L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per marzo, 2019

The Dirt: Mötley Crüe


«Una volta abbiamo visto un gruppo di prostitute, poi ci siamo avvicinati e ci siamo accorti che erano i Mötley Crüe».

James Hetfield.

«Preferirei avere i testicoli mangiati da Hannibal Lecter che fare ancora un tour con i Mötley Crüe».
Dave Mustaine.

TRAMA: La carriera dei Mötley Crüe, band heavy metal nata a Los Angeles nel 1981. Con il loro stile di vita dissoluto e un look trasgressivo, quattro ragazzi disadattati entrano nella storia del rock con il soprannome di “padrini del glam metal”.

RECENSIONE:

Acqua Guizza dei film biografici musicali, The Dirt è un pigro tentativo di sfruttare il nome di una rock band anni ’80 di successo per imbastire un prodotto cinematografico che risulta però assai debole e sciapo.

Incomprensibili innanzitutto le mal pensate scelte artistiche dell’opera, che paradossalmente vedono relegato quasi in secondo piano l’elemento musicale del gruppo per concentrarsi invece blandamente su quello umano, che purtroppo non esula da facili stereotipi risultando superficiale e ripetitivo.

Appurato infatti che la vita estrema delle rock star si basa su scopare, drogarsi, scopare, ubriacarsi, scopare, sfasciare le stanze d’albergo e scopare, il film considera la carriera musicale in senso stretto dei Mötley Crüe come un mero riempitivo alle scorribande sopra le righe dei quattro ragazzi, ponendosi quindi un focus narrativamente sbagliato.

Le vicende che dovrebbero appassionare non lo fanno (ok, sono dei somari, quindi? Ok, si accoppiano come conigli, quindi?) poiché inserite in quell’ovattato contesto eighties da rock band che aumenta terribilmente la distanza tra personaggi e spettatori, limitando fortemente il necessario senso di empatia che dovrebbe scaturire nel pubblico; allo stesso modo, i pochi momenti emozionali buttati un po’ a casaccio per non focalizzarsi unicamente sull’assalto alle vulve, al Jack Daniels e alla polvere magica sono stantii e scarsamente amalgamati con il tono generale della pellicola, nel complesso fortemente ironico e scanzonato.

The Dirt pare quindi più una pisellosa autocelebrazione di quattro (ex) maschietti terribili (infatti nelle vesti di produttori) che un vero e proprio racconto simil-organico degli alti e bassi tipici di una carriera musicale di svariati decenni; da registrare inoltre che escludendo qualche cambio di look in corso d’opera, lo scorrere degli anni è dalla difficile comprensione, poiché il trucco degli attori si limita solo ad “evocare” una vaga idea dei veri Sixx, Lee, Mars e Neil senza una vera e propria mimesi fisica.

Allacciandosi a questo punto, il cast risulta sì leggermente in parte, ma purtroppo non così tanto da offrire allo spettatore l’idea di avere di fronte i veri Mötley Crüe e non dei loro pallidi cosplayer da revival rock.
Spicca in negativo Richard Colson “Machine Gun Kelly” Baker come Tommy Lee, non riuscendo purtroppo ad azzeccare i binari di un  personaggio che tra festini, gossip e matrimonio infelice avrebbe dovuto ricevere una raffigurazione maggiormente all’altezza.

Sorprendentemente uguale Tony Cavalero come riuscitissimo Ozzy Osbourne, presente però solo in una sequenza di contorno.

Volendo allacciare un paragone con il ben più riuscito Bohemian Rhapsody, esso risulta impietoso, con The Dirt che è veramente una versione mal riuscita, zeppa di scelte artistiche poco ispirate (il senso degli sfondamenti della quarte parete per rivolgersi direttamente al pubblico?) e che, al di là dell’amore che si possa avere per l’una o l’altra band, non riesce a sostenerne il livello tecnico.
A titolo meramente informativo, basti prestare attenzione al numero di canzoni inserite nelle rispettive pellicole: ben 22 per BR, solo 14 qui.

The Dirt: Mötley Crüe, ovvero come sorbirsi i racconti di tuo padre su quanto fosse uno scapestrato alla tua età e dover continuare a rassicurarlo del fatto che sì, fosse figo.

Deprimente. 

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Speakers’ Corner – Velvet Buzzsaw

Scritto e diretto da Dan Gilroy dopo essersi fatto un aerosol con il Vinavil, Velvet Buzzsaw è una debolissima cazzatona che pur avendo un’impressionante faretra a disposizione riesce nel non semplice obiettivo di centrare ogni bersaglio con la precisione di Mr. Magoo.

Irritante soprattutto constatare che la critica all’arte contemporanea, mondo vacuo in cui la forma predomina sulla sostanza, sarebbe stata nettamente più efficace se solo ci si fosse sforzati, in fase di sceneggiatura, di calcare la mano con maggiore determinazione verso figure umane tratteggiate troppo pigramente, e che perciò subiscono sferzate facilone e sterili.

La pellicola si tramuta presto, inoltre, in un mero Final Destination in salsa Guggenheim, poiché la vicenda principale (opere di uno sconosciuto pittore uccidono chiunque si trovi ad averne a che fare) non è supportata da un’adeguata esplorazione psicologica di personaggi che paiono cartonati da stereotipo comico.

Affettati direttori di musei che si rivelano squali pronti a scannarsi per ospitare la collezione dell’artista di grido. 
Ok, quindi?
Ambiziose curatrici disposte a tutto per una rapida scalata sociale. 
Ok, quindi?
Rancorosi installatori che covano ambizioni artistiche non volendo più marcire dal lato sbagliato dell’attenzione. 
Ok, quindi?

Per deformazione professionale, ho trovato interessante il critico bisex di Jake Gyllenhaal, che si fa corrompere in base a vantaggi personali per stroncare o elogiare un artista a convenienza, ma anch’esso risulta un character troppo bidimensionale e senza brio.
Immerso in un oceano di nulla, il ruolo del recensore non è purtroppo minimamente approfondito, proprio lui che forse più di tutti avrebbe meritato tridimensionalità data la sua funzione di ponte tra l’opera ed il pubblico.

Immane spreco di cast: oltre al già citato Gyllenhaal abbiamo infatti volti noti ed in gamba come Rene Russo, Toni Collette, Tom Sturridge ed un John Malkovich il cui personaggio non ho sinceramente capito che utilità pratica abbia ai fini dello svolgimento della trama.

Velvet Buzzsaw: un film che vuole essere un ritratto al vetriolo del microcosmo dell’arte moderna senza contenere una critica al microcosmo dell’arte moderna.

Bocciato senza attenuanti.

Peppermint – L’angelo della vendetta


Quando vedi che s’arrabbia, scappa

quella donna sembra acqua ma è grappa
è un litro di nitro con la miccia corta
la faccina pulita e la fedina penale sporca.

TRAMA: La vita felice di una donna viene sconvolta dall’omicidio inspiegabile del marito e della figlioletta, uccisi da una banda di narcotrafficanti. Nonostante la sua testimonianza, al processo gli accusati la fanno franca grazie a giudici e poliziotti corrotti.
Dopo cinque anni la donna, che si è data alla macchia, si è allenata e preparata per ottenere personalmente la sua vendetta.

RECENSIONE:

Cerchiamo di spiegarlo nel modo più chiaro possibile.


Un personaggio femminile forte è un character indipendente, determinato e che non si fa comandare a bacchetta da un uomo, ma compie le proprie scelte autonomamente non dipendendo da altri soggetti.


Severa verso gli antagonisti ed empatica nei confronti dei propri cari, talvolta diventa ella stessa una sorta di guida o punto di riferimento per il prossimo che incroci la sua strada senza avere intenzioni ostili.


Nel caso sia inserita in uno specifico contesto action-horror, non è tratteggiata come una semplice macchina dispensatrice di morte, ma rimane una persona con le sue forze e debolezze, che pur attraversando magari grandi difficoltà lungo il proprio percorso di vita riesce a riscattarsi.


QUESTI
sono personaggi femminili forti:






Nobody fucks with Mary Poppins





Un personaggio femminile debole è invece, per banale ragionamento contrario, un character dipendente in modo preminente da uno o più uomini, che non dimostra una vera e propria personalità eccetto dei piccoli tratti accessori rispetto a quella del maschio alpha che le è superiore.

Prende decisioni ed intraprende un percorso umano tramite scelte indissolubilmente legate a quelle della controparte maschile (solitamente il partner) ed è lampante la sua mancanza di spessore narrativo, dovuta ad una pigrizia o banalità di scrittura che la fa ricadere in uno dei tanti cliché femminei.


Nel caso sia inserita in un contesto action-horror, ella può essere racchiusa in due macro-categorie: damigella da salvare se obiettivo sentimentale/erotico del protagonista, quindi tratteggiata come un’inutile gallina starnazzante ed implorante soccorso, oppure per esagerazione contraria una specie di maschio senza pene, creata ricalcando pedissequamente gli stereotipi del più banale degli action hero senza dotarla di quella profondità caratteriale menzionata in precedenza per i personaggi forti.


Ah, quasi dimenticavo, a volte i personaggi femminili deboli sono direttamente degli oggetti sessuali parlanti.


QUESTI
sono personaggi femminili deboli:








E dopo tale premessa, dove inseriamo la Riley North di Jennifer Garner in questo Peppermint?

Ovvio.


Nel secondo gruppo.


La North è un grumo ambulante di stereotipi woman power così grossolani da ottenere l’effetto diametralmente opposto rispetto a quanto desiderato: rendono infatti la protagonista non una badass combattiva e pericolosa, bensì un patetico tentativo di virare in salsa estrogenica il peggiore bietolone ammazzatutti del Liam Neeson / Jason Statham di turno.

Non bastano infatti i soliti momenti morali scorreggioni incentrati sul dolore relativo al lutto, perché sono schiaffati in faccia allo spettatore troppo brutalmente e senza fornire loro una cornice motivazional-artistica che possa sollevare un film raffazzonato e mal pensato.

La trasformazione della North da casalinga USA profumata alla torta di mele in angelo vendicatore che protegge i più deboli è così affrettata da rendersi ridicola, mandando di conseguenza a donne di facili costumi uno scarno impianto narrativo basato mediocremente sull’empowerment di un personaggio dallo spessore narrativo del domopak.

La pellicola purtroppo nasce e muore con la sua protagonista, visto che Peppermint è un film chiaramente character-centrico, in cui una volta eliso dal processo analitico il personaggio principale emerge il vuoto cosmico da cui è costituito sia il comparto tecnico, povero e banale, sia quello narrativo, strapieno di scelte già viste in mille salse migliori e che non lasciano nulla di sedimentato nella testa dello spettatore una volta riaccese le luci della sala.

Peppermint
si conferma quindi purtroppo una pellicola male in arnese, che ribadisce la fortuna troppo ondivaga degli sceneggiatori maschi nel costruire eroine tridimensionali ed empaticamente valide.

A farne le spese è una Jennifer Garner la cui carriera sembra aver imboccato una parabola discendente: è auspicabile che la per la quarantasettenne texana non si spalanchino le porte dell’improponibile, anche se i frequenti passi falsi della sua carriera recente (e non) costituiscono un campanello d’allarme a cui andrebbe prestata attenzione.

Scadente.

Speakers’ Corner – Escape Room


Saw – L’enigmista
passato dalla mutua, Escape Room è una dimenticabile cazzata che cerca di sfruttare beceramente una forma di intrattenimento (?) esplosa nell’ultimo paio d’anni.

Personaggi dall’utilità di un eskimo in Costa d’Avorio e piacevoli quanto una chiave inglese nel retto si barcamenano da una stanza all’altra sfoltendosi di volta in volta nel più prevedibile degli schemi, con la trama che è infatti una sequela di situazioni già viste altre decine di volte.
«Ma Cube – Il cubo lo abbiamo visto solo in quattro stronzi?» e l’unica domanda che scaturisce dall’osservazione del solito branco di stereotipi ambulanti (ragazza timida, ragazza tosta, businessman arrivista…) che non aggiungono perciò nulla a quanto già mostrato, grazie anche ad innumerevoli seguiti, dalla già citata saga di James Wan e dal Final Destination del quasi omonimo James Wong.

La regia operaia di Adam Robitel, che inquadra qualsiasi cosa accada in modo da essere sicuro che persino l’osservatore meno normodotato intellettualmente riesca a seguire la machiavellica complessità del plot, è paradossalmente mortifera per l’attenzione del pubblico, che della sorte dei protagonisti se ne sbatte più che presto i coglioni.

Due menzioni (dis)onorevoli:
–  Il riciclatissimo personaggio del giovane nerd che OVVIAMENTE la figa non sa nemmeno se sia verticale o orizzontale, il cui unico scopo è quello di spiegare le regole del gioco non tanto agli altri protagonisti, quanto agli spettatori paganti metti caso siano cerebralmente morti.
– Il finale, che è una puttanata invereconda.

Un film che non dovrebbe trovarsi sul piano dell’esistente.

Speakers’ Corner – Love, Death & Robots


Serie animata antologica per adulti, scritta e diretta dal Tim Miller di Deadpool e prodotta da David Fincher, Love, Death & Robots è una raccolta di racconti principalmente sci-fi ma che abbracciano anche altri generi tra cui l’horror, il thriller e la commedia.

Piccolo gioiello di creatività ed arte visiva, la serie è composta da diciotto episodi non collegati tra loro, che alternando come già accennato i registri comico, drammatico ed horrorifico riescono a soddisfare i gusti più disparati, centrando il bersaglio che di volta in volta si prefiggono e dimostrando un livello medio complessivo decisamente alto.
Utile per la fruizione degli episodi è inoltre la loro durata ridotta (da 6 a 17 minuti ciascuno), che rende la serie adatta sia per una maratona complessiva non stop quanto per optare invece il guardarsi qualche episodio nei ritagli di tempo.

Per meglio capire la portata dell’opera, essendo formata da segmenti molto diversi uno dall’altro, invece di buttarsi in un’analisi complessiva è molto più utile esaminare brevemente gli episodi uno ad uno.

Il vantaggio di Sonnie (Sonnie’s Edge)
Combattimenti tra umani in simbiosi telepatica con dei mostri.
Episodio di apertura, Sonnie’s Edge è anche quello che più ho apprezzato, e ragionando a posteriori sulla serie come unicum sono contento che sia stato scelto come primo, perché credo che oltre ad essere uno di quelli di qualità oggettivamente migliore sia molto emblematico del focus della serie.
Animazione in CGI di qualità eccellente, che mostra i muscoli soprattutto nella sequenza di lotta tra le creature, ciò non mette in secondo piano una trama ovviamente breve ma intensa, con una protagonista interessante ed un arco narrativo ben gestito.

Tre robot (Three Robots)
Tre robot vagano per un mondo post-apocalittico commentando l’estinzione degli umani.
Dopo il dramma dell’episodio 1 si passa ad un tono molto più leggero e sarcastico, con i tre protagonisti che, trovandosi di fronte ad infrastrutture tipicamente umane, cercano di comprenderne l’utilizzo; a ciò si accompagnano sferzanti critiche alla stupidità della nostra specie e all’innata indole di autodistruzione insita nell’homo sapiens.
Segmento basato sull’infondere nello spettatore la classica risata unita al «È vero: è proprio così», Three Robots è un carino divertissement.
Simpatico il finale.

La testimone (The Witness)
La casuale testimone di un omicidio scappa inseguita dall’assassino.
Con un mood ansiogeno generato non solo dalla trama in sé, ma anche da uno stile grafico ricco di primi piani ed animazioni rapide, The Witness è una corsa verso la salvezza, inframmezzata da sequenza sessualmente esplicite che fungono da una sorta di pausa contemplativa per un’esistenza, quella umana, in cui il pendolo oscilla tra la inconcludente fretta ed un piacere effimero.
Ottima scelta quella di dare molto risalto a livello uditivo all’ansimare dei personaggi, con la frequente aggiunta dell’appannamento della camera durante i primi piani, come se i characters avessero realmente un obiettivo puntato in faccia.

Tute meccanizzate (Suits)
Agricoltori combattono un’invasione aliena.
Per citare un amico, «”Redneck con i mecha” è una delle cose che non sapevate ancora di volere»; battute a parte, episodio che ricade nel classico “uomo vs mostro” riuscendo però a non essere banale e noioso, grazie ad uno stile di animazione che ricorda quello dei videogiochi della casa di sviluppo Telltale Games e che ben si addice a quanto viene mostrato.
Relativamente leggero nonostante l’argomento, il tono è smorzato anche dall’uso di una colorazione vivace e quasi da pennarello, che esalta piacevolmente le figure.

Il succhia-anime (Sucker of Souls)
Spedizione scientifica risveglia qualcosa che avrebbero dovuto lasciar dormire.
Tra tutti, forse questo è l’episodio che personalmente mi ha convinto di meno. Non che non sia di intrattenimento, anzi, la sua violenza esagerata è paradossalmente divertente, ma ho avuto la sensazione che c’entrasse poco con gli episodi fin lì visti, e penso che non abbia quel quid per risultare memorabile e di impatto che magari altri segmenti possiedono.
Si guarda e via.

Il dominio dello yogurt (When the Yogurt Took Over)
I batteri dello yogurt diventano senzienti e conquistano il pianeta.
Su una trama del genere mi rendo conto che poco ci sia da dire. Utilizzando uno stile cartoonesco tipico dei programmi indirizzati ai più piccoli, When the Yogurt Took Over è indubbiamente l’episodio che sfocia maggiormente nell’assurdo; anche qui comunque è riscontrabile una pesante e benvenuta critica alla stupidità umana in genere, a cui ben si sposa una narrazione documentaristica alla Adam McKay / Michael Moore.

Oltre Aquila (Beyond the Aquila Rift)
Il salto spaziale di un’astronave ha un problema ed essa finisce lontana molti anni luce rispetto al previsto.
Inquietante. Molto.
Beyond the Aquila Rift è un gioiello di costruzione narrativa, semplice nelle sue apparenti premesse ma molto più complesso nel loro sviluppo. Una trama avvincente ed interessante, che riesce a montare la tensione gradualmente in un climax finale che rende un senso all’intero episodio.
Alcune scelte sono una palese strizzata d’occhio ad un film ormai classico nel genere sci-fi, ma che non posso menzionare per non fare spoiler sulla conclusione.

Buona caccia (Good Hunting)
Nella Cina della Rivoluzione Industriale, il rapporto tra un uomo ed una kitsune.
Ideale passaggio di consegne tra il mondo magico e quello materiale, Good Hunting riesce a costruire una storia poetica e romantica, di un romanticismo però non solo meramente amoroso, ma che comprende più ad ampio respiro l’elogio per un mondo destinato inevitabilmente a scomparire.
Grazie alla tecnologia, però, la magia naturale ed animista diviene qualcosa di diverso ma altrettanto irreale e mistico, a testimonianza della ciclicità degli eventi e di una circolarità inaspettata ma narrativamente ben congegnata.

La discarica (The Dump)
Un ufficiale comunale deve sfrattare un vecchio che vive in una discarica.
Dopo un paio di episodi seriosi, Love, Death & Robots ritorna sul terreno dell’ironia, con una tipica storia di paura aneddotica raccontata con un po’ di alcool nelle vene.
Simpatico ed esagerato, The Dump ha un posizionamento strategico per stemperare la tensione e la drammaticità precedenti, con la presenza del tema “vecchio che se ne frega della modernità e vuole solo essere lasciato in pace” che suscita naturale simpatia.
Un paio di piccole chicche faranno sbellicare lo spettatore attento.

Mutaforma (Shape-Shifters)
Nella guerra in Medio Oriente, l’esercito americano si serve di soldati particolari.
Come il già visto Sucker of Souls, anche questo episodio c’entra ben poco con il tema generale della serie, ma gli è superiore grazie ad una breve storia di amicizia e di accettazione del sé che lo eleva rispetto ad una stereotipata lotta violenta contro una minaccia ignota.
Da segnalare una CGI anche qui ben fatta ma più legnosa di Beyond the Aquila Rift e di Secret War (che vedremo poi), per il resto non molto da dire senza cadere negli spoiler.

Dare una mano (Helping Hand)
Un’astronauta si ritrova alla deriva.
Episodio che riprende la tematica di Gravity di Cuarón, Helping Hand è uno degli episodi incentrati sull’ansia. Carenza di ossigeno, aiuti che non arrivano e concreta possibilità di morire nello sconfinato vuoto in cui “nessuno può sentirti urlare”, altro fattore citato, per un segmento in cui anche la capacità di sacrificio per rimanere attaccati alla vita dimostra la sua importanza.

La notte dei pesci (Fish Night)
Due venditori porta a porta rimangono in panne con la macchina nel deserto nordamericano.
Episodio maggiormente onirico della serie, Fish Night sfrutta una trama semplice ed apparentemente priva di spunti per mostrare animazioni coloratissime e ben realizzate, virando la storia su un confronto generazionale alla Cat Stevens con il maturo calmo e riflessivo che ha accanto il giovane intrepido ed avventato.
Stile visivo che ricorda vagamente il cel-shading del videogioco XIII, tratto dall’omonimo fumetto franco-belga.

Dolci tredici anni (Lucky 13)
Il rapporto di “amicizia” tra una pilota militare ed un’aeronave nota per portare sfortuna. 
Legame uomo-macchina contornato di superstizione, desiderio di rendersi utili e determinata volontà di oltrepassare i propri limiti; aggiungete il tema dell’ammasso di ferraglia che pur vecchio dimostra ancora la sua (stile Herbie, il maggiolino tutto matto) venendo di conseguenza preferito da un’umana “romantica” ai nuovi ritrovati tecnologici e si ottiene una trama classica impreziosita dalle consuete scene militari.
Più profondo di quanto potrebbe sembrare.

Zima Blue (id.)
Una giornalista deve intervistare un pittore le cui opere sono caratterizzate da una particolare tonalità di azzurro.
Ritorno alle origini in salsa artistico-fantascientifica, Zima Blue è uno degli episodi più delicati e poetici: da esso emerge infatti la circolarità tra progresso e regresso, per cui se l’obiettivo è aspirare alle vette più alte dello scibile umano, la via migliore è paradossalmente quella di alleggerirsi mentalmente e fisicamente, fino a far riemergere la propria vera essenza.
Interessante anche il tema del triplice rapporto su cui si basa l’arte: artista-opera, artista-pubblico e opera-pubblico.

Punto cieco (Blind Spot)
Una banda di ladri assalta un veicolo blindato fortemente difeso.
Azione pura: bastano due semplici parole per definire questo episodio, in cui si abbandonano quasi totalmente elementi filosofico-introspettivi, dalla grande rilevanza in altri segmenti, per imbastire invece un train heist adrenalinico e su più livelli di pericolosità.
Il fattore veramente importante non è ciò che il gruppo tenti di rubare, ma i vari ostacoli che compaiono via via lungo il tragitto.
Coloratissimo ed avvincente.

L’era glaciale (Ice Age)
Una coppia scopre che nel nuovo freezer esiste un microscopico mondo umano in evoluzione.
Episodio in live action (protagonisti Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead), anche qui il tema principale è quello del ciclo: pur se il tempo scorre convenzionalmente in una sola direzione, non è detto che con il passare di ere troppo grandi per la concezione umana esso non ritorni a presentare daccapo lo stesso corso evolutivo.
Pur non essendo disprezzabile, Ice Age è forse un pesce fuor d’acqua nella serie, un po’ per la sua assenza di animazione, un po’ per la ripetitività di un concetto già visto.
Comunque discreto.

Alternative storiche (Alternative Histories)
Sei possibili scenari storici di cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto prima di fondare il Partito Nazista.
Alternative Histories è la sagra dell’assurdo: grazie ad uno stile visivo minimale nelle forme e vivacissimo nei colori, vengono delineati universi paralleli basati sul nonsense e sull’esagerazione, in cui il futuro Führer viene ucciso nei modi più bislacchi ed improbabili, portando a conseguenze altrettanto fuori di testa.
Divertentissimo e leggerissimo, una serie di allegri WTF da gustare senza anticipazioni.

Guerra segreta (Secret War)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un plotone di soldati russi viene inviato ad eliminare una minaccia sconosciuta.
Si ritorna al realismo, alla crudezza e all’ambientazione militare per questa conclusione di serie: Secret War offre una CGI di pregevole fattura, che ben si sposa appunto con la serietà delle tematiche.
Pure qui uomo contro mostro, ma con un paio di elementi estetico-narrativi che rendono anche questo episodio interessante ed avvincente.

Speakers’ Corner – Office Uprising

Sorta di via di mezzo tra The Belko Experiment (per le tematiche di base e la cruda violenza) e Benvenuti a Zombieland (per il tono scanzonato e gli sfondamenti della quarta parete) Office Uprising è una piacevole commediola horror che va a fruttare discretamente bene l’ora e mezza spesa nella sua visione.

Intrappolati in una fabbrica di armi in cui quasi tutti i loro colleghi sono diventati degli zombie aggressivi e ipercinetici, i nostri improbabili eroi si trovano ad affrontare una deriva sociale e mentale dei normali rapporti lavorativi, con i vari settori aziendali che vengono esagerati da una trama che spinge pesantemente l’acceleratore sulla violenza, portando lo spettatore a risate e sani facepalm.

L’ironia è infatti così presente da far prevalere nettamente il genere commedia sull’horror, grazie soprattutto a personaggi che sono vere e proprie caricature ambulanti; riuscendo a non prendersi minimamente sul serio il film guadagna molti punti, mostrandosi al pubblico per ciò che veramente è: una pellicola molto leggera e ai limiti del nonsense.

Oltre alla classica baracconata di grana grossa, però, volendo osservare con occhio più attento è possibile riscontrare in questa pellicola uno sberleffo sano e beffardo rivolto alle unità produttive che compongono una grande azienda, con l’universo umano che popola quotidianamente i suoi uffici venire massacrato sia in senso letterale che figurato.

Nel cast il giovane in rampa di lancio Brenton Thwaites, la Jane Levy protagonista di Man in the Dark, Karan Soni, il Dopinder di Deapool e un esilarante Zachary Levi come main villain.

Menzione d’onore per la sequenza ambientata nel settore Risorse Umane, che pur durando solo quattro minuti è un piccolo gioiello.

Simpatico senza pretese.

Speakers’ Corner – Ancora auguri per la tua morte


Sequel del quasi omonimo film del 2017, Ancora auguri per la tua morte conferma la carineria del primo episodio allargandone la trama mantenendone il piacevole tono leggero e scanzonato.

Da un semplice cerchio di eventi in ripetizione si passa qui all’introduzione di dimensioni alternative: come ben sanno gli appassionati di fumetti americani, in cui tale elemento è ormai comune, in questi differenti universi esistono tra i personaggi che conosciamo altri legami relazionali, che scombinano le carte rendendo la scoperta delle nuove variabili più interessanti.

La tensione relativa al killer e alle numerose morti viene infatti ben stemperata da battute, ironia e volute esagerazioni narrative, per le quali funge da assist il già citato tema sci-fi dei loop temporali e del multiverso; le risate si combinano con una dose di sano thrilling all’acqua di rose, in cui la ripetizione di un evento teoricamente unico, il trapasso, viene affrontata con umorismo, sarcasmo e comica frustrazione.

Nel cast, ancora buona prova per una molto espressiva Jessica Rothe, che pur assomigliando in modo impressionante alla sua coetanea Blake Lively (entrambe classe ’87), mantiene però rispetto a Lady Reynolds maggiore freschezza estetica, utile per interpretare un’universitaria, surclassandola per espressività e stimolazione di empatia nello spettatore.

Produce la famigerata Blumhouse, con un terzo capitolo già annunciato in caso di successo economico di questo secondo, costato 9 milioni di dollari.

Considerato che Auguri per la tua morte incassò 125 milioni contro i 5 scarsi di budget, appuntamento al 2021.

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