L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per aprile, 2019

Avengers: Endgame


I can do this all day.

TRAMA: Dopo l’ecatombe causata da Thanos, i supereroi superstiti uniscono le proprie forze per contrastarlo e salvare l’Universo.
Quarto episodio della saga Avengers dopo The AvengersAge of UltronInfinity War.

RECENSIONE:

Ventiduesima pellicola del Marvel Cinematic Universe a undici anni da quell’Iron Man che fu pioniere di questo fortunatissimo franchise (quasi quattro miliardi di incassi complessivi, escludendo quest’ultimo film), Endgame è la conclusione di un progetto cinematografico a tre fasi.

Il cosiddetto “Marvel Cinematic Universe” (o MCU) si era infatti proposto di erodere il più possibile la distanza tra due mezzi narrativi parecchio diversi: il fumetto ed il cinema.
Se nel primo, infatti, personaggi e trame possono coesistere senza particolari problematiche di costruzione, in quanto è sempre possibile un colpo di spugna che resetti eventuali stalli narrativi, nel secondo tale salvataggio in corner non è possibile a causa di diritti d’autore non necessariamente uniti in un unico soggetto (d’ora in poi sì, con la famosa acquisizione da parte della Marvel-Disney del pacchetto ex Sony).
Il target era quindi creare una sorta di macro-storia che introducesse gradualmente moltissimi personaggi andando a costruire un mondo a cui il pubblico si affezionasse nella sua globalità.

In attesa della quarta fase, composta dai già annunciati sequel di Doctor Strange, Black PantherGuardiani della Galassia più gli ennesimi stand-alone che tanto bene fanno al marketing, va quindi a concludersi un arco narrativo di medio-lungo periodo per gli standard attuali, che vedono un ritorno di fiamma di quegli universi condivisi il cui apripista è stato quello dei mostri Universal tra gli anni ’20 e ’50.

Alla regia di Endgame abbiamo ancora i Russo Brothers from Cleveland, Ohio, già dietro la macchina da presa per The Winter Soldier, Civil War e ovviamente Infinity War, il tutto per un’ovvia ricerca di continuità stilistica che sulla carta è idea non disprezzabile; effettivamente questo fil rouge artistico si nota, sia nella regia che nei toni, ma è azzoppato ed ostacolato proprio dal fattore “fine di un viaggio” che permea l’opera.

Dopo un abbondante decennio di risa, goliardia, humour e cazzeggio, la Marvel infatti scopre improvvisamente il desiderio di dimostrarsi adulta, proprio per fornire una degna conclusione ad una storia che ha accompagnato la crescita del proprio stesso pubblico, se vogliamo similarmente a quanto accaduto con l’Harry Potter della Warner Bros.

Il problema è che come una bambina che si impiastricci il viso con i trucchi rubati alla madre e indossandone i tacchi per atteggiarsi a donna matura, lo spettacolo qui fornito è un misto tra l’involontariamente ridicolo ed il grottesco: la causa è riconducibile soprattutto a dialoghi che veleggiano spesso oltre il confine del cringe e ad una gestione dei picchi emotivi troppo didascalica, farcita infatti da troppi semplicismi che vedono un’esposizione narrativa avente un solo obiettivo.

Essere compresa anche da uno spettatore avente il Quoziente Intellettivo di un oleandro.

Un climax maturo non è perciò possibile, non solo a causa di alcune scelte improntate verso una direzione diametralmente contraria a quella della profondità introspettiva (leggasi: gag idiote a raffica), ma soprattutto poiché manca una fondamentale fiducia verso l’intelletto del pubblico: esso purtroppo non viene trattato da adulto, bensì per l’ennesima volta come un branco di entusiasti tontoloni a cui è necessario spiegare come unire i puntini numerati di rabbia, tristezza, paura e rimpianti perché non lo si ritiene in grado di tracciare da solo la linea che li congiunga.

Pur con un’apprezzabile sforzo di amalgamare nel modo più organicamente fattibile i vari episodi della saga (per un’ottimale comprensione di Endgame è consigliabile la visione di tutte le pellicole precedenti), la resa risulta inoltre alquanto confusionaria e dispersiva.

Non tanto per il tema del viaggio del tempo in sé (nonostante alcuni suoi elementi fondanti vengano elisi sbrigativamente senza ricevere adeguato spazio espositivo), quanto per l’inserimento di scene o addirittura intere sequenze quasi inutili ai fini del plot principale, difetto piuttosto pesante in un’opera dalle abbondanti tre ore di durata che a posteriori avrebbero potuto essere sicuramente sfoltite da tali zavorre inutili.

Non bastano infatti i numerosissimi camei (che non verranno menzionati onde evitare spoiler) di personaggi apparsi nei vari stand alone per fornire organicità ad un film che si sviluppi su più trame incrociate, soprattutto quando esse risultano talvolta mero veicolo affinché lo spettatore venga indirizzato a momenti emozionali introspettivamente statici.
Questi ultimi risultano ben poco aiutati dalle già citate deleterie linee di dialogo, sempre più simili a quelle scritte da George Lucas per i prequel di Guerre Stellari, in cui i personaggi esprimono continuamente i propri stati d’animo invece di agire in base ad essi, scelta che sarebbe stata molto più adulta.

Per quanto riguarda il cast, considerando anche le timbrate di cartellino estemporanee in Endgame compaiono veramente cani e porci: strizzate d’occhio continue ai fan dei film, peccato che nel cinema sia presente anche il fattore “spreco di attore” che qui raggiunge l’iperuranio, con interpreti dal peso considerevole costretti a causa di un loro ruolo di contorno nel Tizio-Man di turno ad una-due battute, quando non direttamente sfruttati come elemento di tappezzeria sullo sfondo.
Appunto sicuramente capzioso e pignolo, ma da cinefilo piange il cuore.

Se la regia dei Russo mostra i muscoli soprattutto nelle numerose scene d’azione, spesso esagerate e coreografiche, e in un discreto utilizzo delle ambientazioni delle pellicole precedenti si nota purtroppo che i movimenti di camera non riescono a nascondere sotto un tappeto di spettacolarità la polvere della povertà narrativa.

Spiace che la regia di questi blockbuster venga quindi utilizzata solo come punto laser luminoso per distrarre il proprio gatto, senza conferirle quella profondità artistica che trasformerebbe un prodotto precipuamente per masse in un’offerta artistica.

Elemento di continuità riscontrabile in Endgame, ma generalmente in tutto il MCU, è il ruolo preponderante di quel Tony Stark che anche in questo conclusivo capitolo subisce un’evidente fellatio narrativa, con tanti saluti ad una coralità che pare evidente nella forma ma che purtroppo non si concretizza in una sostanza che si basa pedissequamente su ben pochi personaggi.

Tutti gli eroi sono uguali, ma qualche eroe è più uguale degli altri.

Punto particolarmente negativo, oltre alle comparsate di personaggi dallo spazio risicatissimo, l’aura di scempiaggine che permea Thor e Hulk, che come già in Thor: Ragnarok sono derubricati e mere macchiette pseudo-comiche dall’effetto facepalm immediato e dalla quasi fastidiosa tediosità.

Persino un antagonista caratterizzato sorprendentemente bene come Thanos in Infinity War viene qui appiattito con la pialla della bidimensionalità, con tanto di aggiunta di un vero e proprio discorso da villain unito ad esclamazioni più attinenti ad un antagonista di James Bond che ad un essere mosso da una distorta visione di pace e prosperità per l’universo.

Capitan Misandrica a risolvere problemi come Mr. Wolf, nota lieta l’utilizzo che viene fatto del personaggio di Occhio di Falco, se non altro nella prima metà di pellicola, peccato che anche lui venga successivamente risucchiato nel vortice dell’imbarazzante.

Pur con alcuni segmenti nient’affatto disprezzabili (seppur pochi e brevi) e numerosissime strizzate d’occhio ai conoscitori dell’Universo Marvel non solo per quanto esposto sul grande schermo ma anche nei fumetti, che dimostra positivamente l’attenzione verso questo multimediale franchise, Avengers: Endgame è come un bicchierone di popcorn formato famiglia: pur potendo accompagnare centottanta minuti della nostra vita risultando gustosi e saporiti, non è un pasto che riempia lo stomaco.

Un ragazzino che gioca a fare l’adulto invece di un adulto che parli (anche) ai ragazzini.

The Silence


Talvolta la sordità è una benedizione.

Con The Silence sicuramente.

TRAMA: Mentre il mondo è assediato da terribili creature che scovano le loro prede umane grazie al proprio super udito, la sedicenne Ally, non udente da tre anni, e la sua famiglia cercano di mettersi al riparo…

RECENSIONE:

Ennesimo originale Netflix di qualità aberrante, The Silence è una pigra porcheria che oltre a presentare oggettivi difetti in fase costruttiva (sceneggiatura, soprattutto) subisce pure la scalogna di essere sembrare una copia carbone del buon A Quiet Place di John Krasinski, uscito solo un anno fa.

Al confronto del quale emerge una differenza simile a quella presente in campo calcistico tra il Barcellona catalano e il Barcellona Pozzo di Gotto.

Una delle pecche principali di questa boiata è sicuramente la trama, che pur considerando la presenza consona per l’horror di un patto narrativo (sarebbe infatti un errore approcciarsi al genere ricercando veridicità estrema), non evita l’alzata di più che un sopracciglio, a causa soprattutto di una scrittura eccessivamente facilona e superficiale.

silence scena

«Mio Dio, ma quella è proprio una clamorosa cazzatona…» «Stanley, ho paura…»

Nonostante infatti sia stato ipotizzato che solo negli ultimi quarant’anni l’uomo abbia causato l’estinzione di ben il 60% delle specie animali selvatiche, qui uno sciame di pipistrelli preistorici riesce a provocare una deriva apparentemente apocalittica della nostra società; è quindi presumibile che i vertici degli eserciti mondiali siano chiroptofobici come Batman, perché una delle pietre miliari su cui si poggia l’impianto narrativo della pellicola è proprio l’enorme pericolo causato da creature che, per quanto numerose ed aggressive siano, sono semplici animali.

Si aggiunga anche che l’udito delle bestie (non chi ha prodotto il film, quelle che volano) sia più o meno acuto in base a mera convenienza di trama, poiché a parità di decibel esse talvolta non si accorgono delle fonti rumorose, mentre in altre situazioni anche il più impercettibile rumore ne causa l’attenzione.

Viene quindi a crollare come un castello di carte uno dei principi fondamentali da tenere a mente quando si inseriscano antagonisti, animali o senzienti, dotati di particolari poteri: inquadrare specificatamente i limiti di tali abilità, mostrando perciò in modo chiaro fino a dove esse possano spingersi e quali siano i loro massimi.

Come visto nel precedente Velvet Buzzsaw anche qui Netflix si conferma maestra nello sprecare cast importanti: oltre alla Kiernan Shipka ex Mad Men e in lampa di lancio con Sabrina, ci provano invano Miranda Otto e quel povero Cristo di Stanley Tucci, attore dall’enorme talento che dovrebbe essere messo in condizione di lavorare in prodotti di ben altro spessore.

The-Silence-2

Spettatori che dopo aver visto “The Silence” decidono di darsi fuoco.

Tra un rimando tristissimo ad Uccelli, che meno male Hitchcock è morto da quarant’anni, e alcune dinamiche narrative ormai straviste (la famiglia che perde letteralmente i pezzi, i diversi approcci alle tragedie, il fondamentalismo religioso inserito per motivi francamente incomprensibili), The Silence costituisce un’ora e mezza della mia vita che non riavrò mai più.

John Leonetti dovrebbe cambiare mestiere, perché con The Silence oltre che sordi bisognerebbe essere ciechi.

Un film riprovevole.

Di Shazam! e di un breve speziato riassunto del DCEU

Link alle recensioni nei titoli (se presenti in blu).

L’uomo d’acciaio (2013)

«So’ figo, so’ bello, so’ fotomodello»

Ammazza, che stronzata.

Una scadente robaccia che nonostante un Henry Cavill perfetto come Superman (mentre in versione Clark Kent proprio no, con la sua montagna di muscoli imbarazzante per un patatone campagnolo) ed un Michael Shannon che boh, almeno ci prova, inanella una serie di scempiaggini a raffica che lo portano a risultare una baracconata atroce.

Tra la morte di Jonathan Kent che pare uscita da Il mago di Oz, il piano di Zod che fa più acqua del Titanic e il ruolo insopportabilmente stereotipato di Lois, due ore e venti per stomaci forti.

Ciliegine sulla torta la telecamera impugnata da un epilettico, il montatore uso a esagerare con i Negroni sbagliati e la sezione iniziale ambientata su Krypton, la cui CGI definirei a livello di Pokémon Argento.

Voto al film: 4

Voto a Russell Crowe che si “uploada nel mainframe della nave”: 8 per essere riuscito a pronunciare una battuta del genere rimanendo serio.

Batman v Superman: Dawn of Justice (2016)

«Non ti permettere mai più, mai più… ok? MAI PIÙ! MAI PIÙ! NON NOMINA’ MIA MADRE!!! MAII!!! MAI!!! TI STACCO LA FACCIA, IO!»

Altro giro, altra boiatona allucinante che serve solo ad introdurre la Lega della Giustizia.

Da cani.

E poi basta.

Due ore e mezza ricolme di sottotrame sbrodolate ed ingarbugliate senza ritegno, ognuna delle quali risulta stupida o addirittura inutile se presa fine a se stessa, a cui va aggiunta la famigerata regia fracassona di Zack Snyder stracolma dei soliti simboli fallici utili per sminchiare lo sminchiabile.

Avviso per tutti gli alieni semi-invulnerabili: mia madre si chiama Daniela.

Paradossale che quel beefcake di Ben Affleck non sia poi nemmeno così pessimo, mentre Gal Gadot riceve uno spazio narrativo pensato da gente che si nutre di Viakal.

Sì, l’episodio successivo ribalterà i ruoli.

Voto al film: 3

Voto a Lex Luthor interpretato da Jesse Eisenberg:
9 secondo Stevie Wonder.


Suicide Squad 
(2016)

«Ma quindi le fiere del fumetto sono piene di troiette vestite come te?»

Uno dei film più pompati, stupidi e inutili negli ultimi dieci anni di cinema.

E ci sto andando leggero.

Scene d’azione noiosissime, personaggi piatti come un tavolo da biliardo, troppo ironico per essere un film serio, troppo visivamente scuro per considerarsi una pellicola scanzonata.

Ah, è inutile svenarsi per una colonna sonora piena di hit in stile CD masterizzato “CoMpIlAsCiOn CaNzOnI GaNzE” se il 90% di loro viene piazzata a sottofondo di scene con cui non c’entrano una mazza.

Chi consideri icona femminile da ammirare un personaggio vittima di infiniti abusi psicofisici come Harley Quinn andrebbe preso a calci nel sedere.

Will Smith ormai non ci prova più.

Voto al film: 3

Voto alle terga di Margot Robbie in shorts:
10

Wonder Woman (2017)

“Ed è solo quando mi ritrovai sul fondo melmoso della trincea, con i proiettili che mi fischiavano a pochi centimetri dalla testa, che capii che solo la donna con la spada ed il lazo mi poteva salvare…”

Ha dei difetti, ma in confronto alle porcate viste finora sembra La donna che visse due volte.

Azzeccato connubio di azione e trama, pellicola che nonostante diversi personaggi parecchio sopra le righe riesce a non sfociare in una invereconda cazzatona come i suoi colleghi di universo.

Gal Gadot si riscatta dallo striminzito ruolo di vagina parlante a cui era stata ridotta in BvS, e ciò è cosa buona e giusta.

Danny Hustoun e David Thewlis rimandati a settembre.

A differenza del punching ball del Joker, Diana Prince è davvero un personaggio femminile forte e da prendere come esempio.

Bèstie.

Voto al film: 6,5

Voto al finale che pare
Dragon Ball Z: oltre 9000


Justice League
 (2017)

Il green screen dello sfondo è imbarazzante.

Pellicola che racchiude tutti gli elementi del genere supereroistico, sia positivi (pochi) che negativi (una slavina).

Quindi sì, bisogna sorbirsi le solite scene action piene di minions indistinguibili da massacrare, i soliti salvataggi per il rotto della cuffia, le solite battutine tra i vari eroi, il solito solitume.

Ben Affleck bolso ed imbarazzante come un cinquantenne bronchitico a calcetto.

Il modo in cui viene reintrodotto il personaggio di Superman mi ha provocato un facepalm così poderoso da causarmi una lesione del lobo frontale.

Che due balle la menata delle scatole.

Justice League, ovvero gli Avengers ma meno omosessuali.

Voto al film se si è amanti del genere: 6

Voto al film se non si è amanti del genere:
3 di stima.


Voto alla CGI per nascondere i baffi di Henry Cavill:
1


Aquaman
 (2018)

Ho visto un porno in cui i protagonisti erano conciati uguale. Però recitavano meglio.

Almeno il 70% delle inquadrature di questo film sembrano copertine di Men’s Health: mega manzo raffigurato di tre quarti, canotta alzata a mostrare l’addominale scultoreo sormontato dal titolo DIMAGRISCI ANCHE TU 25 CHILI CON LA DIETA DELLA SPARTAN RACE o puttanate succedanee.

Khal Drogo che elargisce cazzottoni come Bud Spencer, quasi mi aspettavo stendesse un cristiano grazie ad una flessione del pettorale.

Per un pubblico dai gusti semplici.

Molto.

Molto semplici.

Se siete in possesso di un utero funzionante e vi siete sciroppate questa cagata siderale al posto di Wonder Woman solo perché qua c’è il maschione, meritate di vivere ne Il racconto dell’ancella.

Nicole Kidman sciolta e frizzante come un termosifone di ghisa, Amber Heard ad una recita delle elementari interpreterebbe “pastorella num. 2”.

Regia di James Wan francamente inspiegabile.

Voto al film: 4

Voto ad una rappresentazione dell’Italia che imbarazzerebbe Arlecchino:
2


Shazam! 
(2019)

«Sì, insomma, ero lì bello tranquillo con i miei amici nel 1988 quando salta fuori uno degli Skarsgård truccato come un clown…»

Pensavo sinceramente peggio.

Non sto scherzando.

Il miglior pregio di questo film è che la sua stupidità (notevole) sia giustificata dall’unione contemporanea di due importanti temi comici: nuovo eroe scopre i suoi poteri + ragazzino si ritrova nel corpo di un adulto.

Partendo quindi da un presupposto di puro disimpegno, Shazam! non è affatto disprezzabile: azione colorata, dialoghi idioti ma consoni al tema generale, un cattivo bidimensionale ma interpretato da un buon attore e un Zachary Levi sugli scudi.

Peccato la sciatteria vergognosa nella raffigurazione dei Peccati Capitali, che eslcudendo “Gola = quello grasso” e “Avarizia = l’unico con quattro braccia” rende i mostri praticamente indistinguibili.

Simpatici i ragazzini (Jack Dylan Grazer sugli scudi), con il complicato stato delle case-famiglia rappresentato in maniera piuttosto dolce e calda.

Azzeccato doppiaggio italiano, tanto love la canzone che accompagna i titoli di coda.

Voto al film: 6

Voto all’applicazione che riconosce le canzoni:
8

Cloud dei tag