L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per maggio, 2020

The Last Dance


But don’t forget who’s takin’ you home

And in whose arms you’re gonna be
So darling, save the last dance for me

TRAMA: La stagione 1997-1998 della squadra di basket dei Chicago Bulls, ultimo campionato di Michael Jordan con la franchigia dell’Illinois, attraverso immagini in parte inedite di una troupe cinematografica della NBA Entertainment che nell’arco dell’intero torneo ha avuto la possibilità di seguire tutte le attività del team.

RECENSIONE:

Gli Stati Uniti sono una nazione giovane.

Ciò comporta, oltre a non poter vantare una storia antica esclusa quella con protagonisti uomini dalla pelle color mattone, la contemporanea assenza di una mitologia classica: la mancanza, cioè, di quella serie di racconti tramandati nei secoli incentrati su figure mitiche e le loro eroiche imprese.

Gli Stati Uniti non hanno Gilgameš.

Gli Stati Uniti non hanno Achille.

Gli Stati Uniti non hanno Sigfrido.

“Ulisse schernisce Polifemo”, di William Turner (1829)

Che fare, quindi, per munirsi di una propria epica, non potendone disporre attingendo da quella cultura ancestrale che invece mantengono i popoli rimasti stanziali nel Vecchio Continente?

Semplice: se non si va a pescare dal passato, distogliere l’occhio dai tempi che furono e puntarlo sulla modernità.

Utilizzare come colonna vertebrale per la costruzione del proprio èpos i gladiatori delle nuove battaglie, sicuramente meno sanguinose di quelle mitiche, ma i cui araldi sono altrettanto popolari tra le masse.

Gli sportivi.

The Last Dance prende spunto proprio da questo elemento, esaltando volontariamente i Chicago Bulls degli anni ’90 e traendo informazioni e testimonianze da chi quella storia sportiva l’ha vissuta, per affrescare una Cappella Sistina densa tanto di successi quanto di momenti iconici legati ad essi.

Il protagonista indiscusso della vicenda è ovviamente Michael Jeffrey Jordan.

La serie mostra omericamente per immagini la sua pantagruelica fame di vittorie, l’istinto da killer nel sopraffare l’avversario piccolo o grande, gli affronti verbali talvolta semplicemente scherzosi ed innocui vissuti come onte da lavare nell’arena… tutto ciò che riguarda il 23 di Chicago diventa epitome di un istinto insaziabile.

L’atleta dalla mentalità esasperatamente vincente è spinto come una vela dal vento di una ricerca ossessiva della superiorità, del successo, della posizione apicale come unica raison d’être.
L’eroe deve vincere per lo stesso principio naturale che vede il leone al vertice della catena alimentare africana: per chi combatte così strenuamente per la vetta la sconfitta è paragonabile ad una morte sportiva, vuol dire polvere e vuol dire oblio.

Questa foto contiene 19 titoli NBA.

Michael Jordan non è infatti un Ettore, che combatte allo stremo delle sue limitate forze mortali perché a causa di un’avventatezza del fratello si ritrova da un giorno all’altro attraccato sulle patrie spiagge l’esercito più potente del globo.
Non ha lo sguardo dolente di chi è conscio delle difficoltà di una lotta che lui non ha né causato né voluto.

Jordan è un Achille, un semidio che poco ha a che spartire con coloro che lo affiancano nelle sue battaglie: il suo puntiglio nella competizione, il suo illimitato agonismo e la vir nel raggiungimento dei propri obiettivi derivano dalla sua sete di gloria, dalla volontà che nei secoli a venire si parli ancora delle sue gesta.
Jordan cerca la lotta, vuole il conflitto, ed è pronto a spazzare via dalla sua strada coloro che lo ostacolino in questo obiettivo.

Durante la sua carriera sportiva, il numero 23 dovette affrontare non solo i nemici sul parquet, il cui focus di contesa è un pallone, un canestro o un anello, ma anche avversari esterni al campo.

Il gioco d’azzardo, la passione per le scommesse e le amicizie rivedibili offrono un lato umano dell’eroe che lo rende perciò un Übermensch nietzschiano solo sul campo da basket; al di fuori di esso egli viene colpito dalla sua stessa hybris, che sì lo condiziona portandolo a risultati sportivi più che ragguardevoli, ma gli fa anche compiere dei passi falsi agli occhi del pubblico se andiamo a considerare l’elemento squisitamente umano ed empatico.

Tra compagni di squadra trattati palesemente a pesci in faccia, atti di stizza, reazioni in un caso violente (chiedere al viso di Steve Kerr per conferma), un’inchiesta giornalistica piuttosto severa nei suoi confronti ed un atteggiamento talvolta ruvido ed ermetico, Jordan è, come tutti i campioni, perfettamente consapevole delle proprie capacità, e per questo sa che deve costantemente dimostrarle tanto al pubblico quanto ad avversari e alleati.

Il lutto per la morte del padre è fonte di immenso dolore quanto di radicale cambiamento: Jordan abbraccia uno sport, il baseball, che praticò solo in gioventù come coronamento del sogno postumo dell’ascendente, con risultati sopra la media ma inevitabilmente offuscati dal fulgore delle precedenti battaglie di pallacanestro.

Il suo (primo) ritorno è un Ulisse che riapproda finalmente ad Itaca e deve difendere l’amata Penelope dalla corte dei Proci: l’eroe ritrova una patria a cui deve riabituarsi, che deve riconquistare avendo perduto, causa l’assenza, quel diritto conquistatosi con anni di lotte e battaglie.

Per quanto talvolta la docu-serie deflagri comprensibilmente sul proprio focus umano principale e si trasformi in un Vita, morte e miracoli di Michael Jordan, essa riesce però a non dimenticarsi di offrire uno spazio, seppur talvolta minimo, alle figure di contorno della star dei Bulls.

Il primo è Scottie Pippen, perfetto Robin per il Batman vestito del 23. Il suo contratto poco oneroso rispetto ai compagni, che porta al crearsi di tensioni con la dirigenza è il casus belli che rende il denaro un segno di rispetto e di riconoscenza per le trionfali cavalcate al successo.
Pippen è la difficoltà del secondo, l’inscalfibile certezza di avere qualcuno accanto che è e sarà sempre migliore di te, unita alla consapevolezza di dover svolgere al meglio il proprio ruolo per il bene comune.

C’è Dennis Rodman, personaggio unico ed inimitabile: capelli dai colori improponibili, piercing ed un carattere complesso. Apparentemente ruvido all’esterno, questa sua superficiale bizzarria è uno scudo per proteggere un animo fragile e bisognoso di svago, ben evidenziato nella serie dal racconto del suo periodo triste a Detroit e la vena comica legata ai suoi viaggi di piacere.

“Viaggi di piacere” accompagnato da questa signorina qui.

C’è spazio anche per Toni Kukoč , spilungone croato la cui pedina sulla scacchiera dell’epopea dei Bulls attraversa vari cambiamenti di ruolo, talvolta inconsapevoli: da star indiscussa nel Vecchio Continente, l’europeo diventa Pomo della Discordia tra la dirigenza dei Tori e i giocatori già sotto contratto (con doppio scontro gladiatorio durante le Olimpiadi 1992), capitanati come accennato dall’insoddisfatto Pippen, sentitosi rimpiazzato.

Viene concessa doverosa luce anche agli apparenti comprimari: John Paxson prima e Steve Kerr poi non sono meri Patroclo sacrificati sul polveroso campo di battaglia per portare al ritorno in battaglia del pelide Jordan, ma tasselli senza i quali il puzzle non avrebbe potuto completarsi.
La dimostrazione vivente che per ritagliarsi il proprio momento di gloria basta talvolta farsi trovare pronti al posto giusto e nel momento giusto.

E non c’è eroe senza antagonisti, non c’è Bellerofonte senza Chimera: in tal senso i Bulls e Jordan ebbero avversari a non finire.

Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird come vecchi eroi del passato, due cowboy del West che devono giocoforza piegarsi all’arrivo nelle aride pianure nordamericane della ferrovia di Jordan; un passaggio di testimone necessario come tributo di sangue all’implacabile Padre Tempo, ma che a posteriori ha creato una rispettosa amicizia reciproca in nome delle innumerevoli battaglie reciproche e non.

I Detroit Pistons, i Ragazzacci brutti, sporchi e cattivi che avevano nel fumantino Isiah Thomas la loro stella (pur costandogli il suo carattere l’Oro olimpico): dei guastafeste che con le loro regole speciali per urtare fisicamente le stelle avversarie fanno capire a Jordan la necessità di unire il talento al fisico, in modo che il suo corpo possa irrobustirsi ed essere in grado di dare battaglia anche quando all’elegante fioretto si sostituiscono le brutali clave.

Reggie “The KIller” MIller, il nuovo che avanza: colui che portò alla creazione dell’appellativo “Gesù Nero” per il numero 23 (che rispose in questo modo alla provocazione della futura stella di Indiana “Ehi, sei tu Michael Jordan, quello che cammina sulle acque?”); con Miller ritorna anche Bird in versione allenatore, con l’avversario che incrocia di nuovo la strada dell’eroe ma in altre vesti, pur con lo stesso cipiglio battagliero e lo stesso rispetto reciproco.

Scilla e Cariddi si sono trasferite dallo stretto di Messina alle montagne dello Utah: John Stockton e Karl Malone furono coloro che meglio cercarono di arginare lo strapotere dei Bulls in due tirate finali consecutive.
“Il Muto” e “Il Postino” formarono una delle coppie più affiatate dell’intera storia NBA, ma gli assist del primo e la costanza realizzativa del secondo non bastarono a fermare Jordan e soci.

A sinistra il secondo miglior marcatore della storia NBA. A destra il migliore della storia per assist e palle rubate.

Come il mito classico, The Last Dance è perciò una serie di macro-temi e vari archetipi narrati attraverso le tipologie caratteriali dei personaggi presenti, che incarnano quindi uno o più elementi utili per la narrazione complessiva.
La differenza con l’epopea antica è che qui non abbiamo un aedo a narrare queste gesta, ma vi sono in sua vece le immagini e le parole degli stessi protagonisti; assistere ad achei e troiani narrare le gesta avvenute durante la guerra per Ilio permette di eliminare le distanze tra racconto e suo pubblico, immergendo maggiormente lo spettatore nel mood e nell’ambiente in cui si svolsero le vicende.

Ovviamente non siamo di fronte ad un prodotto oggettivamente storiografico, ma non è questo l’obiettivo della serie targata ESPN: chi si lamenta della presenza di svariate lacune o dello spazio dato o tolto a determinati personaggi è paragonabile a chi assista al duello tra Amleto e Laerte a teatro e critichi l’assenza di veleno sulle spade degli attori.

The Last dance è comunque una serie caldamente consigliata non solo per gli amanti della palla a spicchi, ma anche per chi voglia conoscere più da vicino i retroscena di un’impresa sportiva; chi voglia meglio comprendere quanta fatica ci sia e quanto sia lungo il cammino prima di poter tagliare la striscia di stoffa del traguardo.

Perché i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione.

Searching


Who are you?

Who, who, who, who?

TRAMA: La figlia di David, la sedicenne Margot, scompare all’improvviso. Le indagini della polizia non portano a nulla, l’uomo decide quindi di seguire le tracce digitali lasciate dalla ragazza.

RECENSIONE:

Girato interamente dal punto di vista degli smartphone e dei computer, Searching è un esempio interessante e ben riuscito di come il fattore meramente tecnologico della nostra esistenza possa andarsi a fondere con l’elemento cinematografico per creare una piacevole amalgama.

La scomparsa di una sedicenne e la sua disperata ricerca da parte del padre diventa una leva di Archimede per mostrare quanto la cerchia di contatti che la maggior parte di noi ha creato in quello sconfinato mondo che è la rete offra una vastità infinita di possibilità creative quanto anche di vuotezza effimera.

Il costante utilizzo dei dispositivi elettronici, quel “black mirror” le cui distopiche devianze hanno fatto le fortune di Charlie Brooker, permette al film di costruire un interessante percorso di esposizione narrativa in cui ogni schermo è un’artificiale mollica di pane che il Pollicino Aneesh Chaganty (regista classe 1991, tenetelo d’occhio) dissemina lungo il percorso per accompagnare lo spettatore alla verità.

“Amici” su Facebook di cui non conosciamo nemmeno il volto, spettatori dei nostri video di cui ignoriamo l’identità, testimoni di una fetta più o meno grande della nostra vita che decidiamo coscientemente o meno di offrire in pasto ad un pubblico di cui fatichiamo a concepire l’estensione… ogni individuo con cui entriamo in contatto potrebbe essere ben diverso da come la sua identità sulla rete ci appaia.

Il confine tra realtà ed apparenza diventa perciò una nebbia sfumata, in cui ciò che siamo e ciò che mostriamo al web talvolta non costituiscono nemmeno i lati della stessa medaglia, ma radicalmente un castello di carte inventato dalla nostra psiche per fornirci svago, rifugio o scudo contro la concretezza del mondo esterno.

E quindi la ricerca della verità e della giustizia si fa percorso tumultuoso come un torrente montano, poiché il viaggio è pregno di vicoli ciechi, di punti morti, di false piste, e solo un padre ardimentoso e determinato può trovare la forza morale di perseguire un tragitto che probabilmente lo porterà a risvolti amari.

Chaganty è architetto di sentimenti contrastanti, tra l’ansia, la speranza, la rabbia e il dubbio, sapendo gestire come un ben più navigato direttore d’orchestra la variegata gamma di media a sua (e nostra) disposizione.

Prova solida dello statunitense di origini sudcoreane John Cho, che dopo anni nella commedia (con partecipazioni a serie come American Pie e Harold & Kumar) e un ruolo brillante nei recenti Star Trek dimostra di avere qualche buona carta da giocare anche al tavolo del dramma.

Consigliata la visione al computer, per aumentare l’immersività della trama.

The Midnight Gospel – Serie tv


Didn’t know what time it was and the lights were low

I leaned back on my radio.

TRAMA: Un buffo spacecaster decide di esplorare un multiverso di mondi prossimi alla distruzione. Il suo obiettivo è trovare le risposte alle più importanti domande sulla vita, la morte, il significato dei sogni, la psiche, i valori sociali e politici. In ogni sua perlustrazione spaziale fa la conoscenza di interlocutori sempre diversi, i quali lo aiutano a comprendere meglio il suo mondo e lo scopo dell’umanità intera.

RECENSIONE:


Creata da Pendleton Ward, ideatore della celebre serie animata Adventure Time, The Midnight Gospel è un tuffo lisergico nell’oceano della mente umana.

Basato sui viaggi nell’universo di un podcaster desideroso di intervistare personaggi che arricchiscano la sua conoscenza, come un novello Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, il cartoon presenta allo spettatore puntate tematicamente specifiche, in cui attraverso la conversazione tra il protagonista ed il suo interlocutore di turno vengono sviscerati importanti argomenti filosofici o morali.


Toccando gli elementi di riflessione più classica su cui secoli di filosofi hanno pontificato, come l’amore o la morte, o passando attraverso topic meno comuni come il rapporto tra maestro ed allievo o la ciclicità delle scelte esistenziali, questo Vangelo di Mezzanotte si posiziona nettamente sul sottile limite tra genialità e stramberia.

Se da un punto di vista strettamente contenutistico abbiamo infatti lunghe digressioni verbali che si occupano di enunciare differenti opinioni riguardanti una macro-area tematica, con uno spirito quasi alla stream of consciousness joyciano, la cornice visiva è caotica e vivace.
Ciò porta ad un connubio di ghiaccio bollente, in cui la ricchezza e la profondità di queste chiacchierate sono circondate da elementi scenici che non sfigurerebbero per originalità in Paura e delirio a Las Vegas.


Attraverso una coraggiosa scelta nel considerare il dialogo come una chiesa da porre al centro del villaggio (i personaggi continuano ad interloquire amabilmente fra loro anche nelle situazioni più pericolose o bizzarre), il contorno visivo narra una storia di importanza sottoboschiva, quasi un sottofondo musicale nella lettura di un saggio filosofico.

Il risultato è un prodotto che carpisce l’essenza di un trip allucinogeno al chiarore della luna, nel quale ci abbandoniamo con i nostri compari (o anche soli con noi stessi) a torrenti di considerazioni sparse sui grandi temi della nostra esistenza, apprezzando al tempo stesso quanto siano meravigliosi i ciuffi d’erba sui quali adagiamo mollemente, o quale funzione peculiare abbiano le nostre mani.


Al pubblico viene quindi offerta un’esperienza che può efficacemente portarlo a mature e riflessive introspezioni sul suo modo soggettivo di essere spettatore interagente con il mondo che lo circonda, quanto, molto più banalmente, annoiarlo a morte a causa del focus posizionato quasi interamente sui dialoghi.
Gli episodi mancano infatti di una vera e propria trama ben definita, non possedendo quindi la colonna vertebrale sui cui blocchi si appoggia l’attenzione di uno spettatore pigro.

Piuttosto apprezzato da una critica che si spera abbia un background conoscitivo tale da elogiare la qualità artistica di un’opera e non solo la sua effimera portata visiva o commerciale, The Midnight Gospel potrebbe risultare indigesto ad un pubblico non perfettamente allineato ad un’esperienza come quella qui offerta.

La dritta è quindi provare almeno la prima puntata (con tema principale la droga, e con il senno di poi quale migliore argomento per una serie di questo tipo), e in base a quella cercare di capire quanto possano interessare le successive sette.

Consigliato.

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