L'amichevole cinefilo di quartiere

Luca

Questo film è tipo Dragon Trainer.

Solo che in Italia i draghi parlano.

E ce li mangiamo.

TRAMA: Luca vive delle esperienze indimenticabili insieme al suo nuovo migliore amico Alberto.
Entrambi nascondono però un segreto: sono delle creature marine provenienti da un mondo sotto la superficie dell’acqua…

RECENSIONE:

Lui è Marco Stefano Belinelli.

Nato a San Giovanni in Persiceto, classe ’86, è un giocatore di pallacanestro attualmente in forza alla Virtus Bologna.

Dal 2007 al 2020 ha militato nella NBA, il più celebre e ricco campionato di basket al mondo, vincendo nel 2014 il titolo di campione con la compagine texana dei San Antonio Spurs, nonchè la gara del tiro da 3 punti nell’annuale All Star Game.

Con la squadra neroargento, in particolare, si è distinto come una buona riserva con punti nelle mani, entrando dalla panchina per fornire il suo contributo in determinate fasi della gara.

La sua provenienza italiana ha portato alla nascita di una particolare catchphrase di esultanza da parte dello speaker della squadra, che solleva accompagnare i canestri di Marco con un «Mahma mia!» a pieni polmoni.

Cosa c’entra con Luca?

C’entra, perché strillare la frase più stereotipicamente italiana esistente è una rappresentazione del nostro Paese comunque più rispettosa di quella portata su schermo da questo film.

Finora credevo infatti che quello del villaggio siciliano di Aquaman, in cui il nerboruto Momoa e la rubiconda ex moglie di Johnny Depp si aggirano per le viuzze spiccando del cibo dalle bancarelle senza pagare una mazza, mentre sia loro che i paesani ridono felici come degli ebeti rincoglioniti, fosse il peggior ritratto dell’Italia mai visto al cinema.

Ok, lo è ancora, ma anche Luca non scherza, continuando purtroppo ad alimentare nell’immaginario collettivo dell’Italia nel mondo l’ancoraggio con gli anni ’50, epoca che al di sotto delle Alpi costituisce apparentemente un granitico must temporale da cui non potersi mai staccare: pronti via ed è subito Un bacio a mezzanotte (Quartetto Cetra, 1953) ad anticipare una carrellata dolorosamente infinita di riferimenti alla Vespa, di insulti barocchi e di pomposo gesticolio con le mani ad accompagnare immancabilmente ogni suono che esca dalle labbra degli indigeni liguri presenti nell’immaginario Portorosso (borgo fittizio ma ispirato alle Cinque Terre).

Tra un ascolto della celeberrima aria Largo al factotum (che ok l’ha scritta un italiano, ma è comunque ambientata in Spagna, perciò che ci azzecca?), un «Santa mozzarella!» di qua, un «Santo pecorino!» di là (Gesù, dammi la pazienza…) ed un generale utilizzo di interiezioni che nella loro esagerata italianità farebbero accapponare la pelle persino ai baffuti ristoratori di Lilli e il vagabondo, ogni afflato di italianità fornisce una raggelante cornice al focus narrativo della film: il terrificante “triathlon all’italiana”.

Che si differenzia dal classico sport multidisciplinare olimpico per la sostituzione della corsa podistica con la mangiata di pastasciutta.

Ripensandoci, persino SUPER MARIO offre una rappresentazione dell’Italia meno stereotipata di questo film.

È un vero peccato che il responsabile della localizzazione del film sia stato Tony Ciccione, perché esteticamente Luca si dimostra pellicola veramente ottima e realizzata con grande cura nei particolari.

Il film riesce infatti nell’intento di immergere letteralmente lo spettatore nei fondali marini dei tritonidi (e gli effetti acquatici sono un bijou, peccato che l’azione si svolga prevalentemente a terra) quanto in un’atmosfera che, per quanto largamente basata su un’idea di Belpaese esistente solo nelle guide turistiche e nella testa di sceneggiatori con Mario Merola al posto del cervello, può risultare allo sguardo di uno spettatore NON italiano un’esperienza onirica e a suo modo favolistica.

Cromaticamente azzeccato e con un largo utilizzo di sogni ed immaginazione del piccolo protagonista a dare esagerazione scenica a fattori esperenzialmente normali, la pellicola permette di lasciarsi andare alla fantasia insieme al giovane protagonista, sfuggendo ad una realtà banale e limitata per abbracciare l’avventura e l’azione.

Tematicamente la pellicola si basa purtroppo su dinamiche famigliari e relazionali piuttosto consuete: abbiamo infatti come punti principali il giovane che vuole esplorare il mondo a dispetto di genitori prudenti e castranti verso i desideri di scoperta del pargolo, i compari sbarazzini che contribuiscono alla crescita morale del protagonista, il rivale monodimensionale con scagnozzi al seguito, lo scontro fra due mondi molto diversi e ostili tra loro…
Luca non intraprende percorsi narrativi originali preferendo invece adagiarsi su binari già scritti, che per quanto siano efficaci nella loro abitudinarietà non permettono però all’opera di spiccare rispetto alle numerosissime precedenti in cui tali elementi siano già stato presentati.

Ideale quindi per un pubblico di bambini e ragazzini che anagraficamente parlando non possiedano un bagaglio culturale troppo vasto e che ancora possano sorprendersi dalla proposizione di relazioni consuete, ma che più difficilmente potrebbe catturare l’interesse di adulti maggiormente scafati e maturi.

Menzione di estremo disonore su tutta la famiglia e sulla mucca per il personaggio di Giulia Marcovaldo (a proposito, tra questo, Paguro e Scorfano, i cognomi probabilmente li hanno pescati da un Topolino degli anni ’60): il più classico dei tomboys che talvolta tracima in una “pick me girl” irritante, segno che evidentemente nel mainstream i personaggi femminili debbano continuare ad essere scritti come uomini con la vagina, pure in tenera età.

Bambine, pensare ai vestiti e al trucco non è una cosa stupida, è semplicemente un interesse come ce ne possono essere altri duecento: finché le vostre passioni non fanno male a nessuno e portano positività nella vostra vita, vanno benissimo indipendentemente da quali esse siano.

Un’animazione che mostra i muscoli ed una storia che per quanto sia esasperatamente semplice può funzionare non riescono però a celare la mancanza in questo film di una profondità tematica che permetta sia agli infanti che ai loro genitori di trovarvi spunti di interesse e riflessione, cosa che invece accade in altre pellicole Disney-Pixar (come il recente Soul, per citare un esempio).

Per quanto non abbia la connotazione registica o contenutistica di un brutto film, Luca è la più azzeccata rappresentazione cinematografica del meme cartoon su King Ghidora, in cui il drago elettrico nipponico viene rappresentato con una delle tre teste più stupida delle altre due.

Il comparto visivo è infatti ottimo.

Quello narrativo è banale.

Quello di contesto/ambientazione è da processo per direttissima.

Anche se, come già accennato, il pubblico straniero possa essere affascinato da una zuccherosa Italia da cartolina, un nostro connazionale potrebbe alzare ben più di un sopracciglio nei confronti di un irrealismo nettamente maggiore nella rappresentazione degli italiani rispetto alla presenza di mostri marini mutaforma e parlanti.

Il che è tutto dire.

Viva la pasta.

Abbasso questi film.

Commenti su: "Luca" (1)

  1. Carol ha detto:

    Ahah mi hai fatto ridere un sacco, recensione come sempre molto ficcante!

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