L'amichevole cinefilo di quartiere

After Life – Serie tv


«Papà dice che sei triste da quando zia Lisa è morta».
«Sì».
«Anche io. Sai che la sogno qualche volta?»
«Anche io».
«Perché i dottori non l’hanno curata?»
«Ci hanno provato».
«Perché Gesù non l’ha salvata?»
«Perché è uno stronzo».

Dopo la morte della moglie per un cancro, un uomo cade in depressione. Non trovando nessuna gioia nel vivere e abbattuto da continui pensieri suicidi, decide di passare le giornate a dire tutto quello che gli passa per la mente.

Scritta, diretta ed interpretata dal comico britannico Ricky Gervais, After Life è una serie tv di genere dramedy in cui le poche risate amare fanno da contorno ad un sottotesto di malinconia e introspezione.


Esiste un vero e proprio senso all’esistenza?

Perché continuare a vivere quando il nostro più grande amore non c’è più?
Perché piegarsi a convenzioni sociali inutili e stupide quando ciò che veramente desideriamo è la morte?

Attraverso un personaggio (che si è) scritto su misura per lui, Gervais propone un prodotto mesto ma deliziosamente cinico, il cui scopo non è abbattere il morale dello spettatore solo per il gusto di esporlo ad una tetra e cruda realtà, ma metterlo di fronte a come vengano gestite situazioni di vita comune da chi non sente di avere più nulla da perdere o per cui trattenere il proprio sarcasmo.


Ogni incontro, ogni esperienza, ogni piccola inezia della quotidianità è un’occasione per rimarcare la stupidità intrinseca di tali incroci; la nostra vita è il risultato di una somma lunga anni di innumerevoli momenti apparentemente privi di profondità, il cui significato risiede solo nel piccolo o grande valore che ognuno di noi conferisca agli stessi.

La perdita di una persona amata è irreversibile, e chi ha subito un lutto non può trovare la felicità in un ritorno materialmente impossibile: la gioia, se davvero desiderata, va ricercata in altri lidi emotivi e materiali, ma ciò deve giocoforza comportare un difficile abbandono al passato per affidarsi ad un ignoto futuro.


È proprio questo che il protagonista, Tony, non riesce a fare. Il ricordo della moglie, deceduta circa un anno prima, è ancora troppo vivido e potente da permettergli di proseguire nella propria esistenza, e ciò lo porta ad un opprimente desiderio di morte che egli razionalizza con semplicità e chiarezza.


Interessante da questo punto di vista il parallelismo tra Tony e l’anziano padre, il cui Alzheimer gli impedisce i ricordi.

Tra il figlio che non vede per sé un futuro ed il padre che non vede con chiarezza il passato viene rappresentato un rapporto basato su dialoghi brevi ma ricchi di significato, la cui diametralità introspettiva è ben coadiuvata dall’infermiera della casa di riposo per anziani, uno dei pochi personaggi a tener testa al cinismo di Tony.


Pregevole è anche la presenza di alcuni side characters che non si limitano ad esporre ottusamente opinioni personali sceme, ma si relazionano con il protagonista dal punto di vista di chi si ritrovi a fianco di qualcuno così ossessionato dalla propria morte.


La razionale brutalità di Tony non discende sul mondo come le Tavole della Legge, pur essendo il suo un personaggio strabordante per spazio e complessità rispetto agli altri, ma trova una sua ragione di confronto anche nelle altre figure.


In un cast di contorno ovviamente Gervais-centrico, riconoscibili dai fan de Il trono di spade sono il padre del protagonista, interpretato da David Bradley (Walder Frey nella serie di HBO) ed il bizzarro psicologo di Paul Kaye (ex Thoros di Myr).


Stile un po’ particolare, ma consigliata.

Commenti su: "After Life – Serie tv" (3)

  1. Il sarcasmo è forse la forma di comicità più difficile in assoluto, perché quando si fa una battuta di questo tipo è molto difficile risultare divertenti, e molto facile risultare sgradevoli. Forse l’unica volta che ho visto qualcuno risultare divertente facendo del sarcasmo è stata con la serie animata Daria, i cui scrittori erano dei veri fuoriclasse. Non solo nell’ideazione delle battute, ma anche nello sviluppare le trame e nel definire i personaggi. In quella serie era tutto semplicemente perfetto.

  2. Mi sono avvicinato a suo tempo a questa serie, sia per la stima che ho nei confronti di Gervais (ottimo scrittore comico, riuscito a sopravvivere indenne anche dopo le reiterate comparsate come giullare salvifico dell’ipocrita Hollywood che si incensa e si premia nelle occasioni di gala), sia perché questa miniserie era stata da noi accompagnata dal solito patetico polverone denigratorio in salsa social, sollevato dai pecoroni che ogni volta che arriva un prodotto dall’estero sposano, senza verificare, le tesi degli opinion leader di turno (personaggi di cultura variegata, più spettacolare che interiorizzata che si bullano dei loro like per sputare sentenze); si, volevo verificare se questo lavoro fosse davvero un Gervais in tono minore (come i coglioni dicevano) e sono stato felice di trovare invece una compattezza drammaturgica che ultimamente il nostro inglese aveva fatto fatica ad azzeccare.

    Sia la narrazione (squisitamente scandita da episodi molto corti, che si susseguono senza alcun richiamo di fine puntata, come capitoli di un vero romanzo), sia la verve sarcastica dei dialoghi, non sono mai fine a sé stessi, ma piuttosto al servizio di una storia evolutiva, di un personaggio che non trasforma una realtà che giustamente hai tu definito impossibile da riparare (la morte è ineluttabile, davvero, senza le facili e comode macchine del tempo della Marvel/Disney), ma adatta se stesso al nuovo corso.
    Alla fine è un romanzo morale, ma non pedante, pieno di personaggi azzeccati e non fracassoni (il postino è un gioiellino, ma il character del tossico è persino poetico), a tratti persino autocritica dello stesso approccio di Gervais al genere comedy.
    Un prodotto di intrattenimento davvero molto bello e che nel tempo mostra un vigore non biodegradabile, a differenza di tanta fuffa televisiva marcata Netflix.

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