L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per Mag, 2019

L’angelo del male – Brightburn


Non è un uccello.

Non è un aereo.

TRAMA: Brandon è un bambino vivace, intelligente, curioso, che si trova a suo agio più con gli adulti che con i coetanei.
La sua particolarità? È stato adottato da una coppia di contadini dopo essere piovuto dal cielo dentro un’astronave…

RECENSIONE:

Diretto da David Yarovesky e prodotto da quel James Gunn con cui Yarovesky ha collaborato per i vari Guardiani della Galassia, Brightburn è una piccola chicca che riesce a ritagliarsi un suo spazio di nota sgomitando in un genere ultrasaturo come quello supereroistico.

L’originalità del film deriva ovviamente da un finalmente benvenuto cambio di rotta riguardo la stantia figura del superuomo: egli infatti non è più un essere il cui unico obiettivo è portare salvezza all’umanità, tanto altruista e generoso da sfociare nel messianico, ma diventa una terribile minaccia che l’uomo comune semplicemente non ha mezzi per affrontare.

Encomiabile per la resa qualitativa di Brightburn il buon dosaggio tra le sezioni più familiari ed introspettive, in cui soprattutto attraverso i primi piani sul problematico Brandon (un efficace Jackson A. Dunn) si va a comprendere la discesa nelle tenebre di un ragazzino, e la pura violenza esplicita e corporea.

Quest’ultima non si crogiola nel gore, optando invece per scegliere pochi momenti mirati in cui spargere il sangue.
Anche questa è una direzione narrativa che centra il bersaglio, dato che in tal modo l’opera non deraglia in un facilone ammazza-tutti di grana grossa, mantenendo invece un focus addirittura quasi di dramma famigliare con un contorno di superpoteri.

Ovvia ed esplicitata direttamente nella storia è la metafora della pubertà: il passaggio cardine del risveglio sessuale, della masturbazione e delle pulsioni nei confronti di ciò che si anela carnalmente scorre in parallelo con la scoperta di sé da parte di un ragazzino, il cui sé è però contenitore di capacità uniche.

Se l’acquisto di riviste pornografiche, la consultazione di siti hard o le giovanili veglie oltre le ore 23.00 a guardare canali televisivi locali sono fasi sostanzialmente normali ed innocue, rendersi conto di quali devastanti conseguenze possa avere un proprio pugno o accorgersi di poter volare diventano esperienze che solo con una profonda maturità mentale possono essere sfruttate ed incanalate nella direzione del bene.

Oltre al già citato Dunn, la cui espressione facciale normalmente imperscrutabile aggiunge un’enorme dose di inquietudine nello spettatore, buona prova per Elizabeth Banks, che dopo anni di ragazzacce si cimenta in un ruolo materno più consono alla sua età (portata comunque magnificamente).

Apprezzabile anche la durata contenuta (meno di un’ora e mezza), che fa sì che la pellicola non si perda in sbrodoli narrativi inutili, ma mantenga una traiettoria climatica efficace.

Nota di profondo demerito per i distributori italiani, che hanno scelto di appioppare un sottotitolo banale e stupido ad un film il cui originale “Luminosa bruciatura” ha una potenza esplicativa imparagonabile.

Consigliato.

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Speakers’ Corner – Aladdin (2019)

Film caratterizzato dalla stessa utilità di un culo senza il buco, questo rifacimento in live action di un celebre classico animato Disney riesce ad intrattenere alla soglia della sufficienza nonostante non faccia nulla per esularsi da una sbiadita copia carbone del cartoon.

Sfruttando la base esotica come assist per una resa scenico-estetica molto ricca, forse pure troppo kitsch ed esagerata, per fortuna il metadone assunto da Guy Ritchie ottiene come effetto quello di limare la sua regia ipercinetica: vengono smussati molto i suoi consueti stilemi visivi (pur con qualche slow motion a casaccio) e rendendoli perciò adatti ad un’avventura fiabesca, con buona pace delle coronarie dello spettatore.

CGI del Genio che si conferma terrificante, ma grazie al Signore Will Smith è stato dotato di molte scene cromaticamente al naturale, non passando quindi un’ora buona di screen time sembrando il figlio illegittimo dell’Omino Michelin e di Violet Beauregarde.

Mena Massoud e Naomi Scott sono gli arabi più bianco caucasici della storia, al Jafar di Marwan Kenzari sono stati aggiunti alcuni piccoli tratti caratteriali in più rispetto al foglio bidimensionale che era nella pellicola del 1992.

Buon film? Magari no.

Avrebbe potuto essere peggiore? Assolutamente sì.

Portateci i bambini.

Detainment

L’omicidio di James Bulger venne commesso il 12 febbraio 1993 a Liverpool; la vittima fu un bambino di due anni, che venne rapito e ucciso da due ragazzini di 10 anni, Jon Venables e Robert Thompson.
James scomparve dal centro commerciale New Strand a Bootle, dove si trovava con sua madre Denise; il suo corpo mutilato fu ritrovato sui binari di una linea ferroviaria il 14 febbraio.

Thompson e Venables furono arrestati il 22 febbraio; Il 24 novembre furono giudicati colpevoli dalla corte suprema di Preston e condannati a otto anni in prigione.

Nel 2001 vennero rilasciati e gli è stata assegnata una nuova identità.

Questa la pagina Wikipedia italiana sul caso: https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_James_Bulger

Detainment, corto irlandese candidato agli Oscar nel 2019, ricostruisce il rapimento e gli interrogatori.

Pokémon: Detective Pikachu


C’è un luogo e un momento per ogni cosa. Ma non ora.

TRAMA: Ryme City è una metropoli moderna e caotica in cui umani e Pokémon convivono tranquillamente. Questa coesistenza pacifica rischia di scomparire, minacciando entrambe le popolazioni…

RECENSIONE:

In un panorama cinematografico in cui le idee scarseggiano e si ricorre sempre più spesso a riesumare cult del passato, riveduti e corretti sotto una luce “nuova” con risultati finali che spaziano dal deprimente all’agghiacciante, ci mancava solo il live action sui Pokémon.

No, seriamente, mancava solo quello per davvero, gli altri ce li siamo sparati tutti o quasi.

Tratto dall’omonimo videogioco Nintendo del 2016, ennesimo capitolo di una delle saghe videoludiche più famose e redditizie della storia, Detective Pikachu è il tentativo di utilizzare per un’opera cinematografica la CGI moderna: staccandosi quindi dall’animazione classica legata alla serie televisiva (con finora ben ventuno lungometraggi quasi tutti direct to video in Italia), si tenta un approccio à la Chi ha incastrato Roger Rabbit? sfruttando le attuali meraviglie della computer grafica per trasporre nel nostro mondo i celebri mostriciattoli tascabili.

I celebri e con uno stile grafico che non si presta minimamente al realismo mostriciattoli tascabili.

Mi spiace di aver già utilizzato La dichiarazione di Randolph Carter in una precedente recensione, perché se è vero che gli esemplari più carini e coccolosi di queste bestie videoludiche assumono le fattezze di simpatici peluche da accarezzare, altri sgorbi paiono orrori scaturiti dalla peggior mente malata e oppiomane.

Se la regia tenta un’opera di ibridazione computer grafica – live action che possa amalgamare i due mondi visivi, è palese che quindi purtroppo non tutti i soggetti coinvolti si prestino a tale tentativo, per un prodotto finale a volte dall’apparenza quasi magica, a volte quasi scarabocchiato e approssimativo.

La regia pare inoltre ingolfata da un ritmo narrativo sincopato ed eterogeneo, che alterna fasi para-introspettive basate sul dialogo e sul confronto tra sentimenti a sequenze puramente d’azione ignorante, che risultano però paradossalmente troppo dilatate e ripetitive.

E quindi noiose.

Il film sui pokémon, signore e signori!

La sceneggiatura ha una resa bifronte: è un Dottor Jekyll nella prima oretta, con stilemi narrativi che, per quanto classici e già visti, compiono il proprio dovere di mero proseguimento della trama (abbiamo ad esempio il protagonista con una particolarità che lo fa emergere dalla massa, l’amicizia improbabile, una ricerca della verità senza prove a supporto…); per quanto la profondità espositiva sia paragonabile ad una gara di imitatori di Adriano Celentano, per un pubblico infantile, ma anche per un adulto senza poche pretese, pare che la nave possa arrivare facilmente in porto.

Peccato che allo scoccare dei due terzi di durata il mite scienziato londinese assuma la pozione, tramutandosi in un delirio simil-messianico che deraglia nella sagra del nonsense: personaggi acquisiscono abilità fuori da ogni logica narrativa, diventando così risolutivi da sfiorare la qualifica di ex machina e portando di conseguenza ad una conclusione raffazzonata e piaciona come poche.

Protagonista umano Justice Smith, il cui comic relief in Jurassic World – Il regno distrutto è piacevole quanto infilarsi degli aghi sotto le unghie e che anche qui si conferma un cane un interprete piuttosto mediocre e monocorde.

Partner del nostro accattivante protagonista è Kathryn Newton, nell’ormai classico ruolo femminile dallo spessore di una rondella e che incarna perfettamente lo stereotipo della bella figotta che sì, magari proviamo anche a darle una personalità, ma in fondo sappiamo che non è un fattore importante nell’economia della pellicola.

Tanta grazia che non è stata resa come un sogno masturbatorio o una specie di Rambo ammazzatutti.

Ryan Reynolds solito gigione nell’interpretazione tramite motion capture dell’odioso sorcio giallo del titolo, con Nintendo vogliosa di rimarcare la necessità per vendere il proprio prodotto di operare l’ennesima fellatio nei confronti del roditore sparafulmini.
A sostituirlo vocalmente Francesco Venditti, figlio di Antonello e già voce italiana dell’attore canadese nei due Deadpool. Difficilmente giudicabile la prova di doppiaggio, in quanto è il Mercenario Chiacchierone senza armi, turpiloquio e riferimenti sessuali.

Quindi una noia rara.

Nel cast di contorno, selezionato palesemente a caso, abbiamo Ken Watanabe, che lontanissimi i tempi de L’ultimo Samurai ormai è la prima scelta come “tizio giapponese saggio e in là con gli anni” e Bill Nighy che se già da tempo si è reso protagonista di partecipazioni a pellicole discutibili, arrivato ai settant’anni ormai se ne strafrega di scegliere buoni progetti.

Spicca Rita Ora, che interpretando una scienziata conferma la piaga dell’alcolismo diffusa tra i direttori di casting.

Prima immagine che mi balza in mente quando penso ad una donna che abbia votato la sua vita alla nobile scienza.

Pokémon: Detective Pikachu è una… boh… “roba” che oltre a non stare né in cielo né in terra a causa di premesse narrative che si sposano malissimo con una trasposizione realistica, risulta un ibrido di intrattenimento che non è indirizzato ad un target di pubblico che si elevi ai preadolescenti.

Un vero peccato, considerando che la loro nascita nel 1996 consentirebbe loro di avere appeal anche su un pubblico più maturo rispetto ai bimbi.

Male male.

After Porn Ends – Serie di film

RECENSIONE:

Trittico di documentari datati 2012, 2017 e 2018, la serie After Porn Ends racconta le vicende professionali passate e presenti di personaggi con una significativa esperienza nell’ambito della pornografia.

Registi, produttori e interpreti, ritirati o ancora in carriera, raccontano brevemente la propria storia umana e lavorativa, con le scelte che li hanno portati ad approcciarsi all’intrattenimento per adulti e, soprattutto, le loro impressioni su questo particolare mondo e sui cambiamenti che abbia avuto nel corso degli anni.

Proprio l’elemento umano è ciò che assume giustamente la prevalenza, rendendo After Porn Ends un prodotto interessante: i soggetti coinvolti vengono infatti mostrati a nudo non solo fisicamente, tramite immagini di repertorio (comunque tendenzialmente soft) ma anche personalmente, grazie alle loro opinioni soggettive legate al coinvolgimento emotivo in un settore professionale ancora visto sotto un’ottica di imbarazzo, rimprovero o addirittura disgusto da una buona fetta di “esterni” ad esso.

E anche parecchia ipocrisia.

Vengono quindi menzionate, ad esempio, le stranite reazioni di parenti ed amici o le origini famigliari talvolta complesse, caratterizzate in alcuni casi da fattori come genitori assenti, difficile stato economico o semplice necessità di ottenere denaro facilmente.

Dalle origini si passa poi agli ostacoli della maturità, in cui nel caso di una prole si deve per esempio affrontare l’opinione dell’amichetto dei figli, o la semplice necessità di un distacco da occasioni di riunione semplici come quelle genitori-insegnanti, onde evitare imbarazzi.

Un punto focale, che gli stessi intervistati sottolineano, è che le loro scelte professionali condizionino irrimediabilmente le loro vite private: se, molto brutalmente, “una volta preso un cazzo in bocca davanti ad una telecamera non si può più tornare indietro” è anche vero che l’oggetto di masturbazione di milioni di persone nel mondo è pur sempre un essere umano, con un carattere ed una forza mentale che possono essere più o meno solidi.

After Porn Ends è relativamente onesto nel mostrare anche il lato più negativo e tetro della medaglia: dai continui controlli medici alle vere e proprie malattie sessualmente trasmissibili, sia quelle momentaneamente “invalidanti” per la professione, ma solamente fastidiose, che una vera piaga come l’AIDS.

Non ci si pone quindi problema di sorta a raccontare come cambi la vita di un attore scopertosi sieropositivo, di come la salute nel mondo del porno sia tutelata e di come sia sempre presente la consapevolezza, latente o meno, di svolgere una professione che comporti un rischio di compromissione della propria integrità fisica.

Come principio concettuale, è così diverso dall’appassionato di sport estremo che lo pratica per adrenalina, soldi o semplice passione, pur rischiando ogni volta seri danni personali?

Anche il fattore preminentemente ambientale viene sviscerato dalle diverse testimonianze: se la maggior parte dei racconti dipingono un mondo della pornografia svolto per la maggior parte da professionisti seri, alcune storie vertono su sfruttamento, droga, coercizione mentale più o meno pesante ed altre vicissitudini relative all’incontro con figuri che sfruttano il porno nel modo più bieco.

After Porn Ends si concentra proprio sull’inscindibilità tra vita privata e lavorativa di chi svolga un mestiere del genere, e su come persone che vengano pagate per essere riprese mentre hanno rapporti sessuali ora stereotipati, ora estremi, ora da soli, affrontino con determinazione o semplice indifferenza il mondo esterno.

Pur non contando su un apparato tecnico-narrativo di particolare rilevanza all’interno del genere documentaristico, basandosi precipuamente su semplici testimonianze corredate da foto o archivi d’epoca, e nonostante (o proprio perché) si limita ad una mera esposizione di storie umane, After Porn Ends può risultare una serie molto interessante.

Per tentare di capire un mondo, quello del porno, tanto conosciuto quanto poco compreso.

 

 

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