inferiorità, come un bambino che voglia avere sempre il giocattolo più bello e più nuovo rispetto ai compagnucci, un attore che accetti solo ruoli di assoluto protagonista, un Dorian Gray sempre al centro della società il cui ritratto però non sottrae la vecchiaia fisica al soggetto che vi sia raffigurato.

Il patetismo viene evidenziato anche dallo stuolo di leccaculo e Yes Men che circondano l’uomo di potere e ricchezza: vermi falsi, arrivisti, viscidi e l’immancabile zoccolame vario.

Premesso che una pellicola su Berlusconi senza una quantità smodatamente vergognosa di fica sia un po’ come una puntata de La corrida senza nessun suonatore di ascelle (sì, insomma, si sentirebbe la mancanza di qualcosa), in Loro 2 ci si immerge nel dorato mondo della villa in Sardegna e del suo stuolo di fanciulle tanto spregiudicate quanto discinte.

Provocanti all’eccesso e talmente sessualmente estremizzate da sfociare in un grottesco sarcasticamente nero e volontario (esplicativa in tal senso la sequenza di Meno male che Sivlio c’è, che pare un incrocio tra Colpo Grosso ed uno stacchetto soft porno da videoclip disco inizio anni 2000, una Destination Calabria dal vago retrogusto istituzionalizzato), le donne di questi due film posseggono il fascino della pantera ma non la di lei forza, incapaci di autosostentarsi senza svendere il proprio corpo e la propria anima; belle, profumate e brave ad arrampicarsi come i glicini, figure che sotto un’apparenza di pornografia esibita con protervia sottendono uno sporco squallore.

Interessantissimo in tal senso il rapporto con la consorte Veronica Lario (un’ancora ottima Elena Sofia Ricci) e le di lei prese di posizione nei confronti di un marito che ha ormai completato la trasformazione in ficantropo e passa sempre maggior tempo ad ululare verso un luminoso satellite lunare di passera.

I dialoghi tra i due, oltre a riprendere la lettera aperta pubblicata nel 2007 su la Repubblica della Lario nei confronti dell’ex consorte, evidenziano chiaramente le due anime del Paese pro e contro Berlusconi: se per bocca della Ricci emerge un’aspra critica politica ed umana alla rivoluzione A-culturale dell’imprenditore di Arcore, correlata da una elencazione dei suoi peccati terreni in campo personale o professionale (già enunciata in una scena precedente per mezzo di uno dei senatori che il compagno B. cerca di comprare per far cadere l’allora governo Prodi), si ha anche di rimando una puerile ma vibrante difesa del suddetto, in un “tutti sono disonesti, ma io sono il migliore” che va ad inserirsi nei già citati binari del patetismo come un “maestra, anche i miei compagni chiacchierano”.

Il Sergio Morra di Scamarcio è finalmente riuscito ad entrare nelle grazie berlusconiane, ad entrare in contatto con quel lontano “lui” che anelava, e ciò lo farà confrontare con quel regno d’avorio, carne e vulva così diverso e unitamente così viscerale.
Patetico tra i patetici, deluso tra i delusi, Morra è un Icaro che desidera volare il più vicino possibile ad un sole di potere, di soldi, di status e di passera, desiderandone sempre di più.

Toni Servillo straordinario come suo solito, protagonista di alcune scene non solo recitativamente ottime, ma che contribuiscono enormemente ed emblematicamente al tracciamento della personalità di Berlusconi per quello straordinario piazzista di aspirapolveri alle prese con la casalinga ignorante del popolo italiano.

Sguardo cupo da boss mafioso stanco dall’età e dall’eccessivo altalenarsi di vacche magre e grasse, quando viene a trovarsi nel suo habitat naturale sfoggia il più inquietante dei sorrisi da Stregatto, tentando di concupire le varie Alici che si trovano tra le sue grinfie in quella Wonderland illogica che è la vita del puttaniere.

Sicuramente un esperimento cinematografico interessante, che avrebbe meritato maggiore pubblicità nei cinema ed un approccio meno didascalico da parte di un pubblico che rischia di rimanere folgorato come Paolo sulla via di Damasco dal suo essere “pro” o “contro” il soggetto protagonista.

Consigliato senza dubbi.

Recensione di Loro 1 qui.

Loro 1

Il cinema l’Arte che amo.
Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti.
Qui ho imparato, dalla mia passione e dalla vita, il mio hobby di rompere le palle sui film.

TRAMA: Silvio Berlusconi, imprenditore e miliardario italiano votatosi alla politica negli anni Novanta, fino a diventare Presidente del Consiglio della Repubblica, è una figura emblematica che ha segnato irreversibilmente la storia del Paese.

RECENSIONE: Diretto da Paolo Sorrentino e seguito da una seconda parte al cinema dal dieci maggio, Loro 1 è un film principalmente di introduzione, in cui il regista napoletano si limita (se di limite si possa parlare) al disporre sullo scacchiere i vari pezzi senza, per ora, dare indicazione precisa di quale sarà la loro conclusione narrativa.

Al centro della galassia narrativa, pur, come vedremo, non essendone fisicamente presente per buona parte, un Silvio Berlusconi novello Re Sole, alla cui corte cerca di introdursi il più classico degli eserciti di nani e ballerine bene o male in arnese, disperatamente in cerca un posto al sole di luce riflessa che possa elevarli dalla loro mediocre condizione sociale o economica verso un futuro radioso grazie a LUI.

Proprio il pronome personale assume un forte valore connotativo all’interno della pellicola: a Berlusconi ci si riferisce spesso con questo termine, al tempo stesso vago ed estremamente identificativo del soggetto a cui è legato.

La comparsa di Servillo allo scoccare dell’ora di film non è quindi un difetto, poiché la sua è un’assenza paradossalmente mai così tanto “presente”, sulle bocche e nelle azioni del variegato sottobosco sociale e politico mostrato dall’opera.

Sorrentino non indugia in un’esposizione cronachistica fine a se stessa, prediligendo al contrario un’approccio più narrativo e quasi torbidamente favolistico, nell’alternanza di scene di rara crudezza a sequenze visivamente ai limiti dell’onirico.

Agli innumerevoli festini a base di coca e mignotte, le cui mammelle nude abbandonano ogni possibile connotazione materna per deviare unicamente in frutti esposti generosamente dall’albero della lussuria e che vergano pennellate da Lupo di Wall Street alla vaccinara, si alternano tanto brevissimi spaccati sulle vite personali dei characters quanto immagini assurdamente azzeccate nella loro alienità (la pecora, il rinoceronte, il camion della nettezza urbana…) in un crogiolo di materialismo ed astrattezza metaforica.

Sorprendentemente positivo Riccardo Scamarcio nella parte di un alter ego di Gianpaolo Tarantini, il cui nome, come quello di altri figuri, viene cambiato in un più discreto Sergio Morra.

Animalesco come una scopata selvaggia e clandestina ma sporco come la masturbazione internettiana, il suo Morra è tanto un ragno tessitore di intrallazzi quanto, tirando le somme, un povero diavolo desideroso di separarsi da una per lui troppo stretta vita di provincia, non rendendosi però conto del generico squallore contemporaneo; figura quasi farsesca, lo spettatore assiste passo dopo passo al suo tentativo di scalata, che spero avrà degna conclusione nel seguito.

Toni Servillo ottimo come ex cavaliere del lavoro, incarnandone tutte le caratteristiche comiche o tetre a cui abbiamo assistito negli anni; azzeccato in particolare il dialogo con il nipotino, in cui la più cruda essenza berlusconiana emerge in tutta la sua nitidezza.

Brava anche Elena Sofia Ricci nelle vesti di un’algida Veronica Lario, uno dei pochi personaggi del film precisamente identificati.
Il suo frustrato desiderio di arte e di cultura fanno da perfetto contraltare alla sessuale ed economica bramosia lupesca di Berlusconi, con il vicino yacht di troie nude che è nuovo canto delle sirene per un invecchiato Ulisse lombardo.

Piccoli ruoli per una Kasia Smutniak mai così torbida e giaguara nel suo essere puttana (quasi) irraggiungibile e per una quasi irriconoscibile Euridice Axen nei panni della compagna di Morra.

Particolarmente divertente e tragicomico l’ex ministro Santino Recchia di Fabrizio Bentivoglio, personaggio che racchiude in sé diverse anime del centrodestra berlusconiano: l’eccentricità nel vestire unita ai pietosi video da g-g-giovane di Roberto Formigoni o la propensione alla poesia di Sandro Bondi lo rendono Legione di bozze che efficacemente non si fossilizza su un nome, ma su un insieme di idee.

Pellicola interlocutoria, in attesa del proseguimento.

Sono tornato

Recensire e recensiremo.

TRAMA: Nella Roma del 2017, il dittatore fascista Benito Mussolini si ritrova improvvisamente in Piazza Vittorio Emanuele II, senza essere invecchiato di un solo giorno e credendo di essere ancora nel 1945. Disorientato da una società molto diversa da quella che conosceva, incappa in un aspirante giornalista e regista che, credendolo come tutti un comico o un attore, trova in lui l’idea perfetta per il suo documentario.
Remake del film tedesco Lui è tornato (2015), in cui viene raccontato l’ipotetico ritorno di Adolf Hitler nella Germania moderna.

RECENSIONE: Per la regia di Luca Miniero (celebre per Benvenuti al Sud e relativo seguito), Sono tornato è come detto in precedenza un remake rifacimento della versione hitleriana tedesca, a sua volta tratta dall’omonimo bestseller migliorvenduto teutonico.

Come operazione di trasposizione in sé non c’è granché da dire, poiché questa rivisitazione italica è molto simile per struttura e sketch scenette all’originale: pur cambiandone per ovvi motivi riferimenti storici e personaggi di costume, persino la maggior parte dei dialoghi risulta concettualmente identica, e quindi ci si trova dinanzi ad una mera copia carbone di un altro film.
Avendolo già recensito in passato, qui mi focalizzerò più che altro sulle differenze tra i due, rimandando al precedente articolo chi volesse un giudizio su Lui è tornato nello specifico.

Per regia e trama il confronto è evidentemente piuttosto sbrigativo, visto che per entrambe vengono compiute a grandi linee le stesse scelte.

Se la direction regia di Miniero ricalca piuttosto pedissequamente quella di Wnendt, anche la sceneggiatura è la medesima: ad un primo tempo prevalentemente comico, basato sulle gag trovate di straniamento del Duce in un contesto storico per lui incomprensibile, segue una secondo tempo in cui viene calcata maggiormente la mano sulla critica alla società odierna, formata da una popolazione facilmente abbindolabile ora come allora, e sull’inadeguatezza generale della classe dirigente.

Massimo Popolizio, noto ai più per essere la voce italiana di Ralph Fiennes nella saga cinematografica di Harry Potter Enrico Vasaio, nei panni di Mussolini è probabilmente la nota più lieta del film: l’attore genovese riesce ad offrire un’interpretazione del leader capo fascista che non è mera caricatura o sforzo metamorfico fine a se stesso, bensì un’idea, un’impressione di Mussolini, che quindi non scade in una macchiettistica trivialità.

Francesco Matano in arte Frank è invece, come facilmente prevedibile, un qualcosa di imbarazzante, che spicca in negativo per la recitazione purtroppo scadente e forzata.

Se da mera spalla comica può essere anche decente, dovendo semplicemente porgere il fianco alle stramberie anacronistiche del dittatore, quando il registro dell’opera si incupisce emerge la sua inadeguatezza interpretativa, soprattutto vocale: troppo marcatamente campano (la dizione, Cristo) mentre quasi tutti gli altri parlano italiano e troppo abituato al disimpegno per esprimere la preoccupazione ed il pathos sentimento necessari.

Il development lo sviluppo introspettivo del suo personaggio è uno degli elementi che meglio contribuiscono alla connessione tra opera e pubblico, ed il non riuscire a tratteggiarlo con sufficiente aplomb disinvoltura è un grosso passo indietro rispetto a Er ist wieder da.

Menzione d’onore per Stefania Rocca, che pur nei panni di un character personaggio piuttosto stereotipato (la dirigente stronza e ciecamente ambiziosa) è protagonista di alcune scene deliziosamente ciniche e sopra le righe.

What else che altro?

La porzione conclusiva presenta qualche piccola differenza concettuale rispetto all’originale, ma fortunatamente non ne è stato intaccato lo spirito di fondo, rimasto caustico e sanguigno.

Brevi apparizioni per YouTubers e Facebook stars Tutubai e stelle di Faccialibro, oltre che vip persone molto importanti nostrane di vario ambito socioculturale menzionate o a cui vengono affidati camei.

Un’ora e quaranta basata sull’evidenziare lo scarso apprendimento dagli errori del passato, l’insoddisfazione atavica della popolazione italiana, l’astio nei confronti della classe dirigente ed il fascino subìto dalla figura del princeps solo al comando.

Temi di cui, a giudicare dai primi commenti espressi in modo piuttosto tranchant tagliente, probabilmente non importerà molto al pubblico generalista, troppo focalizzato a sproposito sulla benevolenza o ferocia con cui è stato rappresentato il dittatore.

Peccato.

Fabrizio De André. Principe libero

«Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare».

Citazione del pirata britannico Samuel Bellamy (1689 – 1717) iscritta nelle note di copertina dell’album Le nuvole.

TRAMA: Gioventù e maturità del cantautore genovese Fabrizio De André (1940 – 1999). Dalle prime canzoni al successo nazionale, dal rapporto con il padre alle due compagne Enrica “Puny” Rignon e Dori Ghezzi.

RECENSIONE: Per la regia di Luca Facchini, Fabrizio de André. Principe libero è un biopic di imponente durata (oltre tre ore, che verranno spezzate in due puntate e trasmesse su Rai Uno il 13 e 14 febbraio) che incanala in una pellicola di non facile realizzazione l’enorme dimensione di uno dei cantanti italiani più noti ed amati del Novecento.

Pregio maggiore del film è sicuramente il riuscire a tratteggiare De André per la figura psicologicamente complessa che era: tanto viveur da un lato, con alcool, sigarette e donne che hanno segnato profondamente l’intera sua vita ma al contempo raffinato e delicato poeta, che proprio dalla vita nella forma più pura ha tratto l’ispirazione per le sue composizioni.

Il film mantiene proprio questo equilibrio tra i due opposti.

Fabrizio De André. Principe libero è infatti zuppo del whisky e del vino, che alimentano la fuga mentale dell’artista in una dimensione unicamente sua e lo avvicinano alla vita godereccia e viscerale che possa fornire linfa vitale per le sue canzoni; è pregno del fumo di sigarette, portate alla bocca tanto nelle occasioni di festa per celebrare i momenti lieti quanto nelle situazioni di stress come talismani orali immancabili, coperte di Linus verso tutto ciò che è esterno.

L’artista è preso per mano dalle donne, non ancelle ma compagne, che assumono ruoli diversi ma fondamentali per la crescita umana ed artistica del cantante.
La passione giovanile per la mussa, la fica, la sua frequentazione con le bagasce sperimentando l’amore nella sua declinazione più carnale ed istintiva matura poi in un’esaltazione proprio della prostituta come femmina sfortunata, e bisognosa in tal senso di affetto quanto qualsiasi persona, senza i pregiudizi legati alla professione che esercita.

La carnalità si tramuta e si evolve in amore con il passaggio dalla sua famiglia d’origine a quella di destinazione, con Puny ed il figlio Cristiano, nido e radici che però non impediscono a Faber un percorso sentimentale errabondo, che vede come ulteriore tappa la conoscenza e seguente relazione con Dori Ghezzi, il cui sodalizio inizialmente dovuto alla medesima attitudine nei confronti del successo diventa passione dirompente.

Principe libero riesce inoltre a rappresentare efficacemente sullo schermo un tema delicato ed introspettivo come l’inadeguatezza, presente in tutte le fasi della vita del cantautore (verso suo padre, verso i soldi, verso la propria stessa paternità e verso il successo, esplicato nella sua ritrosia nell’esibirsi in concerti) e che qui è tormento interiore che segue spalla a spalla il protagonista lungo tutta la pellicola.

Luca Marinelli (salito alla ribalta con il ruolo dello Zingaro ne Lo chiamavano Jeeg Robot) interpreta un De André che non è banale imitazione né ricerca della perfezione, ma è un ritratto, un’impressione, ed in questa ottica il lavoro dell’interprete è più che buono.

È vero che Marinelli non mastichi minimamente la cadenza zeneise (l’inflessione romanesca è sempre in agguato e si affaccia ad intermittenza), ma l’identicità non è lo scopo della sua interpretazione.
Non abbiamo qui Gary Oldman che si sottopone a ore di trucco per risultare estremamente simile a Winston Churchill nel recente L’ora più buia, qui l’approccio è votato alla ricerca di un’espressione e di un omaggio, ed in quanto tale si ricerca la somiglianza maggiore possibile solo circoscritta all’elemento più importante: le canzoni.

Principe libero opta per una scelta saggia: per le tracce usate da semplice colonna sonora vengono utilizzate le versioni originale di De André, mentre nelle scene di canto la voce è quella di Marinelli; qui sì che si riscontra maggiore somiglianza nel tono e nella mimica espressiva, ed è qui che la pellicola centra il proprio bersaglio.

I limiti del prodotto sono purtroppo ascrivibili ad una staticità tecnica che sfocia spesso nel didascalismo, con regia, scenografie e fotografia che per quanto non siano negative non riescono a stimolare visivamente lo spettatore, limitandosi ad un compitino a posteriori forse deludente e che conferma in parte la scarsa propensione della televisione di Stato per l’innovazione.

Con una colonna sonora comunque importante (decine di canzoni, alcune delle quali eseguite integralmente), è l’occhio che non riesce a tenere il passo dell’orecchio, genuflettendosi troppo ad esso sprecando un’ottima opportunità per realizzare un’opera più complessa e di ampio respiro.

Ottima invece la scelta del cast di contorno.

Oltre ad un’intensa Valentina Bellè nei panni di Dori Ghezzi, è sicuramente da segnalare Gianluca Gobbi, che riesce nell’arduo compito di dare corpo al recentemente scomparso Paolo Villaggio in modo straordinariamente somigliante, oltre ad essere intelligentemente usato come comic relief della pellicola, risultando piuttosto simpatico senza scadere però eccessivamente nella macchietta.

Nonostante l’amaro in bocca per un quid visivo in più che avrebbe potuto essere presente ma che non lo è stato, Fabrizio De André. Principe libero è un prodotto sicuramente consigliato sia ai fan dell’artista, che avranno modo di ascoltarne moltissime tracce ed assistere al racconto della vita di un importante esponente della scena cantautorale italiana, sia a coloro che semplicemente apprezzino la buona musica italiana e magari volessero scoprirne di più su uno dei suoi alfieri.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

Laurea honoris causa (o ad honorem): titolo accademico onorifico conferito da una università (o da altra istituzione equivalente) a una persona che si è distinta in modo particolare, nella materia di laurea, nel corso della propria vita.

TRAMA: Nonostante l’aiuto fornito alla polizia, Pietro e la banda dei ricercatori sono ancora nei guai. Ora, in carcere ci sono proprio tutti. Chi è il misterioso produttore di droghe sintetiche che li ha incastrati? In cosa consiste esattamente il suo diabolico piano a base di gas nervino?

RECENSIONE: Dopo Smetto quando voglio Smetto quando voglio – Masterclass, uscito sempre quest’anno, si conclude la trilogia con protagonisti il neurobiologo Pietro Zinni e il suo sconclusionato gruppo di laureati.

Più una storia divisa in tre atti incrociati che una trilogia di opere a se stanti (consigliata la visione solo a chi ha visto i primi due film, in caso contrario la comprensione delle dinamiche sarebbe piuttosto confusa), questo Ad Honorem riesce a chiudere le vicende principali completando un percorso narrativo circolare.

Elementi delle prime due pellicole che parevano inizialmente secondari assumono senso logico, con una sceneggiatura che mantiene apprezzabile globalità costruttiva senza perdersi in complicazioni fini a se stesse.
Positiva l’aggiunta di un background all’antagonista che, per quanto semplice, consente di capirne più efficacemente le motivazioni e a dargli quello spessore caratteriale benefico in un’opera con personaggi comici piuttosto estremizzati.

La comicità si mantiene di pregevole fattura ed è strutturata sui consueti più livelli di lettura: sono presenti gag corporali quanto specifici riferimenti culturali-scientifici utili per la caratterizzazione professionale delle “migliori menti in circolazione”, situazioni comiche basate sugli equivoci o altre sulla esagerazione della situazione stessa, linguaggio forbito oppure romanesco, e l’insieme del tutto permette di ridere di elementi diversi in base alla soggettività dello spettatore.

Tra una gag e l’altra si trova il tempo anche per una critica al sistema italiano dell’istruzione, in cui pullulano raccomandazioni, una burocrazia farraginosa ed inutile, tagli su tagli alle eccellenze e notevoli difficoltà per ricercatori, professori meritevoli e gli stessi allievi.

Per quanto tale critica sia piuttosto didascalica è positivo trovarla anche in questo terzo capitolo, essendo il leit motiv da cui nasce l’intera storia a partire dal primo film (il protagonista decise di commerciare droga perché non gli venne rinnovato l’assegno di ricerca dall’università) ed inserendo così un elemento di carattere sociale.

I vari componenti della banda mantengono una propria connotazione caratteriale che oltre a renderli apprezzabilmente simpatici si amalgama bene con quella degli altri membri, grazie ad una scrittura frizzante che riesce a ritagliare ad ognuno un piccolo spazio ilare.

Sugli scudi in particolare il solito Stefano Fresi, qui mattatore nella divertentissima scena della rappresentazione teatrale, e maggior spazio per il Murena di un ottimo Neri Marcorè, anche lui fornito di un passato che gli conferisca tridimensionalità.

Consigliato.

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