L'amichevole cinefilo di quartiere

Tolo Tolo


«Ehi, sono Fragola86 e sono di Pompei. Tu, tu chi 6?»
«We, sono Banana33, ma 33 l’età non è. Capisci a me».

TRAMA: Un italiano, proprietario di un piccolo ristorante, fallisce perché travolto dai debiti e dalle tasse: per sfuggire ai creditori decide di scappare in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un villaggio turistico del Kenya…

RECENSIONE:

Quinta pellicola con protagonista il fenomeno di incassi al botteghino Checco Zalone (all’anagrafe Luca Medici), Tolo Tolo è un tentativo facilmente prevedibile di proporre critica sociale di grana grossa, che martella incessantemente sulle debolezze dell’italiano medio e sulla sua superficialità, in modo che lo spettatore possa riderne e in parte immedesimarsi.

Ossia lo stesso principio degli altri film con Zalone.

Fine.

Basta.

Stop.

Novanta minuti così.

I tanto vituperati cinepanettoni, che personalmente considero l’incarnazione del quinto Cavaliere dell’Apocalisse, hanno rappresentato lungo vari decenni i piccoli e grandi vizi dei compatrioti, attraverso pellicole orrende e ripetitive basate su stereotipi Nord/Sud, corna, poppe al vento e una quantità industriale di funzioni fisiologiche (con raffinata predilezione per merda e scoregge); bisogna però considerare che, a differenza dei prodotti del comico pugliese, almeno tali abomini non avevano nessuna pretesa di comicità intelligente (e vorrei ben vedere…), virata su un’eventuale satira che potesse smuovere le menti.

Obiettivo invece di quest’ultimo filone già dai tempi di Cado dalle nubi.

Tolo Tolo presenta inoltre come tema portante il ritorno alla patria di un italiano, che attraverso tale viaggio sperimenta sulla sua pelle le difficoltà del clandestino/immigrato: tale elemento si è però già visto non solo nel recentissimo e deludente Scappo a casa con Aldo Baglio, ma addirittura nel Mollo tutto del 1995 con Renato Pozzetto, pur concentrandosi Zalone sul tragitto in sé e non sulle differenze riscontrate una volta arrivati a destinazione.

Oltre che per il mero fattore di presentazione temporale, qui il tòpos è aggravato dalla già citata pretesa in fase di scrittura di unire le dirette risate dovute ad un classico (e visto, rivisto, stravisto…) gioco di contrasti e stereotipi con l’instillazione di una critica sociale quanto mai prevedibile e raffazzonata.

E quindi vari scontri fra culture, come ad esempio già in apertura:

– Il fallimentare tentativo di aprire un ristorante giapponese in una terra culinariamente agli antipodi (perciò vai con la ridicolizzazione sia della modernità ad ogni costo, sia dell’abitudinarietà caratteristica del bidimensionale italiano pizza/calcio/mamma);

– la riga d’evidenziatore sul dialogo che indica il legame consequenziale tra regole puntigliose e/o inutili e la facilità dei magheggi per evitarle (italiano furbetto e abbastanza ladro), con la permissività africana estremamente opposta dovuta alla mancanza di regole;

– l’ovvia presentazione di cosa il cittadino occidentale e quello africano considerino importanti (rappresentazione di superficialità, consumismo e distacco dalla cruda realtà in quanto abituati agli agi tipicamente occidentali).

Elementi che purtroppo falliscono nell’accendere una scintilla nella mente dello spettatore, in quanto presentati in modo eccessivamente didascalico.

Il film verte su un tema assai delicato: si sarebbe potuto optare tra una narrazione in punta di piedi e al tempo stesso amara da classica commedia matura, oppure viceversa affondare la mannaia del sarcasmo smembrando tutto e tutti.
In Tolo Tolo, invece, Zalone/Medici imbocca la vituperata terza via: prestando volto al solito personaggio coglione elargisce un’ironia all’acqua di rose che, tra una faciloneria e l’altra, porta a risate intellettualmente molto molto semplici, ponendosi perciò dichiaratamente come bersaglio per i gusti del pubblico nel modo più diretto e banale.

Non solo le figure italiane (tra cui spiccano solo truffatori vari, oltre ad una didascalica arrampicata sociale di un inetto riempito di raccomandazioni), ma anche gli stessi caratteristi africani subiscono questo trattamento.

Il ragazzo colto che ama l’Italia e la sua cultura (in particolare cinematografica) più dello stesso italiano medio funge solo da spalla per il menzionato ballo di contrasti; la bella ragazza con bambino a carico avrebbe potuto essere molto più esplicitata dal film nella condizione di donna-oggetto sessuale per ottenere favori vari, rimanendo invece sempre racchiusa in una comfort zone fastidiosa e inutile; lo stesso villaggio sperduto nel nulla e sorretto ancora da una figura sciamanica, come ribaltamento della città caotica in cui ogni bene è disponibile, mostra i soliti due-tre aspetti cardine.

L’Africa viene quindi sì presentata come un’enorme landa di gioie e sofferenze, sogni e disperazione, ma anche qui siamo veramente troppo lontani da un ritratto che non sia da volantino turistico o da Dark Continent for Dummies.

Dal punto di vista tecnico possiamo notare una regia apprezzabile, con un uso azzeccato soprattutto delle transizioni tra una scena e l’altra (per gli standard da commediaccia italiana insolitamente fluide e ben orchestrate): bisogna in questo caso spezzare una lancia in favore di un Medici alla sua prima regia dopo il ciclo con Gennaro Nunziante delle quattro opere precedenti.

Peccato però per la troppo densa presenza di brevi inserti che paiono piazzati a casaccio: intermezzi che pur da rimando agli esordi canori/comici di Zalone, spezzano terribilmente il ritmo del film, così come i riferimenti alla politica italica passata (un paio di parodie del Duce da 15 secondi perché…?) e presente (riferimenti a Berlusconi, cameo di Vendola); tutti elementi troppo insipidi per arricchire di gusto una pellicola scialba e unidirezionale.

Tolo Tolo è il poco ispirato ritratto di un italiano, nel senso purtroppo più greve della definizione, che si arrabatta confrontandosi con le contraddizioni di un tipico cittadino del Bel paese e del suo rapporto con gli stranieri.

Troppo poco per giustificare l’enorme clamore mediatico suscitato dalla pellicola, oltre che il prevedibile (visti i precedenti) enorme exploit al botteghino.

Una pellicola facile.

Troppo facile.

Commenti su: "Tolo Tolo" (9)

  1. Hai fatto benissimo ad asfaltare Tolo Tolo, e quest’opera di demolizione l’hai portata avanti con grande lucidità ed efficacia. Ti contesto soltanto 2 cose:
    – Tolo Tolo non porta a nessuna risata, neanche intellettualmente semplice. E infatti in sala non si è sentito neanche un risolino dal primo all’ultimo minuto.
    – Il ruolo di mero oggetto sessuale della co – protagonista del film è già abbastanza esplicito così. E infatti mia madre ha trovato il film non solo fallimentare per quanto riguarda la comicità, ma anche odiosamente misogino.

    • Ciao:
      – Qualche sghignazzo c’è stato, magari per gli strafalcioni grammaticali del protagonista;
      – Io la ragazza l’ho vista più rappresentata come una principessa idealizzata che come chi debba fare scelte moralmente difficili, avrei preferito maggiormente sviscerato il suo ruolo.

      • Ma figurati se Checco Zalone poteva mettersi a sviscerare i personaggi… devi immaginartelo come un bambino che si trastulla con i giocattoli dei Power Rangers o delle Tartarughe Ninja: si limita a far interagire i personaggi tra loro, e dell’introspezione psicologica sti cazzi. Grazie per la risposta! 🙂

      • Io quando lo facevo da marmocchio non incassavo i milioni però 😀

      • Al prossimo film non li incasserà neanche Zalone, fidati. Stavolta sbancherà perché gode ancora del credito che si è guadagnato con i film precedenti, ma dopo questo flop non raccoglierà mai più gli incassi iperbolici che ha fatto registrare finora. Il pubblico italiano è spietato con i comici che non sanno più far ridere, chiedere a Verdone e Pieraccioni per conferma. Peraltro non solo Verdone, ma perfino Pieraccioni sembra un gigante se paragonato a Checco Zalone. Il che è davvero tutto dire.

      • “Il ciclone” è tutt’ora uno dei miei guilty pleasures 😀

      • Il ciclone risale al periodo in cui Pieraccioni sembrava un autentico enfant prodige del cinema italiano. Poi dopo il terzo film gli si esaurì completamente la vena creativa: da allora si è limitato a ripetere stancamente sempre il solito canovaccio, contornato da battute sempre meno efficaci. Tuttavia, anche al suo peggio Pieraccioni non ha mai prodotto un escremento fetido quanto Tolo Tolo. E ti dirò di più: perfino il suo compare Ceccherini è riuscito a fare meglio del Checco Zalone regista. Guardare La mia vita a stelle e strisce per credere.

      • “Tappami, Levante!”
        Pieraccioni purtroppo si è trovato incastrato nel solito personaggio del tipo normale e comune, in cui un sacco di uomini possono identificarsi, che però per motivi non ben chiari si ritrova sempre in una relazione con una megafiga straniera.

        Se questo espediente poteva funzionare quando almeno lui era giovane, arrivato ai tardo-quaranta/inizio cinquanta è diventato quasi insopportabile…

        Peccato, perché le sue erano commedie dalla volgarità relativamente contenuta e genuina.

      • Il Ceccherini regista invece spinge senza ritegno sul pedale della volgarità. Ma talvolta riesce a risultare comunque divertente, come testimonia il film da me citato prima. Grazie mille per la piacevolissima chiacchierata! 🙂

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