L'amichevole cinefilo di quartiere

Old

TRAMA: In una paradisiaca e isolata spiaggia tropicale tutto sembra trascorrere al meglio, fino a quando viene rinvenuto in mare il corpo di una donna senza vita.
Il mistero si fa ancora più grande quando il gruppo dei presenti inizia a invecchiare velocemente senza una ragione…

RECENSIONE:

Sandcastle è una graphic novel del 2010 che racconta in toni intimisti, caldi ed introspettivi la storia di un gruppo di persone, appartenenti a più nuclei famigliari, che trovatisi su una tranquilla spiaggia in una giornata come tante si accorgono che quel luogo li sta facendo invecchiare a velocità spaventosa.

Uno dei maggiori punti di forza del fumetto è che la vicenda venga raffigurata e narrata mantenendo un pregevole ritmo lento (nonostante, paradossalmente, una trama incentrata sulla velocità del tempo trascorso), mostrando come vari individui accolgano l’idea sì terribile ma anche inevitabile che la loro vita gli stia rapidamente scorrendo sopra, interrogandosi perciò su come sia meglio trascorrere le proprie ultime ore di esistenza una volta appurato l’inderogabile destino che li attende.

Detto ciò, mi pare quindi più che opportuno affidare la gestione cinematografica di una storia del genere al tizio che:

– ha basato un’ora e quaranta sul far ritrovare la fede al pastore spretato Mel Gibson, mettendolo alle prese con un’invasione di alieni allergici all’acqua e che presentano ben più di un problema ad oltrepassare le porte di legno, in una fattoria degli USA sperduta nel niente;

– si è autoidentificato come l’autore che per la rivoluzionarietà delle proprie idee andrà ad ispirare il futuro presidente degli Stati Uniti, e che a causa dei propri scritti verrà odiato e ucciso; il tutto in una pellicola redatta molto probabilmente sotto il massiccio uso di sostanze allucinogene in cui un ragazzino prevede il futuro attraverso l’osservazione delle scatole dei propri cereali mattutini;

– ha diretto un’opera in cui Mark Wahlberg e Zooey Deschanel reagiscono ad un mondo di piante assassine facendo a gara nell’imitazione di un cervo abbagliato in mezzo alla strada dai fari di un furgone; inoltre alla Deschanel non piacciono gli hot dog;

– ha stuprato analmente con la sabbia uno dei migliori cartoni animati degli ultimi quindici anni, Avatar – La leggenda di Aang, riempiendolo di attoracci malguidati, cambi di etnia, insulsaggini registiche ed acconciature femminili a forma di glande;

– ha praticato una fellatio con ingoio alla famiglia del principe di Bel-Air, orchestrando loro un bieco e masturbatorio spottone ad hoc e generando così uno dei più brutti film di fantascienza che la storia recente ricordi (insieme ovviamente a quello precedentemente citato con Mad Max e gli extraterrestri lignofobi).

Ottima scelta, ragazzi.

Old conferma purtroppo tutti i limiti di Shyamalan come cineasta.

Ma proprio tutti.

Per quanto la resa meramente estetica dell’opera sia apprezzabile, nonostante una CGI talvolta assai invasiva che mal si sposa con il lento brivido che la storia dovrebbe provocare nell’animo dello spettatore, si assiste anche all’utilizzo, tra le altre cose, di elementi assai pigri come una macchina da presa con l’inguaribile vizio degli attori a parlare direttamente in camera, elemento che considero allergene alla qualità di un’opera, e la costruzione delle solite inquadrature shyamalaniane con personaggi sghembi e sovrapposti, stereotipo registico che per il cineasta indiano presumo dovrebbe incanalare realismo, ma che paradossalmente risulta finto e artificioso come pochi.

A livello di sceneggiatura, inoltre, siamo sempre lì: un’idea sulla carta non disprezzabile (per quanto dipendente da altri e non farina del suo sacco) viene seguita organicamente solo per la parte iniziale della pellicola, deflagrando poi nella consueta marea di ridicole cazzate che ogni volta accompagnano le pellicole di questo regista.

Se con L’ultimo dominatore dell’aria Shyamalan aveva già ampiamente dimostrato di non essere in grado di trasporre su schermo le altrui idee, anche qui il fumetto Sandcastle viene arricchito inopinatamente di elementi che vanno solo a complicare una trama originariamente semplice e diretta, che proprio per la sua assenza di fronzoli permetteva allo spettatore di riflettere su macro-temi quali la vecchiaia, il tempo e lo scopo che abbiamo nella nostra breve esistenza sulla terra.

Siamo perciò di fronte ad una ricetta semplice e genuina arricchita di inutili ingredienti, la cui abbondanza finisce quindi per stroppiare: ciò che viene aggiunto, sia come orpello decorativo che come componente importante della pietanza, viene calato come una lama di ghigliottina sulla trama evitando completamente un qualsiasi criterio generale volto all’armonia del prodotto complessivo.

Old gioca inizialmente come un gatto con la preda, titillando il senso di inquietudine del pubblico grazie alla presentazione di una delle paure ataviche dell’uomo, la Morte, accelerando l’incontro con la Livella decurtando rapidamente il tempo a disposizione dell’individuo per completare la propria esistenza.
La vecchiaia, infatti, non è semplicemente una delle naturali fasi della nostra vita, ma possiede un carattere di latente negatività dovuta alla debolezza, alle malattie e alle problematiche che essa comporti.
Tali fattori sono ovviamente mitigati dal bagaglio di esperienze che il passare degli anni comporti, ma ciò viene eluso brutalmente dalla rapidità di tempistiche presentate dalla spiaggia.

Purtroppo però l’autore non riesce a mantenere la barra del timone a lungo, scegliendo altresì di aggiungere sequenze (ça va sans dire non presenti nella graphic novel) volte unicamente allo spavento, o al vero e proprio gore senza costrutto.
Ciò rende il ritmo della pellicola ondivago e confuso, ponendo talvolta eccessivamente l’attenzione su fattori di scarsa importanza, andando a creare per loro causa delle incongruenze logiche o narrative che il fumetto evitava proprio per la scelta di non mettere troppa carne al fuoco della storia.

Se delle scene poste in essere con il precipuo scopo di inquietare o inorridire lo spettatore risultano le più ridicole, proprio per non essere state lentamente costruite lungo il corso della pellicola bensì piazzate nel film con la grazia di un gigante armato di machete e maschera da hockey che irrompe in una baita per massacrarne gli occupanti, si hanno dei seri problemi di costruzione narrativa, cosa di cui Old purtroppo abbonda.

Nel cast spicca Gael García Bernal, che è anche il nome più importante degli interpreti, mentre un grosso lavoro è lasciato sulle spalle di Alex Wolff e Thomasin Mckenzie, nei panni degli ex bambini rapidamente maturati.
Come molte pellicole di Shyamalan, anche qui assistiamo alla presentazione delle da lui tanto amate “bizzarrie” dei suoi personaggi, qui mascherate da un altro fattore che non spoilero (per l’ennesima volta NON PRESENTE NELLA GRAPHIC NOVEL), che portano gli attori ad essere maldiretti e ad offrire delle performance che per quanto non siano da disprezzare considerando il materiale di partenza, sicuramente non possono nemmeno risultare sufficienti.

Old si rivela un film inutilmente pomposo, pure lento nella sua parte iniziale e che non riesce a rendere giustizia al materiale originario, né tantomeno ad impreziosirlo con delle modifiche della fonte che avrebbero potuto portare l’opera ad altre direzioni narrative.

Ultimi dieci minuti da ridere per non piangere.

Da evitare.

Commenti su: "Old" (9)

  1. Mi sa che io ho visto solamente la sua trilogia di “unbreakable”, “split” e “mr. glass” e quindi ho sempre parlato bene di shamalyan… shilamanan… shushumulan… lui insomma. Poi mi viene fatto notare che ha fatto la trasposizione di Avatar – the last Airbender (che non ho visto e a quanto ho capito da chiunque ne parli mi é andata benissimo, soprattutto perché il cartone era bellino, non forse il migliore degli ultimi 15 anni, ma davvero bello). Diciamo che la mia ignoranza sulla sua filmografia, ridotta a quei 3 film che mi sono piaciuti assai, mi ha fatto vedere solo la facciata di ció che il regista col nome impronunciabile é in grado di fare. Ottima recensione ad ogni modo. E siccome vedo che hai una certa cultura e passione in fatto di cinema, mi dici per favore come fai a sopravvivere di questi tempi. Sto impazzendo, non esiste piú un film che meriti la visione. Solo serie su serie, a valanga. Che fine ha fatto il cinema? Il contenuto di una storia non ha piú importanza, peró serve fare miliardi di film sui supereroi americani. E io intanto sto qui a riguardarmi vecchi capolavori che hanno segnato il mondo, perché oggi come oggi le idee migliori vengono uccise sul nascere.

    • Ciao,
      io purtroppo la filmografia di Shyamalan me la sono beccata praticamente tutta (mi manca solo “Glass”), e ti dico che come autore penso si bei veramente troppo dei suoi stilemi a scapito della sostanza della scrittura, spesso altalenante se non pessima.
      A livello di cinema, mi sono abituato negli anni ad essere abbastanza onnivoro e a guardarmi pure le dichiarate ciofeche, basta che alla fine sia cinema.
      Mal che vada ne salta fuori una recensione negativa e ironica 😀

      • A me di Shyamalan è piaciuto pure Lady in the Water (mi ha divertito cercare di capire chi avrebbe ricoperto quale ruolo e ho apprezzato le stranezze mistiche associate a elementi banali) ma in generale, salvo qualche lavoro particolarmente ben diretto, credo che gli dovrebbe essere associato sempre un altro regista noto per il buon senso, che stemperi la logica bislacca che affligge Shyama-Shyama.
        Soprattutto quando è lui a scrivere le storie.

      • “Ai confini della realtà” aveva dei colpi di scena che almeno presentavano una certa logica interna per come le storie si svolgevano, nei film di Emme Notte pare che si vogliano buttare nel calderone robe bislacche per il gusto di farlo…

    • The Last Airbender dal vivo ha un problema fondamentale: molte situazioni perfettamente logiche e sensate nel cartone, nel film dal vivo sono state cambiate, diventando insensate.
      Ricordi i dominatori della terra deportati su una piattaforma in mezzo al mare, in un periodo in cui i dominatori della terra non erano in grado di manipolare il metallo? Nel film sono imprigionati in un campo in mezzo alle montagne. Disarmati, proprio. E ne servono tipo sei per lanciare un masso, mentre nel cartone uno da solo ti tirava una casa.

      I dominatori del fuoco, nel film, possono dominare solo il fuoco che già esiste, mentre nel cartone lo generano apparentemente dal nulla: perciò, nel film i tipi del fuoco devono portarsi dietro torce e bracieri accesi o restano senz’armi, e nessuno degli avversari che pensi mai di usare il suo elemento per allontanarli dalle cartucce (far sprofondare i bracieri nel terreno) o spegnerle (il duello tra Katara e Zuko, nel film, diventa una gara per stabilire chi abbia più deficit cognitivi. Risposta: Katara).

      In pratica, con un cambiamento così pesante del dominio del fuoco, sarebbe stato meglio rendere cattivi quelli della terra o dell’acqua!
      E se ricordo bene, non finisce qui, la logica con cui è stata trasposta la storia sembra una mosca ubriaca che prova a volare.

      Praticamente è assente una costruzione del mondo… di un mondo che era già costruito in modo quasi perfetto, nel cartone, e persino un giocatore di ruolo alle prime armi, se non sbronzo, avrebbe elaborato strategie migliori!

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