L'amichevole cinefilo di quartiere

Il re leone (2019)


LUAU!

Se tu hai bisogno della grana, vieni qua!
Prova Il re leone, amico, perché è proprio un’ovvietà!
Famosi come lui, proprio non ce n’è!
Se giri il remake ci fai i danèèè…
Hai voglia? [Din din din!]
Di un miliardo? [Din din din!]
È banale! [Din din!]
Te ne accorgi anche tu! Uh!

TRAMA: Il giovane cucciolo di leone Simba, figlio di Mufasa e principe delle Terre del Branco, vuole diventar presto un re, ma suo zio brama il titolo per se stesso, e non si fermerà davanti a nulla per ottenerlo.
Con l’aiuto di una curiosa coppia di nuovi amici, Simba dovrà maturare e prendere ciò che gli spetta.

RECENSIONE:

Remake in CGI dell’omonimo lungometraggio animato Disney del 1994, e diretto da quel Jon Favreau famoso per essere Happy Hogan, il deficiente bodyguard di Tony Stark per aver diretto una versione de Il libro della giungla con la medesima tecnica questo The Lion King è…

È…




Un esercizio di stile pretenzioso e inutile.


Se nel citato Libro della giungla la computer grafica debordante aveva una certa resa artistica dovuta (anche) alla presenza al suo interno di un personaggio umano “reale” (con cui perciò poteva presentarsi un confronto visivo), qui l’assenza dell’attorialità umana rende la pellicola un’orgia di pura tecnica, mancante di un preciso costrutto.

Una gang bang computerizzata
in cui è sì palese la ricerca di una verosimiglianza naturale, che però conduce paradossalmente alla formazione di un innaturale costrutto artefatto e tecnologico, poiché basato in soldoni sull’utilizzo di un sugo leggermente diverso per condire un piatto a cui siamo troppo abituati per renderne apprezzabile una variante.


Ad essere penalizzata dal realismo è soprattutto l’espressività animale: ciò che viene guadagnato in documentarismo va a perdersi in una trasmissione delle emozioni sita a livello Gabriel Garko, che le porta di conseguenza ad appiattirsi e svilirsi, abbassando tremendamente di livello delle scene che empaticamente dovrebbero essere invece molto cariche.


Pellegrina anche l’idea di ricalcare troppo per filo e per segno la versione del 1994, che sia per la sua elevata qualità tecnico oggettiva nell’ambito dell’animazione, sia per l’effetto nostalgia e l’amore dei fan risulta un pilastro inarrivabile per quella che emerge purtroppo come una versione scialba e poco ispirata.

Tra le (poche) variazioni alcune sono in fin dei conti azzeccate: ad esempio le iene non sono più idioti che circondano Scar ma una vera e propria armata da temere, e sono stati eliminati i famigerati “fuck me eyes” di Nala in Can You Feel the Love Tonight, francamente imbarazzanti in una pellicola destinata alle famiglie.

Altri cambiamenti risultano però deleteri, come la scena iniziale dell’incontro tra Zazu, Scar e Mufasa macellata senza pietà, Be Prepared più parlata che cantata o la menzione di uno scontro tra Mufasa e Scar per Sarabi (???).

Per fortuna la CGI non ha ricreato lo sguardo “Voglio concepire Kiara”.

Il remake risulta quindi estremamente disomogeneo: un pendolo che oscilla tra la presa di coscienza di un cambiamento e l’amara considerazione di quanto siano dannose le modifiche al risultato complessivo.

E se una cosa funziona, non va cambiata.


Non va rifatta, non ce n’è bisogno.


Capitolo doppiaggio.


Non ho nulla contro Marco Mengoni ed Elisa: non sono cantanti che apprezzo particolarmente perché il pop italiano non è precisamente il mio genere, ma nemmeno li detesto.

Sono famosi, piacciono molto e hanno un grande successo, quindi il giudizio non è influenzato da particolare acredine legata alla loro produzione in campo musicale.


Mi limiterò ad un’opinione sul loro doppiaggio.






Sono inascoltabili.

“Credo negli esseri umani… credo negli esseri umani…”

Lui ha una timbrica troppo leggera per un leone maschio adulto, così alta che persino il Riccardo Rossi del cartoon (sostituto di Matthew Broderick) in confronto al cantante laziale sembra Alessandro Rossi, voce di Liam Neeson e Arnold Schwarzenegger.

Che l’impegno dietro al lavoro ci sia stato si nota ed è sicuramente apprezzabile, ma purtroppo questo è un caso lampante di poca attinenza voce-personaggio, che trattandosi oltretutto del protagonista contribuisce al fastidio uditivo e alla perplessità in merito alla scelta.




Elisa
invece non ha questo problema.


Il suo problema è che è terribile: con tutto l’amore del mondo, il suo doppiaggio sembra quello degli animali dialettali dei filmati di Paperissima Sprint.


C’è un lato positivo nel suo lavoro, comunque.



Nala adulta ha poche battute.

Estratto di un post su Instagram della cantante. Ce ne siamo accorti.

Già meglio però il cast di contorno.

Se riguardo un peso massimo come Luca Ward poco c’è da dire vista l’enorme esperienza del famosissimo doppiatore, spicca in positivo il sempre ottimo Massimo Popolizio (Ralph Fiennes nella saga di Harry Potter, redivivo Duce in Sono tornato), altro eccellente Scar dopo il bravo Tullio Solenghi, così come il divertente Emiliano Coltorti nei panni (penne) di Zazu.


Edoardo Leo e Stefano Fresi (compari nella godibile serie Smetto quando voglio) convincenti come Timon e Pumbaa, pur con un impari confronto sia con la coppia animata Tonino Accolla/Ermavilo che con gli originali Nathan Lane ed Ernie Sabella.


Però in fin dei conti se la cavano, e questo è l’importante.


Peccato che Il re leone di Favreau sia un mero tentativo da parte della casa del Topo di offrire alle nuove generazioni un prodotto tecnicamente all’avanguardia in riproposizione di un classico di venticinque anni fa, non tenendo conto che proprio la pellicola originale non necessita revisioni.

Il risultato finale è un film stimolante ed intelligente quanto un sorpasso fra tir in autostrada.

Ne valeva la pena?



Dovrò perfezionare la riverenza.

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Commenti su: "Il re leone (2019)" (9)

  1. Il vocione tonante di Alessandro Rossi è semplicemente strepitoso. Conta poi che ha doppiato il mio idolo Schwarzenegger in alcuni dei suoi film migliori (uno su tutti L’eliminatore): per questo motivo, appena riconosco la sua voce in un film mi sciolgo subito dalla nostalgia.
    Tra tutti quelli che ho visto, il film in cui ha assunto il tono di voce più scuro in assoluto è The Spirit (in cui doppiava Samuel L. Jackson): non so se è stata una cosa voluta, ma ha dato un tocco in più al film, perché ha reso il cattivo della storia ancora più minaccioso.
    Leggo dalla sua pagina Wikipedia che talvolta ha doppiato un altro dei miei miti (Dolph Lundgren) e anche un premio Oscar come Russell Crowe: quest’ultimo può quindi vantarsi di essere stato doppiato da ben 2 fuoriclasse, lui e Luca Ward. Del resto, più è bravo l’attore più dev’essere bravo il doppiatore: non puoi mettere Claudio Bisio a doppiare Daniel Day – Lewis, con tutto il rispetto per l’ex mattatore di Zelig.

    • Il legame voce-volto è MOLTO importante nella visione di un film doppiato, fortunatamente in Italia possiamo contare su ottimi professionisti del settore come Rossi, Ward e tanti altri.

      • Io però quando posso preferisco vedermi un film sottotitolato. Non per sentire le voci originali (quello mi importa meno di zero), ma perché la visione mi stanca molto meno se non devo cogliere anche i dialoghi oltre alle immagini: in pratica, con i sottotitoli anziché sforzare sia gli occhi che gli orecchi metto sotto torchio solo gli occhi. Grazie per la risposta! 🙂

  2. È questo il problema di questo film. Il fatto di aver fatto tutto con la CGI e di aver reso il tutto ultra realistico. È un film piatto dove non sono riuscito a empatizzare con i personaggi (mancanza di espressione) e soprattutto non mi è piaciuto come molte scene siano identiche o simili a quelle dell’originale. In questo modo fai solo un copia incolla del film precedente, ti dai dei limiti e crei un prodotto senz’anima. Perché molti remake live-action della Disney hanno questo difetto: sono senz’anima.

  3. io lo odio il film del libro della giungla
    e mi hai confermato che anche questa è monnezza

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