L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per gennaio, 2020

1917


Per guerra di trincea s’intende un tipo di guerra di posizione nella quale la linea del fronte consiste in una serie di fortificazioni difensive. Conobbe il suo apice nei sanguinosi combattimenti della prima guerra mondiale: solamente durante la battaglia di Verdun (febbraio-dicembre 1916) 700.000 soldati vennero feriti o uccisi, senza che la linea del fronte mutasse in maniera sostanziale.

I soldati molto spesso morivano a causa della poca igiene ed erano soggetti al rischio di impazzire.

TRAMA: Nel 1917, all’apice della prima guerra mondiale, due giovani soldati britannici stanziati nel nord della Francia vengono incaricati di consegnare un dispaccio che avverte di un imminente attacco a sorpresa dell’esercito tedesco ritiratosi oltre la Linea Hindenburg.
Per salvare le vite di oltre 1600 commilitoni, tra cui il fratello di uno di loro, i due cominciano una solitaria corsa contro il tempo attraverso il fronte occidentale, avventurandosi in territorio nemico.

RECENSIONE:

Diretto da Sam Mendes e ispirato dai racconti di guerra di suo nonno, 1917 è un viaggio di speranza e desolazione: due giovani prodotti del proprio Paese, mandati a lottare per esso in terra straniera, diventano loro malgrado i latori di un’informazione che potrebbe salvare o condannare migliaia di altri loro omologhi.

È il singolo quindi a tenere nelle proprie mani le sorti del collettivo: il congiunto (in questo caso il fratello di uno dei protagonisti) diventa un primus inter pares emotivo che è apparente ma non realmente effettivo, in quanto nella grande visione delle cose egli non è altro che una pecora mischiata al gregge di soldati la cui vita è appesa ad un filo.

Non si salva il parente, ma il gruppo di cui egli fa parte.

Ad assumere la parte del leone in questo film è l’elemento strettamente tecnico.

La scelta infatti di un unico piano sequenza lungo circa due ore contribuisce a rendere lo spettatore un terzo compagno d’armi dei due caporali; egli può quasi respirare l’aria pesante del campo di battaglia, provare sulle sue spalle l’affanno dei soldati e sentire il pesante macigno costituito dalla loro opprimente situazione in terra ostile.

Importantissima è quindi l’erosione della distanza tra l’opera e il suo pubblico, poiché è fondamentale lo sviluppo di empatia nei confronti di personaggi che si trovano a compiere una missione perigliosa e complessa.
Venire trasportati in un’epoca ed in un contesto così diversi dal nostro catapulta lo spettatore dal tranquillo tepore imbottito della sala cinematografica ad una landa fredda ed impregnata del gelido alito della morte, suscitando in lui sensazioni profondamente estranee al suo stato attuale.

Ogni anfratto in cui si entri, ogni trincea che si percorra, ogni metro di fango che si debba conquistare strisciando è un passo in più verso l’obiettivo, verso i commilitoni da salvare, e allo stesso tempo un rischio in meno da superare e conquistare.

Ogni figura professionale che abbia svolto la sua parte nelle riprese tecniche di 1917 ha svolto un lavoro egregio: il finto piano sequenza, pur evidente grazie a dei “neri” saltuari, è veramente ben orchestrato, piegando il passare del tempo (in realtà molto più dilatato rispetto ai centoventi minuti circa di durata filmica) ad uso dell’efficacia espositiva della narrazione, e scegliendo angolazioni di ripresa sempre ficcanti ed appropriate.

Non si teme perciò un effetto spaziale straniante dovuto alla magari difficile comprensione dello spazio circostante le figure umane, ma si sceglie sempre quanto vicino o lontano debba sostare l’occhio della camera in relazione alla specifica posizione dei personaggi.
In tal modo lo spettatore può rendersi saltuariamente conto di cosa circondi i soldati, di quanta strada abbiano ancora da percorrere e quale sia l’ostacolo in cui si trovino o debbano scavalcare.

Cast sorretto da due giovani protagonisti, accompagnati in ruoli di contorno da interpreti ben più noti ed esperti.

George MacKay (Bill Turcotte nella miniserie 22.11.63 tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King) è il membro della coppia più in balia degli eventi: un giovane uomo che, trovatosi affidatario quasi per caso di una missione estremamente ardua, tenta di portarla a termine sorretto unicamente da una solida determinazione.
Emblema del buon soldato, che esegue gli ordini scegliendo però al contempo la modalità effettivamente giusta nel seguirli, il suo caporale Scofield subisce una mutazione di arco psicologico dopo il primo terzo di pellicola, portandolo in seguito ad essere un personaggio a cui lo spettatore possa meglio relazionarsi.

Dean-Charles Chapman (Tommen Baratheon ne Il trono di spade) è invece quello più coinvolto emotivamente dalla missione, sia perché colui a cui principalmente è stata affidata, ma soprattutto in quanto tra i commilitoni in pericolo di cadere in una trappola dei tedeschi si trova suo fratello maggiore.
Qui il dovere legato alla professione bellica si trova perciò a fondersi con l’amore familiare: esiste solo una direzione di marcia, che dev’essere per forza avanti; non c’è bisogno di discutere o di temporeggiare inutilmente, pena il rischio di subire una devastante perdita.

Mark Strong, Colin Firth, Benedict Cumberbatch e Richard Madden interpretano vari ufficiali che incarnano le diverse anime del potere in tempo di guerra: la determinazione, l’empatia verso i sottoposti, la severità e il rigore della disciplina.

Poche battute per ciascuno di loro, grandi nomi che vengono posti in secondo piano in modo da non distrarre l’attenzione dal percorso principale.

Una pellicola maestosa per una vicenda appassionante.

Jojo Rabbit


Adolf, amico mio. Abbracciami, guascone.

TRAMA: Nella Germania nazista del 1945, Johannes Betzler detto Jojo è un bambino di dieci anni che vive solo con la madre, trascorrendo le proprie giornate in compagnia del suo amico immaginario: una versione infantile e buffonesca di Adolf Hitler, frutto della sua cieca ammirazione per il regime in cui è nato e cresciuto.
Liberamente tratto dal romanzo del 2004 Il cielo in gabbia di Christine Leunens

RECENSIONE:

Detesto La vita è bella.

Non è colpa mia, è che mi disegnano cosi.

Credo sia uno dei filmetti più faciloni degli ultimi trent’anni, una banale alternanza di scenette gioiose (nella prima parte) e deprimenti (nella seconda) proposte in entrambi i casi piattamente.

Un film cucito su misura per un pubblico che presenti un impegno intellettuale ed artistico pari a zero, una pellicola che vede il suo più enorme difetto nello spernacchiare non tanto il regime nazista quanto, paradossalmente, il dolore di tutti coloro che hanno sofferto per le atrocità degli anni ’30 e ’40 del Novecento.

I lager ridotti a campo giochi a premi.

Che scemi gli ebrei a creparci a milioni.

Quando si considera l’opportunità di donare un tono ironico e delicato ad un periodo storico tra i più cupi che l’uomo abbia mai conosciuto, io consiglio sempre il pregevolissimo Train de vie – Un treno per vivere di Radu Mihăileanu.

Le tragicomiche vicende di un villaggio ebraico che acquista un treno per fingersi un convoglio ferroviario nazista (con tanto di cittadini agghindati da ufficiali) e poter raggiungere in questo modo la Terra Promessa passando dall’Unione Sovietica è infatti un piccolo gioiello che troppo spesso viene oscurato dal più celebre “cugino”.

Li mortacci vostri.

Jojo Rabbit non è La vita è bella.

Non ne ha la pretenziosità, non ne ha la banalità.

Jojo Rabbit non è Train de vie.

Non ne ha la raffinata delicatezza di tono.

Ma è un’opera azzeccata e notevole.

Commedia nera, nazista ma non gaia, Jojo Rabbit è l’esperimento tanto strambo quanto incredibilmente riuscito di mettere alla berlina il nazionalsocialismo teutonico utilizzando come mezzo il candido occhio di un bambino che nutre verso di esso una ingenua esaltazione.

Quel mattacchione di Taika Waititi (nei panni anche del Fuhrer, ma ci torneremo poi) con la sua regia fracassona e godereccia crea uno spettacolo pirotecnico di magia e vita, permettendo al piccolo protagonista di risplendere di luce scenica e mettendolo come chiesa al centro del villaggio senza però caricarlo di eccessive responsabilità narrative grazie ad un gruppo di adulti in gamba.

Un’opera flamboyant, che riesce ad arricchire di comica poetica argomenti serissimi e drammatici, andando a intingere talvolta di nero fumo una commedia rischiosissima ma nella quale il gioco vale decisamente la candela.
Anche le gag più banali e scontate, talvolta basate su giochi di parole, vengono architettate con una precisione chirurgica, che ad un approccio poco attento sembrerebbe poco addirsi ad una commedia caciarona, cosa che Jojo Rabbit infatti non è.

Il contrasto dovuto ad un confronto impietoso tra la realtà storica e l’elemento farsesco della trama crea quindi un piacevolissimo stato di perenne assurdità, con la trama che diventa un trapezista circense in bilico tra la parodia e la farsa; nonostante ciò, non ci si dimentica della profonda ingiustizia di quell’epoca, e di quanto dolore e sofferenze abbia portato nelle vite di milioni di persone.

La morte e il cordoglio sono infatti gestiti da Jojo Rabbit con grande maturità e rispettosa grazia, senza lesinare talvolta qualche cazzotto ben assestato all’apparente tranquillità emotiva dello spettatore, magari adagiato sulle comode coltri dell’ironia.
Il film è ambientato nella Germania tardo nazista, e le atrocità di tale contesto storico-geografico sono ben presenti e mostrate al pubblico, pur se ornate talvolta da pagliacciata: quando viene utilizzata la sciabola dell’estremizzazione sarcastica funge però da importante veicolo attraverso il quale morte, paura e guerra vengono ferocemente criticate, esacerbandone i lati più assurdi ed iniqui.

Recitazione dei bambini di alto livello, con i piccoli protagonisti che, alla maniera di un Moonrise Kingdom, riescono ad essere ben caratterizzati ed estremamente accattivanti; scaldando il cuore dello spettatore, i ragazzini non sono gli insopportabili marmocchi che tanto infestano le pellicole a loro dedicate (a causa dell’erronea equazione “esagitato rompicoglioni=simpatico frugoletto”) ma personaggi delineati piacevolmente e dotati di delicate sfaccettature.

Taika Waititi un vero spasso nei panni di un Hitler prodotto dalla mente di un bambino e in quanto tale cartoonesco ed esagerato.
Nonostante si potesse calcare la mano sul leader nazista, rendendolo corposo ed ingombrante elemento, Jojo Rabbit sceglie al contrario di tenerlo come speziato contorno più che portata principale, aumentandone la carica comica e surreale grazie appunto al dosaggio della sua presenza.

Scarlett Johansson, che fa doppietta di Nomination agli Oscar con Storia di un matrimonio, nei panni di una madre coraggio ricca di spirito, ruoli che spero la portino sulla strada della vera recitazione a dispetto dell’inutile Vedova Nera in arrivo; il dinoccolato spilungone Stephen Merchant ottima scelta di cast per il gerarca nazista, grazie ad una fisicità che lo rende quasi più simile alla Morte personificata de Il settimo sigillo che ad una persona vera e disumanizza il suo ruolo professionale.

Menzione speciale per un Sam Rockwell potrebbe essere attore non protagonista pure in Declamazione dell’elenco telefonico di Biandrate e lo adorerei comunque, alle sue spalle Alfie Allen e Rebel Wilson simpatici in piccoli ruoli.

Consigliatissimo.

City of Crime


Perché “Criminopoli” in effetti suonava male…

TRAMA: New York. Un detective è sulle tracce di due rapinatori che hanno ucciso otto poliziotti. Nel corso della caccia all’uomo, che si compie nell’arco di una notte, e dopo aver scoperto una gigantesca cospirazione, matura la sensazione che nulla sia come sembra…

RECENSIONE:

Pronti via e stiamo già ad un sermone di un funerale ammazza che palle va bene che quello del poliziotto sia un mestiere pericoloso che devi combattere contro i criminali incalliti non sai mai se tornerai a casa e ti salta fuori da un anfratto il tossico schizzato o la puttana guatemalteca di novanta chili o che ne so però per iniziare un film con oggi ci siamo domani chissà Gesù che pesantezza ovviamente il ragazzino deve intraprendere il percorso paterno perché la mela non cade mai lontano dall’albero a meno che la mela sia quella di Newton allora uuuuuh che casino che poi si fanno i peggio dissing con Leibniz ma qua stiamo perdendo il filo dove eravamo ah già bom salto temporale di un ventennio ma non quello del Duce e la polizia ha gli affari interni cattivoni ma che poi dico io non ne hai abbastanza dei casini esterni c’hai pure quelli interni ok questo tipo è una testa calda stile BANG BANG vi ammazzo tutti figli di puttana ma figurati se non sente la mancanza della figura paterna che modestamente signora mia non sarò Freud ma a psicologia ho un certo fiuto basta solo avere un occhio acuto e le orecchie aperte se capisce cosa intendo ammazza pure la madre con l’Alzheimer oh va bene che le disgrazie portano all’empatia ma con questo qua pure i gatti neri si grattano i coglioni

tra una panoramica e l’altra sulla Grande Mela arrivano i cattivi accompagnati da una musica che è di un simil tribale che manco fosse Shaka che scatena gli Zulu tic tic tic ed entrano a rubare poi oh toh c’è più coca che ad un party di Umberto Smaila uno dei due vuole andarsene l’altro piglia tutto vince il più cattivo perché sennò il film non va avanti arrivano gli sbirri e scoppia un troiaio che la metà basta otto poliziotti morti e via andare vroomm sulle ali della notte con solita inquadratura sullo skyline che manco i sogni erotici di Renzo Piano e arriva il nostro eroe Pantera Nera incazzato come una biscia che guarda i corpi morti dei suoi ex colleghi e boh la scena più che scatenare reazione emotiva mi pare abbastanza scorreggiona ma io una divisa non l’ho mai portata che al massimo la t-shirt aziendale NO OH FERMI TUTTI ma perché cazzo ci sta J.K. Simmons in ‘sta boiata che ok fa il capitano ma PERCHÉ CAZZO CI STA J.K. SIMMONS IN ‘STA BOIATA

Sienna Miller è la topa del film che ormai non mi stupisco più di nulla tanto qua il casting lo hanno fatto fare ad un bambino bendato come nelle estrazioni del Lotto un tizio che vomita che è casualmente la mia stessa opinione finora sulla pellicola Taylor Kitsch nomen omen ricostruzione della dinamica della sparatoria eh ma gli accordi erano che ci fosse meno coca perché che avresti preferito la Pepsi no dai ok questa mi è scappata però era brutta ma come si fa dico io affari interni ancora ma basta per Dio Pantera Nera vuole chiudere Manhattan isola che mi risulta avere la bellezza di 1,6 no dico UNO PUNTO SEI milioni di abitanti e questi qua la isolano dal resto degli Stati Uniti manco fosse un monolocale da disinfestare ma seriamente mi sto guardando una roba del genere ho capito Wakanda Forever ma qua si esagera nel frattempo trattativa tra i due cazzoni con chi li ha assunti ok ho i soldi ma come cazzo li spendo beh dai sono problemi anche quelli immagino e si scopre la loro identità

scena in disco la cui utilità mi sfugge a parte essere un’occasione per sforacchiare a caso un tipo fondamentale per arrivare ai criminali che quindi viene accoppato e via che ci sono collegamenti in alto poco chiari o meglio poco chiari se non hai mai visto un poliziesco in vita tua che vabbè nuova identità dei due peones altra sparatoria ad cazzum ma qua il piombo vola come folaghe J.K. Simmons paternale inutile qualcuno lo salvi finché siamo in tempo altra corsa per il nascondiglio dei tizi irruzione che puzza più dell’ascella di un muratore algerino il 21 agosto infarcita con un’altra ennesima sparatoria da venti secondi inutile Riggs e Murtaugh versione criminale si separano Kitsch crepa ma non era quello più abbronzato che di solito nei film stira le zampine per primo ma fa lo stesso lasciamo perdere che qua si scade nel non politicamente corretto

occhio che qua stronzo numero due rivela la storia della rapina e a Black Panther non torna un cazzo ma nemmeno un pene quindi il merdone sta cominciando piano a piano a dipanarsi però chiacchiera che ti chiacchiera il furfante scappa ma osteria chiamate gli altri Avengers perché questo qui è il supereroe del discount almeno Thor gli attaccava la 220 o tre sfogonate in genere altro giro altro dialogo utile come un buco del culo sul gomito che qua sono tutti corrotti come un arbitro con il Rolex hai capito a non fare il test di cultura generale nelle selezioni per il personale pubblico che io da cittadino onesto che paga le tasse pretendo che i tutori dell’ordine sappiano chi ha vinto Sanremo nel 1997 che esatto ho scelto proprio l’anno dei Jalisse perche vacca boia sono gli Eurythmics italiani mica ceci

ultimo inseguimento finale-finale con solito giochino della metropolitana con dentro-fuori dai vagoni che manco se non hai il biglietto che magari è pluritimbrato perché l’hai pagato di più Sienna Miller spara al nero che muore per ultimo e ovviamente salta fuori che è coinvolta nel mega complottone come pure Simmons che finisce ammazzato e se reciti in delle cagate del genere mi sembra anche il minimo Miller invece vive perché siamo female friendly primo piano sul Panterone panoramica sui grattacieli e buonanotte ai suonatori.

Abbastanza una cazzata.

Storia di un matrimonio


Quando la routine morde forte, e le ambizioni sono al minimo

E i risentimenti cavalcano alti, ma le emozioni non cresceranno
E noi stiamo cambiando i nostri modi di essere, prendendo strade diverse
L’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo.

TRAMA: Un regista teatrale e sua moglie, attrice, passano attraverso un estenuante divorzio che li porta all’esasperazione personale e creativa.

RECENSIONE:

Scritto e diretto da Noah Baumbach, Storia di un matrimonio è un efficace dramma familiare che riesce, grazie soprattutto ad una scrittura realistica e cruda, oltre che per due interpretazioni veramente sul pezzo, a rappresentare appieno le nevrosi ed il dramma interiore di una coppia che scoppia.

Molto apprezzabile in particolare un tono generale che, senza scadere in patetismi inutili e mantenendosi invece su binari di grande intensità emotiva, permette alla pellicola di sfruttare le sue due ore e un quarto di durata per evidenziare i differenti punti di vista all’interno di una crisi matrimoniale.

Non è uno scontro tra la ragione ed il torto: solo due individui con personalità e punti di vista contrapposti riguardo temi comuni della vita insieme, quali la carriera lavorativa (in questo caso intrecciata e per entrambi assai ambiziosa), il difficile mestiere di educare e stare accanto al proprio figlio nonché i frequenti ed importanti spostamenti necessari per condurre allo stesso tempo i propri sogni e progetti professionali.

Ciò che rende Storia di un matrimonio (o per meglio dire della fine di un matrimonio) un’opera così ben fatta è sicuramente la sapiente gestione delle varie fasi narrative, che vengono presentate con organicità e senza mai dare l’impressione di inserimenti forzati per la necessità di mandare avanti la trama.

Il rapporto tra Charlie e Nicole si dipana come le varie tappe di un pullman itinerante.
Abbiamo fin da subito un inizio azzeccatissimo, grazie alla scelta di porre in apertura una declamazione di che cosa ognuno ami e apprezzi dell’altro: dato che il film verte sulla fine di una relazione coniugale, ciò contribuisce infatti a mostrare efficacemente come parta un legame tra due persone che al momento il pubblico non conosce, e della cui storia assisteremo per le successive due ore.

Le voci fuori campo dei due hanno lo scopo di prendere delicatamente per mano lo spettatore, facendogli assaggiare i lati migliori di una relazione apparentemente felice e dolce, ma purtroppo già in fase di rottura; le parole pronunciate dai due sposi si fondono alle immagini a loro sostegno come fossero gli affluenti dello stesso fiume, traghettando la fragile barca che è appunto l’occhio esterno del pubblico, che si ritrova quasi nei panni di un conoscente reale.

Il teatro, ambito lavorativo dei due, è metafora ideale di una rappresentazione della vita che vita in senso stretto non è: sul palco gli attori recitano un ruolo, così come purtroppo può capitare in un ambito di coppia.

Una relazione amorosa deve basarsi, oltre che sull’ovvio rispetto necessario in qualsiasi rapporto umano, sulla sincerità e sulla condivisione, di piccoli e grandi momenti che, magari banali, magari apparentemente scontati, lastricano invece la strada per il futuro della coppia.

Ogni risata, ogni confronto, ogni dialogo ha come unico scopo quello di apertura del proprio sé all’altra persona; mai bisognerebbe fare l’errore di indossare una maschera che, col tempo, inevitabilmente è destinata a cadere, rivelando ciò che si è realmente.
La vita può essere considerata una recita pirandelliana, in cui ognuno di noi assume una diversa connotazione personale in base alla situazione in cui si trova e a coloro con cui abbia a che fare, ma è solo una volta rivelatisi che si può affrontare con vera maturità una relazione.

Il legame professionale oltre che umano tra il marito regista e la moglie attrice ingarbuglia ancor di più una relazione già non semplice, ed è estremamente interessante osservare come i due cerchino di giostrare e giostrarsi con successo alterno quanto riguardi la propria vita insieme come coppia ed il loro rapporto lavorativo.

Ciò evidenzia ancor di più il legame inscindibile tra la nostra vita privata e quella produttiva, quanto il benessere di uno infici o meno sulla serenità dell’altro.

Mostrano i muscoli gli attori protagonisti.

Adam Driver dimostra una volta di più quanto sia omicida conoscerlo solo per un personaggio mal scritto come Kylo Ren, aiutato anche da una sceneggiatura che per una volta non dipinge il maschio come un eroe moderno schiacciato dagli eventi o all’estremo opposto un beota fedifrago.
Il suo è un ruolo di grande complessità e delicatezza, che spero possa essere preso come esempio in futuro da una Hollywood che non dovrebbe essere timorosa di rappresentare le fragilità del maschio occidentale.

Scarlett Johansson intensa nel suo rappresentare un uccello in gabbia dorata alla ricerca della propria voce.
Una donna che non vuole più essere un’ombra, professionale e non, del consorte, ma è come non mai desiderosa di poter spiccare il volo e tracciare la propria rotta: la sua femminilità è quella di madre e di donna in carriera, che non ha bisogno dell’attrattiva fisica perché già possiede quella mentale.

Laura Dern e Ray Liotta buone aggiunte di contorno nei panni di due squali del foro che contribuiscono ad inacidire ancora di più il confronto. Risultato azzeccato con i sessi abbinati (stessi cromosomi tra cliente e legale), anche se un incrocio dei ruoli sarebbe stato a mio parere molto più interessante, per quanto complesso da realizzare in via pratica.

Un film decisamente consigliato, disponibile su Netflix.

Tolo Tolo


«Ehi, sono Fragola86 e sono di Pompei. Tu, tu chi 6?»
«We, sono Banana33, ma 33 l’età non è. Capisci a me».

TRAMA: Un italiano, proprietario di un piccolo ristorante, fallisce perché travolto dai debiti e dalle tasse: per sfuggire ai creditori decide di scappare in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un villaggio turistico del Kenya…

RECENSIONE:

Quinta pellicola con protagonista il fenomeno di incassi al botteghino Checco Zalone (all’anagrafe Luca Medici), Tolo Tolo è un tentativo facilmente prevedibile di proporre critica sociale di grana grossa, che martella incessantemente sulle debolezze dell’italiano medio e sulla sua superficialità, in modo che lo spettatore possa riderne e in parte immedesimarsi.

Ossia lo stesso principio degli altri film con Zalone.

Fine.

Basta.

Stop.

Novanta minuti così.

I tanto vituperati cinepanettoni, che personalmente considero l’incarnazione del quinto Cavaliere dell’Apocalisse, hanno rappresentato lungo vari decenni i piccoli e grandi vizi dei compatrioti, attraverso pellicole orrende e ripetitive basate su stereotipi Nord/Sud, corna, poppe al vento e una quantità industriale di funzioni fisiologiche (con raffinata predilezione per merda e scoregge); bisogna però considerare che, a differenza dei prodotti del comico pugliese, almeno tali abomini non avevano nessuna pretesa di comicità intelligente (e vorrei ben vedere…), virata su un’eventuale satira che potesse smuovere le menti.

Obiettivo invece di quest’ultimo filone già dai tempi di Cado dalle nubi.

Tolo Tolo presenta inoltre come tema portante il ritorno alla patria di un italiano, che attraverso tale viaggio sperimenta sulla sua pelle le difficoltà del clandestino/immigrato: tale elemento si è però già visto non solo nel recentissimo e deludente Scappo a casa con Aldo Baglio, ma addirittura nel Mollo tutto del 1995 con Renato Pozzetto, pur concentrandosi Zalone sul tragitto in sé e non sulle differenze riscontrate una volta arrivati a destinazione.

Oltre che per il mero fattore di presentazione temporale, qui il tòpos è aggravato dalla già citata pretesa in fase di scrittura di unire le dirette risate dovute ad un classico (e visto, rivisto, stravisto…) gioco di contrasti e stereotipi con l’instillazione di una critica sociale quanto mai prevedibile e raffazzonata.

E quindi vari scontri fra culture, come ad esempio già in apertura:

– Il fallimentare tentativo di aprire un ristorante giapponese in una terra culinariamente agli antipodi (perciò vai con la ridicolizzazione sia della modernità ad ogni costo, sia dell’abitudinarietà caratteristica del bidimensionale italiano pizza/calcio/mamma);

– la riga d’evidenziatore sul dialogo che indica il legame consequenziale tra regole puntigliose e/o inutili e la facilità dei magheggi per evitarle (italiano furbetto e abbastanza ladro), con la permissività africana estremamente opposta dovuta alla mancanza di regole;

– l’ovvia presentazione di cosa il cittadino occidentale e quello africano considerino importanti (rappresentazione di superficialità, consumismo e distacco dalla cruda realtà in quanto abituati agli agi tipicamente occidentali).

Elementi che purtroppo falliscono nell’accendere una scintilla nella mente dello spettatore, in quanto presentati in modo eccessivamente didascalico.

Il film verte su un tema assai delicato: si sarebbe potuto optare tra una narrazione in punta di piedi e al tempo stesso amara da classica commedia matura, oppure viceversa affondare la mannaia del sarcasmo smembrando tutto e tutti.
In Tolo Tolo, invece, Zalone/Medici imbocca la vituperata terza via: prestando volto al solito personaggio coglione elargisce un’ironia all’acqua di rose che, tra una faciloneria e l’altra, porta a risate intellettualmente molto molto semplici, ponendosi perciò dichiaratamente come bersaglio per i gusti del pubblico nel modo più diretto e banale.

Non solo le figure italiane (tra cui spiccano solo truffatori vari, oltre ad una didascalica arrampicata sociale di un inetto riempito di raccomandazioni), ma anche gli stessi caratteristi africani subiscono questo trattamento.

Il ragazzo colto che ama l’Italia e la sua cultura (in particolare cinematografica) più dello stesso italiano medio funge solo da spalla per il menzionato ballo di contrasti; la bella ragazza con bambino a carico avrebbe potuto essere molto più esplicitata dal film nella condizione di donna-oggetto sessuale per ottenere favori vari, rimanendo invece sempre racchiusa in una comfort zone fastidiosa e inutile; lo stesso villaggio sperduto nel nulla e sorretto ancora da una figura sciamanica, come ribaltamento della città caotica in cui ogni bene è disponibile, mostra i soliti due-tre aspetti cardine.

L’Africa viene quindi sì presentata come un’enorme landa di gioie e sofferenze, sogni e disperazione, ma anche qui siamo veramente troppo lontani da un ritratto che non sia da volantino turistico o da Dark Continent for Dummies.

Dal punto di vista tecnico possiamo notare una regia apprezzabile, con un uso azzeccato soprattutto delle transizioni tra una scena e l’altra (per gli standard da commediaccia italiana insolitamente fluide e ben orchestrate): bisogna in questo caso spezzare una lancia in favore di un Medici alla sua prima regia dopo il ciclo con Gennaro Nunziante delle quattro opere precedenti.

Peccato però per la troppo densa presenza di brevi inserti che paiono piazzati a casaccio: intermezzi che pur da rimando agli esordi canori/comici di Zalone, spezzano terribilmente il ritmo del film, così come i riferimenti alla politica italica passata (un paio di parodie del Duce da 15 secondi perché…?) e presente (riferimenti a Berlusconi, cameo di Vendola); tutti elementi troppo insipidi per arricchire di gusto una pellicola scialba e unidirezionale.

Tolo Tolo è il poco ispirato ritratto di un italiano, nel senso purtroppo più greve della definizione, che si arrabatta confrontandosi con le contraddizioni di un tipico cittadino del Bel paese e del suo rapporto con gli stranieri.

Troppo poco per giustificare l’enorme clamore mediatico suscitato dalla pellicola, oltre che il prevedibile (visti i precedenti) enorme exploit al botteghino.

Una pellicola facile.

Troppo facile.

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