L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per luglio, 2019

Men in Black: International


«Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri».
«Da che cosa?» 
«Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.» 

TRAMA: Gli agenti H e M lavorano per la sezione londinese dei Men in Black e vengono coinvolti in un caso di omicidio di portata intergalattica.

RECENSIONE:

Quarto capitolo della saga a sette anni dall’ultimo episodio, Men in Black: International è un cesso immondo che ottiene il mirabile risultato di essere sia un orribile film di fantascienza quanto una tristissima commedia come anche un action banale.

Massacrato da una sceneggiatura più lenta, stupida ed inutile di un sorpasso fra tir in autostrada, per due interminabili ore della nostra esistenza terrena che non riavremo mai più si inanella infatti una serie sconclusionata di cliché (la recluta, il boss di grade fama, l’agente talentuoso ma cazzone) a cui presumo sfugga il sottile dettaglio relativo alla necessità, per un film, di intrattenere il pubblico.

Se la trama ha efficacemente contribuito ad espandere i miei testicoli alle stesse dimensioni delle protesi mammarie di Mia Khalifa, nemmeno la regia riesce a fornire un almeno momentaneo palliativo.
Il cinquantenne F. Gary Gray, al suo decimo lungometraggio, non ha ancora invero deciso se essere ricordato come un discreto mestierante (Il negoziatore, Giustizia privata, Straight Outta Compton) o come un risibile cioccapiatti (The Italian Job, Fast & Furious 8).

A meno che una ventina di primi e primissimi piani a Tessa Thompson (con un personaggio il cui stolido entusiasmo sarebbe da prendere a coppie di sberle finché non diventino terzetti) paro paro a quello che faceva Sonnenfeld non sia considerato uno stilema registico personale, ma ne dubito.

Perché lo faceva paro paro Sonnenfeld.

Sospirone di sollievo: pur non provando ad impegnarsi neanche lontanamente, al bietolone Chris Hemsworth viene fortunatamente affidata l’ormai classica scena a petto nudo, elemento altamente introspettivo dei suoi personaggi e attraverso cui possiamo intuirne sogni,  speranze e fragilità dell’anima.

Panca piana 1 – Recitazione 0.

Oltre ad un Liam Neeson francamente incommentabile, spero che in commercio esista uno psicofarmaco abbastanza potente da farmi dimenticare Rebecca Ferguson agghindata come se Moira Orfei e la Liz Taylor di Cleopatra si fondessero in una delle visioni allucinogene di Paura e delirio a Las Vegas.


Ritengo inoltre che se il CIO decidesse di elevare a sport olimpico l’essere rotti nel culo, i responsabili del marketing che hanno inserito nella locandina i Vermoni e Frank il carlino nonostante abbiano complessivamente meno di trenta secondi di screen time potrebbero sentirsi già con la medaglia d’oro in tasca.

Chiudo facendo rispettosamente notare che per fare ironia non ho sfruttato l’ovvio assist del neuralizzatore cancella memoria, a differenza di questo film che ha biecamente inserito una gag autoreferenziale su Thor così azzeccata da farmi bramare la morte.

Una vaccata tellurica.

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Rocketman


And I think it’s gonna be a long long time

‘Till touch down brings me round again to find
I’m not the man they think I am at home
Oh no no no

TRAMA: Dall’infanzia agli anni ’80, vita e carriera del musicista britannico Elton John, iniziata con la Royal Academy of Music e segnata dalla fondamentale collaborazione con il paroliere Bernie Taupin.

RECENSIONE:

Punto di partenza fondamentale per apprezzare questo film: scordarsi Bohemian Rhapsody.

Se la pellicola sui Queen era infatti uno splendido e classico biopic, che pur romanzato, gigione e karaokesco manteneva una consona rigidità strutturale, Rocketman vira invece verso lidi molto più da puro musical, in cui l’esecuzione delle canzoni non è legata (solo) alla performance da palco o all’intimo studio di registrazione, sala parto di successi immortali, ma ad una loro rappresentazione danzata, metaforica e addirittura corale.

Si hanno quindi più voci, più cambi di scena, più balli, più cornici che portano ad un’espressività incanalante talvolta dei toni di preponderante onirismo, in cui sono quindi parimenti importanti il messaggio ed il tramite.

A seguito perciò di una normale scena di dialogo ci si lancia nell’esecuzione di un grande successo di John che sia correlato per temi a quella particolare situazione, in modo simile a quanto avviene in Across the Universe per i Beatles.

Ciò aumenta sicuramente l’importanza della forma, che centra due bersagli:

– essere ricca ed elaborata talvolta ai limiti del barocchismo, divenendo efficace veicolo per diffondere la celebre atmosfera eltonesca fatta di vestiti sgargianti, esibizioni dalla forte componente teatrale e libertà sessuale;

– non soverchiare però un contenuto intenso, basato su rapporti familiari difficili, ricerca della propria identità, accettazione del sé e rito di passaggio non solo dall’età giovanile a quella adulta, ma anche percorso dall’eccesso fisico (droga, alcool, pastiglie, sesso promiscuo) a quello più superficiale meramente estetico.

Rocketman vince e convince, proprio grazie a questa impostazione estetica positivamente arzigogolata e deliziosamente frivola, che correda però tematiche crude ed importanti per il cammino psicologico di un essere umano.

Il rapporto con i genitori, pietra miliare della giovinezza, si interseca infatti con la scelta di un percorso di vita complesso, il quale una volta imboccato con successo comporta innumerevoli fattori di complessità che paradossalmente ne vanno ad inficiare proprio il godimento.

Non sapere letteralmente come spendere i soldi, la pressione derivante dalla fama, l’incapacità di essere soddisfatti di ciò che si è raggiunto per colpa di influenze negative (e conseguentemente la difficoltà nel capire quali siano invece le persone da tenersi accanto per superare i momenti bui), la generale depressione… spade di Damocle che spesso hanno portato ad una fine prematura le vite di grandi artisti (Joplin, Morrison, Cobain, Winehouse, per citarne alcuni).

Azzeccata la scelta di non utilizzare i nastri originali di Sir Reginald Kenneth Wight, ma di far cantare i brani direttamente a Taron Egerton, che ha quindi la possibilità di operare una fusione tra interprete ed interpretato che giova sicuramente al più che buono risultato complessivo.

Se dovessi infatti descrivere la performance del giovane gallese in cinque parole, probabilmente userei:
(1) questo;
(2) qua;
(3) è;
(4) proprio;
(5) bravo.

Tormentato, energico, potente, stravagante, gaio, travolgente: tutte le anime di Elton John vengono incarnate in due ore di film e ventidue canzoni (tra cui (I’m Gonna) Love Me Again composta appositamente per la pellicola), grazie alle doti di un interprete ormai saldamente alla ribalta e che offre la performance ad ora migliore della carriera.

Sul pezzo anche il cast di contorno.

Jamie Bell è un Bernie Taupin socio leale ma non ciecamente assoggettato all’ingombrante presenza del compagno d’arme: braccio destro sì ma servo Bernardo no, il paroliere è un’ancora necessaria a John per non essere travolto dal fortunale della dissolutezza.

Bryce Dallas Howard madre-matrona soffocante e livorosa, a simboleggiare quanto la famiglia possa essere croce e delizia.
Sostiene a suo modo il figlio in giovane età, ma ne tollera sempre meno gli eccessi da adulto, assurgendo un ruolo di agnello sacrificale che in parte ha avuto, ma che è stato sicuramente compensato dai futuri successi del figlio.

Buona prova anche per Richard Madden, che spero grazie a partecipazioni come questa si possa lasciare alle spalle il Robb Stark de Il trono di spade.
Da notare come piccola nota di colore che il suo ruolo, quello del manager musicale John Reid, in Bohemian Rhapsody era interpretato da Aidan Gillen, anch’egli presente come lord Petyr Baelish nella celebre serie HBO.

Ricchissima come già accennato la colonna sonora, composta da tutti i più grandi successi del cantante: da Your Song Crocodile Rock, da Don’t Go Breaking My HeartPinball Wizard, fino a Rocket Man e Sorry Seems to Be the Hardest Word.

Curiosità: gli ultimi due film del regista Dexter Fletcher sono prodotti da Matthew Vaughn, che ha diretto proprio Elton John (nel ruolo di se stesso) nel film Kingsman: Il cerchio d’oro, il cui protagonista è Taron Egerton.
Nel film di animazione Sing, Egerton è la voce originale del gorilla Johnny, che conquista il pubblico del musical di Buster Moon cantando proprio una canzone di Elton John (I’m Still Standing).

Coincidenze?

La bambola assassina (2019)


Hai un amico in me,
Un grande amico in me!
Se la strada non è dritta e ci sono duemila pericoli
Ti basta solo ricordare che,
Che c’è un grande amico in me!

TRAMA: Per il compleanno del figlio, una giovane madre regala al ragazzino una bambola, ignorando la natura malefica e pericolosa del giocattolo.

RECENSIONE:

Reboot di una celebre saga horror.

Paura, eh?

Basterebbe questa prima riga per genuflettere le nostre menti al terrore, visti i precedenti “ritorni sulle scene” di mostri o killer vari, scongelati sovente per delle imperdonabili cazzatone che pencolano tra l’orrendo e l’imbarazzante.

Invece questo La bambola assassina si dimostra un tentativo di ripartenza decente, che pur non raggiungendo (per ovvi motivi storici e pop) i fasti dell’originale, riesce almeno ad erigersi qualitativamente rispetto ai precedenti sette (!) seguiti.

Magari non che ci volesse molto, però intanto è un risultato che viene portato a casa.

Si tenta giustamente non una ripresa pedissequa di quanto già narrato in precedenza, che avrebbe poco senso vista l’enorme offerta di genere, ma optando invece per una rivisitazione che tenga conto dei tre decenni trascorsi dal primo film, aggiungendo quindi derivazioni tecnologiche al classico schema horrorifico, un quid necessario alla sua ribalta e rinascita.

Il terribile Chucky viene infatti fornito della possibilità di un controllo delle apparecchiature elettroniche casalinghe e non (alla Alexa, per intenderci, anche se con una domotica ancora maggiore), che lo rendono esponenzialmente molto più pericoloso rispetto ad un pur inquietante bambolotto rubizzo armato di coltello.

Viene mantenuto ovviamente l’elemento spaventoso del personaggio, derivante da un principio tanto semplice quanto efficace: infondere di malignità ciò che noi consideriamo genericamente innocuo.
Il terrore scaturisce perciò non dall’esagerazione di un elemento già presente (es. il mostro o il killer armato), ma dal contrasto tra apparenza e comportamento: la bambola è infatti ciò a cui affidiamo la compagnia e i sogni dei nostri bambini, memori di quando a nostra volta avevamo nel pupazzo un compagno di giochi.

Caricata di un fattore omicida, si ottiene appunto un ribaltamento manicheo, al pari di altre figure innocue e pacifiche che la letteratura o l’arte hanno talvolta votato al male, quali il clown (Pennywise, il Joker), il bambino (Omen, Il villaggio dei dannati) o la donna (strega, sirena, gorgone).

La bambola ci intimorisce proprio perché non dovremmo averne paura: la sua ostilità violenta è vissuta dalla parte irrazionale della nostra mente come un tradimento di un rapporto di fiducia implicito, la violazione di un patto di non belligeranza (unilaterale, ça va sans dire) in cui siamo la parte ingannata.

Nonostante la scelta di inserire una giovane madre single serva a livello di trama fino a mezzogiorno.
Per quanto la relativamente piccola differenza di età tra genitore e figlio potrebbe essere usata al massimo per indicare l’assenza di potere/protezione genitoriale, ombrello metaforico per i piccini, Aubrey Plaza ci si cala comunque decentemente, se non altro senza dare l’idea allo spettatore di attendere passivamente l’arrivo del bonifico sul conto corrente.

Molto bravi invece i ragazzini guidati dal classe 2004 Gabriel Bateman, aficionado dell’horror dopo Annabelle e Lights Out; solitamente punto debole del genere, nel caso in cui gli attori siano troppo piccoli per aver già sviluppato una tecnica recitativa passabile, qui invece si difendono egregiamente.

Menzione d’onore per il diabolico Chucky, doppiato in lingua originale da Mark Hamill e sostituito in italiano dall’ottimo Loris Loddi.

Si riscatta pure Lars Klevberg dopo il pessimo Polaroid.

Meritevole di una possibilità.

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