L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per settembre, 2019

Chiara Ferragni – Unposted


trendy
 ⟨trèndi⟩ agg. ingl. (propr. «alla moda»). – Che segue o contribuisce a creare una tendenza, una moda: un locale t.; una rivista trendy.

TRAMA: Documentario basato sulla famosa influencer Chiara Ferragni, e di come i social network abbiano cambiato il mondo dei media e del business.

RECENSIONE:

Ero piuttosto indeciso se da cinefilo fossi moralmente tenuto a guardarmi questo Chiara Ferragni – Unposted e successivamente magari scriverci qualcosa a riguardo.

Non tanto per la qualità dell’opera, che definire miserabile sarebbe eufemistico e dalla quale infatti non nutrivo alcuna speranza se non che mi provocasse una misericordiosa morte cerebrale, quanto per la sua stessa essenza.

Chiara Ferragni – Unposted non è un film.

È una pubblicità.

Uno spot promozionale di un’ora e mezza scarsa, messo in piedi con l’unico scopo di elogiare meccanicamente un marchio vivente.
Un’azienda bipede, un’imprenditrice che svolge un’attività lavorativa legata nel senso più stretto possibile a quanto i suoi seguaci (“adepti” forse sarebbe un termine più corretto) la ammirino, la idolatrino e contribuiscano con la loro curiosità malata a renderla un personaggio degno di nota.

Ciò è intuibile già dalle prime sequenze: si comincia con l’Insalata Bionda che si fa un piercing negli Stati Uniti, un momento di intenso valore emotivo ed umano, poi si passa a brevi interventi da parte di figure più o meno di spicco nel mondo fashion che incensano lei e il ruolo del blogger modaiolo, a seguire alcuni brevi spezzoni sulle sue partecipazioni a sfilate di marchi vari.

Tutto piatto, banale, freddo e asettico, in cui il calore che lo spettatore dovrebbe provare per “una ragazza che ce l’ha fatta” viene soffocato dagli orpelli, dalla forma, dalla superficialità esasperata, azzerando totalmente sia una possibile empatia da parte del pubblico, sia una resa più umana di un personaggio che appare invece terribilmente finto, artificiale e plastico.

A tutte queste amenità si aggiungono filmini di repertorio riguardanti l’infanzia di Chiara, come i primi passi da bimba, le gite al museo e la continua, costante necessità di essere ripresa dalla telecamera della madre.

Donna che nell’ottica fornitale dal documentario appare fissata piuttosto maniacalmente con l’immortalare su video le figlie, la genitrice offre uno dei maggiori contributi al tono delirante del film, attribuendo alla Ferragni dei lati caratteriali (“determinata, che non vuole soverchiare gli altri e con un forte senso di giustizia”) che sarebbero forse più calzanti se riferiti a Gesù Cristo o a Superman, e piantando così l’ennesimo chiodo sul coperchio della bara che rinchiude il buon gusto.

Ad orchestrare il tutto vi è un taglio documentaristico dal pregevole stile nordcoreano, con la totale mancanza non solo di una qualsiasi forma di contraddittorio, a cui si potrebbe comunque soprassedere visto l’esasperato intento elegiaco nei confronti della giovane sciacquetta cremonese, ma pure carente di una seppur minima riflessione sulla superficialità sdoganata dalla figura dell’influencer, e sul suo delicato ruolo nel fare da guida a una sconfinata pletora di spettatori.

Un soggetto che trae la propria forza dal condizionare (“influenzare“, appunto) l’opinione dei suoi followers, un esercito di zombie idioti che scelgono di delegare il proprio senso critico nella scelta di come vestirsi, viene raffigurato come un Re Sole inattaccabile e quasi disumano.

Alcune parentesi del documentario in cui il livello del più becero trash si impenna particolarmente:

– l’incontro con Paris Hilton, in cui si raggiunge una quantità di Niente che si credeva riscontrabile solo ai confini dello spazio finora conosciuto;
– le interviste ad alcuni followers di Chiara su Instagram che paiono appena usciti da 1984;
– le innumerevoli inquadrature in cui la Ferragni fissa intensamente e fieramente il vuoto, scelta stilistica che presumo ricerchi intensità emotiva ma che mi ha riportato alla mente le vacue pupille di un pesce spada morto sulla ghiacciaia;
– il video dei preparativi per il matrimonio, in cui Fedez propone di suonare la meravigliosa Amore che vieni, amore che vai ma la proposta gli viene bocciata perché “è una canzone triste”;
– il figlio utilizzato come spudorata merce acchiappa-like.

Sentir definire dopo soli cinque minuti di film un nulla su due gambe come “una figura aspirazionale, una figura che diventa modello per milioni di ragazze” mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene.

Vergognatevi.

C’era una volta a… Hollywood


Once upon a time you dressed so fine

Threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People call say ‘beware doll, you’re bound to fall’

TRAMA: Los Angeles, 1969. Un attore di grido ora ridotto a recitare in serie tv western ed il suo stuntman si muovono nella Hollywood che farà da cornice all’omicidio dell’attrice Sharon Tate per mano della Family di Charles Manson.

RECENSIONE:

Nono film diretto da Quentin Tarantino (considerando le due parti di Kill Bill come lungometraggio unico), C’era una volta a… Hollywood è un caloroso omaggio ad un cinema che non c’è e non ci sarà mai più.

Il divismo, il luccichio che a volte non indica la presenza di oro sottostante, un amore incondizionato sia per IL Cinema (arte nella sua più ampia espressione) che per UN particolare cinema (quello anni sessanta) si trasforma da omaggio intimo e personale del cineasta nato in Tennessee ad un elogio vasto e rispettoso, più da affezionato cultore che da professionista del settore.
La Settima Arte possiede infatti la grande capacità di non essere una proprietà esclusiva di chi la ama, essendo al contrario dotata di un carattere universale ed ecumenico, potendo raggiungere quindi ogni categoria possibile di spettatori, anche i più casuali, proponendo dal grande classico al lungometraggio impegnato, dalla commedia per famiglie al drammone d’essai.

“C’era una volta” è la formula che fin da bambini abbiamo appreso essere l’inizio delle favole, e anche questo C’era una volta a… Hollywood intraprende un percorso fiabesco (soprattutto nel segmento finale) proponendosi come un prodotto che nonostante si basi su un meccanismo di storie parallele à la Pulp Fiction non è forse così tarantiniano quanto potrebbe sembrare (anche in questo caso, escludendo l’ultima ventina di minuti da puro Quentin).

Efficace in tal senso la rappresentazione di Sharon Tate come vero e proprio angelo del Cinema: una presenza dolce, raggiante ed eterea che brilla di luce propria (grazie ad un’interpretazione genuina e priva di manierismi inutili di Margot Robbie); un essere delicato e dolce, reso ancor più struggente agli occhi dello spettatore che ripensi al fato barbaro destinato per lei dal corso degli eventi.
Una figura che si erge al di sopra del cinema come industria (sovente rappresentata in C’era una volta a… Hollywood mediante agenti magheggioni, dietro le quinte caotici, meticolose preparazioni delle scene) per incarnare il cinema come Arte.

Sorretta da un impianto tecnico di tutto rispetto (scenografie ricreate maniacalmente, abbigliamento, fotografia) che risulta piacevolmente immersivo in un decennio di ruggente star-system statunitense, la pellicola è un’opera di ricca organicità grazie anche all’inserimento di una miriade di piccole o grandi citazioni ad elementi cinematografici (e non) realmente esistenti (le star, i film, lo showbiz), riuscendo a proporre quindi numerose chicche per appassionati e cultori cinefili.

Il cinema che trionfa sulla violenza, sulla realtà e persino sulla Storia, piegandola a proprio vantaggio come solo in una fiaba può avvenire: un racconto in cui è sempre il principe valoroso a sconfiggere il temibile drago, in cui i personaggi buoni vissero tutti felici e contenti mentre i malvagi vengono puniti brutalmente per le proprie azioni empie.

L’ambientazione anni ’60 presta impeccabilmente il fianco a tali tematiche: colorata, libera, spensierata e sotto la forte influenza dell’amore universale quanto caratterizzata da piccoli ma intensi sprazzi di malvagità sotterranea.
Un male torbido, carnale e brutale, non visibile apertamente ma presente e sobbollente come il magma.

Cast monumentale.

DiCaprio e Pitt entrambi nei panni di un personaggio la cui parabola ondivaga parte da un (relativo) picco per poi inabissarsi a causa delle circostanze, avendo però successivamente una possibilità di redenzione e ascesa quasi da fenice, che proprio dalle sue ceneri trae la forza per la risalita a nuova vita.

“Non è il mondan romore altro ch’un fiato / di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, / e muta nome perché muta lato” scriveva Dante Alighieri nell’undicesimo canto del Purgatorio parlando della fama e della presunzione.

Rick Dalton, il divo che non trova più ruoli alla propria (ritenuta) altezza, dovendosi confrontare con il cambiamento del cinema in generale e con il ridimensionamento della sua celebrità in particolare, temendo quindi la possibilità di trasformarsi in un vetusto relitto incagliato e dall’attrattiva solo museale, è fattore portante della fama come entità aleatoria e sfuggente.

L’altra faccia della medaglia è il suo stuntman, Cliff Booth, le cui fortune dipendono non solo dalla propria bravura, ma anche dal percorso lavorativo dell’attore di cui è braccio destro. La sua carriera professionale segue quindi un doppio percorso, risultando sia autonoma che dipendente, con la sua carriera spesso sul filo del rasoio anche a causa di un ostracismo dovuto ad eventi passati.

Oltre a DiCaprio, Pitt e la Robbie (come già detto, diva nel ruolo, divina nella sensibilità con cui Sharon Tate è stata raffigurata) abbiamo una pletora di star.

Al Pacino come agente cinematografico diverte e si diverte, con il suo personaggio che è occasione sia per slanci di ammirazione verso il cinema anni ’60 sia per una critica alla superficialità statunitense nei confronti dell’industria europea, vista con immeritata spocchia.

Rappresentati molti divi realmente esistiti nel periodo: tra gli altri, Timothy Olyphant è la star di Lancer James Stacy, Damian Lewis appare in un piccolo cameo come Steve McQueen, Mike Moh dà corpo ad un particolarmente stereotipato Bruce Lee (con seguente polemica da parte della figlia di Lee, Shannon, che non ha particolarmente apprezzato il ritratto del padre) mentre Luke Perry interpreta l’attore Wayne Maunder (sia Perry che Maunder sono scomparsi durante la produzione del film).

I giovani Austin Butler, Dakota Fanning, Maya Hawke e Victoria Pedretti interpretano alcuni membri della Manson Family, mentre Charles è Damon Herriman, che interpreta lo stesso ruolo nella seconda stagione della serie tv Mindhunter (ambientata una decina di anni dopo rispetto a questo film).

C’era una volta a… Hollywood è un’opera che riesce ad incarnare un amore personale per poi alimentarlo come un incendio ed estenderlo quindi allo spettatore, invitandolo a far parte del cinema: un mondo crudo e magico, veniale ed artistico, immanente e trascendente.

Consigliato.

It – Capitolo due


Tornare a Derry. Perché avevamo promesso, mi ha detto, ed è vero.

Abbiamo promesso. Tutto noi. Da ragazzi. Nel ruscello che attraversa i Barren, tenendoci per mano in circolo, dopo che ci eravamo tagliati i palmi con un pezzo di vetro.
Sembravamo un gruppo di ragazzini che giocano ai fratelli di sangue, solo che si faceva sul serio.

TRAMA: Derry. 27 anni dopo i drammatici fatti raccontati in It, i membri del Club dei Perdenti si ritrovano, riuniti da una terribile telefonata.
Sono cresciuti, ma riusciranno ad affrontare le paure dell’infanzia e il Male che si aggira per le strade della cittadina del Maine?
Dal romanzo di Stephen King (1986).

RECENSIONE:

Seguito del Capitolo uno uscito nel 2017 e diretto ancora da Andy Muschietti, It – Capitolo due riesce ad avere successo in un’insperata triplice impresa:

– Essere un buon film horror.

– Essere un sequel ispirato.

– Essere una più che decente trasposizione di un pantagruelico romanzo di Stephen King.

Prendiamo in esame i tre punti uno alla volta.

Per capire se si abbia di fronte un buon film horror devono essere presenti sostanzialmente due fattori:

Il primo è la paura: non uno scoglio particolarmente difficile da superare in un’arte visiva, a patto di non abusare ovviamente con jumpscares fini a se stessi, ripetitivi e monotoni che hanno come unico risultato quello di annoiare lo spettatore adagiandolo su binari troppo prevedibili.

L’antagonista di It è una creatura mutaforma vecchia milioni di anni, la cui apparenza estetica preferita è quella di un clown, perciò da questo punto di vista si è in una botte di ferro.
Così come nel primo capitolo, anche qui It assume diverse fattezze estremamente inquietanti, e fortunatamente il mix di computer grafica ed effetti pratici è di soddisfacenti fattura e realismo, risultato non semplice vista l’esigenza da parte dell’occhio di uno spettatore anche meno accorto.

Il secondo, più sottile, è legato alla caratterizzazione dei personaggi.

L’horror è letteralmente saturo di adolescenti arrapati che si fanno squartare a torme dal killer di turno: piatta e banale carne da macello di cui si ricordano più le scene in topless o i pettorali voluminosi (provate a pensare a quanti film de paura contengano una scena di sesso) che la loro caratterizzazione psicologica.

Bill Denbrough, Richie Tozier, Beverly Marsh, Ben Hanscom, Eddie Kaspbrak, Mike Hanlon e Stan Uris sono persone che si trovano di fronte un’entità maligna dall’essenza inenarrabile ed incomprensibile.

Persone, non macchiette.

Io spettatore sono interessato dalle loro vicende perché mi trovo di fronte a dei personaggi pieni e costruiti, in cui sono sì presenti degli ovvi stereotipi in modo da renderli spiccatamente riconoscibili e distinguibili tra loro (il leader, la maschiaccia, il chiacchierone, il timido…), ma tale delineazione introspettiva viene resa come un veicolo di intrattenimento, e non una barriera all’attenzione stile cartonati parlanti come il quarterback, la cheerleader, il nerd o l’afroamericano che crepa subito.

Ci si collega quindi al secondo punto di forza principale di questo It: la efficace prosecuzione di una Parte Uno apprezzabile attraverso un seguito che riesce a portare a nuovo livello le varie sotto-trame dei suddetti personaggi, senza deragliarle in uno sbrodolio inconsulto o esagerarle illogicamente.

I bambini che abbiamo conosciuto ventisette anni fa diventano adulti: osservarne lo sviluppo, assistere a come le loro problematiche preadolescenziali si siano poi evolute una volta maturati è molto interessante (grazie anche alla bravura sia del cast junior che di quello senior), così come l’intero armamentario narrativo legato al recalcitrante ritorno di un vecchio gruppo di amici nella tana del diavolo da cui disperatamente erano riusciti a fuggire e di cui la stessa loro mente ha cancellato il ricordo.

It – Capitolo due è più spaventoso del primo, più lungo del primo, più cupo del primo, molto più ad ampio respiro del primo, e ciò porta ad un sequel con molta più carne al fuoco, altro fattore che contribuisce più che positivamente a ravvivare interesse verso una storia del cui inizio abbiamo assistito due anni or sono.

Punto tre: Stephen King e il cinema.

Per quanto concerne le versioni cinematografiche delle opere del Re, i risultati sono molto ondivaghi: la loro qualità passa infatti dal capolavoro (come Il miglio verde, Le ali della libertà, Shining), l’ottimo (ad esempio Misery, Stand By Me, Carrie), il senza infamia (tra gli altri Cujo, 1408) e l’orripilante ma per motivi sbagliati (tipo la maggior parte del resto).

King è uno scrittore dallo stile estremamente prolisso ed immersivo: spende solitamente molte pagine in descrizioni di ambienti, personaggi secondario/terziari, elucubrazioni legate al rapporto tra i vari individui o altri elementi che, pur richiedendo spazio scritto, una volta visivi potrebbero essere tagliati in pochi minuti.

Siccome ciò è fondamentale nella costruzione di una storia elaborata, con libri che traggono la loro forza attrattiva proprio da quanto siano dettagliati anche in elementi apparentemente inutili, empiricamente per Stephen King vige il principio della proporzionalità inversa tra il numero di pagine del romanzo e quanto apprezzabile sarà poi il lungometraggio.

A parte L’acchiappasogni, ignobile fetecchia sia su carta che su schermo.

Anche il cast è sul pezzo.

Nonostante il paio di grossi nomi James McAvoy – Jessica Chastain, viene mantenuta un’apprezzabile coralità lungo tutto l’arco narrativo: ognuno dei Perdenti ha il proprio spazio di manovra (più che nel primo episodio, con Stan e Mike evidentemente in secondo piano), e in un’opera nella quale il focus è verso il branco, e non sul lupo, è sicuramente la scelta migliore.

Bill Skarsgård incredibilmente espressivo sotto il trucco del pagliaccio Pennywise, un’interpretazione spaventosa ed azzeccata per il Male incarnato; coadiuvato come già detto in precedenza da un comparto grafico piuttosto sul pezzo (per quanto trasformazioni diverse ottengano risultati pratici diversi), l’attore svedese si conferma come un’ottimo successore del famigerato Tim Curry.

Tra i Perdenti è sugli scudi in particolare il buon Bill Hader: alle prese con una prova prevalentemente drammatica poco nelle sue corde, il famoso componente del Saturday Night Live rende il Richie Tozier adulto non un semplice gagster chiacchierone, ma un personaggio profondo e con più sfaccettature di quanto le apparenze potrebbero far pensare.

Pregevole la chimica tra lui e James Ransone (Eddie adulto), che li rende protagonisti di siparietti comici e non solo molto apprezzabili e accattivanti.

Giusta inoltre la scelta di tagliare spazio ad alcuni characters di contorno poco utili nell’economia generale della trama (Tom Rogan e Audra Phillips su tutti) e aggiungere al loro posto Adrian Mellon (presente nel romanzo ma assente nella miniserie del 1990) grazie al quale è stato realizzato un efficacissimo prologo.

Prima di concludere, alcune dolenti note.

Purtroppo It romanzo è afflitto da uno dei più deliranti ed infilmabili finali mai concepiti.

Descritto a parole è un conto, mostrarlo per immagini è estremamente complesso.

Senza fare spoiler, la parte finale di It – Capitolo due è sicuramente un’esagerata e banalizzata semplificazione rispetto a quella del libro: purtroppo, pur considerando l’ostico materiale di partenza, è una mezza caduta di stile e tono considerando le abbondanti due ore precedenti (più le altrettante due e rotte del primo episodio).

MI rendo conto che una realizzazione migliore di questa sarebbe stata complessa, ma anche partendo da tale assunto, avrei preferito di meglio.

Altro problema è la totale inutilità narrativa di Henry Bowers, nel romanzo antagonista secondario fonte di grossi problemi ma che qui è poco più di un fastidio: sembra purtroppo evidente, da parte dello sceneggiatore, il non sapere cosa farsene di questo tizio, il cui ruolo risulta perciò oltremodo superfluo.

Ulteriore pecca è la troppa ironia a sproposito, specie in alcuni frangenti dove, per dirla in parole povere, non ci sarebbe un cazzo da ridere.

It – Capitolo due rimane comunque un buon esempio di horror costruito non con i piedi, che sicuramente eccelle in un genere vomitevolmente inflazionato, ripetitivo e dalla scarsa inventiva.

Pregi aventi nettamente più peso rispetto ai pur presenti difetti, una degna conclusione per un’opera, questa sì, che aveva decisamente bisogno di un restyling tecnico dopo la mediocre miniserie televisiva con Tim Curry.

Altro remake tra ventisette anni?

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