L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 5 gennaio 2020

Tolo Tolo


«Ehi, sono Fragola86 e sono di Pompei. Tu, tu chi 6?»
«We, sono Banana33, ma 33 l’età non è. Capisci a me».

TRAMA: Un italiano, proprietario di un piccolo ristorante, fallisce perché travolto dai debiti e dalle tasse: per sfuggire ai creditori decide di scappare in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un villaggio turistico del Kenya…

RECENSIONE:

Quinta pellicola con protagonista il fenomeno di incassi al botteghino Checco Zalone (all’anagrafe Luca Medici), Tolo Tolo è un tentativo facilmente prevedibile di proporre critica sociale di grana grossa, che martella incessantemente sulle debolezze dell’italiano medio e sulla sua superficialità, in modo che lo spettatore possa riderne e in parte immedesimarsi.

Ossia lo stesso principio degli altri film con Zalone.

Fine.

Basta.

Stop.

Novanta minuti così.

I tanto vituperati cinepanettoni, che personalmente considero l’incarnazione del quinto Cavaliere dell’Apocalisse, hanno rappresentato lungo vari decenni i piccoli e grandi vizi dei compatrioti, attraverso pellicole orrende e ripetitive basate su stereotipi Nord/Sud, corna, poppe al vento e una quantità industriale di funzioni fisiologiche (con raffinata predilezione per merda e scoregge); bisogna però considerare che, a differenza dei prodotti del comico pugliese, almeno tali abomini non avevano nessuna pretesa di comicità intelligente (e vorrei ben vedere…), virata su un’eventuale satira che potesse smuovere le menti.

Obiettivo invece di quest’ultimo filone già dai tempi di Cado dalle nubi.

Tolo Tolo presenta inoltre come tema portante il ritorno alla patria di un italiano, che attraverso tale viaggio sperimenta sulla sua pelle le difficoltà del clandestino/immigrato: tale elemento si è però già visto non solo nel recentissimo e deludente Scappo a casa con Aldo Baglio, ma addirittura nel Mollo tutto del 1995 con Renato Pozzetto, pur concentrandosi Zalone sul tragitto in sé e non sulle differenze riscontrate una volta arrivati a destinazione.

Oltre che per il mero fattore di presentazione temporale, qui il tòpos è aggravato dalla già citata pretesa in fase di scrittura di unire le dirette risate dovute ad un classico (e visto, rivisto, stravisto…) gioco di contrasti e stereotipi con l’instillazione di una critica sociale quanto mai prevedibile e raffazzonata.

E quindi vari scontri fra culture, come ad esempio già in apertura:

– Il fallimentare tentativo di aprire un ristorante giapponese in una terra culinariamente agli antipodi (perciò vai con la ridicolizzazione sia della modernità ad ogni costo, sia dell’abitudinarietà caratteristica del bidimensionale italiano pizza/calcio/mamma);

– la riga d’evidenziatore sul dialogo che indica il legame consequenziale tra regole puntigliose e/o inutili e la facilità dei magheggi per evitarle (italiano furbetto e abbastanza ladro), con la permissività africana estremamente opposta dovuta alla mancanza di regole;

– l’ovvia presentazione di cosa il cittadino occidentale e quello africano considerino importanti (rappresentazione di superficialità, consumismo e distacco dalla cruda realtà in quanto abituati agli agi tipicamente occidentali).

Elementi che purtroppo falliscono nell’accendere una scintilla nella mente dello spettatore, in quanto presentati in modo eccessivamente didascalico.

Il film verte su un tema assai delicato: si sarebbe potuto optare tra una narrazione in punta di piedi e al tempo stesso amara da classica commedia matura, oppure viceversa affondare la mannaia del sarcasmo smembrando tutto e tutti.
In Tolo Tolo, invece, Zalone/Medici imbocca la vituperata terza via: prestando volto al solito personaggio coglione elargisce un’ironia all’acqua di rose che, tra una faciloneria e l’altra, porta a risate intellettualmente molto molto semplici, ponendosi perciò dichiaratamente come bersaglio per i gusti del pubblico nel modo più diretto e banale.

Non solo le figure italiane (tra cui spiccano solo truffatori vari, oltre ad una didascalica arrampicata sociale di un inetto riempito di raccomandazioni), ma anche gli stessi caratteristi africani subiscono questo trattamento.

Il ragazzo colto che ama l’Italia e la sua cultura (in particolare cinematografica) più dello stesso italiano medio funge solo da spalla per il menzionato ballo di contrasti; la bella ragazza con bambino a carico avrebbe potuto essere molto più esplicitata dal film nella condizione di donna-oggetto sessuale per ottenere favori vari, rimanendo invece sempre racchiusa in una comfort zone fastidiosa e inutile; lo stesso villaggio sperduto nel nulla e sorretto ancora da una figura sciamanica, come ribaltamento della città caotica in cui ogni bene è disponibile, mostra i soliti due-tre aspetti cardine.

L’Africa viene quindi sì presentata come un’enorme landa di gioie e sofferenze, sogni e disperazione, ma anche qui siamo veramente troppo lontani da un ritratto che non sia da volantino turistico o da Dark Continent for Dummies.

Dal punto di vista tecnico possiamo notare una regia apprezzabile, con un uso azzeccato soprattutto delle transizioni tra una scena e l’altra (per gli standard da commediaccia italiana insolitamente fluide e ben orchestrate): bisogna in questo caso spezzare una lancia in favore di un Medici alla sua prima regia dopo il ciclo con Gennaro Nunziante delle quattro opere precedenti.

Peccato però per la troppo densa presenza di brevi inserti che paiono piazzati a casaccio: intermezzi che pur da rimando agli esordi canori/comici di Zalone, spezzano terribilmente il ritmo del film, così come i riferimenti alla politica italica passata (un paio di parodie del Duce da 15 secondi perché…?) e presente (riferimenti a Berlusconi, cameo di Vendola); tutti elementi troppo insipidi per arricchire di gusto una pellicola scialba e unidirezionale.

Tolo Tolo è il poco ispirato ritratto di un italiano, nel senso purtroppo più greve della definizione, che si arrabatta confrontandosi con le contraddizioni di un tipico cittadino del Bel paese e del suo rapporto con gli stranieri.

Troppo poco per giustificare l’enorme clamore mediatico suscitato dalla pellicola, oltre che il prevedibile (visti i precedenti) enorme exploit al botteghino.

Una pellicola facile.

Troppo facile.

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