L'amichevole cinefilo di quartiere

Speravo de morì prima

[Rispondendo alla domanda di Maurizio Mosca «Francesco, come mai non fai due o tre anni in un’altra squadra per vincere qualcosa in più?»] 
«Perché sono cresciuto nella Roma e morirò nella Roma, perché sono sempre stato tifoso della Roma!»

TRAMA: Gli ultimi anni der Pupone na’a Maggica, tra i ricordi der passato che nun pò più tornà, er rapporto con la famija sua e quei fiji de ‘na mignotta da’a diriggenza e der pelato.

RECENSIONE:

[La mia latitudine d’origine è troppo “sbrisolona e lambrusco” per scrivere l’intero articolo in romanesco, anche se farlo mi avrebbe divertito parecchio]

Con il titolo tratto da un celebre due aste comparso sugli spalti durante l’addio di Francesco Totti al calcio giocato, Speravo de morì prima è una bassina, sempliciotta ma a suo modo simpatica serie tv appunto focalizzata sull’appesa degli scarpini al chiodo da parte del numero 10 giallorosso.

Spalmato su sei puntate della durata di circa quaranta minuti l’una, il processo di ritiro dall’attività agonistica dell’ottavo re di Roma (nono, se consideriamo Falcao) è rappresentato con i toni tipici dell’uscita da un’adolescenza fatata, con un ragazzo che a quarant’anni si scopre uomo e deve decidere cosa fare della sua futura vita “da adulto”.

Questo tema è arricchito dai più classici elementi presenti nelle storie di passaggio.

Abbiamo infatti in primis il rapporto con la famiglia, qui un’oasi felice dell’uomo prima ancora che del calciatore, con una coppia di genitori affiatati che lasciano poi il posto ad una moglie amorevole che sostiene indefessamente il marito pur non risparmiandogli delle note sul suo punto di vista, oltre che eventuali critiche in merito al modo (piuttosto depresso e malinconico) che il consorte manifesti nell’affrontare la propria situazione.

Al capo opposto del ring, invece, la dirigenza dell’Associazione Sportiva Roma, grigi businessmen apparentemente senza cuore ma che stanno meramente operando per il bene più generale della propria società, nonché ovviamente Luciano Spalletti, allenatore deputato a villain principale della serie per il suo manifesto ostracismo nei confronti del ragazzone di Porta Metronia.

Totti è un campione del suo sport che fatica però ad accettare il naturale scorrere degli anni: un uomo moralmente semplice che improvvisamente si trova a fare i conti con l’incedere lento e costante di Padre Tempo, e che venendo pressato dai suoi superiori si intestardisce in una posizione estremamente recalcitrante verso un ruolo giocoforza sempre più secondario nella squadra.

E comunque l’attore che interpreta De Rossi è uguale a Pjanic…

Una persona, oltre che un personaggio, il quale tenta di utilizzare come appiglio il sostegno di un pubblico che sì da un’intera carriera lo idolatra, ma nelle cui fila cominciano timidamente a palesarsi dubbi e riserve sul ruolo che il loro capitano possa e debba avere nella loro squadra del cuore una volta entrato negli onerosi -anta.

Speravo de morì prima affronta tutto ciò in una modalità espositiva estremamente diretta e semplice, dichiarandosi implicitamente un prodotto per un pubblico dalle basse pretese (ahó, è ‘na serie sur Francè nostro, nun stamo a fa’ Bergman) ma dimostrando altresì di possedere qualche freccia al proprio arco che le fanno guadagnare una normale sufficienza.

La serie infatti, probabilmente complice Sky, imbastisce una narrazione ed un’impostazione visiva molto poco italiane (per dirla alla Stanis di Boris): nonostante la sua crassa veracità contenutistica vengono utilizzati piccoli trucchetti, se vogliamo anche banali (nell’ambito ad esempio di sfondamenti della quarta parete, montaggi e combinazioni di inquadrature), che però la pongono fortunatamente anni luce distante sia dalle buoniste fiction RAI per ricoverati all’ospizio, sia da quelle MEDIASET a base di Gabriel Garko nei panni di torridi e monoespressivi criminali meridionali.

Il respiro vaghissimamente internazionale è sicuramente un balsamo per lenire le ferite di quella che, eliminando il contesto calcistico e romanesco, risulta in fin dei conti una storiella di piccolezze, e ciò si palesa come sicuramente salutare anche per la sopportazione da parte di un pubblico che probabilmente avrebbe trovato difficilmente digeribile una differente struttura narrativa.

Altro punto di forza sono gli attori nei ruoli di contorno, in particolare tre.

Il primo è sicuramente Gianmarco Tognazzi come Luciano Spalletti.

Se a livello puramente estetico, eccezion fatta per la calvizie, siamo piuttosto distanti, le movenze facciali e posturali del tecnico di Certaldo sono splendidamente incarnate dall’attore romano (e milanista).

Lucianone è un uomo poco amante delle emozioni.

Spalletti è un uomo che, pur talvolta simpatico quanto un felino domestico avvinghiato ai genitali maschili, è portatore di una grande sofferenza e nervosismo interiori, preso tra i due fuochi del dover lavorare per il bene del team e quello di trovarsi un’ingombrantissimo elefante nella stanza: la necessaria gestione di un ex amico non più indispensabile e i cui rapporti sono ormai dichiaratamente ostili, ma dotato di un peso carismatico adamantino da tamponare con la maestria di un prezzolato chirurgo.

Pur con i suoi difetti e fautore di atteggiamenti umani sicuramente rivedibili, sembra però abbastanza gratuito assistere a come questa serie rappresenti Spalletti nelle vesti di un villain piuttosto bidimensionale; fortunatamente però l’interpretazione di Tognazzi costituisce nettamente uno dei punti di spicco del prodotto.

Gli altri due attori dal miglior risultato sono Greta Scarano e Gabriel Montesi.

La Scarano impersona una Ilary Blasi che, pur anche in questo caso non ricercando la somiglianza estetica più estrema con la controparte reale, riesce a mostrare una signora Totti come moglie e madre affettuosa.

Grazie ad una vocalità, quella sì, di rara vicinanza alla ex letterina, la Scarano è una Penelope non rassegnata alla tessitura di una tela infinita, bensì una figura costantemente vicina al marito, aiutandolo nei momenti più complicati e facendogli sentire la propria presenza: un ruolo sì abbastanza stereotipato di angelo del focolare, ma che in una esposizione narrativa, come già più volte detto, di livello medio-basso, non risulta stonata.

Piuttosto bizzarro ma sorprendentemente azzeccato è invece dotare il pibe de Bari Antonio Cassano di un ruolo da Grillo Parlante: l’amico già ritiratosi dallo sport che si confronta con il protagonista in momenti onirici à la David Lynch alla vaccinara, che vedono il Pupone dialogare con la più impomatata e pugliese sezione della sua mente alla ricerca di quale sia il più giusto da farsi.

Qui vale il discorso opposto rispetto a quanto detto in precedenza per Spalletti e la Blasi: fortunatamente la anche qui presente bidimensionalità del personaggio NON è stata mostrata nel suo notorio ed insaziabile amore per la parte del corpo femminile comunemente associata alla forma del triangolo, ma al suo comportamente da persona molto semplice, schietta e di chiare vedute, nel bene e nel male.

Note dolenti ovviamente sono presenti in Speravo de morì prima, anche se quasi tutte possono essere ascritte al già più volte citato target di pubblico “popolare” che permette quindi alla serie di non avere insormontabili pretese artistiche.

Purtroppo però è anche da menzionare una pecca non da poco, su cui finora nella recensione si è volutamente sorvolato.

Pietro Castellitto è nato nel 1991.

Pietro Castellitto ha l’aspetto di un giovanile ragazzo nato nel 1991.

Escludendo alcuni flashback, Pietro Castellitto incarna un personaggio di un’età tra i 39 e i 41 anni.

Pietro Castellitto interpreta un personaggio che per il 90% della serie viene trattato come un vecchio di merda, nonostante abbia la faccia di uno che deve mostrare il documento al tabaccaio per comprare le paglie.

Guardete com’eri, guardete come sei… Me pari tu zio!

Ora, non per cattiveria gratuita, ma il figlio di Sergio non riesce nemmeno per una volta a risultare un quarantenne credibile, ed è decisamente fortunato che il tono… diciamo… “scanzonato” dell’opera gli consenta una maggiore libertà di manovra ed un occhio di bue meno critico nei riguardi della propria performance: in compenso come per la Scarano abbiamo un’affinità vocale molto maggiore che estetica con l’ex Campione del Mondo 2006, la quale permette se non altro apprezzabile immersione nelle vicende.

Un vero peccato, perciò, che per quanto la recitazione in sé sia tutt’altro che malvagia venga richiesto allo spettatore una sospensione dell’incredulità mostruosa considerando la fama che l’iconico faccione di Totti si sia guadagnata nell’immaginario collettivo.

Speravo de morì prima non è una brutta serie televisiva, anzi, se si supera lo scoglio calcistico / romano / romanesco / romanista / italico può anche risultare meglio riuscita di altre produzioni magari dal budget più elevato o con più elevati obiettivi narrativi.

A suo modo sorprendente.

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