L'amichevole cinefilo di quartiere

Rocketman


And I think it’s gonna be a long long time

‘Till touch down brings me round again to find
I’m not the man they think I am at home
Oh no no no

TRAMA: Dall’infanzia agli anni ’80, vita e carriera del musicista britannico Elton John, iniziata con la Royal Academy of Music e segnata dalla fondamentale collaborazione con il paroliere Bernie Taupin.

RECENSIONE:

Punto di partenza fondamentale per apprezzare questo film: scordarsi Bohemian Rhapsody.

Se la pellicola sui Queen era infatti uno splendido e classico biopic, che pur romanzato, gigione e karaokesco manteneva una consona rigidità strutturale, Rocketman vira invece verso lidi molto più da puro musical, in cui l’esecuzione delle canzoni non è legata (solo) alla performance da palco o all’intimo studio di registrazione, sala parto di successi immortali, ma ad una loro rappresentazione danzata, metaforica e addirittura corale.

Si hanno quindi più voci, più cambi di scena, più balli, più cornici che portano ad un’espressività incanalante talvolta dei toni di preponderante onirismo, in cui sono quindi parimenti importanti il messaggio ed il tramite.

A seguito perciò di una normale scena di dialogo ci si lancia nell’esecuzione di un grande successo di John che sia correlato per temi a quella particolare situazione, in modo simile a quanto avviene in Across the Universe per i Beatles.

Ciò aumenta sicuramente l’importanza della forma, che centra due bersagli:

– essere ricca ed elaborata talvolta ai limiti del barocchismo, divenendo efficace veicolo per diffondere la celebre atmosfera eltonesca fatta di vestiti sgargianti, esibizioni dalla forte componente teatrale e libertà sessuale;

– non soverchiare però un contenuto intenso, basato su rapporti familiari difficili, ricerca della propria identità, accettazione del sé e rito di passaggio non solo dall’età giovanile a quella adulta, ma anche percorso dall’eccesso fisico (droga, alcool, pastiglie, sesso promiscuo) a quello più superficiale meramente estetico.

Rocketman vince e convince, proprio grazie a questa impostazione estetica positivamente arzigogolata e deliziosamente frivola, che correda però tematiche crude ed importanti per il cammino psicologico di un essere umano.

Il rapporto con i genitori, pietra miliare della giovinezza, si interseca infatti con la scelta di un percorso di vita complesso, il quale una volta imboccato con successo comporta innumerevoli fattori di complessità che paradossalmente ne vanno ad inficiare proprio il godimento.

Non sapere letteralmente come spendere i soldi, la pressione derivante dalla fama, l’incapacità di essere soddisfatti di ciò che si è raggiunto per colpa di influenze negative (e conseguentemente la difficoltà nel capire quali siano invece le persone da tenersi accanto per superare i momenti bui), la generale depressione… spade di Damocle che spesso hanno portato ad una fine prematura le vite di grandi artisti (Joplin, Morrison, Cobain, Winehouse, per citarne alcuni).

Azzeccata la scelta di non utilizzare i nastri originali di Sir Reginald Kenneth Wight, ma di far cantare i brani direttamente a Taron Egerton, che ha quindi la possibilità di operare una fusione tra interprete ed interpretato che giova sicuramente al più che buono risultato complessivo.

Se dovessi infatti descrivere la performance del giovane gallese in cinque parole, probabilmente userei:
(1) questo;
(2) qua;
(3) è;
(4) proprio;
(5) bravo.

Tormentato, energico, potente, stravagante, gaio, travolgente: tutte le anime di Elton John vengono incarnate in due ore di film e ventidue canzoni (tra cui (I’m Gonna) Love Me Again composta appositamente per la pellicola), grazie alle doti di un interprete ormai saldamente alla ribalta e che offre la performance ad ora migliore della carriera.

Sul pezzo anche il cast di contorno.

Jamie Bell è un Bernie Taupin socio leale ma non ciecamente assoggettato all’ingombrante presenza del compagno d’arme: braccio destro sì ma servo Bernardo no, il paroliere è un’ancora necessaria a John per non essere travolto dal fortunale della dissolutezza.

Bryce Dallas Howard madre-matrona soffocante e livorosa, a simboleggiare quanto la famiglia possa essere croce e delizia.
Sostiene a suo modo il figlio in giovane età, ma ne tollera sempre meno gli eccessi da adulto, assurgendo un ruolo di agnello sacrificale che in parte ha avuto, ma che è stato sicuramente compensato dai futuri successi del figlio.

Buona prova anche per Richard Madden, che spero grazie a partecipazioni come questa si possa lasciare alle spalle il Robb Stark de Il trono di spade.
Da notare come piccola nota di colore che il suo ruolo, quello del manager musicale John Reid, in Bohemian Rhapsody era interpretato da Aidan Gillen, anch’egli presente come lord Petyr Baelish nella celebre serie HBO.

Ricchissima come già accennato la colonna sonora, composta da tutti i più grandi successi del cantante: da Your Song Crocodile Rock, da Don’t Go Breaking My HeartPinball Wizard, fino a Rocket Man e Sorry Seems to Be the Hardest Word.

Curiosità: gli ultimi due film del regista Dexter Fletcher sono prodotti da Matthew Vaughn, che ha diretto proprio Elton John (nel ruolo di se stesso) nel film Kingsman: Il cerchio d’oro, il cui protagonista è Taron Egerton.
Nel film di animazione Sing, Egerton è la voce originale del gorilla Johnny, che conquista il pubblico del musical di Buster Moon cantando proprio una canzone di Elton John (I’m Still Standing).

Coincidenze?

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Commenti su: "Rocketman" (2)

  1. Concordo con te, Rocketman è un ottimo film che convince e con un Taron Egerton che fa scintille. Ottima recensione.

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