L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per giugno, 2019

I morti non muoiono


Oh, the dead don’t die

Any more than you or I
They’re just ghosts inside a dream
Of a life that we don’t own

TRAMA: Poliziotti e abitanti di una cittadina di provincia americana si ritrovano a fronteggiare un’improvvisa invasione di zombie.

RECENSIONE:

Gli zombie siamo noi.

Siamo noi una massa di esseri decerebrati che vaga errante per il mondo, bramando la vita e portando marcescenza in ciò che consuma.

Siamo noi, con quella tecnologia che ci ha portato in dote innumerevoli agi, barattandoli però forse, come conseguenza di un contratto con il Diavolo, con la perdita di troppa umanità.

Siamo noi, con i rapporti personali esacerbati da concetti magari non sbagliati presi in quanto tali, ma caratterizzati da un utilitarismo nocivo se estremizzati: il denaro, il lavoro, la reputazione, l’aspetto estetico.

Siamo noi, incattiviti verso il prossimo.

Verso colui che ha, perché invidiamo chi possiede più di noi, ma anche di chi non ha, perché ne temiamo le invidie e le tentazioni al furto, ben conoscendole in quanto parte di noi.

Siamo noi, che troviamo rifugio in un’omologazione alla massa, agli altri, a quelli come noi, per covare odio, paura e risentimento verso un’altra massa, quelli diversi da noi.

Siamo noi i vivi ma morti.

Siamo noi i morti ma vivi.

Romero lo aveva capito e lo traspose su schermo, in quel Dawn of the Dead in cui comuni cittadini si trovano asserragliati in un supermercato (simbolo di consumismo e capitalismo), contro orde di cadaveri rianimati.

Jarmusch invece manca il bersaglio.

I morti non muoiono è un film corale che corale non è, perché il focus principale verte preponderantemente sui poliziotti di Murray e Driver, lasciando agli altri personaggi un valore ancillare e di breve presentazione caratteriale.

Il redneck, i turisti, il matto del villaggio, le ragazze della tavola calda… tessere del puzzle di una classe media americana che non trovano riscontro tangibile in una pellicola che non sa se renderli elementi attivi o solo banali vittime degli esseri orrorifici.

È un film di critica che di critica non è, perché troppo banale e basico in una metafora sparagnina e poco ispirata.
Il razzismo, l’elogio al passato tipico di una società vuota che non si riconosce nella sua contemporaneità, i social outcast che salveranno gli altri grazie alla loro purezza, il ribaltamento delle convenzioni sociali… tutti accenni, vaghe pennellate sfumate, briciole di pane che vengono mostrate ma non approfondite.

È un metafilm che metafilm non è, in quanto non presenta veri e propri sfondamenti della quarta parete, e con un collegamento alla realizzazione della pellicola stessa che pare quasi buttato a caso.

Il film parla allo spettatore, mostrando una storia?
Parla a se stesso, crogiolandosi nel proprio svolgimento?
Parla alla società tutta, evidenziandone una possibile degenerazione?

Se la causa scatenante della rinascita dei morti è menzionata più volte in apertura, lo stesso non può dirsi per il suo prosieguo, composto da numerosi elementi non spiegati e lasciati alla libera interpretazione del pubblico.

Non è un’idea malvagia quella di partire da un punto di inizio certo per poi progressivamente abbandonare lo spettatore, lasciandogli trarre autonomamente delle conclusioni, ma I morti non muoiono pare un padre che voglia togliere le rotelle alla bici del figlio dopo solo un giro di triciclo.

Il risultato dell’unione di tutti i fattori sopra menzionati è che The Dead Don’t Die è sì gradevole, soprattutto grazie ad un ricco cast e al surrealismo dell’intera vicenda, ma poco memorabile o stimolante: un’opera che subisce passivamente un ritmo piuttosto lento e la mancanza di una scintilla di vita che possa farlo emergere in un settore ultrasaturo come quello zombesco.

Un grande autore che si circonda di interpreti a lui cari non trovando però il bandolo della matassa per imbastire una pellicola raffinata o intellettuale, limitandosi e limitandoci perciò ad una commedia ora nera, ora buddy, ora cop senza riuscire ad intraprendere una direzione narrativa ed espositiva precisa.

Peccato, ci si attendeva di più.

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Polaroid

Mi ha rubato l’anima!

TRAMA: Due amiche stanno rovistando in soffitta quando, tra uno scatolone polveroso e l’altro, rinvengono una macchina fotografica Polaroid.
Il ritrovamento è solo l’inizio di una serie di fatti sinistri e sanguinosi, perché le foto scattate dall’apparecchio preannunciano l’arrivo della morte…

RECENSIONE: 

Nei suoi ultimi film, Moana Pozzi veniva sostituita da una controfigura per le scene di sesso anale.

Pur non centrando assolutamente nulla con l’argomento della recensione, trovo che questo aneddoto sia nettamente più interessante dell’ultima vergogna che ho avuto la disgrazia di sorbirmi.

Elettrizzante quanto un documentario sui pescegatti e terrificante come Peppa Pig e il risveglio degli ZombiePolaroid è un patetico Foto dal futuro wannabe, che però non possiede né la sana ingenuità di cui solo un romanzo di R. L. Stine è dotato, né un Ryan Gosling sedicenne a divertire gli adulti con il senno del poi.

Come ormai è diventato vero e proprio marchio di fabbrica del genere teen slasher moderno, il cast è ovviamente pregno di tutta quella bella gioventù diventata “celebre” grazie ai teen drama, forma di intrattenimento che a titolo puramente personale considero seconda per bassezza solo ai cristiani divorati dai leoni nel II secolo.

Siete misantropi? Auspicate solo il male per il prossimo?

Ottimo: i personaggi di Polaroid sono per diretta conseguenza del cast una deprimente masnada di stereotipi carne da macello, il cui unico scopo sul piano dell’esistente è quello di farsi massacrare convenientemente a turno dalla misteriosa figura diabolica.

Spicca per essere azzeccata con il contesto circostante come Peter Dinklage negli Harlem Globetrotters la veterana Grace Zabrinskie, che suppongo sia stata ingaggiata per questa imperdonabile boiata approfittandosi di una sua eventuale demenza senile.

A destra il clone di Timothée Chalamet, mentre da sinistra, in senso orario, le versioni giovanili di Olivia Munn, Aaron Stanford e Rosario Dawwson.

A corredo di una scrittura podalica gli ormai immancabili jumpscare sparsi alla boia di un Giuda, i soliti miao miao miao miaooo, bau bau bau bauuuu, chicchiricchì se il film manco ci prova non vedo perché dovrei farlo io.

Regia mediocre, montaggio da ABC del genere, introspezione dei characters vicina al nulla cosmico, effetti speciali creati con Microsoft Power Point.
Colpo di scena con contro-colpo di scena, ma perché?

La protagonista si chiama Bird: dopo la Wren di quel capolavoro neorealista di Slender Man è la seconda pellicola horror deficiente ad avere un personaggio principale dal nome di volatile.

Non so ancora cosa significhi, ma sto unendo i puntini, prima o poi lo capirò.

Pellicola utile unicamente per ravvivare la sacra fiamma del suicidio rituale, 88 minuti della mia vita perduti come lacrime nella pioggia.

Unico pregio del film è che se non altro non è prodotto dalla Blumhouse, quindi, anche visti i ricavi ad ora scarsi, non dovrebbero esserci sequel all’orizzonte.

Almeno spero.

Black Mirror, Stagione 5

Ci ho riflettuto molto ultimamente.

No, per favore, lasciami parlare.

È già difficile così.

Ci ho pensato davvero tanto a questa cosa, perché non volevo dare giudizi affrettati: abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme e credimi, non li sto dimenticando né tralasciando.

Non VOGLIO dimenticarli.

Ma mi sono reso conto che tu sei cambiato.

E io così non posso continuare.

Non dopo tutto il bel tempo trascorso insieme.

Per rispetto di ME. Ma anche per rispetto di NOI.

MI ricordo ancora quando si parlava di serie tv: alcuni preverivano un branco di nerd con battute idiote, altri invece adoravano il Medioevo, con i suoi troni, le sue tette e le sue spade.

Io non ero come loro. Io avevo te.

Ed era speciale.

Era più che speciale era davvero… magico: il Primo Ministro inglese ricattato per scoparsi un maiale, Toby Kebbell quando ancora non si era sputtanato… e ti ricordi quando mi hai portato a vedere gli orsi, o che bello che è stato a Natale?

Poi hai voluto offrirmi di più, e io ero contento!

Pensavo a come sarebbe stato bello fare ancora più esperienze insieme, più avventure, più… tutto.
Credevo che avrebbe cementato ancora di più il nostro rapporto!

Ma mi sbagliavo.

Perché hai iniziato a darmi tanto, ma puntando sempre più alla quantità e non alla qualità. Mi riempivi di regali di cui non sapevo che farmene, solo per il gusto di stare insieme, ma non è così che funziona una relazione.
Una relazione ha bisogno di fiducia, amore e rispetto reciproco. Disinteressato.

Io non avevo bisogno dei tuoi doni, non me li avresti dovuti fare. Tre storie all’anno andavano benissimo.

Io ti amavo così come eri.

Ma piano piano sei diventato come gli altri, corrompendoti e lasciandoti trascinare dal giudizio della massa.

Hai provato a sorprendermi ancora, con dei finali multipli, e adesso sei tornato a tre storie come una volta, ma ormai quello che di magico ci legava si è perso.

Credi che mi piaccia stare così male? Sentirmi tradito, sentirmi… comprato?

Io ti amavo, cazzo.

Mi dispiace tantissimo, Black Mirror.

Tra noi non può più andare avanti.

Godzilla II – King of Monsters

Ah, non è importante come lo si usa?

TRAMA: Alcune enormi ed antichissime creature si risvegliano, mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sulla Terra. L’agenzia cripto-zoologica Monarch tenta di fronteggiare gli incredibili mostri.

RECENSIONE:

Sequel della pellicola diretta da Gareth Edwards nel 2014, Godzilla II  – King of Monsters non è un film.

Godzilla II – King of Monsters è un gigantesco pene eretto.

Un fallo in tiro di trenta metri che il regista Michael Dougherty utilizza non solo per distruggere l’ambiente circostante in un florilegio di morte e macerie, ma anche per sbriciolare ogni qualsivoglia parvenza di decenza cinematografica.

PAM! PAM! PAM! PAM!

Utilizzando un membro come una clava.

Simbolismo da quattro soldi ne abbiamo?

Nel 2014 vi siete lamentati perché l’enorme iguana frutto degli esperimenti nucleari nel Pacifico veniva inquadrata assurdamente poco e la storia era fin troppo incentrata sulle noiosissime vicende dei piccioncini Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen?

Bene, sarete contenti di sapere che cinque anni dopo si vira in direzione totalmente opposta: mostri, mostri, e mostri sempre, e fortissimamente mostri.

Che si prendono a mazzate sui denti per due ore e un quarto.

E io pago.

Non che ci si dovesse aspettare granché di particolare da un’opera dichiaratamente impostata verso un Deathmatch tra colossali creature antidiluviane, ma il plot di fondo, che dovrebbe fornire base per lo svilupparsi di questo scontro, è semplicemente ridicolo.

Il Rod Serling in The Twilight Zone a cui ci troviamo ad assistere è una trama stupida quanto giocare a bocce in salita, fondata su personaggi che definire sconclusionati o idioti sarebbe eufemisticamente riduttivo e che provoca nello spettatore una disperata brama della lotta tra titani non tanto per la spettacolarità delle loro scene, ma per quanto sia dolorosamente imbecille assistere alle vicende degli umani.

In questo fotogramma ci sono tre Nomination agli Oscar.

Anche in un popcorn movie di grana gigantesca come questo si dovrebbero comunque utilizzare le vicende degli homo sapiens per imbastire una costruzione narrativa che provochi effettiva empatia nei confronti delle persone: ad esempio una matura rappresentazione delle reazioni emotive ad un’apocalisse apparentemente inarrestabile e degli sforzi che comuni Cristi compiano per fermare il disastro in atto.

E invece no: quattro coglioni bi-dimensionali spessi come la carta igienica che vagano senza meta da un luogo di risveglio all’altro di ‘sti bestioni.
Senza un costrutto, senza un’esplorazione introspettiva, senza nulla di quanto potrebbe effettivamente renderli characters appetibili per l’attenzione di un pubblico che non sia composto di ottenni.

Un rettile alto cento metri trattato dai protagonisti come il golden retriever di “Air Bud”. Ditemi voi.

I mostri sono sì enormi, sì potentissimi e sì con poteri devastanti, ma forse addirittura TROPPO.

Non si riesce a comprendere il rapporto di forze tra le creature, tanto gargantuesche e mortifere da rendere apparentemente inutile qualsiasi impegno dei personaggi umani, meri spettatori di una lotta situata ben oltre la loro ridotta portata.
Il problema è che se gli uomini sono inutili anche la storia lo diventa, perché viene banalizzata all’assistere a enormi bestioni aggressivi l’uno verso l’altro senza che questo elemento sia in qualche modo in relazione con ciò che gli si trovi intorno.

Un combattimento tra galli da 130 minuti, che una CGI molto buona non riesce a salvare dalla superficialità e dal tedio.

Complimenti.

A reggere le sorti del mondo ci sono il bietolone Kyle Chandler, che mi stava simpatico finché possedeva il giornale  del giorno dopo o allenava i collegiali nel football, e Ken Watanabe già recentemente visto in Detective Pikachu e che si conferma ormai abbonato al ruolo di “vecchio giapponese intelligente”.

Che tristezza.

Vera Farmiga interpreta uno dei personaggi che non mi pento nel definire tra i più idioti nella storia del cinema: raramente si assiste ad un individuo che qualsiasi cosa faccia, dica o pensi sia intelligente come tentare di uccidere le zanzare con una granata.

Sua “figlia” Millie Bobbie Brown attraversa la tipica fase attoriale della ragazzina che cerca di affrancarsi da un personaggio per bambinotti attraverso un altro character puberale ma più vicino all’età adulta.
In questo caso la scelta è di farle sparare parolacce a raffica, perché secondo gli sceneggiatori del film, che evidentemente non hanno superato lo stadio evolutivo dei crostacei, è questo che fanno gli adulti: sacramentare tutto il giorno, quindi artisticamente è una direzione vincente.

Cazzo, figa, merda: datemi il Pulitzer, stronzi.

Terribilis in fundo, dispiace infinitamente assistere al macroscopico spreco di un grande attore come Charles Dance, impelagato in un imbarazzante cazzatona come questa.

Un leone non partecipa mai ai film di una capra.

Da dimenticare.

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