L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 16 giugno 2019

Polaroid

Mi ha rubato l’anima!

TRAMA: Due amiche stanno rovistando in soffitta quando, tra uno scatolone polveroso e l’altro, rinvengono una macchina fotografica Polaroid.
Il ritrovamento è solo l’inizio di una serie di fatti sinistri e sanguinosi, perché le foto scattate dall’apparecchio preannunciano l’arrivo della morte…

RECENSIONE: 

Nei suoi ultimi film, Moana Pozzi veniva sostituita da una controfigura per le scene di sesso anale.

Pur non centrando assolutamente nulla con l’argomento della recensione, trovo che questo aneddoto sia nettamente più interessante dell’ultima vergogna che ho avuto la disgrazia di sorbirmi.

Elettrizzante quanto un documentario sui pescegatti e terrificante come Peppa Pig e il risveglio degli ZombiePolaroid è un patetico Foto dal futuro wannabe, che però non possiede né la sana ingenuità di cui solo un romanzo di R. L. Stine è dotato, né un Ryan Gosling sedicenne a divertire gli adulti con il senno del poi.

Come ormai è diventato vero e proprio marchio di fabbrica del genere teen slasher moderno, il cast è ovviamente pregno di tutta quella bella gioventù diventata “celebre” grazie ai teen drama, forma di intrattenimento che a titolo puramente personale considero seconda per bassezza solo ai cristiani divorati dai leoni nel II secolo.

Siete misantropi? Auspicate solo il male per il prossimo?

Ottimo: i personaggi di Polaroid sono per diretta conseguenza del cast una deprimente masnada di stereotipi carne da macello, il cui unico scopo sul piano dell’esistente è quello di farsi massacrare convenientemente a turno dalla misteriosa figura diabolica.

Spicca per essere azzeccata con il contesto circostante come Peter Dinklage negli Harlem Globetrotters la veterana Grace Zabrinskie, che suppongo sia stata ingaggiata per questa imperdonabile boiata approfittandosi di una sua eventuale demenza senile.

A destra il clone di Timothée Chalamet, mentre da sinistra, in senso orario, le versioni giovanili di Olivia Munn, Aaron Stanford e Rosario Dawwson.

A corredo di una scrittura podalica gli ormai immancabili jumpscare sparsi alla boia di un Giuda, i soliti miao miao miao miaooo, bau bau bau bauuuu, chicchiricchì se il film manco ci prova non vedo perché dovrei farlo io.

Regia mediocre, montaggio da ABC del genere, introspezione dei characters vicina al nulla cosmico, effetti speciali creati con Microsoft Power Point.
Colpo di scena con contro-colpo di scena, ma perché?

La protagonista si chiama Bird: dopo la Wren di quel capolavoro neorealista di Slender Man è la seconda pellicola horror deficiente ad avere un personaggio principale dal nome di volatile.

Non so ancora cosa significhi, ma sto unendo i puntini, prima o poi lo capirò.

Pellicola utile unicamente per ravvivare la sacra fiamma del suicidio rituale, 88 minuti della mia vita perduti come lacrime nella pioggia.

Unico pregio del film è che se non altro non è prodotto dalla Blumhouse, quindi, anche visti i ricavi ad ora scarsi, non dovrebbero esserci sequel all’orizzonte.

Almeno spero.

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