L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per novembre, 2018

Speakers’ Corner – La ballata di Buster Scruggs

Diretto dai fratelli Coen e distribuito, dopo una fugace apparizione nelle sale statunitensi, in esclusiva sulla piattaforma Netflix (proiettare i film al cinema? Pff, eresia!), La ballata di Buster Scruggs è un’efficace antologia di fiabe nere inserite nel peculiare mondo del selvaggio West.

I sei episodi, della durata di circa venti minuti ciascuno, vanno a pennellare ritratti di Copley raffiguranti varie anime del Lontano Ovest: da rocamboleschi fuorilegge a vecchi cercatori d’oro, da impresari male in arnese a tenaci coloni, da diligenze erranti a fanciulle sfortunate, ogni individuo è tessera di un puzzle umano sociale ed economico caratteristico ed irripetibile.

Nonostante varie incursioni nel grottesco, l’atmosfera che si respira e nera e sulfurea come polvere da sparo, caratterizzata da uno spiccato fatalismo che, in connubio con un’impronta parabolica e quasi assurdamente pedagogica, rende le peripezie degli uomini crude favole degli sterminati Grimm che sono gli Stati Uniti.

Estremamente ricco il cast, che vede la presenza tra gli altri di Tim Blake Nelson, James Franco, Tom Waits, Zoe Kazan e Brendan Gleeson.

Di buona qualità tutti gli episodi (il primo, il più surreale è quello che presta il titolo al film), tra i quali spicca per impatto emotivo Meal Ticket, con Liam Neeson girovago di intrattenimento.

Consigliato.

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Twilight

Che il ritorno al cinema di questo aborto sia dovuto al suo compiere già dieci anni mi fa sentire piuttosto anziano.

Che al tempo della sua uscita fosse un fenomeno di costume mi perplime.

Recensione (del 2014) di “Twilight”

Serenate Cinematografiche

twilightAridatece Bela Lugosi.

TRAMA: Tratto dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer.
La tormentata storia d’amore tra l’adolescente umana Bella Swan e il vampiro Edward Cullen nella grigia cittadina di Forks, nello Stato di Washington.

RECENSIONE:

Facile definire questa roba una schifezza.

Facile recensirlo negativamente.

Tanto “mainstream” il film, tanto “mainstream” demolirlo.

Credo però sia più utile e costruttivo spiegare perché una determinata opera sia di scarsa qualità, senza limitarsi a giudizi assoluti.

In certi casi è quindi necessaria una specie di… catarsi, immergendosi nel più oscuro putridume e uscendone poi rigenerati.

O cose così.

Questa pellicola, uscita nel 2008 e diretta da Catherine Hardwick, è l’esatto esempio di cosa voglia dire offrire al grande pubblico (e in particolare alle nuove generazioni) un prodotto preconfezionato, prestrutturato e predigerito per appiattirne ancora di più le capacità mentali e per tarpare le ali alla naturale spinta che porti al ragionare con la…

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Animali fantastici – I crimini di Grindelwald


Harry Potter e lo spin-off ciucciasoldi – Parte 2.

TRAMA: Il magizoologo Newt Scamander e il giovane mago Albus Silente tentano di contrastare il mago oscuro Gellert Grindelwald, che vuole scatenare una guerra tra il mondo magico e quello babbano.

RECENSIONE: Diretto da David Yates, ormai aficionado (o magari meglio “simbionte”) della serie di Harry Potter, avendone diretto gli ultimi quattro film della saga principale per essere poi assunto per la pentalogia spin-off, questo Animali fantastici – I crimini di Grindelwald è un’opera la cui discreta resa estetico-grafica non riesce a celare le lacune in fase di scrittura.

Grosse lacune.

Ma GROSSE lacune.

Detto in maniera più terra-terra: sotto un look carino c’è una sceneggiatura da mettersi le mani nei capelli.

Dai, ragazzi, ve lo aspettavate…

Dispiace in particolare vedere come l’elemento che fornisca titolo alla serie (gli animali) non sia, a differenza del capitolo precedente, parte rilevante della storia, diventando purtroppo un fattore molto incidental-secondario che non porta a sviluppi di rilievo, limitandosi a banale riempitivo.

Per cui ok, la CGI mostra efficacemente i muscoli andando a creare degli esseri bizzarri e particolari, ma va a perdersi, è proprio il caso di dirlo, la magia che nel primo episodio caratterizzava la loro comparsa, con ogni animale che aveva un ruolo, magari piccolo o talvolta più sostenuto, all’interno della trama stessa, che quindi ne veniva da loro arricchita.

Qui sono più dei soprammobili.

Carini e colorati, ok, ma… l’utilità?

Sì, sei inutile.

Altro piacevolissimo fattore di Animali fantastici e dove trovarli che qui viene totalmente stravolto sono le relazioni umane tra i quattro personaggi principali.

La bislacca amicizia tra l’introverso e particolare Newt con il bonario babbano Jacob, la tensione romantica tra il magizoologo e l’auror americana Tina, le differenze caratteriali delle sorelle Goldstein e il tenerissimo rapporto che si sviluppa tra Queenie e Jacob contribuivano infatti ad aumentare moltissimo l’empatia dello spettatore nei loro confronti, oltre che a renderli personaggi meno bidimensionali e più corposi.

Qui purtroppo tutto ciò va ad essere rovinato da una sceneggiatura, scritta dalla Rowling stessa, che va a stravolgere l’adorabile impostazione dei characters rendendoli sciapi e peggiorandoli.

Peggiorandoli tanto.

Ma TANTO.

Ricordateveli così, finché potete.

Esempio lampante Queenie e Jacob: io non so cosa abbiamo fatto alla scrittrice del Gloucestershire questi due cristiani, ma ne I crimini di Grindelwald vengono sbriciolati senza pietà alcuna, con un raro sadismo che va a distruggere senza senso né logica le loro basi narrative.

Allo stesso tempo, l’organizzazione delle relazioni umane è basata su una fastidiosissima ricerca del creare coppie a tutti i costi (ad un certo punto pare One Tree Hill, ci mancavano solo la capo cheerleader ed il quarterback), unita ad un sottofondo di telenovelas messicana che ha seriamente attentato al mio stato di veglia.

In questa immagine ci sono cinque coppie. O forse di più.

Ampliando il discorso, come già accennato la sceneggiatura di questo film è pessima, caratterizzata dall’assidua ricerca di un bieco fanservice il quale finisce però paradossalmente per scontentare quei fan a cui si cerca così disperatamente di leccare il culo, perché attuato senza sforzo di coerenza con lo stesso canone fissato dai libri precedenti.

Tra una Minerva McGranitt buttata in una comparsata nei flashback di Newt a scuola, ossia più o meno nel primo decennio del Novecento quando secondo fonte “ufficiale” è nata nel 1935, a colpi di scena farlocchi, buttati a casaccio e che si spera si riveleranno finzioni, chi finisce con le ossa rotte è sicuramente Silente.

Il rapporto tra Grindelwald ed il futuro preside di Hogwarts fa sicuramente sollevare più di un sopracciglio, sia per la annosa questione dell’omosessualità (cicciata fuori da J. K. a posteriori pur non essendo affatto menzionata nei romanzi) che qui viene gestita malissimo con un detto/non detto raffazzonato e totalmente out of character, sia per la menzione di un’impossibilità ad attaccarsi direttamente che pare più ignavia che elemento di profonda tensione introspettiva.

Il David Bowie di Hogwarts.

Altro grande difetto dello script è l’essere strapieno di passaggi inutili: si perde letteralmente il conto di quante sottotrame non portino a niente, di quanti personaggi secondari non facciano un tubo, siano dei soprammobili o non dicano nulla di rilevante per la trama, di quanti spostamenti farraginosi i protagonisti debbano affrontare o di quanta trama sarebbe potuta essere tagliata senza ripercussione alcuna sulla storia.

Capisco la ricchezza narrativa, ma è Harry Potter, non Il trono di spade, alcuni passaggi sono talmente stratificati con storyline su storyline che risultano veramente faticosi da seguire, e diventano frustranti appunto per la loro improduttività a posteriori.

Troppa carne al fuoco.

Troppe idee.

Troppa confusione.

Lo Specchio delle Brame, diventato qui lo Specchio dei Flashback.

Per il cast, difficile il giudizio data l’enorme riserva dovuta ovviamente alla scrittura.

Tra le new entries buone interpretazioni però sia di Jude Law che di Johnny Depp; quest’ultimo in particolare dimostra una resa di personaggio molto asciutta ed efficace, che tra Burton e sparrowate varie si era un po’ persa.

Zoë Kravitz utile come un tostapane su un’isola deserta, Claudia Kim negli squamosi panni di Nagini serve solo a comunicarci che ne I doni della morte il timido, impacciato e pacioccoso Neville decapita brutalmente una donna.

Animali fantastici – I crimini di Grindelwald.

Gli ultimi Jedi di Harry Potter.

Cam

Raro originale Netflix a non essere una boiata atomica, “Cam” della celeberrima Blumhouse Productions declina il connubio tra il mestiere più antico del mondo e la moderna tecnologia in una salsa thriller che ben si sposa con la veracità delle tematiche trattate.

La bieca ironia di fondo, costituita dalla difesa del proprio account da un furto d’identità online perpetrato ai danni di colei che sfrutta la messa in mostra del proprio corpo per guadagno personale, diventa il leitmotiv di un macabro gioco di contrappasso più sottile ed intelligente di quanto l’ambiente professionale della protagonista suggerisca.

Il contrasto emerge anche dalla raffigurazione del maschio: debole segaiolo e voyeur, quindi indebolito dai bisogni della carne e dai suoi impulsi, ma allo stesso tempo fonte di lucro e perciò paradossalmente indispensabile al risalto della cam girl tra la concorrenza.

Ciò ovviamente porta ad un ragionamento uroborico in chiave femminista: spogliarsi per soldi costituisce emancipazione perché atto di propria sponte ed affermazione di sé sfruttando i canoni estetici invece che esservi succube, oppure è incluso in un’oggettificazione del corpo femminile utilizzato dalla donna stessa solo come sessuale pezzo di carne per il ludibrio degli uomini?

Consigliato.

First Man – Il primo uomo


Now, Andy, did you hear about this one?
Tell me, are you locked in the punch?
Andy are you goofing on Elvis?
Hey, baby, are we losing touch?

TRAMA: Il 20 luglio 1969, l’astronauta statunitense Neil Armstrong è stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna.
Adattamento cinematografico della biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansene e pubblicata nel 2005.

RECENSIONE:

Diretto da Damien Chazelle, che già aveva incantato pubblico e critica con Whiplash e La La Land, First Man è un film che ha come colonna portante il superamento dei limiti.

L’uomo è infatti un essere vivente naturalmente insoddisfatto, caparbio e desideroso di esplorare l’ignoto; il mistero e l’avventura sono parti fondamentali del suo agire, essendo egli spinto da un moto di dominazione su quella realtà che lo circonda e lo affascina.

Questo movimento, questa propulsione, ha infatti guidato i passi dell’uomo fin dall’antichità.
Dopo l’esplorazione della Terra ad oriente con i Marco Polo in Catai e dopo i viaggi transoceanici verso continenti sconosciuti all’Occidente, la successiva frontiera naturale che si presenta da oltrepassare è quella che divide lo splendente zaffiro d’acqua su cui viviamo da quell’enormità ignota che è lo spazio.

Illimitato. Inesplorato.

Così affascinante, spaventoso e probante nella sua assenza di confini, lo spazio è un limite senza limiti, uno sforzo erculeo che si presenta però con fredda e vuota indifferenza.
Come l’Everest di George Mallory, l’uomo esplora lo spazio non solo per placare la sua sete di conoscenza e per ricercare il nuovo, l’utile, in senso tanto materialistico quanto conoscitivo, ma anche perché è lì.

Perché è una sfida.

Perché è un ostacolo.

Ed in tal senso è la luna il primo step, il primo passo tra il nostro pianeta e quella sirena di nulla.

Chazelle dietro la macchina da presa cerca ovviamente la spettacolarità, senza però commettere l’errore di abusarne, proponendo un’intensità che strizza l’occhio ad una epica moderna accompagnata per mano dall’intimità, con l’aiuto degli spazi chiusi che vanno a contrapporsi, appunto, alla vastità dello spazio cosmico.

Gli astronauti come piccoli uomini dentro spazi claustrofobici e pericolanti, con l’esperienza del volo spaziale in cui viene sfruttata ottimamente la soggettiva per troncare ogni superflua distanza tra schermo e pubblico.

Inscindibile dalle imprese è senza dubbio la fatica, spesso unita alla sofferenza e alla morte.

Il lutto di Armstrong è sia familiare, la morte di una figlia, che professionale, per le perdite di tanti amici e colleghi avvenute nel corso di test e percorsi di avvicinamento a un risultato finale, quello del 20 luglio 1969, cui si è giunti dopo sforzi immani e dolorosi.

L’acme è la forza di inseguire un obiettivo, in modo da superare i fallimenti con il duro lavoro, l’impegno e l’abnegazione, votando se stessi al raggiungimento di un traguardo, piccolo per un uomo ma grande per l’umanità.

Ryan Gosling ottimo Neil Armstrong, uomo apparentemente semplice che incarna la borghesia americana (moglie, figli, bella casetta) e perfetto veicolo dell’American Dream.
Determinato ma non folle, giusto ma non eroico, riesce ad unire in un connubio la preparazione del pilota e della scienza con l’impatto esteriore dell’everyday man; questo contribuisce notevolmente a catturare l’empatia del pubblico, che tifa per il successo di questo uomo dell’Ohio.

Armstrong uomo ruvido e silenzioso, che scruta l’orizzonte verticale tenendo i nervi saldi, forte della sua missione, e dei dolori che ha provato.
Riluttante, pragmatico, schivo, introverso, il vuoto spaziale è il vuoto che ha dentro la sua anima.
L’uomo viene prima dell’eroe, prima del personaggio, vengono prima il genitore e il marito che mettono in gioco la serenità di una famiglia intera pur di elaborare il proprio lutto.

Ottima anche Claire Foy, il cui personaggio non è solo una Penelope in paziente e reverente attesa del suo Ulisse spaziale, ma è una moglie granitica e comprensiva, una consorte che prende sulle sue spalle il peso della sua impresa domestica mentre il marito rischia la propria vita lontano da lei.

C’è un continuo e torrentizio parallelismo tra Neil e Janette Armstrong, con un montaggio che accompagna i due come binari paralleli distanti nello spazio ma vicini nello spirito.

First Man non è un’opera che contiene la retorica eccessiva tipica di molte pellicola a stelle e strisce (esemplificativa, in tal senso, la polemica dovuta alla scelta di non includere l’immagine iconica di Neil Armstrong che pianta la bandiera americana sulla luna), ma è un film onesto e intenso, su di un uomo che ha compiuto un piccolo passo per se stesso.

Ma un grande passo per l’umanità.

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