L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 22 giugno 2018

Obbligo o verità

It’s coming up, it’s coming up, it’s coming up
It’s coming up, it’s coming up, it’s coming up
It’s dare

TRAMA: Un gioco apparentemente innocente che impone ai partecipanti delle regole precise si trasforma in una sfida mortale.

RECENSIONE:

In vita mia ho visto circa millesettecento film, di qualità tra il meraviglioso e l’abominevole, e vi giuro che quando lessi la trama di ‘sta roba pensai seriamente che fosse solo una parodia comica.

Per chi sia appena sbarcato da K-PAX, “Obbligo o verità” è un gioco preadolescenziale perfetto per le serate in cui tutti i presenti flirtano con la bottiglia, ed ha principalmente due obiettivi:

1) Ficcare la lingua in bocca a più cristiani possibile;

2) Sapere chi è andato a letto con chi (o al limite chi lo millanta);

Questo passatempo abbastanza frizzante quando il tasso alcolico pareggia quello di un raduno di alpini viene qui arricchito da una presenza demoniaca (???), che uccide la gente che non declami le verità o esegua le azioni a cui è sfidato.

Posta questa premessa, che dire del film?

Che è un’inarrestabile tempesta tropicale di feci umane, uno tsunami escrementizio che travolge lo spettatore con feroci ondate di scarto intestinale

Comparto tecnico?

Maciullato da una fotografia piatta e smarmellosa tipica degli horror da due soldi (budget qui di tre milioni e mezzo di dollari, poco ma nemmeno amatoriale) che si sa già avranno zero pretese e ancora meno qualità, e da una regia di Jeff Wadow che dopo il discreto Kick-Ass 2 dimostra gli effetti collaterali biologici dello sniffare la mucillagine.

Cast?

Il sole è caldo, l’acqua è bagnata, gli attori delle serie tv teen sono dei CANI ATROCI, e dato che i protagonisti fuoriescono da quel Vaso di Pandora fatto di addominali depilati, zigomi appuntiti, bei ciglioni ondeggianti e sederini marmorei, la capacità recitativa media riscontrabile in questa pellicola è più o meno quella di un block notes.

«Salve, siamo i personaggi di cui desidererai la morte a partire dal minuto 2».

Resa complessiva?

Questo monumento commemorativo alla Cazzata purtroppo non Ignota riesce in un duplice risultato: scadere in un trash strabordante facendo al contempo venire l‘elefantiasi ai maroni.

Se il primo centro è dovuto principalmente ad una trama scritta da persone che la mattina dovrebbero ricordarsi di prendere le medicine (con un miscuglio tecno-spiritico tanto insopportabile quanto raffazzonato di demoni, Facebook, suore, rituali, Snapchat, possessioni, spring break…), la rottura di palle è diretta conseguenza dell’abbacinante caratterizzazione dei personaggi.

Belli, felici, stupidi, ficcanaso, perennemente arrapati, dipendenti dallo smartphone (oh, fermatemi quando li odiate), il loro venire trucidati orribilmente non è purtroppo sufficiente per farmi soprassedere al loro carisma tipico di un portaombrelli, alle relazioni interpersonali scritte dopo essersi ubriacati di Viakal e a delle linee di dialogo così stereotipate che in confronto i neri hanno DAVVERO il ritmo nel sangue.

«Mio Dio, sono truccata come una Kardashian!»

Splendono come i piercing sui capezzoli delle escort di alto bordo con cui avrei preferito il produttore Jason Blum avesse speso i citati tre milioni e mezzo gli immancabili cliché.

Su cosa? Semplice, su tutto: sulle coppiette, sui demoni, sulla gelosia tra donne, sulle back-stories tragiche, sulle corna, sugli omosessuali e dulcis in fundo sul povero Messico, così tanto stereotipato da far impallidire la domestica Consuela di Family Guy; il tutto conferisce al film lo spessore narrativo del Domopak, con unica morte inevitabile quella di noia dello spettatore.

Ah, che i personaggi “posseduti” abbiano lo stesso ghigno malvagio esasperato del Grinch mi ha fatto ridere più del dovuto.

“You’re a mean one, Mr Grinch…”

Volete un obbligo terrificante?

Vi sfido a ciucciarvi questo film.

Una cagata invereconda.

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