L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per la categoria ‘Animazione’

Speakers’ Corner – Love, Death & Robots


Serie animata antologica per adulti, scritta e diretta dal Tim Miller di Deadpool e prodotta da David Fincher, Love, Death & Robots è una raccolta di racconti principalmente sci-fi ma che abbracciano anche altri generi tra cui l’horror, il thriller e la commedia.

Piccolo gioiello di creatività ed arte visiva, la serie è composta da diciotto episodi non collegati tra loro, che alternando come già accennato i registri comico, drammatico ed horrorifico riescono a soddisfare i gusti più disparati, centrando il bersaglio che di volta in volta si prefiggono e dimostrando un livello medio complessivo decisamente alto.
Utile per la fruizione degli episodi è inoltre la loro durata ridotta (da 6 a 17 minuti ciascuno), che rende la serie adatta sia per una maratona complessiva non stop quanto per optare invece il guardarsi qualche episodio nei ritagli di tempo.

Per meglio capire la portata dell’opera, essendo formata da segmenti molto diversi uno dall’altro, invece di buttarsi in un’analisi complessiva è molto più utile esaminare brevemente gli episodi uno ad uno.

Il vantaggio di Sonnie (Sonnie’s Edge)
Combattimenti tra umani in simbiosi telepatica con dei mostri.
Episodio di apertura, Sonnie’s Edge è anche quello che più ho apprezzato, e ragionando a posteriori sulla serie come unicum sono contento che sia stato scelto come primo, perché credo che oltre ad essere uno di quelli di qualità oggettivamente migliore sia molto emblematico del focus della serie.
Animazione in CGI di qualità eccellente, che mostra i muscoli soprattutto nella sequenza di lotta tra le creature, ciò non mette in secondo piano una trama ovviamente breve ma intensa, con una protagonista interessante ed un arco narrativo ben gestito.

Tre robot (Three Robots)
Tre robot vagano per un mondo post-apocalittico commentando l’estinzione degli umani.
Dopo il dramma dell’episodio 1 si passa ad un tono molto più leggero e sarcastico, con i tre protagonisti che, trovandosi di fronte ad infrastrutture tipicamente umane, cercano di comprenderne l’utilizzo; a ciò si accompagnano sferzanti critiche alla stupidità della nostra specie e all’innata indole di autodistruzione insita nell’homo sapiens.
Segmento basato sull’infondere nello spettatore la classica risata unita al «È vero: è proprio così», Three Robots è un carino divertissement.
Simpatico il finale.

La testimone (The Witness)
La casuale testimone di un omicidio scappa inseguita dall’assassino.
Con un mood ansiogeno generato non solo dalla trama in sé, ma anche da uno stile grafico ricco di primi piani ed animazioni rapide, The Witness è una corsa verso la salvezza, inframmezzata da sequenza sessualmente esplicite che fungono da una sorta di pausa contemplativa per un’esistenza, quella umana, in cui il pendolo oscilla tra la inconcludente fretta ed un piacere effimero.
Ottima scelta quella di dare molto risalto a livello uditivo all’ansimare dei personaggi, con la frequente aggiunta dell’appannamento della camera durante i primi piani, come se i characters avessero realmente un obiettivo puntato in faccia.

Tute meccanizzate (Suits)
Agricoltori combattono un’invasione aliena.
Per citare un amico, «”Redneck con i mecha” è una delle cose che non sapevate ancora di volere»; battute a parte, episodio che ricade nel classico “uomo vs mostro” riuscendo però a non essere banale e noioso, grazie ad uno stile di animazione che ricorda quello dei videogiochi della casa di sviluppo Telltale Games e che ben si addice a quanto viene mostrato.
Relativamente leggero nonostante l’argomento, il tono è smorzato anche dall’uso di una colorazione vivace e quasi da pennarello, che esalta piacevolmente le figure.

Il succhia-anime (Sucker of Souls)
Spedizione scientifica risveglia qualcosa che avrebbero dovuto lasciar dormire.
Tra tutti, forse questo è l’episodio che personalmente mi ha convinto di meno. Non che non sia di intrattenimento, anzi, la sua violenza esagerata è paradossalmente divertente, ma ho avuto la sensazione che c’entrasse poco con gli episodi fin lì visti, e penso che non abbia quel quid per risultare memorabile e di impatto che magari altri segmenti possiedono.
Si guarda e via.

Il dominio dello yogurt (When the Yogurt Took Over)
I batteri dello yogurt diventano senzienti e conquistano il pianeta.
Su una trama del genere mi rendo conto che poco ci sia da dire. Utilizzando uno stile cartoonesco tipico dei programmi indirizzati ai più piccoli, When the Yogurt Took Over è indubbiamente l’episodio che sfocia maggiormente nell’assurdo; anche qui comunque è riscontrabile una pesante e benvenuta critica alla stupidità umana in genere, a cui ben si sposa una narrazione documentaristica alla Adam McKay / Michael Moore.

Oltre Aquila (Beyond the Aquila Rift)
Il salto spaziale di un’astronave ha un problema ed essa finisce lontana molti anni luce rispetto al previsto.
Inquietante. Molto.
Beyond the Aquila Rift è un gioiello di costruzione narrativa, semplice nelle sue apparenti premesse ma molto più complesso nel loro sviluppo. Una trama avvincente ed interessante, che riesce a montare la tensione gradualmente in un climax finale che rende un senso all’intero episodio.
Alcune scelte sono una palese strizzata d’occhio ad un film ormai classico nel genere sci-fi, ma che non posso menzionare per non fare spoiler sulla conclusione.

Buona caccia (Good Hunting)
Nella Cina della Rivoluzione Industriale, il rapporto tra un uomo ed una kitsune.
Ideale passaggio di consegne tra il mondo magico e quello materiale, Good Hunting riesce a costruire una storia poetica e romantica, di un romanticismo però non solo meramente amoroso, ma che comprende più ad ampio respiro l’elogio per un mondo destinato inevitabilmente a scomparire.
Grazie alla tecnologia, però, la magia naturale ed animista diviene qualcosa di diverso ma altrettanto irreale e mistico, a testimonianza della ciclicità degli eventi e di una circolarità inaspettata ma narrativamente ben congegnata.

La discarica (The Dump)
Un ufficiale comunale deve sfrattare un vecchio che vive in una discarica.
Dopo un paio di episodi seriosi, Love, Death & Robots ritorna sul terreno dell’ironia, con una tipica storia di paura aneddotica raccontata con un po’ di alcool nelle vene.
Simpatico ed esagerato, The Dump ha un posizionamento strategico per stemperare la tensione e la drammaticità precedenti, con la presenza del tema “vecchio che se ne frega della modernità e vuole solo essere lasciato in pace” che suscita naturale simpatia.
Un paio di piccole chicche faranno sbellicare lo spettatore attento.

Mutaforma (Shape-Shifters)
Nella guerra in Medio Oriente, l’esercito americano si serve di soldati particolari.
Come il già visto Sucker of Souls, anche questo episodio c’entra ben poco con il tema generale della serie, ma gli è superiore grazie ad una breve storia di amicizia e di accettazione del sé che lo eleva rispetto ad una stereotipata lotta violenta contro una minaccia ignota.
Da segnalare una CGI anche qui ben fatta ma più legnosa di Beyond the Aquila Rift e di Secret War (che vedremo poi), per il resto non molto da dire senza cadere negli spoiler.

Dare una mano (Helping Hand)
Un’astronauta si ritrova alla deriva.
Episodio che riprende la tematica di Gravity di Cuarón, Helping Hand è uno degli episodi incentrati sull’ansia. Carenza di ossigeno, aiuti che non arrivano e concreta possibilità di morire nello sconfinato vuoto in cui “nessuno può sentirti urlare”, altro fattore citato, per un segmento in cui anche la capacità di sacrificio per rimanere attaccati alla vita dimostra la sua importanza.

La notte dei pesci (Fish Night)
Due venditori porta a porta rimangono in panne con la macchina nel deserto nordamericano.
Episodio maggiormente onirico della serie, Fish Night sfrutta una trama semplice ed apparentemente priva di spunti per mostrare animazioni coloratissime e ben realizzate, virando la storia su un confronto generazionale alla Cat Stevens con il maturo calmo e riflessivo che ha accanto il giovane intrepido ed avventato.
Stile visivo che ricorda vagamente il cel-shading del videogioco XIII, tratto dall’omonimo fumetto franco-belga.

Dolci tredici anni (Lucky 13)
Il rapporto di “amicizia” tra una pilota militare ed un’aeronave nota per portare sfortuna. 
Legame uomo-macchina contornato di superstizione, desiderio di rendersi utili e determinata volontà di oltrepassare i propri limiti; aggiungete il tema dell’ammasso di ferraglia che pur vecchio dimostra ancora la sua (stile Herbie, il maggiolino tutto matto) venendo di conseguenza preferito da un’umana “romantica” ai nuovi ritrovati tecnologici e si ottiene una trama classica impreziosita dalle consuete scene militari.
Più profondo di quanto potrebbe sembrare.

Zima Blue (id.)
Una giornalista deve intervistare un pittore le cui opere sono caratterizzate da una particolare tonalità di azzurro.
Ritorno alle origini in salsa artistico-fantascientifica, Zima Blue è uno degli episodi più delicati e poetici: da esso emerge infatti la circolarità tra progresso e regresso, per cui se l’obiettivo è aspirare alle vette più alte dello scibile umano, la via migliore è paradossalmente quella di alleggerirsi mentalmente e fisicamente, fino a far riemergere la propria vera essenza.
Interessante anche il tema del triplice rapporto su cui si basa l’arte: artista-opera, artista-pubblico e opera-pubblico.

Punto cieco (Blind Spot)
Una banda di ladri assalta un veicolo blindato fortemente difeso.
Azione pura: bastano due semplici parole per definire questo episodio, in cui si abbandonano quasi totalmente elementi filosofico-introspettivi, dalla grande rilevanza in altri segmenti, per imbastire invece un train heist adrenalinico e su più livelli di pericolosità.
Il fattore veramente importante non è ciò che il gruppo tenti di rubare, ma i vari ostacoli che compaiono via via lungo il tragitto.
Coloratissimo ed avvincente.

L’era glaciale (Ice Age)
Una coppia scopre che nel nuovo freezer esiste un microscopico mondo umano in evoluzione.
Episodio in live action (protagonisti Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead), anche qui il tema principale è quello del ciclo: pur se il tempo scorre convenzionalmente in una sola direzione, non è detto che con il passare di ere troppo grandi per la concezione umana esso non ritorni a presentare daccapo lo stesso corso evolutivo.
Pur non essendo disprezzabile, Ice Age è forse un pesce fuor d’acqua nella serie, un po’ per la sua assenza di animazione, un po’ per la ripetitività di un concetto già visto.
Comunque discreto.

Alternative storiche (Alternative Histories)
Sei possibili scenari storici di cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto prima di fondare il Partito Nazista.
Alternative Histories è la sagra dell’assurdo: grazie ad uno stile visivo minimale nelle forme e vivacissimo nei colori, vengono delineati universi paralleli basati sul nonsense e sull’esagerazione, in cui il futuro Führer viene ucciso nei modi più bislacchi ed improbabili, portando a conseguenze altrettanto fuori di testa.
Divertentissimo e leggerissimo, una serie di allegri WTF da gustare senza anticipazioni.

Guerra segreta (Secret War)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un plotone di soldati russi viene inviato ad eliminare una minaccia sconosciuta.
Si ritorna al realismo, alla crudezza e all’ambientazione militare per questa conclusione di serie: Secret War offre una CGI di pregevole fattura, che ben si sposa appunto con la serietà delle tematiche.
Pure qui uomo contro mostro, ma con un paio di elementi estetico-narrativi che rendono anche questo episodio interessante ed avvincente.

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Spider-Man: Un nuovo universo


Da grande cinefilia derivano grandi responsabilità.

TRAMA: A causa di un macchinario costruito da Kingpin, gli Spider-Man di universi differenti convergono in uno solo in cui l’Uomo Ragno è Miles Morales, un ragazzo di Brooklyn di origini portoricane.

RECENSIONE:

Raro caso di pellicola Marvel non avente come target intellettivo persone reduci da una commozione cerebrale grave, Spider-Man: Un nuovo universo è un esempio lampante di come anche la Casa delle Idee possa sfruttare le suddette idee per proporre al pubblico dei prodotti adatti a tutte le fasce di età, a patto che si decida di anteporre la narrativa sull’azione.

Il film vede infatti come pregio principale quello di riuscire ad orchestrare una storia in cui trovino ampio spazio e realizzazione degli importanti temi morali ed introspettivi, quali il trovarsi o meno a proprio agio nell’ambiente sociale circostante, la ricerca della propria strada indipendentemente dalle pressioni esterne e, ovvio leitmotiv nel caso del Tessiragnatele, la presa di coscienza delle proprie responsabilità.

Ogni versione dell’Uomo Ragno (talvolta nemmeno uomo, talvolta nemmeno umano) incarna infatti una particolare inclinazione dello stesso generico personaggio, risultando un catalogo di figure che sono allo stesso tempo tutti il medesimo individuo e tutti soggetti differenti.

Dall’imbolsito Peter B. Parker in crisi umana e “professionale” ad una tetra versione Noir direttamente uscita dalle pagine di un romanzo hard boiled, fino ad una colorata loli nipponica filo-robot e ad un assurdo maiale fuori di testa, lo spettatore si trova quindi di fronte interessanti varietà di un elemento che già conosce bene, risultando affascinato ma non negativamente spiazzato.

Tra le versioni alternative spicca sicuramente Gwen Stacy, proveniente da una realtà in cui è stato Parker a morire e il cui personaggio è stato scritto con un mix veramente azzeccato di girl power, indipendenza e grinta, senza però sembrare esagerato o forzato.
Non una principessa da salvare né una spietata guerriera picchia-tutti, quindi, ma una semplice giovane donna combattiva e decisa, che lotta per ciò in cui crede non facendosi mettere i piedi in testa dai maschietti.

Ciao, Emma Stone.

L’azione è sì presente, ma più a corredo dell’elemento umano che a suo scapito: grande contributo al lato intrattenimento viene dato da uno stile grafico che se nella raffigurazione delle figure umane risulta piuttosto particolare, quindi può piacere o meno, nei fondali mostra efficacemente i muscoli grazie ad un caleidoscopio di colori meraviglioso ed affascinante.

Elemento di pregio è anche l’ironia, anch’essa azzeccata e, soprattutto, inserita con misura e gusto, a differenza dello sbrodolamento di gag a casaccio ormai consueto per il luciferino connubio Marvel-Disney.

Degno di nota anche il comparto voci in lingua originale, tra cui risaltano Hailee Steinfeld come Gwen, Liev Schreiber per Kingpin e Mahershala Ali per Aaron Davis e Nicolas Cage per Spider-Man Noir.

Una delizia.

Teenage Mutant Ninja Turtles: ‘Don vs. Raph’

Corto di un paio d’anni fa molto carino, realizzato da Jhonen Vasquez, ideatore di Invader Zim.

Divertente e simpatico.

Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

Cells at Work! – Cellule al lavoro

Tratto dall’omonimo manga di Akane Shimizu e attualmente in uscita sottotitolato in italiano sul canale YouTube della Yamato Animation, Cells at Work! – Cellule al lavoro è un anime molto interessante e particolare.

Inquadrabile come un Esplorando il corpo umano sotto steroidi, la storia verte sulla risposta del corpo umano a varie minacce esterne, come ferite, batteri o virus, mostrando in un’ottica estremamente giapponese (e dico ESTREMAMENTE) il compito delle varie cellule in risposta a tali agenti esterni.

Focus della trama sono un globulo rosso, umanizzato come una ragazza che lavora da corriere portando pacchi con i nutrienti per il corpo, ed un neutrofilo, caratterizzato come un determinato soldato-poliziotto estremamente ligio al proprio compito.
Affiancati da varie altre tipologie di cellule, ognuna con una resa grafica che ricordi il proprio ruolo all’interno del nostro organismo in modo simil “realistico” (i linfociti T sono una sorta di S.W.A.T.) o più esagerato, come il macrofago versione dama ottocentesca che brandisce una mannaia gigante (ok), ogni episodio è incentrato, come detto, su un diverso problema di salute.

Graficamente ingegnoso, unendo stilemi visivi tipici di questo stile d’animazione a trovate intelligenti su come antropomorfizzare i vari elementi, e con un giusto connubio tra scienza (ogni cellula ha la propria descrizione biologica relativa al compito che svolge) e stravaganze (notevole dose di violenza, con ogni essere colpito che sprizza sangue come un geyser, urlacci, orientalate varie), Cells at Work! è un prodotto carino e accattivante.

Si ringrazia La cupa voliera del Conte Gracula per avermi fatto scoprire quest’opera (qui il link del suo articolo: https://cupavoliera.wordpress.com/2018/06/11/numero-1-cells-at-work-akane-shimizu/)

Batman Ninja – WTF?

Idea interessante: sfruttare il viaggio nel tempo per mandare Batman e il suo nutrito gruppo di alleati ed antagonisti nel Giappone feudale.

Si possono infatti offrire molti spunti accattivanti, immergendo un’icona statunitense in un tempo ed un luogo agli antipodGIGANTESCHI CASTELLI CHE DIVENTANO ROBOT E POI SI MENANO, IL JOKER CHE CERCA DI COLPIRE BATMAN CON UN VENTAGLIO URLANDOGLI “DON’T GO AWAY, I’M YOUR BIGGEST FAN!” (beh, dai, buona questa), SELINA KYLE NELL’ENNESIMA VERSIONE CON DUE ENORMI TETTONE SENZA SENSO (è una ladra, Gesù Cristo in croce, dev’essere leggera e sinuosa, cazzo le serve quella zavorra?), ALFRED CHE SCOPPIASSE L’APOCALISSE NUCLEARE DEVE COMUNQUE PREPARARE IL TÈ, LA BATMOBILE CHE DOPO DUE ANNI FERMA PIANTATA È ANCORA PERFETTAMENTE FUNZIONANTE, BANE SUMOTORI, BRUCE WAYNE CHE SI MIMETIZZA DA PELLEGRINO GESUITA (?) TENENDOSI LA TESTA RASATA MA CON I CAPELLI A FORMARGLI IL BAT-SIMBOLO SULLA CRAPA (???), TIM DRAKE CHE PARLA CON UN MACACO, LA FORTEZZA DI HARVEY DENT A FORMA DI ŚIVA, DIO DELL’INDUISMO (bravi, avete cannato di soli 6.000 chilometri), I CASTELLI DEI VILLAIN CHE SI SALDANO TRA LORO COME I PEZZI DI GUNDAM, PRIMATI CHE SI UNISCONO PER FORMARE UNA SCIMMIA GIGANTE, PIPISTRELLI CHE SI UNISCONO PER FORMARE UN CHIROTTERO GIGANTE PER POI RICOPRIRE LA SCIMMIA GIGANTE E CREARE UN BATMAN GIGANTE VESTITO COME QUELLO DELLA SERIE ANIMATA DEGLI ANNI ’90.

Ooocheei…

L’isola dei cani

Vorrei vivere in un film di Wes Anderson
Inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks
Vorrei l’amore dei film di Wes Anderson
Tutto tenerezza e finali agrodolci.

TRAMA: Giappone. un ragazzo è alla ricerca del suo cane smarrito, finito su un’isola piena di rifiuti e abitata da alcuni cani randagi.

RECENSIONE: Nono lungometraggio di Wes Anderson, con cui ha vinto l’Orso d’argento per il miglior regista all’ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino, L’isola dei cani è un carinissimo gioiello in stop-motion (sua seconda opera girata mediante questa tecnica, dopo Fantastic Mr. Fox), in cui il regista texano può inserire tutti i suoi tipici crismi creando un’opera come suo solito simpatica, raffinata ed elegante.

Dietro ad un ben orchestrato impianto favolistico si cela infatti una storia ricca di sentimenti, che andando a toccare temi portanti dei rapporti personali (l’amicizia, l’altruismo, il lottare per i propri ideali) imbastisce una costruzione narrativa piacevolmente più profonda di quanto l’infantile apparenza possa erroneamente suggerire.

Ciò è importante per offrire allo spettatore una pellicola “per famiglie” nel senso più stretto della definizione, senza però dimenticarsi la classica particolarità para-hipster andersoniana, che ormai ha inquadrato il suo cinema come genere artistico a sé stante.

La regia è infatti quella che i cinefili hanno ben imparato a conoscere.

Una simmetricità che sarà sicuramente sollievo per i malati di OCD, in cui ogni fotogramma è costruito secondo regole geometriche tanto rigide quanto efficaci nella resa artistica degli stessi, gli zoom su oggetti di uso comune o sulla loro preparazione, le inquadrature dall’alto o con campi larghi o l’indugiare su procedure apparentemente superflue ai fini della specifica trama sono elementi che anche ne L’isola dei cani risultano facilmente individuabili, fornendo tanto un senso di piacevole abitudinarietà per i fan quanto i soliti gradevoli espedienti per i neofiti.

Si ha perciò anche qui l’impressione, probabilmente ancor più che in altri casi vista la tecnica con cui è stata realizzata la pellicola, di entrare in un particolare microcosmo che si sviluppi nelle atmosfere ovattate di una casa delle bambole, un mondo alle cui vicende noi spettatori assistiamo con leggerezza ed interesse.

Come in molte opere di Anderson (sì, lo so, il concetto viene ripetuto parecchio in questa recensione) anche ne L’isola dei cani abbiamo ragazzini che si comportano da adulti, spinti dalle proprie emozioni ed alla ricerca di ciò che è giusto; gli adulti, talvolta più deboli di loro, li trattano da pari, e ciò comporta una riduzione delle distanze psicologiche e ruolistiche dei soggetti: non si è “adulti” o meno in base ad una maturità anagrafica, ma ad uno sviluppo emotivo ed intellettuale.

Evidente anche il tema della fuga, qui per sfuggire all’ottusità di un ingiusto ordine costituito, mezzo attaverso cui perseguire il proprio obiettivo emotivo: ritrovare il proprio cane, o in senso lato un proprio amico, da cui si è stati obbligati a separarsi per l’incapacità dell’autorità di attuare provvedimenti maturi ed efficaci per la risoluzione di un gravoso problema.

Cast vocale di primissimo piano, in cui trovano spazio molti degli aficionados di Anderson, da Jeff Goldblum a Edward Norton, da Bill Murray a Tilda Swinton; simpatica la scelta di non doppiare i personaggi umani giapponesi, bensì di servirsi (come esplicitato dopo i titoli di testa) di “traduttori” particolari in occasione di dichiarazioni televisive o altro.

Tale fattore aumenta il senso di incomunicabilità tra le persone, unita alla distanza culturale tra popolazioni totalmente diverse come asiatici ed occidentali, che porta spesso ad avere come conseguenza situazioni spiacevoli che sarebbero state facilmente risolvibili o evitabili attraverso il dialogo.

Scelto per la versione italiana il cast vocale corrispettivo dei diversi attori, che deo gratia almeno non sono stati sostituiti da “talent” di dubbio senso.

Quindi ad esempio Stefano de Sando in luogo di Bryan Cranston (da lui già doppiato nella serie televisiva Breaking Bad) e Sandro Acerbo torna a prestare la voce ad un personaggio di Jeff Goldblum dopo lo Ian Malcolm de Il mondo perduto (“Mammina è molto arrabbiata”); Scarlett Johansson, Edward Norton e Liev Schreiber doppiati come consuetudine dai bravi Domitilla D’Amico, Massimo De Ambrosis e Pino Insegno.

Un film simpatico, agrodolce e di ottima qualità, come il buon Wes sa offrire al pubblico.

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