L'amichevole cinefilo di quartiere

Hotel Artemis


All the leaves are brown (all the leaves are brown)
And the sky is grey (and the sky is grey)
I’ve been for a walk (I’ve been for a walk)
On a winter’s day (on a winter’s day)
I’d be safe and warm (I’d be safe and warm)
If I was in L.A. (if I was in L.A.)

TRAMA: 2028. Los Angeles è teatro di numerose rivolte in strada.
Una donna, conosciuta come L’Infermiera, gestisce da 22 anni l’Hotel Artemis, una specie di pronto soccorso destinato a ospitare pericolosi criminali.

In una notte di tregenda, mentre nelle strade infuria la follia, all’Artemis arrivano diversi personaggi in cerca di cure.

RECENSIONE:

Fedele alla psicologia della Gestalt, corrente tedesca di inizio Novecento secondo cui la totalità è diversa dalla mera somma delle sue componenti, Hotel Artemis non riesce pur con premesse interessanti ed un cast solido a rendere se stesso qualcosa di più che un semplice film estivo disimpegnato.

Un po’ Suicide Squad per i personaggi dalla fedina penale atra, un po’ La notte del giudizio per la sua ambientazione sulfurea e rivoltosa, il film perde purtroppo la spinta iniziale man mano che va a rivelarsi una trama piuttosto banalotta e poco ispirata, sorretta più da cliché che da inventiva di narrazione.

E quindi sì, è interessante la scoperta dei criminali ricoverati in questa particolare e futuristica struttura, che attorniano la vecchia infermiera di buon cuore Jodie Foster come i ladroni sulla croce affiancano Cristo, ma il tutto sfuma in un nulla di fatto una volta accortisi che la loro introspezione è basilare, le interazioni tra loro sono lineari ed il percorso che compiono attraverso la storia è troppo facilmente intuibile.

Diretto da Drew Pearce, all’esordio registico di un lungometraggio dopo aver scritto l’Anticristo delle pellicole Marvel Iron Man 3 e Mission: Impossible – Rogue Nation (già meglio), Hotel Artemis mette a segno almeno il pregio di durare quell’ora e mezza canonica che contribuisca a non rendere il suo calo qualitativo troppo difficilmente sopportabile.

La già menzionata Jodie Foster incarna un personaggio sofferente e addolorato, che però unisce la debolezza della perdita umana alla forza della determinazione professionale, creando un connubio interessante e rendendola di fatto la figura caratterizzata più approfonditamente del mazzo.

Se Sterling K. Brown ha il grosso merito di provarci, con un personaggio che gli calza come un guanto di velluto, lo stesso non si può dire per altri suoi colleghi: da un Charlie Day pesantemente fuori ruolo ad una Sofia Boutella a cui è stato affidato uno stereotipo parlante, passando per un Dave Bautista che prova inutilmente a cavare sangue da una rapa, il cast di contorno deflagra presto nella noia e nel già visto.

Sprecatissimo in particolare il povero Jeff Goldblum, il cui potenziale estremamente maggiore viene sfruttato letteralmente con il contagocce, con un spreco criminale (no pun intended) di parecchi fattori interessanti riguardanti la sua parte che avrebbero meritato ben più esplorazione.

Non basta purtroppo una fotografia piuttosto efficace, con un sapiente uso dei colori, per risollevare visivamente un’opera che vede il suo difetto principale nel manico.

Hotel Artemis è il manifesto di ciò che avrebbe potuto essere e invece è stato: un’occasione persa.

Peccato.

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