L'amichevole cinefilo di quartiere


Nella gioia e nel dolore.

Nella salute e nella malattia.
E di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

TRAMA: La prima notte di nozze di una ragazza prende una piega inaspettata quando la famiglia del suo sposo, arricchitasi producendo giochi da tavolo di successo, le impone di non sottrarsi a una macabra tradizione.

RECENSIONE:

Diretto dagli esimi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, registi di quella cazzatona atomica de La stirpe del male, Finché morte non ci separi è una frizzante black comedy con diversi colpi in canna, che riesce quindi a risultare godibile nonostante un impianto narrativo piuttosto ordinario.

Il clan altolocato che per motivi nebulosi (all’inizio, verranno ovviamente dipanati lungo la storia) decide di accanirsi spietatamente contro la novella sposa di un loro rampollo presta infatti il fianco a saporite metafore socioculturali che, pur abbozzate, elevano di un benefico gradino la pellicola rispetto alla volgare torma di opere slasher che appestano il cinema degli anni ’10.

Evitando fortunatamente qualsivoglia pretesa seriosa, e pigiando al contrario le suole sul pedale del divertissement sbarazzino, il film è un cocktail di assurdità e sangue, che scorre a fiumi lordando ma anche ornando come liquido motivo floreale una protagonista tostarella ma non piagata da inconsulte sbrodolate che annullerebbero l’empatia nei suoi confronti.

Il gioco che assume carattere mortale funge da punto di incontro tra i poli opposti del divertimento e della sofferenza; in questo caso è il gruppo a rivoltarsi contro uno dei partecipanti alla contesa, pur essendo entrambe le fazioni indispensabili per il prosieguo del gioco stesso, il quale per motivi di vera e propria immanenza non può infatti esimersi dalla presenza di due antipodi a duellare.

Il giuoco va a fondersi con uno dei più antichi passatempi nobiliari, ossia la caccia, che avendo nell’essere umano la preda più ambita diventa fonte di macabra sfida e stimoli perversi, in un canis canem edit inevitabilmente destinato a chiudersi con uno sconfitto.

Protagonista Samara Weaving de La babysitter (altra pellicola godibile nella sua assurdità scoppiettante), i cui enormi occhioni cerulei si prestano con garbo alla sequela di attentati ai suoi danni perpetrati dai Rockefeller dei board games, mentre gli interpreti della famiglia Le Domas danno corpo ai perfetti wasp che più bianchi non si può.

La fisicità da Barbie dell’australiana è infatti ottima se inserita in un’ottica di apparente vulnerabilità e debolezza, che vengono però soverchiate da un approccio deciso e sanguigno del suo personaggio, andandosi ad aggiungere al nutrito elenco di contraddizioni che caratterizzano piacevolmente il film.

Ruoli di contorno per l’Adam Brody di The O. C. e per una rediviva Andie MacDowell.

Consigliato per una serata all’insegna del disimpegno, ma senza fossilizzare totalmente le meningi.

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