L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 25 agosto 2019

Il re leone (2019)


LUAU!

Se tu hai bisogno della grana, vieni qua!
Prova Il re leone, amico, perché è proprio un’ovvietà!
Famosi come lui, proprio non ce n’è!
Se giri il remake ci fai i danèèè…
Hai voglia? [Din din din!]
Di un miliardo? [Din din din!]
È banale! [Din din!]
Te ne accorgi anche tu! Uh!

TRAMA: Il giovane cucciolo di leone Simba, figlio di Mufasa e principe delle Terre del Branco, vuole diventar presto un re, ma suo zio brama il titolo per se stesso, e non si fermerà davanti a nulla per ottenerlo.
Con l’aiuto di una curiosa coppia di nuovi amici, Simba dovrà maturare e prendere ciò che gli spetta.

RECENSIONE:

Remake in CGI dell’omonimo lungometraggio animato Disney del 1994, e diretto da quel Jon Favreau famoso per essere Happy Hogan, il deficiente bodyguard di Tony Stark per aver diretto una versione de Il libro della giungla con la medesima tecnica questo The Lion King è…

È…




Un esercizio di stile pretenzioso e inutile.


Se nel citato Libro della giungla la computer grafica debordante aveva una certa resa artistica dovuta (anche) alla presenza al suo interno di un personaggio umano “reale” (con cui perciò poteva presentarsi un confronto visivo), qui l’assenza dell’attorialità umana rende la pellicola un’orgia di pura tecnica, mancante di un preciso costrutto.

Una gang bang computerizzata
in cui è sì palese la ricerca di una verosimiglianza naturale, che però conduce paradossalmente alla formazione di un innaturale costrutto artefatto e tecnologico, poiché basato in soldoni sull’utilizzo di un sugo leggermente diverso per condire un piatto a cui siamo troppo abituati per renderne apprezzabile una variante.


Ad essere penalizzata dal realismo è soprattutto l’espressività animale: ciò che viene guadagnato in documentarismo va a perdersi in una trasmissione delle emozioni sita a livello Gabriel Garko, che le porta di conseguenza ad appiattirsi e svilirsi, abbassando tremendamente di livello delle scene che empaticamente dovrebbero essere invece molto cariche.


Pellegrina anche l’idea di ricalcare troppo per filo e per segno la versione del 1994, che sia per la sua elevata qualità tecnico oggettiva nell’ambito dell’animazione, sia per l’effetto nostalgia e l’amore dei fan risulta un pilastro inarrivabile per quella che emerge purtroppo come una versione scialba e poco ispirata.

Tra le (poche) variazioni alcune sono in fin dei conti azzeccate: ad esempio le iene non sono più idioti che circondano Scar ma una vera e propria armata da temere, e sono stati eliminati i famigerati “fuck me eyes” di Nala in Can You Feel the Love Tonight, francamente imbarazzanti in una pellicola destinata alle famiglie.

Altri cambiamenti risultano però deleteri, come la scena iniziale dell’incontro tra Zazu, Scar e Mufasa macellata senza pietà, Be Prepared più parlata che cantata o la menzione di uno scontro tra Mufasa e Scar per Sarabi (???).

Per fortuna la CGI non ha ricreato lo sguardo “Voglio concepire Kiara”.

Il remake risulta quindi estremamente disomogeneo: un pendolo che oscilla tra la presa di coscienza di un cambiamento e l’amara considerazione di quanto siano dannose le modifiche al risultato complessivo.

E se una cosa funziona, non va cambiata.


Non va rifatta, non ce n’è bisogno.


Capitolo doppiaggio.


Non ho nulla contro Marco Mengoni ed Elisa: non sono cantanti che apprezzo particolarmente perché il pop italiano non è precisamente il mio genere, ma nemmeno li detesto.

Sono famosi, piacciono molto e hanno un grande successo, quindi il giudizio non è influenzato da particolare acredine legata alla loro produzione in campo musicale.


Mi limiterò ad un’opinione sul loro doppiaggio.






Sono inascoltabili.

“Credo negli esseri umani… credo negli esseri umani…”

Lui ha una timbrica troppo leggera per un leone maschio adulto, così alta che persino il Riccardo Rossi del cartoon (sostituto di Matthew Broderick) in confronto al cantante laziale sembra Alessandro Rossi, voce di Liam Neeson e Arnold Schwarzenegger.

Che l’impegno dietro al lavoro ci sia stato si nota ed è sicuramente apprezzabile, ma purtroppo questo è un caso lampante di poca attinenza voce-personaggio, che trattandosi oltretutto del protagonista contribuisce al fastidio uditivo e alla perplessità in merito alla scelta.




Elisa
invece non ha questo problema.


Il suo problema è che è terribile: con tutto l’amore del mondo, il suo doppiaggio sembra quello degli animali dialettali dei filmati di Paperissima Sprint.


C’è un lato positivo nel suo lavoro, comunque.



Nala adulta ha poche battute.

Estratto di un post su Instagram della cantante. Ce ne siamo accorti.

Già meglio però il cast di contorno.

Se riguardo un peso massimo come Luca Ward poco c’è da dire vista l’enorme esperienza del famosissimo doppiatore, spicca in positivo il sempre ottimo Massimo Popolizio (Ralph Fiennes nella saga di Harry Potter, redivivo Duce in Sono tornato), altro eccellente Scar dopo il bravo Tullio Solenghi, così come il divertente Emiliano Coltorti nei panni (penne) di Zazu.


Edoardo Leo e Stefano Fresi (compari nella godibile serie Smetto quando voglio) convincenti come Timon e Pumbaa, pur con un impari confronto sia con la coppia animata Tonino Accolla/Ermavilo che con gli originali Nathan Lane ed Ernie Sabella.


Però in fin dei conti se la cavano, e questo è l’importante.


Peccato che Il re leone di Favreau sia un mero tentativo da parte della casa del Topo di offrire alle nuove generazioni un prodotto tecnicamente all’avanguardia in riproposizione di un classico di venticinque anni fa, non tenendo conto che proprio la pellicola originale non necessita revisioni.

Il risultato finale è un film stimolante ed intelligente quanto un sorpasso fra tir in autostrada.

Ne valeva la pena?



Dovrò perfezionare la riverenza.

Cloud dei tag