L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per agosto, 2018

Ant-Man and the Wasp

Un cinefilo può sopportare una rottura di palle pari a cento volte il proprio peso.

TRAMA: Scott Lang è agli arresti domiciliari e cerca di bilanciare gli impegni domestici e e di padre con la sua vita da supereroe. Hope van Dyne e Hank Pym compaiono improvvisamente per reclutarlo in una nuova missione, in cui Hope assume l’identità di nuova Wasp.

RECENSIONE:

Quando andavo a scuola, l’estate era attesa con trepidazione e gioia.

Anche entrati nel mondo del lavoro, ovviamente, il periodo estivo rimane pregno di cose molto belle (le ferie, il sole, le ragazze in shorts), ma fino alle superiori avevo la piacevole aspettativa che, una volta superati i primi sette/dieci giorni di giugno, mi avrebbe atteso un titanico spaccato di tre mesi di puro cazzeggio.

L’unico elemento di disturbo all’incrollabile proposito del me stesso brufoloso preadolescente di non fare una beata mazza fino a metà settembre erano gli immancabili compiti scolastici.

Niente di complesso, sia chiaro, però erano una discreta rottura di maroni e venivano svolti spesso senza nessuna voglia o slancio.

Fatti solo perché obbligati.

Tipo questo film.

Noto solo ora che per due ore la mia espressione facciale è stata la stessa di Evangeline Lilly

Ant-Man and the Wasp non è una delle ormai numerose opere dell’universo Marveliano, che va ad arricchire un mondo narrativo aumentandone respiro e complessità.

Ant-Man and the Wasp è “studiati l’ascesa della borghesia europea del 1800, che probabilmente a settembre salteremo a piè pari ma se il professore te la chiede e non l’hai manco letta, sai che figura di merda?”

E si nota già dal titolo.

In una serie piena di sottotitoli roboanti, tipo Il primo vendicatore (di che?), The Dark World (quale?), Age of Ultron (che dura un weekend), Civil War (sono sei persone contro sei, ce ne stanno di più a pallamano), Homecoming (sì, Marvel Studios, abbiamo capito che vi hanno ridato i diritti) e Ragnarok (che non ha fatto finire il mondo, ma solo la mia pazienza), qui il titolo è l’elenco dei protagonisti.

Formicuomo e la Vespa, signore e signori, e crederete che un uomo può rimpicciolirsi e bombarsi la Kate di Lost!

Oltre a lui.

Una pellicola confusionaria e mal fatta, che si basa troppo, troppo, troppo, sugli effetti speciali prospettici, senza coniugarli però con un guizzo, una scintilla, un quid che possa renderla vagamente memorabile e non sprofondata nell’oblio, insieme alle mie nozioni sulla borghesia europea dell’Ottocento, appena accesa l’automobile uscendo dal cinema.

Un sense of humour perennemente fuori luogo e di una stupidità immane persino per gli standard della M di Mefistofele correda una trama inutilmente complicata considerato un target di pubblico di tredicenni in esplosione ormonale non particolarmente svegli, piena zeppa di sottotrame evitabili e che nei momenti cardine forza troppo la sospensione d’incredulità dello spettatore, già naturalmente messa a dura prova dai poteri dei protagonisti.

Altra pecca diretta conseguenza della precedente è che, in proporzione alle due ore scarse di durata, in questo film ci sono più antagonisti che nell’Odissea, tutti poco caratterizzati, mal sfruttati e che avrebbero potuto essere tranquillamente sforbiciati in nome di una auspicabile maggiore linearità.

Gli effetti speciali, pur ben realizzati come nell’episodio precedente, si basano veramente troppo su prospettive “à la Hobbit” che essendo già state sviscerate non sorprendono lo spettatore e faticano ad intrattenere a causa della loro eccessiva prolissità.

Tu… restare… io… andare… non… seguire…

Se inoltre si volesse provare a considerare il film come ingranaggio nel grande macchinario che è la Fase Marvel di appartenenza, lo sforzo risulterebbe tanto difficile quanto superfluo, visto che per una storia ambientate tra Civil War Infinity War la timeline non si incastra per un cazzo, con un sacco di forzature e tempistiche casuali, incoerenti con quanto detto dagli altri film.

Non male, per uno studio il cui obiettivo dichiarato è creare un mondo narrativo complesso ed organico.

Nel cast, oltre al bisteccone Paul Rudd la cui caratterizzazione bypassa sovente i limiti dell’irritante, ritroviamo la quota-patata de Lo Hobbit Evangeline Lilly, che è anche bravina ma che come eroina action mi fa alzare il sopracciglio più che a The Rock.

Una discreta alchimia tra i due non basta infatti a tirare avanti una storia con i citati problemi, rafforzando anzi l’impressione che con meno contorno e più focus sugli elementi di reale importanza si sarebbe raggiunto un decisamente migliore risultato.

Però il suo costume non ha i capezzoli. Beccati questa, Schumacher!

Se non altro si assiste ad una buona dose di girl power, sia grazie alla Vespa che all’antagonista (uno dei cinquanta) Ghost, qui in versione femminile a differenza della fonte di partenza: entrambe mostrano una buona dose di caparbietà ed abilità a menare le mani quando serve, oltre che superare in determinazione ed acume la maggior parte dei maschietti che le circondano.

E diciamo che in passato il personaggio è stato sfruttato in modi un po’ diversi…

wasp hulk

Ok.

Torna Michael Douglas, che ricordiamo oltre all’ovvio Wall Street ha prestato volto a pellicole molto varie, tra cui:

– Attrazione fatale, in cui ha dei problemi con una Glenn Close maniaca di sesso;

– Basic Instinct, in cui ha dei problemi con una Sharon Stone maniaca di sesso;

– Rivelazioni, in cui ha dei problemi con una Demi Moore maniaca di sesso.

Completano il cast Lawrence Fishburne, che qui compare perché capitato sul set per caso e non era buona educazione andarsene, uno sprecatissimo Walton Goggins che dopo Tomb Raider conferma il suo voto monastico all’interpretazione di antagonista nelle puttanate e Michelle Pfeiffer.

La bravissima Michelle Pfeiffer.

La meravigliosa sessantenne Michelle Pfeiffer.

Mi sono innamorato di lei in Ladyhawke, a saperla impelagata nel Marvel Universe piango.

Un film senza voglia.

Da stroncare senza pietà.

Amiche di sangue


– purosangue: aggettivo e sostantivo maschile e femminile

Animale, spec. cavallo di razza pura (per la credenza, oggi ripudiata, che il sangue fosse l’elemento portatore dei caratteri ereditari).

TRAMA: Due adolescenti del Connecticut, amiche benché molto diverse fra loro, progettano di uccidere il dispotico patrigno di una delle due.
Non sapendo bene cosa fare, le due ragazze si rivolgono ad un coetaneo noto nella zona come spacciatore.

RECENSIONE:

Impostato inizialmente come un’opera teatrale con tanto di divisione in atti e rimodellato poi per il grande schermo, Amiche di sangue è un film piacevole ed interessante, con un cast in forma e scelte stilistiche azzeccate.

La pellicola, il cui titolo originale Thoroughbreds, ossia “purosangue”, è sicuramente più ispirato rispetto a quello nostrano, rimandando ad alcuni elementi della trama assumendo anche al contempo un discreto carico metaforico, mostra personaggi dai peculiari problemi psicologici che fondono le proprie anime per un comune obiettivo, senza però comprendere fino in fondo la natura dei propri deficit.

Un’opera in cui è più importante il “come” del “cosa”, il viaggio della destinazione, gli step del target e che grazie ad una coppia di protagoniste in gamba e ad una vicenda che spesso sfocia nel surreale, senza però perdere in crudezza, riesce a centrare il bersaglio offrendo un prodotto dal retrogusto indie ma accattivante quanto un dramma popolare.

Buona prova delle giovani Olivia Cooke e Anya Taylor-Joy, entrambe attrici in rampa di lancio che se continueranno in scelte di carriera oculate avranno sicuramente buone possibilità di un radioso avvenire.
Fredda e robotica la prima, la cui mancanza di emozioni rende il suo character un complicato puzzle con troppi pezzi mancanti, ambivalente la seconda, fuoco e determinazione nascosti dietro una patina di fumo e accondiscendenza.

Amiche di sangue è stato purtroppo anche l’ultimo film per il giovane Anton Yelchin, morto dopo sole due settimane la fine delle riprese.

Consigliato.

Shark – Il primo squalo

Ci serve un blog più grosso.

TRAMA: Un esperto di salvataggi subacquei viene reclutato da un oceanografo cinese per andare in soccorso a un sommergibile che, durante una spedizione legata a un programma internazionale di osservazione sottomarina, è stato attaccato da una gigantesca creatura creduta estinta.
Ora, il mostruoso animale si trova nelle profondità del Pacifico con il sottomarino: l’equipaggio è bloccato al suo interno…

RECENSIONE:

Chiamatemi Serenate.

Qualche giorno fa — non importa ch’io vi dica quanti — avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a casa, pensai di andare al cinema per un po’, e di vedere così la parte hollywoodiana del mondo.

Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente — allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il cinema.

Filmettino che più estivo non si può, Shark – Il primo squalo è una cazzatina di bassa lega utile più a diffondere l’ittiofobia che ad offrire un intrattenimento considerabile para-decente.

Tratto inspiegabilmente da un libro (il MEG del titolo originale statunitense, opera del 1997), Shark ripesca (no pun intended) l’animale gigante come villain, un’idea cinematografica giunta con la DeLorean direttamente dagli anni Cinquanta e che lì sarebbe dovuta rimanere insieme alle frizzanti commedie con Doris Day e ai rockabilly.

Ennesima produzione sinoamericana, che dopo capolavori imperdibili quali Transformers 4, Pacific Rim – La rivolta, Independence Day – Rigenenerazione e The Great Wall alimenta il principio economico denominato legge del Porca puttana, sono un miliardo e mezzo, vuoi che non troviamo gente a cui piacciono ‘ste cazzate?, Shark tenta disperatamente di sfruttare infatti il filone hollywoodiano catastrofico (inteso come disastro naturale che si abbatte sulla popolazione) unito a quello dei film Asylum catastrofici (intesi come disastri umani che si abbattono sugli spettatori) in un’accozzaglia di assurdità narrative e visive senza capo né coda e, soprattutto, noiose da impiccarsi.

Di valore artistico paragonabile a quello di un sasso, oltre a presentare un ritmo dall’avvio più che diesel con una prima mezz’ora da rischio abbiocco catatonico, l’opera fa acqua (e dagli) anche nel banalissimo settore effetti speciali; se essi possono risultare nella media quando il predatore si trova nelle oscure profondità abissali, semi-nascosto alla vista dell’uomo e presenza incombente ma non visibilmente percepibile, la seconda metà della pellicola lo vedrà ovviamente irrorato dalla luce solare, che lo evidenzia quindi per la pataccata in CGI appiccicata con la saliva allo schermo che è.

E se tu scruterai a lungo in uno squalo preistorico lungo trenta metri, anche lo squalo preistorico lungo trenta metri scruterà dentro di te.

A corredo funebre della pellicola si hanno ovviamente al quadrato tutti gli stereotipi possibili immaginabili del genere fanta-horror-puttanata, a partire da un cast irrealisticamente vario e multietnico formato da personaggi con lo sviluppo caratteriale dei manichini di Zara, alcuni dei quali verranno divorati nella totale indifferenza del pubblico che a causa della loro piattezza non li conosce abbastanza da potercisi affezionare, per passare a sottotrame lasciate a volteggiare alla brezza senza ricevere una direzione chiara, l’immancabile bambino/a sgretolagonadi, un villain umano che non si capisce avessero voluto farlo stronzo o patetico e dei dialoghi che mi hanno fatto venire voglia di usare una pistola al posto del phon.

Campagna pubblicitaria Benetton collezione 2019.

Protagonista Jason Statham, granitico tanto nella fisicità esasperata (ovvia la scena delle sue pudenda coperte solo da un asciugamano correlata di fanciulla frontale sbavante, perché le donne bidimensionali dei film non hanno mai visto due pettorali e innanzi agli addominali scolpiti rimangono folgorate novelle Paolo sulla via di Damasco) tanto quanto in un’espressività che varia tra:

– incazzato;

– sarcastico incazzato;

– triste incazzato;

– sto-scherzando-con-una-bambina-di-dieci-anni incazzato.

Minchia, Jason, pigliati una tisana…

Fotografia scattata a Jason Statham durante la sua festa di compleanno.

Oltre al molosso inglese, sprecati in ‘sto filmaccio il brillante Rainn Wilson e l’ex Heroes Masi Oka, che oltre alla cheerleader direi dovrebbe cercare di salvare la sua carriera.

Piccola parte per la futura Batwoman Ruby Rose, su cui mi piacerebbe dire qualcosa che non sia “è lo stereotipo della donna maschiata e tosta qui chiamata “Jaxx”, solito nome comicamente aggressivo”, ma l’unico fattore che Shark riesca a trasmettere sul suo personaggio è lo stereotipo della donna maschiata e tosta qui chiamata “Jaxx”, solito nome comicamente aggressivo.

Fantascienza senza scienza, pesce gigante senza divertimento, Jason Statham senza parolacce e cazzotti.

Gli spettatori sono amici, non cibo.

Cells at Work! – Cellule al lavoro

Tratto dall’omonimo manga di Akane Shimizu e attualmente in uscita sottotitolato in italiano sul canale YouTube della Yamato Animation, Cells at Work! – Cellule al lavoro è un anime molto interessante e particolare.

Inquadrabile come un Esplorando il corpo umano sotto steroidi, la storia verte sulla risposta del corpo umano a varie minacce esterne, come ferite, batteri o virus, mostrando in un’ottica estremamente giapponese (e dico ESTREMAMENTE) il compito delle varie cellule in risposta a tali agenti esterni.

Focus della trama sono un globulo rosso, umanizzato come una ragazza che lavora da corriere portando pacchi con i nutrienti per il corpo, ed un neutrofilo, caratterizzato come un determinato soldato-poliziotto estremamente ligio al proprio compito.
Affiancati da varie altre tipologie di cellule, ognuna con una resa grafica che ricordi il proprio ruolo all’interno del nostro organismo in modo simil “realistico” (i linfociti T sono una sorta di S.W.A.T.) o più esagerato, come il macrofago versione dama ottocentesca che brandisce una mannaia gigante (ok), ogni episodio è incentrato, come detto, su un diverso problema di salute.

Graficamente ingegnoso, unendo stilemi visivi tipici di questo stile d’animazione a trovate intelligenti su come antropomorfizzare i vari elementi, e con un giusto connubio tra scienza (ogni cellula ha la propria descrizione biologica relativa al compito che svolge) e stravaganze (notevole dose di violenza, con ogni essere colpito che sprizza sangue come un geyser, urlacci, orientalate varie), Cells at Work! è un prodotto carino e accattivante.

Si ringrazia La cupa voliera del Conte Gracula per avermi fatto scoprire quest’opera (qui il link del suo articolo: https://cupavoliera.wordpress.com/2018/06/11/numero-1-cells-at-work-akane-shimizu/)

Oscar per il miglior film popolare

L’Oscar per il “Miglior film popolare” è un’idea imbecille.

Ocean’s 8

Pacifico. Indiano. Atlantico. E poi?

TRAMA: Debbie Ocean, sorella di Danny, organizza un gruppo composto da 8 donne per compiere una rapina complicatissima, praticamente impossibile, durante un’importante serata di gala a New York.

RECENSIONE:

Gary Ross non è Steven Soderbergh.

Non possiede, infatti, il suo piacevole tocco in fase di regia e fotografia, che riesce a porsi al servizio del set esaltandone le caratteristiche visive.

Sandra Bullock non è George Clooney.

Non possiede, infatti, quel fascino da irresistibile bisteccone statunitense, con il rassicurante profilo mascellare di Clark Kent di chi è persona che trasmette possibilità di sicuro affidamento.

Quindi la domanda che spontanea sorge di fronte a questo Ocean’s 8 è una sola.

Ma perché?

Perché bisogna rivedersi uno stilema narrativo che, anche tralasciando l’heist movie nella sua totalità e varietà, ci si è cuccati già per ben tre volte, in un arco di trama bello che completo e da cui si riprende in modo alquanto pedissequo lo schema del capitolo iniziale?

Semplice.

Perché non ci sono idee.

Ocean’s Eleven con le donne non è un’idea nuova.

Ocean’s Eleven con le donne è un’idea vecchia diciassette anni rifatta pari pari, con unica variante un cast formato da persone aventi gli organi genitali interni invece che esterni.

Ed è una constatazione piuttosto mesta, perchè Ocean’s 8 non è un brutto film, non è mal realizzato.

È solo banale.

La regia di Ross sa comunque il fatto suo, e pur con alcune scelte abbastanza rivedibili a causa della loro eccessiva pomposità espositiva, riesce a portare a casa la pagnotta senza scadere nell’esteticamente becero.

Peggiore è la sceneggiatura.

Nonostante in fin dei conti sia abbastanza passabile, essa infatti pecca di alcune ingenuità e forzature troppo estremizzate rispetto all’ovvia percentuale relativa a questo genere.
Tempistiche pratiche, risoluzioni di problemi ed organizzazione del materiale umano, per quanto derivanti da una preparazione certosina dei cinque anni passati dalla protagonista in prigione, sono fattori qui troppo elasticizzabili e facilmente messi in pratica a dispetto di quanto avrebbero inciso in una cornice più “realistica”.

Si riscontra in particolare un principio logico più che fallace.

Ora, io sono un uomo eterosessuale, quindi la mia considerazione sarà sicuramente influenzata dal fatto che mi piacciano le donne.

Ma in una serata di gala caratterizzata da uno sfarzo enorme, con invitati ricchissimi ed illustri, tirati a lucido, con un’ostentazione sfrenata di bellissimi abiti, gioielli e paillettes…

… come si fa a giustificare una banda di sole donne con (testuali parole pronunciate dalla leader del gruppo) “un uomo dà nell’occhio, una donna passa inosservata”?!

È come dire che una sfilata di Victoria’s Secret non se la caghi nessuno, mentre un gruppo di Agenti Smith risalta in mezzo ad altri uomini in abito.

E il comico è che il film stesso si smentisce, mostrando le ladre con i loro abiti da gala che, ovviamente, sono appariscenti come un bengala acceso al cinema.

Film, perché mi cadi su queste cose?

Giudizio sul cast?

Brave attrici lasciate a briglia abbastanza lunga, interpretano personaggi piuttosto bidimensionali e statici.

Avrei preferito maggiori distinzioni tra la Debbie Ocean della Bullock ed il suo braccio destro, la Lou di Cate Blanchett (ma anche Danny e il Rusty di Brad Pitt non è che poi fossero così differenti, a parte che il secondo mangiava sempre); Helena Bonham Carter interpreta il solito personaggio pittoresco e un po’ svampito, mentre avrei preferito focus maggiore sulla madre di famiglia Sarah Paulson che concilia criminalità e prole; la Hathaway come modella ocona forse la migliore, il resto del gineceo è piuttosto dimenticabile.

Anzi, no.

Vi ricordate il Lex Luthor di Jesse Eisenberg in quel… ehm… capolavoro americano di Batman v Superman?

Attore che non c’entra una mazza con il personaggio, portando ad un’interpretazione così pessima che non si capisce dove sia volutamente grottesca e quando invece, molto più semplicemente, non ci avessero capito niente in fase di scrittura e direzione nemmeno loro?

Ecco, pensate a quello scempio.

Poi moltiplicatelo dieci volte.

E avrete RIHANNA NEI PANNI DI UN’HACKER.

Vi giuro, assistere alla monoespressiva popstar barbadiana nelle vesti di una Lisbeth Salander in salsa Whoopi Goldberg è un qualcosa che fa sanguinare gli occhi, tale è l’assurdità del connubio interprete-personaggio unita agli sforzi erculei con cui stiano provando a creare una parallela carriera cinematografica ad una persona che, detto senza alcuna antipatia, è brava a vendere milioni di copie dei suoi album e dovrebbe limitarsi a fare quello.

Non vi è bastato Battleship?!

Ah, già, c’è pure James Corden in un personaggio appiccicato alla trama con la saliva, con un atto narrativo focalizzato su di lui che pare scivolare lentamente fuori dall’orbita gravitazionale della pellicola, tanto è piazzato come riempitivo, e pure poco ispirato.

Ocean’s 8.

Un film banale.

Un film scontato.

Un film già visto.

Un film che bah.

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