L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per dicembre, 2018

Amici come prima


Con Cinepanettone si indicano alcuni film comico-demenziali di produzione italiana destinati a uscire nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio.
Il neologismo, comparso stabilmente nei media in lingua italiana sul finire del 1997, fu originariamente coniato in senso dispregiativo dai critici cinematografici per indicare quei film natalizi – da cui il riferimento a uno dei dolci italiani tradizionali per questa festività, il panettone – di grande diffusione pubblica e ritenuti al tempo a vocazione principalmente commerciale; in special modo le commedie della coppia Boldi-De Sica, che si caratterizzano per una certa tendenza a ripetersi nella trama e nelle situazioni, per il tipo di comicità a buon mercato, per una greve volgarità nonché, ciononostante, per i grandi incassi nelle sale italiane.
Ben presto, tuttavia, il neologismo è diventato di uso comune e ha perso in parte la sua connotazione negativa, al punto che gli stessi attori e autori hanno preso a indicare le loro opere con questo nome.

TRAMA:
Quando parte delle quote societarie di un hotel milanese di lusso vengono cedute a un gruppo cinese, lo storico direttore dell’albergo viene licenziato in tronco dalla figlia del proprietario della struttura.

Rimasto senza un lavoro e senza risparmi, travestendosi da donna riesce a farsi assumere sotto mentite spoglie proprio come badante del suo ex datore di lavoro.

RECENSIONE:


Vi ripeto, signori, che la vostra inchiesta è inutile.


Trattenetemi qui per sempre, se volete; rinchiudetemi o giustiziatemi, se proprio vi occorre una vittima per propiziare l’illusione che chiamate giustizia, ma non posso dichiarare più di quanto abbia già fatto.

Ho raccontato in perfetta sincerità tutto quello che ricordo: non ho cambiato né nascosto niente, e se c’è qualcosa che rimane nel vago è perché la mia mente è obnubilata: l’esperienza che ho avuto è orribile e l’orrore è ancora avvolto nel mistero.

Vi ripeto che non so che cosa sia successo a Serenate, anche se credo – spero – che egli si trovi ormai nella pace dell’oblio, ammesso che una simile condizione esista.


È vero che per quasi trent’anni sono stato il suo più caro amico e ho condiviso con lui, almeno in parte, le terribili ricerche nel campo del cinema; non negherò, sebbene la mia memoria sia incerta e lacunosa, che il vostro testimone possa averci visti insieme su un’auto, alle nove e mezza di quella terribile notte, diretti alla multisala.

Ma di quello a cui abbiamo assistito poi, e del motivo per cui, la mattina dopo, mi hanno trovato solo sul bordo della strada, devo insistere che non so niente a parte quello che ho già ripetuto tante volte.

Dite che nessun film, nel presente o nel passato, corrisponde alla pellicola da me descritta; vi rispondo che so soltanto quello che ho visto.


Sarà stato un incubo, un’apparizione: spero che si riduca tutto a questo, ma è esattamente ciò che ricordo da quando ci immergemmo nel buio della sala.
Sono stati momenti terribili, e non so assolutamente perché Serenate non sia tornato… Lui o la sua ombra, o quel film orrendo che non posso descrivere…

Come ho già detto, gli eccentrici interessi di Serenate mi erano noti e in parte familiari. Possedeva una vasta raccolta di libri rari su argomenti cinematografici. Quanto alla natura dei suoi studi… devo dire ancora una volta che non li capivo fino in fondo? Ora mi sembra una grazia, perché si trattava di cose terribili in cui mi addentravo più per una sorta di riluttante fascinazione che per trasporto naturale. Ricordo il gelo che provai, la notte prima della disgrazia, nel vedere la sua espressione quando mi espose la teoria del perché nel cinema certi filoni non si corrompono, ma rimangono floridi e redditizi nelle sale anche per decenni.


Adesso non mi sorprende più, perché penso che abbia conosciuto orrori che non riesco nemmeno a immaginare.


Adesso temo per lui.


Ancora una volta ripeto che non ho un’idea precisa di quale fosse il nostro scopo quella notte. Certo aveva a che fare col blog che Serenate gestiva, l’antico sito web in caratteri indecifrabili che aveva iniziato a redigere ormai sei anni prima, ma giuro che non so che cosa si aspettasse di scoprire.

Il luogo era un cinema così pieno di pubblico occasionale che metteva i brividi. Su tutto regnava un odore indefinibile che le mie assurde fantasie associavano alla putrefazione della materia cerebrale. Dappertutto si vedevano i segni dell’abbandono e della decrepitezza, e avevo l’impressione che Serenate ed io fossimo i primi esseri senzienti a invadere un regno di idiozia che durava da decenni.


Il mio primo atto nella terribile sala, a quanto ricordo, fu di fermarmi con Serenate davanti a una barista semidimenticata. Non ci fu bisogno di parlare, perché il luogo e il compito che ci aspettava sembravano noti, e senza aspettare prendemmo i popcorn e cominciammo a chiacchierare.

Dopo averne mangiati l’intera scatola, che consisteva in un’immenso bicchiere di cartone, facemmo qualche attimo di silenzio per esaminare le pareti zeppe di poster nel loro complesso, e penso che Serenate facesse alcune riflessioni mentali.

Poi tornò al blog sul cellulare e, usando le dita come piccoli martelletti, cercò di preparare la base della recensione che prendeva forma sullo schermo, cercando una metafora portante che facesse da colonna vertebrale all’articolo. Non ci riuscì e mi pregò di aiutarlo. Finalmente le nostre forze unite trovarono un’idea, di cui discutemmo e che mettemmo da parte.


Intanto i piccoli schermi del locale rivelarono i trailer, da cui si spanse un’imbecillità così disgustosa che distogliemmo lo sguardo inorriditi. Dopo un momento, tuttavia, lo guardammo di nuovo e scoprimmo che la loro deficienza era meno insopportabile.

A questo punto ricordo il nostro scambio verbale: Serenate mi apostrofò a lungo, con la sua voce per niente turbata dal film spaventoso che ci attendeva. «Mi dispiace doverti chiedere di restare fuori dalla sala» disse «ma sarebbe un crimine permettere a qualcuno che ha nervi fragili come i tuoi entrare qui. Né le tue esperienze, né quello che ti ho raccontato possono darti un’idea di quello che dovrò vedere. È un lavoro da masochisti, e dubito che possa esser fatto da uno che non abbia nervi d’acciaio senza perdere la ragione o addirittura la vita; non voglio offenderti, lo sa il cielo se non mi farebbe piacere averti accanto, ma in un certo senso la responsabilità è mia e non posso portare un fascio di nervi come te a quella che sarebbe la morte o la pazzia. Ti dico che non immagini di che si tratta! Prometto di tenerti informato di ogni mossa attraverso il telefono: come vedi ho abbastanza campo da poter arrivare al centro della terra e tornare indietro!»


Ricordo ancora quelle parole pronunciate con freddezza e ricordo le mie proteste. Ero disperatamente ansioso di accompagnare il mio amico nelle profondità dell’idiozia audiovisiva, ma lui fu inflessibile. Una volta minacciò di abbandonare la serata se avessi insistito: minaccia che si rivelò efficace perché lui aveva le chiavi dell’automobile.


Ricordo molto bene tutto questo, anche se non so più cosa fosse ciò a cui puntavamo.


Dopo essersi assicurato che, mio malgrado, non lo avrei seguito, Serenate prese il suo biglietto e preparò il cellulare. A un suo cenno presi il telefono e sedetti su una vecchia sedia scolorita, vicino al ragazzo che strappava i biglietti.
Poi mi strinse la mano, si mise il cellulare in tasca e scomparve nell’indescrivibile nugolo di persone in fila per lo strappo del foglietto stampato. Per un attimo continuai a vedere il profilo della sua testa; ma la figura scomparve all’improvviso e il contatto visivo finì presto: probabilmente aveva voltato un angolo.

Ero solo, ma collegato con le profondità dell’abisso attraverso la connessione internet il cui simbolo si stagliava sul mio schermo telefonico sotto le luci della sala d’attesa, giallastre. Nel silenzio la mia mente concepiva le più macabre fantasie, e i grotteschi cartonati sembravano assumere una loro orribile personalità, una vita senziente.


Ombre amorfe si annidavano nei recessi più scuri dell’antisala dalle piastrelle e s’aggregavano, in una specie di processione rituale, dietro i banconi del bar; ombre che, fra l’altro, non potevano essere proiettate da fari così intensi. Ogni tanto consultavo l’orologio alla luce dei neon e accostavo l’orecchio, più ansioso che mai, al telefono, ma per più di un quarto d’ora non sentii niente. Poi sentii una debole vibrazione e chiamai il mio amico con voce tesa.


Per apprensivo che fossi, non ero preparato alle parole che uscirono dal ricevitore né al tono di Serenate, il più allarmato e incoerente che gli avessi mai sentito. L’uomo che poco prima mi aveva lasciato con tanta impassibilità, ora mi parlava in un balbettio a fior di labbra che faceva più effetto di un urlo: «Dio, se potessi vedere quello che sto vedendo io!». Non riuscii a rispondere: senza parole, non mi restava che aspettare. Poi tornarono le sillabe spezzate: «È terribile… mostruoso… incredibile!».


Stavolta la voce non mi tradì e feci una serie di domande concitate. Ma soprattutto continuavo a ripetere: «Serenate, che cos’è? Che cos’è?». La voce del mio amico era rauca dalla paura e ora, credetti, incrinata di disperazione: «Non posso dirtelo! È troppo al di là di quello che possiamo concepire… Non oso dirtelo, nessuno può saperlo e continuare a vivere! Gran Dio, non avrei mai immaginato QUESTO!».

Di nuovo silenzio, a parte il mio torrente di domande incoerenti e paurose. Poi la voce di Serenate, nell’abisso della più nera costernazione: «Per l’amor di Dio, alzati e scappa finché sei in tempo! Presto, lascia perdere tutto e corri via da qui… è la tua unica possibilità! Fai come ti dico e non chiedermi di spiegarti!».


Avevo sentito, eppure non riuscii a far altro che ripetere le mie domande concitate. Ero circondato dalle locandine, dai tavolini e dalle sedie; al di là di quella sala d’attesa covava un pericolo che andava oltre il potere dell’immaginazione umana. Ma il mio amico correva rischi maggiori dei miei, e nonostante la paura provai il rimorso che potesse giudicarmi capace d’abbandonarlo in quelle circostanze. Altri disturbi, poi un grido pietoso di Serenate: «Squagliatela! Per l’amor di Dio, metti giù quella lastra e squagliatela!».


C’era qualcosa, nello slang infantile di quell’uomo evidentemente fuori di sé, che stimolò le mie facoltà. Presi una decisione e gridai: «Serenate, coraggio! Vengo anch’io!». Ma a questa proposta il suo tono degenerò nella disperazione: «Non farlo, non puoi capire! È troppo tardi ed è colpa mia. Alzati e scappa… non c’è nient’altro che tu o chiunque altro possa fare!».

Il tono cambiò di nuovo, acquistando stavolta toni più moderati; sembrava rassegnato, al di là di ogni speranza, ma ancora capace di preoccuparsi per me. «Fai presto, finché sei in tempo!» Cercai di non dargli retta, di vincere la paralisi che mi stringeva e mantenere la promessa di aiutarlo. Ma il suo prossimo bisbiglio mi trovò ancora imprigionato dalle catene dell’orrore. «Fai presto! È tutto inutile… devi andare… Meglio uno che due… il blog…» Una pausa, altri disturbi e poi la voce debolissima di Serenate: «Ormai è quasi finita… non rendere le cose più difficili… alza quel maledetto culo e salvati la vita… Stai perdendo tempo… Addio, non ci rivedremo più».


Qui i sussurri di Serenate si trasformarono in un lamento, poi il lamento diventò un urlo carico del terrore di tutti i tempi… «Maledizione a quelle cose infernali… legioni… Mio Dio! Squagliatela, squagliatela, squagliatela!»


Poi fu il silenzio.

Non so per quanti secoli rimasi impietrito dov’ero, borbottando o gridando al telefono. Più volte, in quel periodo interminabile, sussurrai, implorai, urlai: «Serenate! Serenate, rispondimi, sei là?».

Poi venne l’orrore supremo, la cosa inconcepibile e quasi irriferibile.


Ho detto che dopo l’ultimo urlo di Serenate sembrarono passare secoli e che solo le mie grida rompevano l’orribile silenzio. Ma dopo un poco il ricevitore trasmise un’altra vibrazione e io tesi le orecchie per ascoltare. Gridai ancora: «Serenate, sei là?» e in risposta sentii la frase che mi ha oscurato il cervello.

Signori, non cercherò di spiegare cosa fosse, a chi appartenesse quella voce, né cercherò di descriverla bene, perché le prime parole mi fecero perdere conoscenza e crearono un vuoto mentale che si dissolse un poco solo quando mi ripresi in ospedale.


Dirò che era profonda, rauca, tremolante, remota, ultraterrena, inumana, scorporata? A che servirebbe? Fu la fine della mia esperienza, come è la fine di questa storia.


La sentii e persi contatto con il mondo, la sentii mentre stavo pietrificato in quel cinema conosciuto, fra i cartonati cadenti e i poster rovinati, i bicchieri di Pepsi marciti e la puzza di popcorn.


La sentii con chiarezza, dal profondo della maledetta sala aperta, mentre guardavo ombre amorfe e necrofaghe danzare sotto un’orribile falce di luna. E questo è ciò che disse:




«MA CHE È ‘STA CAFONATA?!»

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Bumblebee


Sei film sui Transformers? Seriamente?

TRAMA: 1987. In fuga e male in arnese, il robot alieno Bumblebee trova rifugio nella discarica di una località balneare sulle coste della California. Viene trovato da una ragazza che prova a metterlo in sesto, e che presto si accorge di avere a che fare con un’automobile fuori dall’ordinario…

RECENSIONE:


Che due maroni ‘sti robottoni giganti ho visto primo terzo e quarto e non saprei dire quale mi abbia fatto venire la gastrite peggiore ma siccome la vita è sofferenza e il cinema è pure peggio siamo oggi qui riuniti per celebrare la scomparsa della mia sanità mentale già messa a durissima prova lungo il corso di svariati anni farciti di troiate invereconde che mi sorbisco a cadenza settimanale perché amo più il cinema di me stesso non fiori ma opere di bene ok già che il regista non sia più Michael Bay vorrà dire che forse ci risparmieremo la tristissima immagine della ragazza con un’età che potrebbe essere sua figlia inquadrata a pecora sì lo so che sarebbe più corretto definirla posizione prona però dai non stiamo qua a sottilizzare alla fine sempre di mandolino in primo piano si sta disquisendo poi oh il tipo è anche quello che ha diretto Kubo e la spada magica che dici esticazzi ma fidatevi che è un film proprio bellino


quindi booom pronti via ed è già tutto uno sparare con gente totalmente a caso a mio parere francamente indistinguibili l’uno dall’altro meno male che siccome il target di pubblico è quello dei bambinotti e quindi la dobbiamo spiegare ai venti-trentenni con la mentalità di ragazzini delle medie oltre che ai suddetti pischelli facciamo che i buoni sono quelli colorati mentre i cattivi sono tutto un grigiore che oh sembrerà anche una pignoleria ma cazzo sul campo di battaglia se ti si para davanti un limone alto quattro metri sarà ben più visibile da colpire rispetto ad una ferraglia fumé però dai il concetto dei Transformers è stato creato per venire usufruito da spettatori ehm diciamo semplici quindi bon


spara che ti spara Bumblebee il nostro simpatico roito arriva sulla Terra ed è doppiato dal pallavolista Ivan Zaytsev che fin per carità sicuramente sarò stronzo io ma non comprendo il nesso logico tra schiacciare una palla a cento e passa chilometri orari ed il mondo della recitazione poi se vogliamo immergerci nella più becera polemica si potrebbe anche aggiungere che avessero scelto un calciatore apriti cielo ma non siamo qui per quello o forse sì comunque il martello non parla molto visto che come ben si sa il compagno B ha il dispositivo vocale scassato e quindi dopo aver mostrato questo interessantissimo background sull’handicap del nostro prode arrivano pure i militari ottusi perché dove ci sono pianeta Terra + alieni ci sono i militari ottusi il robot scappa e taglio su Hailee Steinfeld


che dico io capisco avrà i suoi conti da pagare però osteria te sei stata nominata all’Oscar per Il Grinta dove recitavi per i Coen con Bridges, Damon e Brolin e poi mi finisci a fare la quota vulva per i quindicenni segaioli che sì ti avviso subito su di te si spareranno un numero di raspe così alto che se i proverbiali problemi alla vista consequenziali fossero documentati medicalmente figlia mia corri ad aprire un negozio di cani-guida che incassi di Hollywood spostatevi e siccome bisogna masturbarsi fino a farsi riconoscere una percentuale di invalidità per il tunnel carpale giovanile oltre ad essere una bella tana pur fregandosene del suo aspetto la squinzia è pure appassionata di meccanica e musica rock benvenuti nel regno di Fantasilandia con la tipa che invece di passare i pomeriggi da boh Sephora Pandora o che cazzo ne so va dallo sfasciacarrozze a ravanare nella ferraglia in un’immagine che è una strizzata d’occhio così potente ai nerd che per cortesia signora Palmira non mi faccia parlare


trova ‘sto rottame parte il segnale che richiama i cattivi GESÙ CRISTO È LA STESSA TRAMA PRINCIPALE DEL REMAKE DI PREDATOR A TUTTO L’EQUIPAGGIO ABBANDONARE LA NAVE RIPETO ABBANDONARE LA NAVE momento famigliare scorreggione come pochi poi classica sequenza rimettiamo in piedi il catorcio che fa molto Herbie il maggiolino tutto matto che era matto ma non malefico in cui la tipa entra per la prima volta dentro all’auto che oh mi è venuto in mente adesso pensate fosse stato il contrario robot femmina e sbarbatello maschio che ci entra dentro che carico metaforico ci avrebbero picchiato giù insomma poi il coso giallo si sveglia e inizia a fare casini ennesimo stereotipo sull’imparare gli usi e costumi terrestri arrivano i cattivi facendo un gran bordello e accompagnati da un sottofondo di musica schitarrante tirato fuori paro paro dalla libreria license free di YouTube che fa tanto sono arrivati i cattivi e via di cazzate che servono a costruire il rapporto tra i due emarginati che mamma mia è di una pigrizia affossante


incontro tra le due fazioni di antagonisti che ah già, vi ho per caso detto che il leader dei militari è John Cena no dico John Cena you can’t see me quello che fino all’altroieri schienava degli ammassi di steroidi su un ring e mo’ gli danno pure dei soldi per sbraitare davanti allo schermo ma come ci siamo ridotti dico io vabbè tra una gag e l’altra sulla musica anni ’80 e altra acqua per far germogliare il legame vulva-maggiolone ci schiaffano pure dentro un interesse amoroso di cui sentivo la mancanza come della neve il 3 luglio e via ad introdurre un personaggio che non vale il tempo che sto sprecando per menzionarlo nel frattempo i cattivi ottengono il controllo dei satelliti terrestri che ovviamente figurati se avrà delle ripercussioni negative siamo in società di noi ti puoi fidar poi talmente a caso che pensavo fosse subentrato per errore un film diverso viene tirata fuori una gara di tuffi che è una delle metafore sul coraggio più tristi nella storia della narrazione vendetta a base del robot che non sa dosare le forze poi pure la casa sfasciata perché mamma mia che pazienza IL ROBOT NON SA DOSARE LE FORZE e dopo circa un’ora dall’ultima volta c’è lo scontro tra bestioni metallici ossia il punto nevralgico su cui dovrebbe basarsi ‘sta baracconata infame


ma forse anche no perché nonostante ci troviamo a che fare con esseri potentissimi provenienti da un altro pianeta la situazione la risolvono dei ragazzini in tempesta ormonale che ai tempi nostri se chiamava voja de scopa’ poi ovviamente salta fuori che dei tizi che si chiamano Ingannevoli ci hanno ingannati oh mio Dio Bumblebee è morto bu-hu piangiamo e invece no gli danno la scossa finché non si sveglia e io boh a questo punto mi sarei aspettato pure la lacrima magica che le scende dalla guancia e gli cade sul petto poi il robottone pacioccone diventa una fottuta macchina da guerra inizia a spaccare tutto a dimostrazione che siamo innanzi ad una pellicola per raffinati intellettuali momento Il gigante di ferro e poi via verso la scazzottata con i villain che ovviamente pur essendo in due lo attaccano uno alla volta come le note basi del duello ottocentesco e figurati se un ferrovecchio che ha subito legnate fino adesso non riesce ad abbattere due tizi molto più in forma di lui solita percentualona a cazzo che non va più avanti


solita tipa che dobbiamo trovare un modo perché dia il suo contributo ovviamente i buoni vincono perché magari ci siamo scordati che ‘sto qua è un prequel quindi come cazzo fa a crepare però vabbé, risalta fuori la questione tuffi che mi stavo giusto chiedendo come avrebbero fatto a risolverla essendo così campata per aria e poi finale banalotto che ci dobbiamo lasciare anche se ci vogliamo tanto bene perché le nostre due famiglie non vogliono ah no quello è un altro film poi sub-finale in cui la tipa non la smolla alla spalla boy inutile perché nei film se sei una donna forte devi pure essere anaffettiva che cazzo almeno un bacetto all’idiota non morivi mica secondo me poi ognuno la vede come crede.

Che film del cazzo.

Macchine mortali

Maledetti diesel Euro 2…

TRAMA: La razza umana ha cambiato radicalmente stile di vita dopo che il mondo civilizzato è stato spazzato via da un cataclisma: non sono più le persone a spostarsi, ma le città, che ora sono in grado di viaggiare da un capo all’altro della Terra distruggendosi a vicenda nei loro spostamenti…

RIFLESSIONI SPARSE:

Esteticamente è un film più che buono: la CGI, pur ultra-invasiva riesce a fornire una piacevole resa degli agglomerati urbani su ruote, piccoli o grandi, in perenne caccia tra loro come leoni e gazzelle nella savana su National Geographic.

Spettacolari in particolare le sequenze iniziali e finali, in cui la pellicola mostra i muscoli riuscendo ad intrattenere con azione ad ampio respiro e una sana dose di esplosioni random: siamo di fronte ad un fantasy-action, in fin dei conti quello si chiede al film.

Wroom Wroom scooteroni.

– La storia si basa su elementi che personalmente credo di aver già visto un numero di volte molto vicino a quello di Avogadro: caratterizzazione dei personaggi, svolgimento della trama, relazione tra le varie figure umane… decisamente nulla di nuovo sotto il sole.

Tutto già deciso, tutto già scritto, ogni pisquano che compare su schermo porta sul capo un’insegna al neon con l’indicazione o meno della sua futura morte… ciò rende l’opera ben poco interessante, soprattutto nelle sequenze di dialogo o introspezione di quel o quella tizio/a che ovviamente servono come il pane ad intervallare le parti action.

Piccola nota di demerito: se mi capita ancora un film in cui vengano pronunciate tutte e tre le battute «Che Dio ci aiuti…», «Io sono il futuro, tu sei il passato» e «Cosa avete fatto…?» vomito.

Hugo Weaving molto meglio come antagonista: vuoi per il suo profilo sopraccigliare che rimanda vagamente a Jack Nicholson, vuoi una presenza scenica potente, credo offra prestazioni decisamente migliori quando cerchi di ammazzare Neo piuttosto che nel presenziare il concilio di Granburrone.

«Fatemi controllare se mi sono allontanato abbastanza da “Wolfman”…»

– Mi fa piacere constatare che Robert Sheehan ogni tanto riesca a vincere un casting contro il suo succedaneo Brenton Thwaites (dai, sono lo stesso tipo di interprete).
Non che il nostro Bobby sia un fulmine di guerra su schermo, ma lo vedrò sempre con simpatia dopo Misfits ([indossando occhiali improbabili berciando urla incomprensibili] «Indovinate chi sono! […] Vi do un indizio, sono un coglione fastidioso! […] Sono Bono!»).

– Cast in generale discretamente partecipe: al di là di un numero spropositato di interpreti con gli occhi azzurri (tutta invidia perché i miei sono nocciola), c’è pure Stephen Lang massacrato dalla computer grafica nei panni di un simil-androide.
Cosa volete di più?

[…]

Ah, già, un altro attore di peso oltre Weaving…

Tirando le somme, Macchine mortali è un film che batte la ultra-abusata bandiera del “ma sì, dai, si guarda” senza però riuscire a rendersi memorabile o spiccare per un elemento in particolare.

Un costoso giocattolone da 100 milioni di dollari che il “papi” regala al figlio viziato ed annoiato.

Speakers’ Corner – La Marvel punta sul “Girl Power”. Ma non così tanto.

marvel avengers capitan

A destra il cavallo vincente, a sinistra una tizia espressiva come Jason Statham in una tutina da pilota di Mazinga.

Diciamocela tutta: che il trailer di Captain Marvel sia stato seguito dopo soli quattro giorni dal teaser del prossimo Avengers, l’evento cinematografico più atteso del prossimo anno (che fa capire come siamo messi, ma questa è un’altra storia), è la dimostrazione più lampante possibile che del film su Carol Danvers non frega un tubo nemmeno a quelli che lo hanno realizzato.

Perché non gli interessa? Perché la pellicola con Brie Larson diventerà l’equivalente femminile di quello che Black Panther fu nei confronti del pubblico afroamericano: lanciare sul mercato alla bell’e meglio un supereroe che possiede solo un briciolo di carisma rispetto a personaggi introdotti già parecchi anni (e film) fa in modo da usarlo come un mero e facile mezzo per attirare nelle sale fasce di spettatori statisticamente meno inclini al genere.

Su BP la prova provata sono i tentativi di pomparlo e doparlo in modo disumano ad ogni premiazione possibile (oltre alla recente candidatura ai Golden Globes, basti pensare al putiferio generato da quella geniale idea dell’Oscar al film popolare), per CM le infelici dinamiche temporali con cui si è scelto di pubblicizzarlo.

oscar film popolare

Sparata che ha ricevuto ampi consensi.

Va anche rilevato un altro fattore che accomuna i destini dei due super: la loro peculiarità estetica.

T’Challa di Chadwick Boseman è andato ad inserirsi in un panorama filmico in cui Spawn e il Catwoman con Halle Berry sono a dir poco indecenti, Falcon, War Machine e Storm (aridaje con Halle Berry) hanno ruoli comprimari, mentre il Cyborg della Justice League è un misto delle due.

Se aggiungiamo all’equazione che Hancock con Will Smith evidentemente non conta e del povero Blade di Wesley Snipes nessuno pare avere memoria (vergognatevi: il primo è carino, il secondo anche ed il terzo pure, a parte il fatto che esiste), la nomea di first black superhero era facilmente ottenibile, seppur falsuccia.

pantera nera

Batman dovrebbe farti causa per plagio.

E Captain Marvel con le donne?

Beh, c’è Wonder Woman. Che è della DC.

La già citata Catwoman. Sempre DC.

Il Suicide Squad harleycentrico. Ancora DC.

Ok, e la Marvel?

Beh, oddio: Elektra con Jennifer Garner lasciamo perdere, per la Donna Invisibile ci hanno provato due volte (Alba e Mara) e stendiamo un pietoso velo… l’unica che potrebbe rivendicare lo scettro è la Vedova Nera, oggetto sessuale interpretato da un’attrice apprezzata dal pubblico generalista quasi esclusivamente anche come oggetto sessuale.

Quindi stesso principio del principe di Wakanda.

vedova nera sedere

Un’espressività soda come il marmo.

Supereroe africano perché, sorpresona, una fascia di pubblico è di origini africane.

Supereroe con la vagina perché, sorpresona, una fascia di pubblico ha la vagina.

Che tristezza.

Non è un problema di per sé che la “Casa delle idee” abbia come idea principale quella di fare dei gran soldi: è l’obiettivo principale di ogni mega-impero commerciale che si rispetti, e da fruitore dei loro prodotti bisogna prenderne atto.

Ma magari, ecco, la prossima volta… un po’ meno spudorati

Bohemian Rhapsody

So you think you can stone me and spit in my eye?
So you think you can love me and leave me to die?
Oh, baby, can’t do this to me, baby!
Just gotta get out, just gotta get right outta here!

TRAMA: La storia di Farrokh Bulsara, meglio noto come “Freddie Mercury”, e della band di cui era il frontman, i Queen, dalla loro formazione nel 1970 fino al concerto per il Live Aid del 1985.

RECENSIONE:

Mi piacciono i Queen.

Vengo da una famiglia a cui piacciono i Queen.

A cui piacciono MOLTO.

E manca la riproduzione della statua di Mercury a Losanna.

Normale quindi che, alla notizia di una pellicola su questa leggendaria band, se il mio lato di rude cinefilo cominciava già a serrare le terga pregando in qualcosa che non fosse una totale porcheria, l’amante della buona musica che è in me era eccitato come una tredicenne invitata ad uscire da un ragazzo di prima superiore.

La produzione a di poco “travagliata” dell’opera non faceva però ben sperare: il progetto di un film sui Queen e su Freddie Mercury venne infatti annunciato addirittura nel 2010, e nei panni del frontman ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, il quale però nel luglio 2013 afferma di aver rinunciato alla parte a causa di divergenze artistiche tra lui e i membri della band.
Nel dicembre 2013 viene quindi annunciato che Ben Wishaw avrebbe sostituito Cohen e che la regia sarebbe stata affidata a Dexter Fletcher, il quale tuttavia si defila dal progetto nel marzo dell’anno successivo insieme allo stesso Wishaw, impegnato sul set del film Spectre.

Alla fine del 2015 la casa di produzione GK Films decide di far stendere una nuova sceneggiatura, col titolo Bohemian Rhapsody, e viene annunciato che le riprese sarebbero iniziate nei primi mesi del 2017, con Rami Malek nei panni di Freddie Mercury e Bryan Singer alla regia.

Tutto risolto? Ma proprio no: il 4 dicembre 2017 la 20th Century Fox annuncia il licenziamento di Singer dopo che un’assenza ingiustificata aveva bloccato le riprese per una settimana; al suo posto viene richiamato Dexter Fletcher, per finire le riprese e seguire la post-produzione; nel giugno 2018 viene annunciato che l’unico accreditato alla regia del film sarebbe stato comunque Bryan Singer.

Insomma, con premesse del genere, nove volte su dieci viene fuori una porcata

Qui per fortuna no.

Bohemian Rhapsody è un bel film.

Nonostante la pellicola su una delle band più famose ed amate della storia della musica sia un progetto dai rischi enormi, BR si difende bene, sfruttando in maniera piaciona ma sagace la ricca colonna sonora alternandola a picchi emozionali che possono sembrare magari ordinari, ma che svolgono regolarmente il proprio compito.

È bene precisare che dal punto di vista della fattualità storica sono state prese notevoli licenze narrative: esordi musicali modificati per caricare l’effetto underdog, John Deacon presentato come primo bassista, canzoni scritte in periodi sbagliati, dinamiche del gruppo esagerate per convenienze drammatiche ed altre piccole e grandi differenze con la storia dei Queen che sicuramente un fan può notare.

Tali cambiamenti però non rovinano un’esperienza filmico-musicale accattivante ed avvincente; un film è infatti un mezzo attraverso cui raccontare una storia, e soggiace quindi alle esigenze di storytelling (i tópoi, i ruoli archetipici, le richieste emozionali…), perciò condensare in modo veritiero quindici anni di rock band in due ore, molte delle quali coperte da canzoni, non era una possibilità realisticamente fattibile.

Volete vedervi un bel film storico? Vi consiglio Braveheart.

Vi interessa la storia dell’indipendenza scozzese? Guardatevi History Channel.

La colonna sonora la fa ovviamente da padrona.

Bypassando l’elemento strettamente soggettivo che il film sui Queen inizia con la mia canzone preferita delle loro, tramutando il mio organo riproduttivo in un possente menhir facendomi spuntare due dita di pelle d’oca, fa comunque piacere constatare che le venti e passa canzoni che ne compongono la colonna sonora non siano buttate su schermo a caso, ma vengono incastrate con gusto per andare a corredo del momento emotivo dell’opera in quel determinato momento.

E quindi Killer Queen a sancire la prima svolta di vero successo commerciale, la faticosa lavorazione di Bohemian Rhapsody quando il gruppo vuole compiere un importante salto di qualità, Love of my Life per le peregrinazioni sessuali di Mercury, We Will Rock You per superare conflitti interni mettendo il pubblico in primo piano, Another One Bites The Dust ad evidenziare le tensioni del quartetto e così via.

Il tutto ha come acme il Live Aid del 1985, sequenza girata magistralmente che, pur non seguendo pedissequamente il nastro originale, con canzoni tagliate per ovvi motivi di tempi, mostra grande cura per piccoli dettagli che aumentano notevolmente l’immersività nelle scene, facendo dimenticare allo spettatore la finzione del prodotto filmico.

Per il cast inevitabile partire da Rami Malek: il suo Freddie Mercury, pur utilizzando il playback con le parti cantate del vero leader dei Queen ed essendo fisicamente più esile di lui, riesce ad essere credibile e convincente nelle movenze e nei gesti.
Non è, se vogliamo, una mimesi così totale come sembrerebbe ad occhio distratto (anche perché ovviamente l’aspetto vocale sarebbe stato improducibile, parliamo di una bestia unica), ma è una rappresentazione ideale dell’essenza del Castro clone.

Giusta scelta quella di non lesinare sulla sua vita privata turbolenta (feste, droga, eccessi) senza però ridurlo ad una macchietta bisex, ma ad un uomo che cerca di trovare un equilibrio mentale arduo a causa del suo essere personaggio prima che persona.

Per il resto del gruppo, fa sicuramente piacere che anche gli altri componenti della band si difendano ottimamente, sia sul mero elemento estetico sia come interpretazione delle loro peculiarità caratteriali.

In particolare Gwilym Lee, comparso in alcuni episodi de L’ispettore Barnaby, assomiglia a Brian May da giovane più di quanto Brian May somigli a se stesso, ed incarna efficacemente la parte più razionale e matura del gruppo, che pur non disdegnando le stranezze dei compari riesce sempre a mantenere la testa sulle spalle per il bene della band.

Spaventosa in positivo anche la somiglianza di Ben Hardy, già visto come Angelo in X-Men – Apocalisse, con il batterista Roger Taylor: scanzonato, viscerale e donnaiolo, il suo ruolo è spesso quello di comic relief, rappresentando la parte più verace del quartetto e contribuendo a scambi di battute che strappano più di un sorriso.

Joseph Mazzello, noto al grande pubblico come Tim Murphy in Jurassic Park è un John Deacon riservato, introverso e poco ciarliero, con la sua tranquillità che ha avuto il grande merito di saldare le personalità più spiccate dei restanti componenti.

Bohemian Rhapsody è sostanzialmente un tribute film, con tutti i relativi pregi e limiti.

Cercare la realtà storica non è a mio parere l’approccio giusto ad una pellicola che mira a romanzare la storia di una band enorme e di quello che probabilmente è stato il più grande cantante della storia della musica.

Vi piacciono i Queen? Quasi sicuramente adorerete questo film.

Non vi piacciono i Queen?

Peccato per voi.

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