L'amichevole cinefilo di quartiere

Il divin codino

Ah, da quando Baggio non gioca più…

TRAMA: Alcuni spezzoni personali e professionali riguardanti la vita di Roberto Baggio, uno dei più grandi calciatori italiani della storia.

RECENSIONI:

“Nino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questo particolari che si giudica un giocatore”.

Così canta De Gregori nella struggente La leva calcistica del ’68: un elogio al superamento delle paure, affidandosi alla forza di buttare il cuore oltre l’ostacolo senza farsi frenare dai timori mentali, naturale conseguenza della volontà di raggiungere i propri obiettivi.
La presa di coscienza di cosa sia veramente importante, nello sport come nella vita, e di come la crescita personale sia per forza costellata da avversità da scavalcare.

Il famigerato rigore di Pasadena, tirato alle stelle e sigillo del quarto Mondiale di calcio vinto dal Brasile, è il perno focale attraverso il quale si diramano come i petali di una rosa dal proprio bocciolo alcuni segmenti narrativi della storia, prima umana e solo poi professionale, di un giocatore che così tanto è stato amato dai tifosi quanto probabilmente troppo poco da allenatori, destino e buona sorte.

È infatti proprio la sofferenza dell’uomo il fattore nevralgico di questo Il divin codino, in cui l’elemento empireo cede umilmente il passo ad una narrazione impregnata del sudore del mortale, la cui mente deve fortificarsi attraverso lo sprone delle esperienze negative ed il cui fisico nel corso degli anni subisce un’azione erosiva da parte dello spietato Padre Tempo, che lo costringe a venire a patti con la propria ontologica caducità.

Come Bellerofonte che una volta invecchiato non riesce più a scalare con successo il monte Olimpo, il Roberto Baggio di questo film possiede relativamente poco del campione sportivo dal talento cristallino e molto più dell’uomo in difficoltà: questa scelta costituisce il più grande pregio, ma anche limite, dell’intera pellicola.

Pregio perché paradossalmente non siamo di fronte ad un film sul calcio.

Questa foto è contemporaneamente bellissima e bruttissima.

Baggio trascende il prato verde con le due porte: egli è un simbolo sovrasportivo, alla pari di campioni di altre discipline come Jordan, Senna o Alì: personaggi che hanno saputo utilizzare la propria disciplina sportiva per elevarsi ad un qualcosa di estremamente più potente, in senso mediatico o meramente simbolico, entrando nelle vite delle persone.
La grandezza del Raffaello del pallone non si misura dai titoli vinti o dalle sue gesta in campo, ma dal ruolo che gli è stato attribuito dalle folle: milioni di individui diversissimi per ceto sociale e cultura che nel corso degli anni grazie a lui hanno riso, pianto o sognato, ammirando il suo codino al vento e rendendolo una parte imprescindibile della storia popolare italiana.

Questo fattore è però anche un grosso difetto nell’economia del film, perché per un astemio dell’argomento che si basi esclusivamente su quanto narrato nell’opera di Netflix potrebbe non risultare ben chiaro perché il numero 10 della Nazionale (e della Fiorentina, e della Juventus, e del Brescia…) abbia il proprio nome scolpito nella Hall of Fame del pallone a scacchi.

Strano da dirsi, considerato l’ingombrantissimo soggetto, ma Il divin codino racchiude più che altro un insieme di momenti tendenzialmente agrodolci, se non proprio pessimi, della carriera di Baggio.

Mancano infatti molti dei periodi migliori: non si parla ad esempio degli anni ruggenti alla Fiorentina, così come vengono sorvolate le relative ed asprissime polemiche dei tifosi viola a seguito del suo passaggio alla Juventus; sono tralasciati gli stessi trascorsi bianconeri, caratterizzati da grandi annate a livello individuale (115 goal in 200 presenze, tre trofei vinti) pur in una squadra non esaltante, mentre persino il Pallone d’Oro, il più grande riconoscimento calcistico individuale, è relegato a soprammobile su una mensola.

Zero menzioni anche per Milan (in cui conquistò il suo secondo scudetto) e la stagione al Bologna (22 goal in A, suo record in carriera e terzo nella classifica marcatori 97/98 dietro a Bierhoff e Ronaldo): sarebbe stata preferibile una narrazione di più ampio respiro, che avrebbe appunto giovato in un’ottica di esaltazione dei momenti felici e cupi di uno sportivo di alto livello.

Per quanto sia proprio la sconfitta, malintenzionato armato di coltello che attende in agguato il campione negli angoli bui della sua carriera, uno degli elementi che probabilmente ha contribuito a far entrare Baggio nel cuore di così tanti appassionati di pallone (e non), la pellicola affonda forse troppo il colpo nella sofferenza e poco nella vittoria, fornendo un quadro d’insieme scarno (92 minuti per una carriera del genere sono una miseria) che sembra bearsi maggiormente nell’elisione della distanza tra personaggio e pubblico attraverso l’empatia rispetto alla raffigurazione di uno sportivo all’apice.

Un ulteriore tema di grande importanza nel film è il rapporto padre/figlio, che il calciatore trasla dal suo genitore biologico ai suoi allenatori (esplicitamente indicati in una scena come padri putativi per i propri assistiti).

Tutto nasce ovviamente dal granitico Florindo Baggio, padre di otto figli i quali vengono educati a valori fondamentali come l’umiltà, l’importanza del lavoro e il “volare bassi” (immagine che presta il fianco al paragone con le anatre in una delle sequenze iniziali): tali insegnamenti sono però considerati fin troppo severi e castranti dal giovane Roberto, asso in divenire, che ritiene di non essere abbastanza valutato dal burbero genitore nonostante egli cerchi di impressionarlo positivamente.

La frustrazione per i mancati riconoscimenti da parte del padre si trascina quindi con i vari tecnici incontrati lungo il corso della carriera e di conseguenza in Nazionale, con Arrigo Sacchi che da notorio integralista e personaggio dal non esile ego fatica parecchio a digerire l’esuberanza in campo del fenomeno di Caldogno.

Ormai famigerati gli screzi con Arrighe: definito un matto in mondovisione al momento della sostituzione contro la Norvegia e con frequenti dissapori tra il detto e il non detto dovuti alla preponderanza che Baggio ebbe nel trascinare una squadra, forte nei singoli ma assai mediocre nel gioco, a quell’Odissea di USA ’94 (ripescati nel girone, poi fase ad eliminazione diretta pre-Pasadena faticando tantissimo contro Nigeria, Spagna e Bulgaria), mentre il mister al contrario veniva aspramente criticato da ambo i lati dell’Atlantico.

Dopo i rapporti tra molti più bassi che alti con i non citati nel film Ulivieri e Lippi, e con lo sfondo del Mondiale nippo-coreano saltato causa sfiducia da parte del Trap (che con il senno di poi fece risparmiare a Baggio la Corea del Sud, Moreno e Ronaldo da Lima con i capelli a pube femminile anni ’90 cannoniere del solito Brasile vincitore), Roberto trova in Carlo Mazzone un secondo genitore, molto più coccolone e protettivo nei confronti del capelluto figlioccio rispetto ai precedenti colleghi.

Sollevato dalle pressioni della vittoria e con la salvezza in Serie A come unico obiettivo, il campione trova con Sor Magara la serenità mentale giusta per connettersi idealmente con l’umiltà insegnatagli dal padre, mettendo così il proprio talento al servizio degli ultimi [non me ne vogliano i bresciani, la mia famiglia è per metà di quella zona: a quelle latitudini nominare personaggi come Baggio, Hübner, Cosmi o Mazzone equivale ad evocare divinità pagane].

Questa non potevo non piazzarla nella recensione.

Andrea Arcangeli offre una prova convincente.
Pur con una somiglianza estetica apprezzabile ma non esagerata, l’attore mette in scena un Baggio tormentato, schiavo del suo essere orso a livello caratteriale e schiacciato dal peso di un destino che non è riuscito ad afferrare appieno.
Difficilissimo calarsi nei panni di un personaggio così noto e amato, si supera l’imbarazzo di Castellitto in Speravo de morì prima (opera comunque nettamente diversa nei toni) per raffigurare qui una persona più complessa e approfondita.

Il divin codino non è un film dalla cattiva realizzazione, ma soffre dell’essere troppo stringato e sintetico, facendo pesare molto di più le omissioni rispetto a quanto venga raccontato.

Roberto Baggio è stato uno dei più grandi, ma anche flagellato da infortuni che ne hanno minato il rendimento nei momenti chiave della sua carriera (Mondiali statunitensi in primis).
Un fenomeno di tecnica, ma il cui palmares a livello collettivo cita la miseria di quattro trofei: bilancio a posteriori piuttosto deludente considerata la sua militanza in Juventus, Milan e Inter, le tre squadre più titolate del calcio italiano.

Il più Ettore tra gli Achille.

Commenti su: "Il divin codino" (3)

  1. Anch’io ho parlato di Roberto Baggio (e di un altro campione dalla storia simile alla sua) in questo post: https://lapinsu.wordpress.com/2021/05/13/grazie-di-tutto-ribery-guest-post-di-nuovo/

  2. Questa è stata una bella recensione. Ti do assolutamente ragione quando elenchi i limiti e i difetti di quest’opera, ma personalmente ho apprezzato come abbiamo parlato dell’uomo dietro alla leggenda, cosa che purtroppo non succede spesso. In ogni caso, ottimo lavoro!

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