L'amichevole cinefilo di quartiere

The Dirt: Mötley Crüe


«Una volta abbiamo visto un gruppo di prostitute, poi ci siamo avvicinati e ci siamo accorti che erano i Mötley Crüe».

James Hetfield.

«Preferirei avere i testicoli mangiati da Hannibal Lecter che fare ancora un tour con i Mötley Crüe».
Dave Mustaine.

TRAMA: La carriera dei Mötley Crüe, band heavy metal nata a Los Angeles nel 1981. Con il loro stile di vita dissoluto e un look trasgressivo, quattro ragazzi disadattati entrano nella storia del rock con il soprannome di “padrini del glam metal”.

RECENSIONE:

Acqua Guizza dei film biografici musicali, The Dirt è un pigro tentativo di sfruttare il nome di una rock band anni ’80 di successo per imbastire un prodotto cinematografico che risulta però assai debole e sciapo.

Incomprensibili innanzitutto le mal pensate scelte artistiche dell’opera, che paradossalmente vedono relegato quasi in secondo piano l’elemento musicale del gruppo per concentrarsi invece blandamente su quello umano, che purtroppo non esula da facili stereotipi risultando superficiale e ripetitivo.

Appurato infatti che la vita estrema delle rock star si basa su scopare, drogarsi, scopare, ubriacarsi, scopare, sfasciare le stanze d’albergo e scopare, il film considera la carriera musicale in senso stretto dei Mötley Crüe come un mero riempitivo alle scorribande sopra le righe dei quattro ragazzi, ponendosi quindi un focus narrativamente sbagliato.

Le vicende che dovrebbero appassionare non lo fanno (ok, sono dei somari, quindi? Ok, si accoppiano come conigli, quindi?) poiché inserite in quell’ovattato contesto eighties da rock band che aumenta terribilmente la distanza tra personaggi e spettatori, limitando fortemente il necessario senso di empatia che dovrebbe scaturire nel pubblico; allo stesso modo, i pochi momenti emozionali buttati un po’ a casaccio per non focalizzarsi unicamente sull’assalto alle vulve, al Jack Daniels e alla polvere magica sono stantii e scarsamente amalgamati con il tono generale della pellicola, nel complesso fortemente ironico e scanzonato.

The Dirt pare quindi più una pisellosa autocelebrazione di quattro (ex) maschietti terribili (infatti nelle vesti di produttori) che un vero e proprio racconto simil-organico degli alti e bassi tipici di una carriera musicale di svariati decenni; da registrare inoltre che escludendo qualche cambio di look in corso d’opera, lo scorrere degli anni è dalla difficile comprensione, poiché il trucco degli attori si limita solo ad “evocare” una vaga idea dei veri Sixx, Lee, Mars e Neil senza una vera e propria mimesi fisica.

Allacciandosi a questo punto, il cast risulta sì leggermente in parte, ma purtroppo non così tanto da offrire allo spettatore l’idea di avere di fronte i veri Mötley Crüe e non dei loro pallidi cosplayer da revival rock.
Spicca in negativo Richard Colson “Machine Gun Kelly” Baker come Tommy Lee, non riuscendo purtroppo ad azzeccare i binari di un  personaggio che tra festini, gossip e matrimonio infelice avrebbe dovuto ricevere una raffigurazione maggiormente all’altezza.

Sorprendentemente uguale Tony Cavalero come riuscitissimo Ozzy Osbourne, presente però solo in una sequenza di contorno.

Volendo allacciare un paragone con il ben più riuscito Bohemian Rhapsody, esso risulta impietoso, con The Dirt che è veramente una versione mal riuscita, zeppa di scelte artistiche poco ispirate (il senso degli sfondamenti della quarte parete per rivolgersi direttamente al pubblico?) e che, al di là dell’amore che si possa avere per l’una o l’altra band, non riesce a sostenerne il livello tecnico.
A titolo meramente informativo, basti prestare attenzione al numero di canzoni inserite nelle rispettive pellicole: ben 22 per BR, solo 14 qui.

The Dirt: Mötley Crüe, ovvero come sorbirsi i racconti di tuo padre su quanto fosse uno scapestrato alla tua età e dover continuare a rassicurarlo del fatto che sì, fosse figo.

Deprimente. 

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Commenti su: "The Dirt: Mötley Crüe" (5)

  1. Hai messo in rilievo un punto importante: Bohemian Rhapsody ha fissato un nuovo, altissimo standard per i film musicali, un po’ come fece il Batman di Nolan per i cinecomic. Prima di Nolan i cinecomic potevano permettersi di essere solo una divertente e inutile cazzatona; dopo di lui invece i produttori hanno dovuto impegnarsi molto, molto di più per soddisfare le aspettative del pubblico. Bohemian Rhapsody ha avuto un impatto analogo, e ce l’ha avuto fin da subito: ad esempio, A star is born è un altro ottimo film musicale, ma è uscito triturato dal confronto con il biopic sui Queen, e quindi alla notte degli Oscar ha vinto solo un premio minore. Se Bradley Cooper l’avesse presentato l’anno scorso ne vinceva come minimo 5.
    Ad ogni modo, per me il miglior film musicale in assoluto rimarrà sempre Tutto può cambiare. Fu amatissimo dal pubblico (incassò OTTO VOLTE il suo budget), ma snobbato dalla critica: fu candidato per un solo Oscar, e non vinse neanche quello.
    P.S.: Pamela Anderson chi la interpreta? Te lo chiedo perché trovare una biondona che possa eguagliare in bellezza la Pamelona dei tempi d’oro è praticamente impossibile.

    • Infatti Pamela non è presente nel film, si sono limitati ad una fugace comparsata di Heather Locklear (interpretata dalla semi-sconosciuta Rebekah Graf, che perlomeno le somiglia).

      Di Stripperella ce n’è una.

      • Senza Pamela nessuno al mondo avrebbe mai saputo chi erano i Motley Crue. Di conseguenza, fare un film su di loro senza Pamela è come fare un film sui Beatles senza Brian Epstein. Grazie per la risposta! 🙂

  2. Fare i biopic non è per niente una scelta facile e biosgna rifletterci sopra parecchio prima di farne uno.

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