L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per aprile, 2018

Avengers: Infinity War

La guerra più totale!

TRAMA: Gli Avengers sono perennemente impegnati a difendere la Terra dai pericoli in arrivo da altri pianeti, ma un nuovo temibile nemico si profila all’orizzonte: si tratta di Thanos e dei suoi figli. Egli è intenzionato a conquistare l’universo, impossessandosi delle sei Pietre dell’Infinito.

RECENSIONE:

Dopo dieci anni e diciotto film (il primo fu Iron Man, diretto da Jon Favreau) si arriva finalmente all’apice dell’Universo Cinematografico Marvel.

Con un’opera che non è solo un film.

Ma qualcosa di ben più grande, e dalla natura assai differente.

Uno spettacolo che milioni di spettatori in tutto il mondo attendevano in assoluta e quasi religiosa trepidazione.

Una miserabile gara a chi ha il pene più lungo.

Ebbene sì, finalmente ci sono riusciti: Infinity War è un florilegio di personaggi e sottotrame intrecciate alla boia di un Giuda, in cui ogni eroe finora apparso (o meglio, quasi ogni eroe, un paio sono stati lasciati fuori inquadratura e sbolognati frettolosamente perché sì) possa dire la sua attraverso un’eroica azione di battaglia o tramite i raffinatissimi e mai spacconi scontri dialettici caratteristici di quello che è ormai il corrispettivo cinematografico del reggaeton.

Il risultato è una sbadilata a perdita d’occhio (guarda, mamma, come Thor) di tizi in costumini colorati ed attillati più che improbabili, che essendo tutti speciali in modi diversi, tirando le somme finiscono per non esserlo, risultando veramente troppi e in diversi casi mal sfruttati.

La quantità, che avrebbe dovuto essere punto di forza del film (anche perché se cercate la qualità dovrete accontentarvi degli effetti speciali), assume però purtroppo la traiettoria del tipico strumento di caccia australiano.

Come un cuoco che voglia unire piatti originariamente appartenenti a tradizioni culinarie molto diverse esagerando con i sapori, si costringono ad interagire tra loro personaggi che, oltre all’ovvia appartenenza alle fila dei buoni, hanno però ben pochi elementi di contatto che ne possano far sviluppare i legami.

Se la sezione di Thor con i Guardiani della Galassia, pur deboluccia e abbastanza raffazzonata, riceve in parte un assist dalla deriva cosmica del dio asgardiano avente come acme l’ultimo Ragnarok (così come anche Capitan America nel Wakanda si riallaccia agli eventi di Civil War), il segmento che mostra più il fianco alle critiche è quello che trova ad unire Tony Stark con il Dottor Strange.

Ah, già, nel film c’è anche Spider-Man.

Essi infatti sono tra i personaggi che meno hanno punti di contatto, pur possedendo un carattere di partenza assai simile, e l’evoluzione del loro rapporto assume connotazione tanto prevedibile quanto forzata, andando a concludere un mini-arco narrativo in modo banale, ovvio e troppo didascalico.

In alcuni frangenti paiono due lontani parenti che, rivistisi per caso ad un matrimonio, cercano di alimentare una conversazione che però entrambi sanno andrà inevitabilmente a vertere sul tempo atmosferico.

E quando la tua sottotrama risulta peggiore di quella che unisce un dio norreno ad una nutria parlante, è d’uopo farsi qualche domanda.

Per quanto riguarda i personaggi più nello specifico, escludendo coloro che subiscono il “trattamento Dorne” (= ho a disposizione dei personaggi di cui non so che farmene, quindi li uccido in modo stupido e sbrigativo in modo da chiudere la loro parentesi), a risultare i peggiori sono sicuramente i Guardiani della Galassia: sia perché inserito in differente contesto il loro essere sopra le righe stona terribilmente, sia perché, senza fare troppi spoiler sulla trama, sono tra i fautori di almeno due eventi fortemente negativi che essi avrebbero potuto evitare con un diverso comportamento.

Menzione d’onore anche per l’apparizione cringy come poche di Peter Dinklage nei panni di un nano (mi astengo dal commentare), per di più doppiato da un Pino Insegno mai così fuori parte.

Sorprende invece positivamente, vista la tendenza di estrema bidimensionalità del genere, l’enorme spazio dedicato al villain, che qui finalmente compare in scene che non siano esclusivamente di lotta, ma attraverso le quali lo spettatore possa comprendere le sue motivazioni.

Idiote e sopra le righe come al solito, ovviamente (è Ultron 2.0), ma almeno in questo film hanno provato a dare una connotazione psicologica al titanico antagonista viola dell’universo Marvel.

No, l’altro titanico antagonista viola…

Parliamo dei ruoli femminili?

Ok, facile: se le guerriere hanno tre battute in croce, ma almeno hanno avuto il buon gusto di non metterle discinte (e nemmeno gli uomini, se è per questo), gli interessi amorosi degli eroi non li hanno manco cagati per sbaglio a parte la sempiterna Pepper Potts di Gwyneth Paltrow, che comunque dopo i primi quindici minuti chi la vede più.

Se Natalie Portman se l’era squagliata già da anni e del personaggio di Betty Ross non viene più fatta menzione (tornerà mai qualcuno ad interpretarla?), totalmente ignorate Rachel McAdams, Emily VanCamp e Lupita Nyong’o, forse per dare spazio alle ben due love stories presenti nel film.

Tra cui sorprendentemente non c’è la loro.

Love stories purtroppo entrambe abbastanza scorreggione, che aggiungono alla trama una serie di impedimenti utili solo ad allungare un brodo di due ore e mezza, dalla conclusione scontata quanto il panettone il sei luglio e che consistono nel medesimo “se succede la cosa X devi uccidermi anche se mi ami tanto, perché l’alternativa è peggiore”.

Dolorosamente mal scritta in particolare quella tra Visione e Wanda Maximoff, in parte a causa dell’alchimia inesistente tra Bettany e la Olsen non drogata, in parte per via di un risvolto conclusivo di trama che la rende ridicolmente e palesemente inutile.

A proposito di inutilità, senza rivelare troppo bisogna dire che il finale di Infinity War ha veramente un enorme problema, poiché si pone come un punto di rottura e di svolta quando in realtà non lo sarà, rendendo perciò i già enumerati centocinquanta minuti platealmente senza scopo.

Sì, insomma, il finale del film prendetelo con le pinze.

Di più non posso dire.

Questo era Avengers: Infinity War: ça va sans dire che a livello globale incasserà quanto il PIL combinato di diversi Stati e diventerà l’ennesimo celebrato “capolavoro” (brrr…) della cultura pop-nerd, attraendo torme di giovani e meno giovani.

Ma è sempre la solita zuppa.

Che come tutte le altre macchine da soldi, andrà avanti finché ne incasserà.

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Rampage – Furia animale

Il grosso e le bestie.

TRAMA: Davis Okoye, esperto di primati, ha stretto un fortissimo legame con George, un gorilla albino dotato di una viva intelligenza. A causa di un esperimento genetico, George si trasforma in un gigantesco e pericolosissimo mostro, impossibile da contenere e controllare.

TRAMA, QUELLA VERA:

Pronti via e compare subito il principale antagonista: UNA SCHERMATA ESPLICATIVA DI TESTO BIANCO SU SFONDO NERO, AAAAHHH SI SALVI CHI PUÒ!!!

Riprese di una stazione spaziale a gravità zero: PTSD su Life – Non oltrepassare il limite intensifies.

Persona che comprende la gravità della situazione muore dopo qualche minuto di film.
Sei proprio tu, Deep Impact?

Scena con le scimmie, ed è subito 2001: Odissea nello spazio, però più culturale.

Comunicazione tramite il linguaggio dei segni tra un gorilla albino ed un ex wrestler samoano.

Dialoghi che vertono su una frizzante allusione tra la sottomissione animale ed il sesso che… quando si leva dalle palle questo branco di comprimari inutili?

Oggetto che piove dallo spazio. È sperare troppo che sia uno tra Venom, Superman, il Gigante di ferro o i gusci di Cocoon?

Mi accontento anche dell’Edgar-abito.

Persone in giacca e cravatta: siamo i cattivi dai tempi di Matrix.
Battute a parte, credo che gli unici antagonisti più banali, ovvi e stereotipati di loro possano essere…

… i militari! Eccovi qua, la festa è al completo.

Malin Ackerman: chissà se ci scappa il topless.

Joe Manganiello: chissà se ci scappa il topless.

La mega azienda cattivissima si chiama “Energyne”, come un integratore vitaminico del discount: in una porcheria del genere potevano anche chiamarla direttamente “Team Rocket” e sarebbe stato uguale.

«Devo trovare qualcuno che sappia esattamente cos’è questo» facile, un film di merda.

Naomie Harris?? Ma non sei mica stata candidata ad un Oscar??

«Sono una genetista presso la Energyne» no, grazie, preferisco l’Energade.

Sul serio, ragazzi, ma che nome bastardo è? Chiamatela, che so, Hydra, Umbrella…

L’unico pregio di questa brodaglia sarebbe che non optino per la pellegrinata dello scegliere i fattori positivi di animali completamente diversi per unirli tra loro creando dei super-geni di crescita, se non fosse che è esattamente quello che fanno.

Questo fil.. oddio, questa “roba” è tratta da un videogioco in cui con degli animali giganti distruggevi palazzi e ammazzavi persone, sarebbe come realizzare una trasposizione cinematografica di Battaglia navale.

Appunto…

Alla company scientifica e al gruppo paramilitare si aggiunge un uomo in giacca e cravatta che è pure del governo americano.
Dai, metteteci pure una capo cheerleader bionda, così completiamo la collezione dei personaggi bidimensionali.

Aeroplano che precipita tipo La mummia, esercito ottuso stile [inserire film action a caso con militari], tizio che stende facilmente qualche recluta disgraziata come in The Edge of TomorrowDwayne Johnson sull’elicottero alla San Andreas, senza purtroppo prorompenti seni daddariosi.

La CGI di Rampage vi è stata presentata da After Effects.

Come una proustiana madeleine, l’apparizione di un Feraligatr selvatico mi riporta la mente a quando, ingenuo pargolo, mi sciroppavo Pokémon Argento sul Game Boy.

Ovviamente la reazione de La Roccia è «Beh, brutta storia». Pensa a chi ha pagato, Dwayne…

«[…] i server della Energyne…», dai, per cortesia, cambiatele nome. Va bene anche “Los Pollos Hermanos”.

Mumbo-jumbo tecnologico ed è subito «Mi sono uploadato nel mainframe della nave».

«Cerchiamo qualsiasi cosa che inizi con RPG».
“Role-playing game”?
“Ruchnoy Protivotankovyj Granatomjot”?

Ai comandi di un elicottero senza coda, il nostro prode sfrutta il crollo di un edificio per cavalcarlo e attutire l’impatto con il suolo.

«Roba da matti», il mio giudizio sul film in tre parole.

Non sono stati gli aerei, è stata la bestia ad uccidere l’altra bestia.

Questo era, in breve, Rampage – Furia animale.

Una roba da chiodi.

It Follows

Every breath you take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take

TRAMA: Con suo enorme sconcerto, una giovane scopre che il suo ragazzo le ha trasmesso una pericolosa maledizione che si trasmette da un corpo ad un altro attraverso i rapporti sessuali.
Da quel momento, la ragazza inizia ad avere strane visioni…

RECENSIONE: 

Buon horror che riesce a non scadere troppo nei cliché realizzativi del genere (jump scares su tutti, qui centellinati ed inseriti solo in contesti in cui effettivamente funzionano), It Follows è una pellicola horror del 2014 di piacevole intrattenimento e con più di una freccia al proprio arco.

Grazie all’azzeccata regia di David Robert Mitchell, la cui camera abbonda sia di movimenti ampi e lenti che contribuiscono enormemente all’allargamento del campo scenico sia, viceversa, di inquadrature alle spalle dei soggetti in modo da comprimere il nostro occhio ostacolandolo, il film offre uno spettacolo godibile visivamente mettendosi però anche al servizio di una trama piuttosto semplice ma accattivante.

I tempi narrativi, soprattutto nella fase iniziale, sono piuttosto lenti, affrancandosi così da fastidiose facilonerie come il mostrare rapidamente “l’origine del killer”, ma contenendo anche un inizio azzeccato contribuiscono enormemente alla creazione di un’atmosfera narrativa immersiva.
Come un automobilista esperto in una tortuosa strada montana, infatti, il film ingrana e scala marce lungo tutti i suoi centoquaranta minuti di durata, optando di volta in volta per una tipologia di ritmo invece di un’altra con maestria sicura e senza subire patemi di sorta.

Alla lentezza del ritmo si unisce inoltre l’incedere costante e compassato dell’antagonista, altro elemento di enorme spaccatura rispetto agli stilemi tipici del settore cinematografico di riferimento, caratterizzati spesso da assassini rapidi, frenetici e fulminei.

La lentezza, paradossalmente, risulta ancora più inquietante della velocità, perché offre la medesima idea di futura ineluttabilità tipica della morte stessa: mentre i ragazzi protagonisti sono spesso di corsa o in veloci spostamenti mediante l’automobile, il villain si prende con calma i suoi tempi sapendo che prima o poi li raggingerà, con una distinzione manichea narrativamente molto interessante.

Molto stimolante intellettualmente anche il legame tra il mostro ed il sesso, con l’entità paranormale omicida che va a sovrapporsi metaforicamente all’AIDS o alle malattie veneree in genere.

Che una cosa, un essere, un “it”, che ponga un marchio sulla tua persona e possa venire a cercarti indefessamente per eliminarti sia derivante da un rapporto sessuale, ossia qualcosa di intrinsecamente piacevole per la nostra natura biologica, va a toccare il connubio amore-morte conferendo al film elementi di natura psicologica fondamentali per distinguerlo dalla grande massa di opere co-genere troppo spesso adagiate su fattori banali e stravisti.  

Discreto il giovane cast, in particolare una preoccupata Maika Monroe, archetipo fisico dell’adolescente statunitense bionda, molto simile all’Hilary Duff di Lizzie McGuire.  

Buon successo sia di critica che di pubblico: costato due milioni di dollari ne ha incassati globalmente circa ventidue.

 

P.S. Un blog ha calcolato la distanza percorsa dalla “cosa” durante il film.

Ready Player One

Nerd: persona attratta dalla scienza e dalla tecnologia e poco incline alla vita di relazione.

Geek: termine inglese per indicare una persona con un eccessivo entusiasmo in un certo campo di interesse

TRAMA: 2044. In una Terra devastata da guerre, carestie e carenza di risorse naturali, l’unico modo per evadere da una realtà troppo dura e triste è accedere a OASIS, una comunità virtuale dal potenziale infinito.
Alla sua morte, il creatore di OASIS decide di mettere in palio la comunità tra i suoi frequentatori: OASIS sarà di chi risolverà una complicata serie di enigmi e supererà alcune prove.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline, Ready Player One è un’opera votata al puro intrattenimento, che pesca a piene mani nella cosiddetta “pop culture” ed arrivando in questo modo alle menti e ai cuori di più generazioni.

Ciò non lo rende un film.

Lo rende Disneyland.

Le scorrevolissime due ore e venti sono infatti incapsulate in una fiumana di citazioni visive e parlate relative a film, canzoni e persino alimenti pop, nerd o geek, in modo da permettere agli spettatori di ogni età di riconoscerne almeno qualcuna (molte sono immediate e veramente celebri, a favore della inclusione e della democraticità), calamitando così il pubblico e rendendolo partecipe di un’avventura che va a sfiorare più o meno blandamente elementi che loro conoscano.

Una trama nella sua essenza piuttosto semplice (i giovani buoni e idealisti contro la corporazione malvagia ed avida) si dipana seguendo le vicende di personaggi aventi un peculiare rapporto con un mondo virtuale dal potenziale infinito.


Si ha di conseguenza anche un interessante confronto tra la realtà materiale e quella visivo-mentale, con la prima che assume un ruolo di trampolino per la seconda, come un passaggio dal Kansas in bianco e nero al fantastico mondo di Oz; pur in un’ottica comunque leggera e di entertainment, vengono lasciate sul terreno come briciole di pane di Pollicino alcune tematiche interessanti relative al nostro rapporto con la virtualità, che possono ben agganciarsi anche a quello esistente con i social network più celebri.

Se la mia vita reale fa schifo, isolarmi in un mondo virtuale dalle infinite possibilità, ma finto, è una naturale e pacifica conseguenza dello spirito di autoconservazione oppure bisognerebbe prestare particolarmente attenzione al mantenimento della distinzione tra il me reale e quello informatico?

Io ed il mio avatar siamo ontologicamente uguali?
Quello che scrive recensioni su un blog e quello che si alza alle sei della mattina per andare a lavorare sono la stessa persona?

Il ragazzino delle medie che se la cavicchia a scuola e AssD3str0y3r che insulta pesantemente le madri dei suoi avversari a Call of Duty sono la stessa persona?

L’esplicito focus sull’intrattenimento non è però solo il maggiore punto di forza di Ready Player One, ma anche purtroppo il suo più stringente limite.

A parte qualche sequenza di notevole expolit visivo, infatti, (non mi vergogno a dire che ad alcune scene ho vomitato arcobaleni) il prodotto non cerca un approccio più specificatamente qualitativo, (fattore invece presente in altri film di Spielberg comunque leggeri e per famiglie, come E.T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo), ma si adagia forse troppo sul pop e sul piacere indirizzato ai fan di quel “mondo nerd” salito forse sin troppo alla ribalta negli ultimi anni grazie a serie tv ed altri media.

Le domande ed i concetti teorici che ho precedentemente espresso infatti non vengono esplorati a dovere, rimanendo precipuamente nel conflitto tra la condivisione di un’esperienza accessibile a tutti e l’antagonista compagnia d’affari megagalattica che vuole invece introdurre servizi a pagamento e pubblicità.

Un peccato, perché sono ottimi assist non sfruttati.

Tye Sheridan (Ciclope nel reboot degli X-Men) e Olivia Cooke, pur essendo abbastanza diversi IRL alle loro controparti cartacee (Wade nella prima metà del romanzo è obeso) riescono ad offrire una prova recitativo medio-discreta, utile comunque nell’incarnazione di ragazzi idealisti per cui il pubblico giovane possa provare empatia.

Ben Mendelsohn si conferma uno che “dove lo metti sta”, nei panni di un cattivone bidimensionale comunque adeguato alla già menzionata struttura narrativa abbastanza semplice.

Summa di un movimento, di una raison d’être o di una semplice connotazione socio-culturale, Ready Player One può divertire gli appassionati senza trascurare i casual.

Un simpatico giro sulla giostra del pop.

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