L'amichevole cinefilo di quartiere

Chiara Ferragni – Unposted


trendy
 ⟨trèndi⟩ agg. ingl. (propr. «alla moda»). – Che segue o contribuisce a creare una tendenza, una moda: un locale t.; una rivista trendy.

TRAMA: Documentario basato sulla famosa influencer Chiara Ferragni, e di come i social network abbiano cambiato il mondo dei media e del business.

RECENSIONE:

Ero piuttosto indeciso se da cinefilo fossi moralmente tenuto a guardarmi questo Chiara Ferragni – Unposted e successivamente magari scriverci qualcosa a riguardo.

Non tanto per la qualità dell’opera, che definire miserabile sarebbe eufemistico e dalla quale infatti non nutrivo alcuna speranza se non che mi provocasse una misericordiosa morte cerebrale, quanto per la sua stessa essenza.

Chiara Ferragni – Unposted non è un film.

È una pubblicità.

Uno spot promozionale di un’ora e mezza scarsa, messo in piedi con l’unico scopo di elogiare meccanicamente un marchio vivente.
Un’azienda bipede, un’imprenditrice che svolge un’attività lavorativa legata nel senso più stretto possibile a quanto i suoi seguaci (“adepti” forse sarebbe un termine più corretto) la ammirino, la idolatrino e contribuiscano con la loro curiosità malata a renderla un personaggio degno di nota.

Ciò è intuibile già dalle prime sequenze: si comincia con l’Insalata Bionda che si fa un piercing negli Stati Uniti, un momento di intenso valore emotivo ed umano, poi si passa a brevi interventi da parte di figure più o meno di spicco nel mondo fashion che incensano lei e il ruolo del blogger modaiolo, a seguire alcuni brevi spezzoni sulle sue partecipazioni a sfilate di marchi vari.

Tutto piatto, banale, freddo e asettico, in cui il calore che lo spettatore dovrebbe provare per “una ragazza che ce l’ha fatta” viene soffocato dagli orpelli, dalla forma, dalla superficialità esasperata, azzerando totalmente sia una possibile empatia da parte del pubblico, sia una resa più umana di un personaggio che appare invece terribilmente finto, artificiale e plastico.

A tutte queste amenità si aggiungono filmini di repertorio riguardanti l’infanzia di Chiara, come i primi passi da bimba, le gite al museo e la continua, costante necessità di essere ripresa dalla telecamera della madre.

Donna che nell’ottica fornitale dal documentario appare fissata piuttosto maniacalmente con l’immortalare su video le figlie, la genitrice offre uno dei maggiori contributi al tono delirante del film, attribuendo alla Ferragni dei lati caratteriali (“determinata, che non vuole soverchiare gli altri e con un forte senso di giustizia”) che sarebbero forse più calzanti se riferiti a Gesù Cristo o a Superman, e piantando così l’ennesimo chiodo sul coperchio della bara che rinchiude il buon gusto.

Ad orchestrare il tutto vi è un taglio documentaristico dal pregevole stile nordcoreano, con la totale mancanza non solo di una qualsiasi forma di contraddittorio, a cui si potrebbe comunque soprassedere visto l’esasperato intento elegiaco nei confronti della giovane sciacquetta cremonese, ma pure carente di una seppur minima riflessione sulla superficialità sdoganata dalla figura dell’influencer, e sul suo delicato ruolo nel fare da guida a una sconfinata pletora di spettatori.

Un soggetto che trae la propria forza dal condizionare (“influenzare“, appunto) l’opinione dei suoi followers, un esercito di zombie idioti che scelgono di delegare il proprio senso critico nella scelta di come vestirsi, viene raffigurato come un Re Sole inattaccabile e quasi disumano.

Alcune parentesi del documentario in cui il livello del più becero trash si impenna particolarmente:

– l’incontro con Paris Hilton, in cui si raggiunge una quantità di Niente che si credeva riscontrabile solo ai confini dello spazio finora conosciuto;
– le interviste ad alcuni followers di Chiara su Instagram che paiono appena usciti da 1984;
– le innumerevoli inquadrature in cui la Ferragni fissa intensamente e fieramente il vuoto, scelta stilistica che presumo ricerchi intensità emotiva ma che mi ha riportato alla mente le vacue pupille di un pesce spada morto sulla ghiacciaia;
– il video dei preparativi per il matrimonio, in cui Fedez propone di suonare la meravigliosa Amore che vieni, amore che vai ma la proposta gli viene bocciata perché “è una canzone triste”;
– il figlio utilizzato come spudorata merce acchiappa-like.

Sentir definire dopo soli cinque minuti di film un nulla su due gambe come “una figura aspirazionale, una figura che diventa modello per milioni di ragazze” mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene.

Vergognatevi.

Commenti su: "Chiara Ferragni – Unposted" (11)

  1. Ok, io il film non l’ho visto e in realtà non credo proprio che lo vedrò ma da come ne parli sembra quasi parlare del vuoto assoluto (perché per me uno spot pubblicitario il 99% delle volte è senz’anima e vuoto).

  2. ti stimo, io non sarei riuscita ad arrivare in fondo. sono anche stata attaccata su twitter il mese scorso per aver detto che semplicemente non capivo la fascinazione generale del personaggio..

  3. Sai, lo fai sembrare interessante, come un episodio apocrifo di Black Mirror. Magari, visto come una distopia, acquisisce senso XD

    Per il resto, non credo faccia per me, ma può dipendere dal fatto che sono unsocial e non interessato all’ambiente.

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